Pasqua a Bagnoregio: la processione sospesa del Venerdì Santo a Civita di Bagnoregio

Se si vuole assistere ad un evento fuori dal comune durante la Settimana Santa di Pasqua, si può andare a Civita di Bagnoregio e osservare (o partecipare) alla processione che passa sull’esile ponte che unisce l’antico borgo medioevale di Civita con quello Ottocentesco di Bagnoregio.

Il culmine delle celebrazioni religiose di Bagnoregio è la processione del Venerdì Santo durante la quale viene portata a spalla una pregevole statua lignea di Cristo crocifisso dalla storia miracolosa.

La tradizione della processione è iniziata nel 1600 ma il miracolo legato alla croce in legno risale al 1400. Si narra infatti che nel 1499 Bagnoregio e tutta l’area fossero infestati da una terribile peste e una pia donna si recasse ogni giorno a pregare davanti al crocifisso supplicando il Signore di porre fine ai dolori. Un giorno questa donna sentì una voce provenire dalla croce che le disse che la peste sarebbe finita grazie alla sua devozione. E così accadde, proprio il giorno in cui la donna morì.

Il Cristo crocifisso è anche una pregevole opera d’arte di scuola donatelliana. Questa statua si trova nella chiesa di San Donato a Civita di Bagnoregio, la parte medioevale di Civita che fu abbandonata per le continue frane che la resero inaccessibile. Una parte che ‘muore’ ma che ha un tale fascino da accogliere circa 1.000.000 di turisti ogni anno da ogni parte del mondo.

Questa statua non è mai stata trasferita nella nuova cattedrale e solo il venerdì santo per una giornata lascia la chiesa di San Donato per essere portata in processione lungo le vie di Bagnoregio. Una processione che vede coinvolte le confraternite e che termina prima di mezzanotte con il ritorno del Cristo a Civita, altrimenti secondo una leggenda, il paese sprofonderebbe definitivamente.

La processione quindi deve attraversare il ponte di collegamento che separa Civita di Bagnoregio da Bagnoregio in un suggestivo spettacolo che per qualche momento la vede sospesa nella Valle dei Calanchi. Tutto il corteo con la musica dei canti sacri si trova a camminare come su una fune sopra il dirupo.

Oltre alla e la manifestazione religiosa, a Bagnoregio va in scena una rappresentazione storica della Passione di Cristo con quadri viventi che raccontano gli ultimi istanti della vita di Gesù. Le scenografie, l’accuratezza delle vesti e una sapiente colonna sonora rendono molto suggestivo questo evento a cui prendono parte centinaia di comparse.

Il palco principale per lo spettacolo religioso-storico si trova nella piazzetta davanti la chiesa di Sant’Agostino.

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Bola, la Via Labicana, Labicum e Labico

Che tutta l’area intorno a Roma sia stata costruita su resti romani è indubbio così come molti piccoli borghi o centri urbani si sono formati attorno alle stazioni di posta per la sosta e il cambio dei cavalli lungo le principali vie di comunicazione.

Il problema è semmai capire quali siano i resti romani e riuscire ad ubicare alcune delle mitiche città satellite di Roma narrate dai grandi autori.

Una di queste città è la famosa Labicum che dava anche il nome ad una via, la Via Labicana ancora esistente a Roma.

Ora si potrebbe pensare che Labicum sia la attuale Labico, eppure non è proprio così.

L’attuale Labico sorge nell’area dei resti di Bola, chiamata anche Bolae, una colonia della mitica Alba Longa che viene anche citata da Virgilio nell’Eneide. Quindi una città nata nell’età del bronzo che precede addirittura la costruzione di Roma.

I Romani avevano l’abitudine di conquistare queste città e distruggere le città della Lega Latina che si opponevano alla sua espansione. Poi dividevano il territorio e lo davano ai coloni e ai veterani che avevano anche il compito di’ romanizzarlo’ e di far perdere le tracce dell’antica storia.

Gli studiosi ritrovano Bola in diverse storie che caratterizzano l’espansione di Roma a danno delle popolazioni vicine degli Equi e dei Volsci. Bola venne poi conquistata definitivamente da Furio Camillo nel 389 A.C. e la città quindi scomparve assieme alla sua ubicazione, che però dovrebbe ricadere in prossimità dell’attuale Labico.

Mentre il nome Labicum si riferisce ad una città più importante ma di cui si sono perse totalmente le tracce, forse si trova nel territorio di Monte Compatri. Secondo una leggenda antica, Labicum era stata fondata da Glauco, il figlio del re di Creta Minosse, e Virgilio la cita tra i popoli che contrastarono Enea.

Per arrivare in questa città si percorreva la Via Labicana che praticamente partiva da Porta Maggiore e seguiva un percorso che seguiva inizialmente la via Prenestina, poi la via Casilina. Probabilmente passava per il Tuscolo lungo il versante esterno dei Colli Albani, poi passava per Labicum e si ricongiungeva con la Via Latina. Si può dire che era un percorso alternativo a quello della via Latina che nel tratto iniziale passava nelle aree montane dei Colli Albani e qualche volta erano inaccessibili in inverno.

Una curiosità che rende speciale questa via: nel 193 d.C., lungo la via Labicana è stato sepolto l’Imperatore Didio Giuliano dopo essere stato giustiziato.

Labicum fu poi rasa al suolo dai romani nella loro espansione nel 418 a.C. da Quinto Severio Prisco e rifondata poco lontano attorno ad una stazione di posta lungo la Via Labicana. Ma il suo declino è stato inarrestabile come quello di Roma e piano piano è scomparsa dalle carte geografiche e dalla memoria.

Probabilmente il nome dell’attuale paese di Labico deriva da un fraintendimento. Infatti questo paese originariamente si chiamava Lugnano e cambiò il suo nome nel 1872 dopo che nel XVIII secolo Francesco de’ Ficoroni sentenziò che Lugnano era stato costruito sull’antico nucleo di Labicum e che questo dovesse essere omaggiato e ricordato cambiando il nome del borgo.

Tale era la gioia di avere una tale discendenza eroica che la modifica del nome del paese avvenne in tempi brevi. A tutto questo fermento non è però seguita attività di studio e oggi l’identità di Labico è da ricercarsi più nella sua ospitalità e nella sua cucina stellata che nella storia preromana.

Una Labico da gustare.

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Lo strano caso di Eiffel e di Labico e le strutture di un padiglione di Lima

C’è un particolare legame che unisce il grande ingegnere Eiffel e Labico, un piccolo paese a sud di Roma. Ma chi era Eiffel e come si intrecciano le due storie?

Alexandre-Gustave Eiffel è stato uno dei più grandi ingegneri di sempre, noto in tutto il mondo per uno dei suoi capolavori: la famosa Torre Eiffel di Parigi. Era nato in Francia a Digione il 15 dicembre 1832 da una famiglia di origine tedesca. Il loro cognome originario era Bönickhausen e lo cambiarono in Eiffel in onore delle montagne Eifel.

Diventato ingegnere, uno dei suoi primi incarichi è stato quello di costruire un ponte nelle ferrovie francesi e si dimostrò da subito un ardito progettista. Un artista delle strutture capace di unire due discipline: l’architettura e l’ingegneria.

Il suo capolavoro assoluto è stata però una struttura realizzata per l’Esposizione Universale di Parigi del 1889, una torre che doveva essere il simbolo della manifestazione. Una torre talmente intrigante, moderna nelle sue linee sinuose e nell’uso dell’acciaio strutturale che si decise di non smontarla e che da allora prese il nome del suo progettista: la torre Eiffel.

Un capolavoro di ingegneria al punto che con i suoi 312 metri è stata la costruzione più alta realizzata dall’uomo fino al 1930 quando a New York venne costruito il Chrysler Building.

Da allora l’idea di modernità e di sfida dell’uomo alla natura si sposta negli Stati Uniti ma a Parigi la Torre Eiffel si trasforma sempre di più in un elemento identitario poetico grazie alla sua sinuosità.

E se ancora oggi Parigi si riconosce immediatamente a colpo d’occhio è anche grazie alle forme della sua torre che sono note a tutti gli abitanti del pianeta terra.

Ma Eiffel ha realizzato tantissime altre strutture tra cui la parte interna della Statua della Libertà in America e parte dei lavori del Canale di Panama. Aprì poi una sua impresa di costruzione che realizzò ponti, viadotti e tante grandi infrastrutture e si occupò di aerodinamica di aeroplani e di dirigibili grazie ad una sua galleria del vento.

Ma accanto a queste grandi opere, l’impresa di Eiffel realizzò tante piccole costruzioni sempre caratterizzate da un uso artistico del ferro secondo uno stile che in quel tempo venne chiamato l’architettura degli ingegneri.

Queste costruzioni furono costruite in tante parti del mondo come due padiglioni espositivi in Sudamerica: uno a Lima in Perù e l’altro a Quayaquil in Equador. Questi padiglioni furono costruiti dal 1905 al 1907 ed in seguito hanno ospitato due mercati.

Il padiglione che si trovava a Lima in seguito a incredibili e fortuite vicende venne smontato per far posto ad una struttura in cemento armato.

I pezzi vennero venduti ed acquistati da un imprenditore italiano ed ora queste parti smontate si trovano in un agriturismo a Labico.

La struttura in ghisa ed acciaio ha una dimensione di 150 metri di lunghezza per 15 di larghezza ed è alta 8 metri e di lei si hanno solo poche foto originali dell’epoca.

Per un certo periodo al suo arrivo, questa struttura ha attirato l’attenzione di tanti amministratori locali, compreso l’ex sindaco di Roma Walter Veltroni, ma ora è ancora in attesa di una sua collocazione definitiva.

Nel frattempo anche noi continuiamo a sognare di veder ricostruito un capannone coperto di Eiffel e, perché no, sognare un gemellaggio tra Labico e Parigi.

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Dove si festeggia San Tommaso d’Aquino in Ciociaria e Vita del santo

Per chi cerca emozioni intime a contatto con la spiritualità, la storia e la natura (e perché no anche una sana cucina locale) può partecipare a molte manifestazioni nel Lazio o percorrere i luoghi di San Tommaso.

Il Lazio con la sua vicinanza con Roma è attraversato da una fitta rete di sentieri e strade che nel passato sono state percorse da santi durante la loro vita. Dopo la Via Francigena e la Via Francigena del Sud, il Cammino di San Benedetto e il Cammino di San Francesco, ora gruppi di camminatori stanno seguendo anche il percorso di San Tommaso d’Aquino che si snoda lungo la Ciociaria.

Da non confondersi con il Cammino di San Tommaso dedicato all’apostolo Tommaso, un itinerario culturale, naturalistico e spirituale che parte da Roma per giungere a Ortona attraversando il cuore dell’Abruzzo.
Ma ripercorriamo brevemente la storia del santo diventato famoso e i paesi che mantengono viva la sua memoria con eventi, feste e manifestazioni il 7 marzo, giorno della sua morte e che la chiesa gli dedica.

Vita San Tommaso

Tommaso dei conti d’Aquino nasce nel 1225 nel territorio dell’odierna Roccasecca, precisamente nel Castello di Roccasecca, che allora faceva parte della Contea di Aquino nel Regno di Sicilia. Il castello in cui è nato domina l’intera valle e lì a fianco sorge la prima chiesa a lui dedicata.
Tommaso era il figlio più piccolo, a soli 5 anni fu inviato nella vicina Abbazia di Montecassino per ricevere l’educazione religiosa. Il suo destino era divenire politico o cardinale, o Abate della stessa Abbazia.

Ma dopo che le frequenti guerre tra il Papa e l’Imperatore portarono al declino dell’Abbazia, la sua famiglia lo fece spostare a Napoli dove avrebbe potuto continuare gli studi. Qui conobbe i frati predicatori dell’ordine domenicano e rimase profondamente colpito dal loro stile di vita tanto che nel 1244 entrò a far parte dell’ordine e fu inviato a continuare gli studi a Parigi.

La sua famiglia non accettò la scelta di entrare a far parte di un ordine mendicante e la madre inviò un corriere agli altri suoi figli, che in quel periodo stavano combattendo nella regione di Acquapendente, affinché intercettassero il loro fratello. I fratelli lo catturarono facilmente e su un cavallo e lo condussero a Monte San Giovanni Campano, dove fu tenuto prigioniero per due anni in un castello di famiglia mentre tutta la famiglia tentava di fargli cambiare idea.

Si narra che qui i suoi fratelli introdussero nella sua stanza una giovane donna saracena per distoglierlo dalla vocazione religiosa. Ma il Santo la scacciò con un tizzone ardente e secondo questa storia subito dopo cadde in un sonno profondo. Durante il sonno gli apparvero gli angeli che lo cinsero con il cordone della castità e lo liberarono dagli istinti sessuali. Infine i familiari dopo essersi arresi, lasciarono Tommaso libero far ritorno in convento a Napoli.

I suoi superiori decisero di inviarlo a Colonia dove divenne allievo di Alberto Magno.

Mite e silenzioso, obeso di costituzione, contemplativo e devoto, rispettoso di tutti e da tutti amato, Tommaso d’Aquino è soprattutto un intellettuale. Costantemente immerso negli studi, perde spesso la nozione del tempo e del luogo. I frutti della propria riflessione si tradurranno in una mole di libri che hanno del prodigioso.

Si narra che durante una disputa affrontata fu soprannominato “bue muto”, ma Alberto Magno esclamò: “Sì, egli è un bue, ma un giorno i muggiti della sua dottrina saranno uditi in tutto il mondo”.

Nel 1256, dopo essere stato ordinato sacerdote, iniziò la carriera accademica divenendo professore all’Università di Parigi.

Nel 1259, poiché dopo un triennio il professore doveva cedere la cattedra a un altro membro dell’ordine, Tommaso ritornò a Napoli.

Poi fu trasferito ad Anagni e da lì a Orvieto, dove ricevette vari incarichi da Papa Urbano IV che qui aveva posto la sua residenza.

In questo periodo di intensa attività inizia a scrivere la Summa Theologiae, che diverrà la sua opera più celebre. E’ stato proprio San Tommaso chiamato dal papa a riconoscere il Miracolo dell’Eucarestia a Bolsena, ossia la “certificazione” dell’ostia come parte del Corpo di Cristo.

A Viterbo si può visitare la chiesa di Santa Maria Nuova, una delle più antiche di Viterbo che risale all'XI secolo dove all’esterno si vede un elegante pulpito in pietra sull'angolo sinistro della chiesa dove secondo tradizione San Tommaso veniva a fare le sue predicazioni nel 1267.

 

Nel 1268 fu richiamato a Parigi per perché serviva placare i contrasti nati all’interno dell’università tra i sostenitori e gli oppositori del pensiero aristotelico d’interpretazione averroista. Secondo San Tommaso, che non era d’accordo con nessuno dei due, Aristotele andava valorizzato in senso cattolico.

Completato il suo secondo magistero, tornò a Napoli e ricevette l’incarico di reggente degli studi nello “studium generale” dei domenicani. In questo periodo iniziò la Tertia Pars della Summa Theologiae che portò a buon punto, ma non terminò. Si narra che la causa di quest’interruzione fu un qualcosa che lo colpì profondamente durante la celebrazione della messa del 6 dicembre 1273.

Mentre era in adorazione del crocifisso in una cappella della Basilica di San Domenico, durante il colloquio con Cristo ebbe una misteriosa visione.

Nel 1274 Tommaso, nonostante il suo stato di salute, si mise in viaggio per il Concilio che Gregorio X aveva convocato a Lione. Dopo qualche giorno di viaggio arrivarono al Castello di Maenza, nella diocesi di Terracina, dove si ammalò e perse del tutto l’appetito. Visto che la sua salute non migliorava, fu trasferito nell’Abbazia di Fossanova, nella quale morì il 7 marzo.

San Tommaso fu canonizzato nel 1323 da Papa Giovanni XXII il quale, a chi faceva presente che San Tommaso non avesse compiuto grandi miracoli rispondeva: “Quante proposizioni teologiche scrisse, tanti miracoli fece”.

San Tommaso d’Aquino è il più grande pensatore del Medioevo e viene considerato un “dottore della Chiesa”.
Vediamo ora come i paesi della Ciociaria lo festeggiano.

Roccasecca

San Tommaso nasce a Roccasecca e quando si arriva in paese si è accolti da una grandissima Statua di San Tommaso realizzata dallo scultore Vangi proprio all’inizio del Tracciolino, il percorso che collega con la Valle di Comino.
Roccasecca dedica al santo un ciclo di seminari fra marzo e aprile dal nome Manifestazioni Tomistiche che iniziano il 7 marzo, il giorno che la chiesa dedica a San Tommaso.

Nei nove giorni precedenti al 7 marzo, presso la chiesa madre dell’Annunziata, una messa seguìta da una novena in cui si ricordano gli avvenimenti principali della vita del santo. La sera del 6 marzo il territorio comunale si illumina alla luce dei falò e presso i ruderi del castello dei D’Aquino viene accesa la fiaccola del tripode, costruzione inaugurata nel 1972.

La giornata della festa, poi, inizia già alle 6,30 del mattino, quando nel piazzale di Corso S. Tommaso al Castello si raduna la banda musicale che al suono di caratteristiche marce si incammina verso la chiesa dell’Annunziata, dove alle ore 7 si celebra la prima messa.

L’appuntamento principale è per le ore 10 con la cerimonia liturgica accompagnata dai canti della Schola Cantorum, officiata dal vescovo della diocesi e spesso da un cardinale, con numerosi sacerdoti domenicani che vengono da ogni dove a tener vivo il legame tra questa terra e il loro ordine monastico.

Alla fine del rito religioso inizia la processione che si snoda lungo le strette vie del Borgo Castello e attraverso le strade principali di Roccasecca centro. Durante il percorso la gente che si trova ai lati della strada e sui balconi lancia fiori alla statua in segno di omaggio. La statua ad intervalli quasi regolari sosta presso caratteristici altari allestiti per l’occasione, in modo da permettere alle persone che la portano in spalla di riposarsi.

La processione del mattino termina nella chiesa di S. Margherita a Roccasecca centro, dove Tommaso rimane fino all’appuntamento serale con la messa vespertina. A questa segue una nuova solenne processione notturna con la quale la statua tornerà nella sua dimora abituale dell’Annunziata.

Il percorso di ritorno si snoda lungo il panoramico viale Paolo VI, che si inerpica lungo il monte Asprano. Molto caratteristica è questa processione perché complice il buio della notte, le persone devono portare in mano una torcia accesa che, unita alle lampade ad olio disposte lungo il percorso, creano un effetto scenico assai suggestivo.

L’arrivo nella Collegiata, i fuochi artificiali e la benedizione finale del parroco con la reliquia del santo concludono la giornata dei festeggiamenti. La processione serale fu istituita negli anni ’60 per permettere di partecipare agli eventi religiosi alle persone che la mattina lavoravano e oggi è diventata quasi la più importante e suggestiva.

Aquino

I conti d’Aquino erano proprietari di una vasta zona che includeva anche Aquino, dove forse Tommaso visse i suoi primi natali.

Oggi ad Aquino nella basilica concattedrale si trova una importante reliquia, la costola del cuore del Santo.

In occasione della festa del 7 marzo, Aquino dedica a san Tommaso convegni di studio a livello internazionale ed eventi a carattere religioso e tradizionale.

Dopo la Novena di preparazione della festa e le Sante Messe del mattino, nel pomeriggio si svolge la solenne processione per le strade della città. I festeggiamenti per San Tommaso si prolungano per diversi giorni. Il 7 marzo di ogni anno viene ricordato con una solenne messa nella Cattedrale di San Tommaso e San Costanzo officiata da un cardinale, alla presenza di migliaia di fedeli.

Segue poi una lunga processione con la statua lignea di San Tommaso donata nel 1880 da papa Leone XIII, anche lui grande estimatore di San Tommaso.

La sera del giorno 6 marzo, viene acceso un grande falò in una piazzetta del borgo medievale, davanti alla Casa di San Tommaso. Tanti altri falò vengono accesi in ogni angolo di Aquino e anche nei paesi limitrofi, secondo una consuetudine secolare.

Monte San Giovanni Campano

A Monte San Giovanni Campano si può visitare il castello dove è stato imprigionato San Tommaso che ora è parte di un complesso recettivo di rara bellezza.

Il paese dedica a san Tommaso, nei giorni precedenti al 7 marzo, incontri culturali e religiosi come le Sante Messe e l’Adorazione Eucaristica. Il giorno della festa, di mattina, si celebra la Santa Messa nella chiesa collegiata e si fa una visita guidata del borgo cittadino.

Sempre di mattina, parte la Processione-Corteo accompagnata dalla banda musicale del paese diretta al Castello Ducale dove nella Cappella di San Tommaso, viene celebrata la messa con il Canto dei Vespri. Poi la processione termina alla Collegiata con la partecipazione delle Confraternite.

Anagni

Ad Anagni, nella Chiesa di San Giacomo in San Paolo, su un altare della navata sinistra si ammira la "Croce di San Tommaso", o Croce Mistica, o Croce Angelica donata da Papa Gregorio XVI quando visitò Anagni. Nella “Relazione del viaggio" del 1843, di Vittorio Massimo, si legge:

"Celebre Croce di San Tommaso d'Aquino che abitò ed ebbe cattedra nell'annesso convento, ed ivi colle proprie mani delineò sul muro in lettere gotiche le devote parole + Crux Mihi Certa Salus, + Crux est quam semper ador, + Crux Domini mecum, + Crux mihi refugium, le quali partendosi dal centro ove trovasi l'iniziale C, e diramandosi da quattro parti in cinque linee, formano la mistica Croce, che da suo titolo viene detta Angelica e la cui immagine ha una sì sperimentata virtù contro i fulmini e le tempeste".

Maenza

A Maenza si può visitare Il Castello Baronale di Maenza, ristrutturato nel 1986 ed oggi visitabile gratuitamente. E’ utilizzato per iniziative culturali e si possono visitare le sue 25 stanze distribuite su quattro piani che ospitano una mostra permanente sulla storia del castello, e i costumi medievali e rinascimentali utilizzati dall’Associazione del Venerdì Santo in occasione delle diverse rappresentazioni.

Il castello risale al 110-1200 ed inizialmente era una torre di avvistamento, e le modifiche più importanti sono avvenute grazie all’insediamento dei Conti di Ceccano.

Al terzo piano del corpo centrale si trovava il piano nobile dove è possibile visitare la stanza dove soggiornò San Tommaso d’Aquino nel 1274 e che apparteneva alla nipote Francesca d’Aquino. La stanza con volta a crociera era interamente affrescata.
Da Maenza, San Tommaso malato fu trasferito nell’Abbazia di Fossanova, nella quale morì il 7 marzo.

Fossanova - Priverno

Fossanova, che fa parte del comune di Priverno, nasce intorno alla splendida abbazia gotico cistercense del 1100. Oggi si può visitare insieme al borgo medievale che si illumina in occasione di eventi con musica dal vivo e degustazione di prodotti tipici.

Il paese festeggia san Tommaso nei giorni precedenti al 7 marzo con il pellegrinaggio dell’ultimo cammino di Tommaso da Maenza a Fossanova, l’accoglienza nel borgo con la polentata del pellegrino e alcune rappresentazioni teatrali dell’ultimo viaggio di San Tommaso.

Il cranio di San Tommaso d’Aquino si trova nella Cattedrale di Priverno ed il 6 marzo, dopo la Santa Messa, si svolge la processione con la reliquia della testa del Santo mentre il 7 marzo la tradizionale fiera con il mercatino artigianale.

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Ricordi: il sapore della pasta fatta in casa e una Amatriciana alla Cicoria

Se devo pensare ad un suono o un sapore che mi ricorda la mia infanzia nel basso Lazio la mia mente corre subito alla tradizione di fare la pasta in casa per il pranzo della domenica.

Un suono nei ricordi da bambino ancora echeggia nella mia mente ed è quello del mattarello sul piano di legno, la ‘spianatora’, che girava quasi fosse un metronomo. Pochi lo sanno ma la pasta doveva fare un certo rumore per essere veramente ‘speciale’.

Zia Peppa era maestra nell’arte della pasta fatta in casa e le sue sfoglie erano perfettamente tonde e sempre dello stesso spessore, questo il ricordo di molti di noi. E quando la pasta ‘schioccava’ sapevamo che avremo passato una domenica indimenticabile. La pasta fatta in casa in tutte le sue forme: fettuccine, ‘fregnaquanti’ (i tagliolini delle mie parti), maltagliati, quadrucci, cannelloni, era l’anima del pranzo domenicale.

Noi avevamo 4 galline contate, c’è invece chi aveva un pappagallo. Le poche uova delle nostre galline erano perfette per lo scopo, poi la farina, le mani di zia e nulla più.  Mattarello e spianatora, così come i mestoli rigorosamente in faggio, venivano prodotti a Carpineto Romano, non so se c’è ancora qualcuno che li fa, sarebbe bello ritrovarli.

Penso che la pasta all’uovo incarni la tradizione culinaria del basso Lazio più di qualsiasi altro elemento. Si apre a migliaia di varianti e lascia libera la fantasia, dalle ricette tradizionali alle piccole interpretazioni personali, è sempre buona!
Stanno riaprendo piccoli mulini che tornano a macinare i grani antichi riscoperti da agricoltori locali.

Ricetta della Amatriciana alla Cicoria

L’Amatriciana sta a Roma come il Colosseo sta ai Sampietrini, che per chi non lo sapesse sono quei sassi a forma troncoconica di colore scuro con cui sono fatte molte strade del centro di Roma. Una volta venivano tutte dalla colata lavica vicino la tomba di Cecilia Metello dove passa l’Appia. Oggi quella colata è nel Parco dell’Appia Antica e i Sampietrini arrivano da altre parti.

L’Amatriciana è una ricetta semplicissima, quasi austera. In principio era la ‘gricia’, guanciale e pecorino e pepe, poi arrivò il pomodoro. Prende il nome da Amatrice ed era la pasta dei pastori e in montagna il pomodoro non era frequente. Aggiungendo o togliendo un elemento le varianti sono infinite.

Il guanciale si deve sciogliere lentamente in padella rigorosamente in ferro fino a diventare croccante poi aggiungiamo il pomodoro che cuoce nel grasso sciolto senza olio, sempre perché i pastori non avevano olio. Il pecorino è al servizio della pasta e null’altro.

Come dicevo questa base si presta a mille varianti: questa volta l’ho fatta togliendo il pomodoro e aggiungendo della cicoria di campo precedentemente appena sbollentata e ridotta al coltello.

Un impatto un po’ amarognolo, ma che poi ti conquista. Giusto per questa stagione.

Da berci? un Cesanese per tutta la vita!!

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Un modo diverso di vivere Albano Laziale e la sua storia, un legame con Roma talmente forte da far scrivere una storia in versi ad Orlando Filippucci che racconta la nascita di Roma in modo originale e sottolinea il suo amore per Albano Laziale, il paese d’origine della madre dei Castelli Romani.

Questi versi di Orlando Filippucci nascono dal ricordo frammentato di una lettura giovanile, pochi gruppi di versi: una quartina di senso compiuto e qualche distico dall’effetto comico.

Orlando, era nato nel 1913 e non si stancava mai di tessere le lodi di quello che definiva «’o mejo paese d’oo monno» ovunque incontrasse qualcuno che avesse voglia di fermarsi ad ascoltarle. E tra gli aneddoti che infiorettavano i suoi racconti non mancava mai la citazione di un arguto componimento poetico dedicato alla fondazione di Roma, in cui si era imbattuto da studente.

Quel componimento iniziava così: «Ar tempo de l’antichi, ... antichi assai, / già s’ereno imbrojate le matasse: / Notaveno ner mare de li guai, / ognuno co la febbre de sarvasse! ...». Orlando era sicuro di questo inizio, tuttavia gli anni avevano scolorito i dettagli più sostanziali. Ma i suoi sforzi empirici di risalire all’autore e recuperare l’opera recitandone l’incipit davanti agli addetti delle biblioteche, dove andava per cercarla, si sono sempre rilevati fallimentari.

Di incontro in incontro e di racconto in racconto, Orlando aveva cominciato allora a riempire con la propria fantasia poetica i vuoti tra quella prima quartina e gli altri versi tenuti a mente. E quella originaria narrazione sulla nascita di Roma era diventata l’occasione (ironicamente capziosa) di ristabilire il primato di Albano Laziale sulla città eterna!

Insomma, per lui, sempre affascinato dall’incomparabile magnificenza di Roma ma devoto all’incanto morbido del paese materno dove aveva trovato una moglie amatissima e un meritato successo lavorativo, la genesi della capitale d’Italia era conseguente alla fondazione del paesello limitrofo.

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Nella foto: Orlando Filippucci[/caption]

In barba alle cronache di Tito Livio, di Plutarco e di Dionigi di Alicarnasso, la versione della vicenda di Rea Silvia “secondo Orlando” contemplava il fatto che la sfortunata fanciulla fosse stata impalmata da Marte ad Albano nel santuario dedicato alla dea Vesta, e attuale chiesa di Santa Maria della Rotonda.

Romolo e Remo, fortunosamente tornati ad abbracciare Numitore dopo l’abbandono sul fiume e la conseguente adozione da parte della Lupa, avevano poi deciso di emigrare per questioni di spazio: regnare insieme al nonno in un piccolo paese sarebbe stato frustrante.

Negli ultimi anni di vita, libero dagli impegni professionali, Orlando aveva intensificato le ricerche del testo originario senza alcun esisto. Così, alla fine, ha deciso di mettersi alla scrivania e ricostruire la storia… a modo suo. Non senza la giusta dose di auto-irrisione, come dimostra la chiusa del suo Natale de Roma. «La storia ecchela qua, che nun me credi? / È tutta verità, parola mia… / me possino cecamme! Che nun vedi / che nun potrei mai dilla ’na bucia?», diceva strizzando l’occhio per sottolineare la fandonia.

Se avesse avuto accesso a internet, Orlando avrebbe scoperto con facilità che quel componimento letto in gioventù era Er Natale de Roma di Romolo Bacchini. Pubblicato dalla stamperia dei fratelli Strini di Albano Laziale nel 1929. Per fortuna, non è andata così e a noi resta oggi questa deliziosa bagattella intessuta di una vis comica che dà conto dell’anima castellana di un “arbanese”… non proprio DOC!

Per ascoltare la poesia clicca qui sotto: 

[audio mp3="http://discoverplaces.travel/wp-content/uploads/2019/02/Natale-de-Roma.mp3"][/audio]
Ed ora la storia in romanesco de ‘Er Natale de Roma’ di Orlando Filippucci:

ER NATALE DE ROMA


A noi de li Castelli ce fa spece
d’esse considerati la provincia:
ma ce la sai ‘na storia che se dice
che all’epoca de Zeuse ‘ncomincia?
Sì nato a Roma, embè, che d’è ‘sta boria?
Er Papa, er Colosseo… che sarà mai!
Pe’ fatte capì quanto te sbaj.
 
Ar tempo dell’antichi, antichi assai,
già s’ereno ‘mbrogliate le matasse
e notavano ner mare de li guai,
ognuno co’ la smania de sarvasse.
Puro all’Olimpo, in seduta generale
pe’ discute ‘na tassa ar parlamento
se scatenò ‘na buriana tale
da fatte ammutolì pe’ lo sgomento.
 
Volarno inzurti, cazzotti, sediate,
quarcuno cominciò a tirà serciate,
finché Marte, er dio de la guera,
sfilò la daga, la buttò pe’ tera
e disse: - Uffa co’ ste discussioni,
me so’ stufato: do le dimissioni!
Io me vergogno d’esse ‘n olimpiese
basta: ho deciso de cambià paese. -
 
E detto fatto, senza ripenzacce
manco nun fosse ‘n grande perzonaggio
prese co’ sé sortanto le bisacce,
ce mise drento er pane cor formaggio
e ‘mboccò de corza lo scalone
che dall’Olimpo scenneva ‘n de ‘ste zone.
Perchè vedi lui ce lo sapeva già
che questo è er mejo posto che ce sta.
 
E ‘ste parole mie so’ dimostrate:
er Papa, de cui tanto ve vantate,
a Roma ce sta solo a lavorà,
si ha d’annà ‘n vacanza… viene qua;
e ce sta tanto be’ che si potesse
ce resterebbe puro a di’ le messe.
Ma ‘sto discorzo lassamelo da parte
pe’ ritornà a vedè che sta a fa’ Marte.
 
A furia de camminà è arrivato a Arbano
e siccome se sente stracco e zoppo,
sulla porta chiede ad un guardiano
un bon arbergo da nun spenne troppo.
Questo, che dei sui ce n’ha già tanti,
nun se degna nemmanco de guardallo
e co’ la mano je fa segno d’annà avanti
comme si fusse facile trovallo.
 
- Ahò! burino, guarda che so’ Marte,
me devi da trattà co’ deferenza. -
Ma quello s’arivorta all’antra parte
mostranno la più grande indifferenza.
Er dio, che pe’ ‘st’iriverenza ce va ‘npuzza,
nun domanda arcun’antra spiegazzione
e se ‘cammina giù pe’ ‘na viuzza
cercanno a naso de trovà la direzione.
 
Perchè devi da sapè che l’arbanese,
che de tutto e de tutti se ne frega,
si tu je stai simpatico è cortese
ma si fai parte de quella congrega
che se dà l’arie, inzomma, puta caso
si c’hai ‘n po’ de puzza sott’ar naso,
pôi esse’ puro ‘n dio, tanto pe’ lui
nun conti più de li sputarci sui.
 
La dea Vesta, fatte conto, allora
all’arbanesi de quer tempo llà
je doveva piacè davero ‘n monno
si la trattarno tanto da signora
da dedicaje (e ce sta ancora sa?)
‘n palazzetto bello, tonno tonno,
‘na meravija che sorprenne ancora
qualunque sia perzona viè da fora.
 
Mò ‘sto palazzo, ar centro der paese
corpì er dio Marte, che ormai stracco morto
de chi fusse nemmanco se lo chiese
e gnisuno potrebbe daje torto.
- Sarà l’arbergo – mormorò fra sé.
Bussò. Da drento chiesero: - Chi è? –
- So’ Marte! sverti aprite che so’ ‘n dio
e tutti hanno da fa’ er volere mio. -
 
Quanno che spalancarono er portone
all’improvviso, fu ‘n’apparizione!
Ar dio Marte che fra celo e tera
de regazze n’aveva viste tante,
nun je parve che fusse manco vera
tant’era bella, e subbito, all’istante
se ‘ntrufolò, je fece lo sgambetto,
chiuse la porta e ce appuntò er paletto.
 
La povera dea Vesta, senza foco
paonazza dar freddo e intirizzita,
fu costretta a assiste, lì in quer loco,
finché quei due nun l’ebbero finita,
a tutta la faccenna: e sai che te dico?
Ce pôi scommette, se la legò ar dito.
L’affronto de faje spegne er foco
nun je se doveva fa’ manco pe’ gioco.
 
- A ‘sta vestale che oggi s’è permessa
de provocamme qua ‘sta gran gazzara
doppo d’avemme fatto la promessa
de sorvejamme sempre er foco all’ara,
je la farò pagà: è davero troppo! -
e detto fatto, quarche giorno doppo,
la povera vestale spaventata
se rese conto d’esse ormai fregata.
 
Annò da Marte: - So’ ‘ncinta! che se fa? –
- A me lo dichi? Ma levete de qua! -
E ‘sto morammazzato de ‘n vijacco
ch’era arivato lemme lemme e stracco,
se la filò de prescia e ‘sto cornuto
se ne tornò all’Olimpo e te saluto.
Rimase sola, nei guai de questo monno
Rea, la vestale der palazzetto tonno.
 
Rea Silvia, era lei quella vestale
la fija der poro Numitore
ridotto a poco più d’un servitore
da Amulio, er fratello suo carnale,
che l’aveva deposto e nun contento
aveva chiuso Sirvietta in quer convento.
E ner convento, doppo de ‘sto fatto,
è normale che je dessero lo sfratto.
 
Defatti quella pora disgrazziata
ner giro de du’ giorni fu scacciata
e doppo nove mesi tutti interi
te mise ar monno du’ gemelli veri.
Ma appena Amulio ne venne a conoscenza
pronuciò de gran prescia ‘sta sentenza:
- Io li gemelli li condanno a morte
e a Rea Silvia toccherà la stessa sorte. -
 
Er boja, ch’era ‘n fonno ‘n bon bojaccia,
penzò: - Me dispiace pe’ ‘sta poveraccia,
la devo da fa’ fora; ma si posso
je sarverò li fiji, me so’ commosso. -
E così Romolo e Remo se sarvorno
drento a ‘na cesta, giù giù lungo er fiume,
finché ‘n pastore che steva de llì ‘ntorno
nun li pescò, tiranno a sé la fune.
 
- Mò che ce faccio co’ ‘sti regazzini? -
se domannò er pastore preoccupato:
- Nun cianno ancora manco li dentini
e pescalli ber fesso che so’ stato.
Ce vorebbe er latte de ‘ste pecorelle,
però si nun ce faccio le caciotte
me tocca venne er gregge e buonanotte,
sull’ossa nun ce resta che la pelle.
 
Ner mentre se poneva ‘sto busilli,
passò ‘na lupa lì, co’ l’intenzione
d’alleggerirlo de tre-quattro agnelli
pe’ magnasseli giusto a colazzione.
S’avvicinò a quer cesto ‘ncuriosita
co’ l’acquolina e leccannose le dita.
E qua vie’ er bello, stamme ‘n po’ a sentì
che t’aricconto come annò a finì.
 
La lupa, ner vedè ‘ste creaturelle
morte de fame e tutte ‘ntirizzite,
se sentì strappà er core e le budelle;
fece: - Le genti qua se so’ ‘mpazzite!
Li allatterò io ‘sti du’ fijetti,
li farò cresce grandi ‘sti pupetti
e chissà, forze quelli de domani
me chiameranno madre dei romani.
 
E tutta presa da ‘sta bona azzione,
se scordò de botto de scannà l’agnelli
e ner mentre ch’allattava li gemelli
vidde er futuro coll’immagginazzione:
sentì la gente urlà: - Dai, forza lupi! -
rivorta ai discendenti delli pupi
e vidde puro, e co’ giusto orgojo
la statua sua ‘n cima ar Campidojo.
 
‘Sta lupa era davero ‘na gran bestia,
ciaveva ‘n core comme ‘na capanna
e puro si nun peccava de modestia
però pe’ li gemelli fu ‘na manna.
Defatti ‘n pochi anni ‘sti du’ pupi
allevati cor latte delli lupi,
se fecero tanto belli e coraggiosi
che so’ ancora li gemelli più famosi.

 
Quanno ‘sti du’ regazzi ormai cresciuti
seppero d’avecce ‘n dio pe’ padre;
che appena ar monno erano venuti
j’àvevano ammazzata Rea, la madre;
e che Amulio, quer grande farabbutto
era er solo corpevole de tutto;
partirno subbito, punti sull’onore,
alla ricerca der nonno Numitore.
 
Giunti davanti ar palazzo de ‘sto vecchio
trovarno du’ gendarmi corazzati:

Qua nun se passa, nun sete autorizzati! –

fecero quelli e s’opposero parecchio,
ma Romolo e Remo, forti e ben pasciuti,
li scazzottarno, e doppo du’ minuti
li poveri gendarmi corazzati
pareveno gianduiotti ciancicati.

Chi è che osa fare questo chiasso? –

E Numitore svejato dar frastono
venne fora urlanno da gradasso;
però subbito dovette cambià tono
ner vedè ‘sti regazzi così belli,
perché capì che erano i gemelli
che ‘n giorno quella fija sfortunata
partorì prima de morì ammazzata.
 
E quell’antico re, quell’arbanese,
‘nsieme a ‘sti nipoti belli e forti,
riescì ben presto a riscattà le sorti
de quello ch’era sempre er suo paese,
anche si quer fetente der fratello
l’era ridotto comme un poverello
er giorno che distrattosi un momento
ciaceva avuto ‘n rincojonimento.
 
Ormai ristabbilita la giustizzia
er paese tornò a esse ‘na delizzia.
Ce fu ‘n giorno però che Romoletto
disse ar fratello: - Qua ce stamo bene,
ma ‘sto paese se farà ‘n po’ stretto
si co’ nonno restamo a regnà ‘nsieme! –
E così, detto fatto, tutt’a ‘n botto,
pijò l’aratro e fecero fagotto.
 
Sulli colli che steveno vicino
Tracciò ‘n sorchetto, appena ‘n quadratino
ma sta’ sicuro, se capiva già
che sarebbe diventato ‘na città.
Roma, così pensarno de chiamalla
quanno quer giorno, quer ventuno aprile
invitarno lì, pe’ battezzalla,
Mamma lupa e l’agnelli dell’ovile.
 
C’era puro er nonno re, e poi er pastore
che dar fiume l’aveva ripescati,
e er dio Marte, che senza fa’ rumore
s’era confuso ‘n mezzo all’invitati.
C’era er popolo e l’aristocrazzia
e puro er capo della polizzia:
tutti assieme pe’ innaugurà er paese
fondato da li fiji de ‘n arbanese.
 
‘Nzomma, Roma è bella, ve l’ammetto
ma si n’era p’Arbano nun ce steva.
Si cioè Marte nun avesse fatto lo sgambetto
alla vestale che tanto je piaceva.
La storia ecchela qua, che nun me credi?
E’ tutta verità, parola mia…
Me possino cecamme! Che nun vedi
che nun potrei mai dilla ‘na bucia?

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10 anni di POMOS - Polo della Mobilità Sostenibile ad un nuovo inizio

Nel 2009 si inaugurava a Cisterna POMOS, il Polo della Mobilità Sostenibile, e il 2019 è il suo decennale: una occasione di festa ma anche di riflessione e di strategia per il futuro.

I centri di ricerca, per loro essenza, costruiscono il futuro (progettano quello che ancora non esiste) ed è importante fare previsioni sui cambiamenti che sono in corso e che avverranno nella nostra società per immaginare i prossimi 10 anni del POMOS.

Se nel 2009 l’industria italiana era ancora forte e la crisi solo all’inizio, oggi ci ritroviamo con 10 anni di crisi e un cambiamento socio-economico che ha stravolto le nostre comunità. Molte piccole industrie hanno chiuso, soprattutto per una improvvisa stretta creditizia delle banche e non per mancanza di prodotti e clienti. Sembra veramente che ci sia stato un disegno geopolitico di spostare le industrie in qualche altra parte dell’Europa o del mondo. Un piano che era impossibile affrontare a livello locale.

Da un punto di vista sociale, i centri periferici come Cisterna di Latina vedono un abbandono da parte dei giovani che sempre più spesso cercano fortuna all’estero. Giovani spesso laureati e formati che arricchiscono con le loro competenze e creatività altre imprese e altre nazioni.

Ma torniamo alla mobilità.

Il cambio di paradigma nella mobilità è in corso: incentivi alle auto elettriche, chiusura dei centri storici alle auto diesel ma, soprattutto, le grandi imprese che stanno dismettendo la rete di distribuzione dei carburanti trasferendo il rischio di impresa su tanti piccoli operatori locali. Quando avranno completato la dismissione della rete, il processo verso la mobilità sostenibile subirà una accelerazione.

L’auto è sempre più digitale e sociale e in generale è in corso un processo di ‘gamification’ all’interno di tutti gli strati della società. Le persone hanno una attenzione sempre più breve che viene aumentata attraverso processi di coinvolgimento che hanno come essenza quella del gioco.

Nel frattempo, in questi 10 anni a Cisterna di Latina il POMOS è diventata una eccellenza e tutti i ragazzi che lavorano al reparto corse o nei vari progetti di ricerca vengono assunti ancora prima di essere laureati. Progetta e realizza automobili ma anche barche e sistemi di ricarica veloce. Partecipa a progetti territoriali ed internazionali e si pone a supporto di un tessuto di piccole e grandi imprese. E ha un reparto corse che si fa apprezzare da tutte le altre università del mondo.

Come si combinano tutti questi scenari per pensare ad una ipotesi di strategia futura?

10 anni fa il POMOS era nato per essere una cerniera con il mondo delle piccole imprese perché era già chiaro che la geopolitica delle grandi industrie aveva scelto di abbandonare l’Italia. POMOS doveva essere un presidio di tecnologia e di competenze per poter permettere lo sviluppo di imprese di nicchia. E lo ha fatto egregiamente.

Oggi è in corso un cambiamento socio-economico verso comunità sostenibili, dove la parola ‘sostenibile’ si coniuga anche con la parola ‘digitale’. Lo avevo previsto nel mio libro ‘Sogni ed energie digitali’ ed oggi si avvera. L’Intelligenza Artificiale ci circonda e si è ormai insinuata nelle nostre vite e noi dobbiamo cambiare. Il senso della nostra vita lo ha espresso magistralmente Jack Ma, il fondatore di Ali Baba nel suo discorso a Davos nel 2018: empatia, arte, sport, conoscenza di sé stessi. Tutto il resto lo faranno i robot.

Questo significa un cambiamento totale per milioni di persone che non riescono a vedere ancora questo nuovo ruolo dell’uomo su questa terra. Ma significa che l’uomo deve imparare ad evolversi con le macchine, come predetto dal filosofo Bruze Mazlish nel suo libro ‘La IV Discontinuità: la co-evoluzione di uomini e macchine’.

Questo significa che i piccoli comuni e i loro abitanti, ad esempio, devono imparare ad avere dimestichezza con il digitale e con le infrastrutture connesse. Il rischio è l’avverarsi degli scenari della distribuzione della popolazione concentrata nelle megalopoli mentre si desertificano le campagne.

ONU, Pentagono, Aziende di Consulenza… ognuno con diverse prospettive, ma tutti si stanno preparando a questo scenario mentre noi cittadini periferici ci disperiamo per la perdita delle tradizioni e del patrimonio immateriale intriso nelle nostre comunità.

L’UNESCO compila una lista del Patrimonio Immateriale ma anche questa rischia di diventare una gamification come una visita a Venezia o come il famoso racconto England England di Julian Barnes.

Allora uno dei compiti del POMOS potrebbe essere quello di continuare il suo presidio di contenimento della deriva di accentramento dei poteri e di presidio delle comunità locali.

Il suo ruolo sarebbe quindi strategico non più solo nell’avanguardia tecnologica, in cui è ormai una vera eccellenza, ma nel supporto alla trasformazione delle comunità periferiche per farle diventare luoghi con una altissima qualità di vita.

Ma la politica deve giocare il suo ruolo che non è quello di spettatore degli scenari geopolitici ma un leader che guida la sua comunità verso il futuro. Un futuro che sarà bello se lo costruiremo tutti insieme, sarà invece un mostro se lo subiremo inermi.

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Dove festeggiare il Carnevale? Le migliori feste di Carnevale vicino Roma

Avete già scelto dove festeggiare il Carnevale? Il modo più italiano di viverlo è quello di partecipare ad una delle feste di Carnevale nel Lazio all’aperto dove la tradizione di ieri si intreccia con il divertimento di oggi. Carri allegorici e maschere sfilano per i paesi mentre sono organizzate manifestazioni enogastronomiche dove è possibile assaggiare i dolci tipici della tradizione locale.

Alcune manifestazioni si rifanno alla vita popolare, come la maschera di Rugantino a Roma che sottolineano e accentua le caratteristiche tipiche dei popolani. Altre sono un vero richiamo alla vita rurale come nel Carnevale di Velletri, chiamato Popolare Veliterno, una sfilata nata nel 1931 su carri agricoli addobbati con gli utensili del mondo contadino. Oggi quei carri sono stati sostituiti da grandi composizioni allegoriche.

Ma le manifestazioni più divertenti sono quelle goliardiche come il Carnevale di Frosinone che ricorda la rivolta dei frusinati contro le truppe francesi e si chiama la Festa della Ràdeca in onore delle foglie della pianta di agave che viene portata da tutti i partecipanti. A Pontecorvo il Carnevale affonda le radici nella storia della città, quando in passato era posta sotto l’attacco dei Mori.

Il più antico Carnevale del Lazio, e fra i più belli d’Italia, è senza dubbio quello di Ronciglione con le sue oltre 130 edizioni, i cui spettacoli ricordano episodi come le cavalcate degli Ussari e la Corsa dei Barberi. Le scuderie in cui la città si è divisa si contendono il Palio della Manna.

VITERBO

Il Carnevale di Ronciglione
Il Carnevale di Acquapendente
Il Carnevale di Civita Castellana

ROMA

Il Carnevale di Frascati
Il Carnevale di Tivoli
Il Carnevale di Velletri
Il Carnevale di Marino

FROSINONE

Il Carnevale di Frosinone
Il Carnevale di Pontecorvo

LATINA

Il Carnevale di Latina
Il Carnevale di Itri
Il Carnevale di Santi Cosma e Damiano

RIETI

Il Carnevale di Poggio Mirteto
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