Turismo tra i banchi, programma di educazione per le scuole

Come sviluppare nuove imprese turistiche? Come creare sensibilizzazione in una comunità affinché compia le giuste azioni per far arrivare turisti, far vivere loro esperienze emozionanti e li spinga a tornare?

Dopo anni dedicati allo story telling dei paesi minori, dopo aver visitato centinaia di borghi nel Lazio e nel resto d’Italia, dopo aver incontrato migliaia di imprese, ci siamo resi conto che c’è un vero problema culturale. Un problema che non si ferma alla mancanza della conoscenza della lingua inglese, ma della conoscenza del proprio paese e di come offrire esperienze ai visitatori e ai turisti.

Il programma ‘Turismo tra i banchi’ , quindi, è stato ideato per far conoscere il paese sotto una prospettiva diversa ai bambini ma anche ai loro genitori e nonni. E magari avere futuri imprenditori che vogliono lavorare in questo settore che al momento rappresenta oltre il 12 % del PIL nazionale.

Un programma della durata di un anno destinato agli alunni della scuola elementare delle classi III, IV e V con lo scopo di far scoprire agli alunni il proprio paese attraverso la lente di un turista. Gli alunni vengono prima  coinvolti nella realizzazione di contenuti per una Guida Turistica del loro paese (web o cartacea), poi partecipano a giochi di ruolo per stimolare un modo diverso di vivere il proprio paese.

Siamo in una economia in transizione, da una industriale ad una basata sui servizi al turismo, ma cosa sappiamo del turismo? Cosa realmente sappiamo di cosa sono i servizi al turismo?

Per poter aiutare e accelerare questa transizione abbiamo pensato alcuni programmi ed uno certamente riguarda le scuole. Turismo tra i banchi fa conoscere il proprio paese ma fa anche capire:

chi è il turista?

cosa cerca?

quali sono le sue necessità?

cosa può rendere indimenticabile la sua esperienza nel nostro paese?

Se sapessimo rispondere a questi temi in modo adeguato il nostro paese sarebbe pieno di turisti. Infatti oggi il turista emozionale è sempre più in cerca di esperienze in borghi minori e lontane dai circuiti più noti.

Finalità di “TURISMO TRA I BANCHI”

Si parte dal rispondere alle domande del punto sopra, in un programma elaborato per coinvolgere anche la famiglia dell’alunno e in questo modo sensibilizzare al tema del turismo tre generazioni: il bambino, i genitori e i nonni.

Il progetto si pone diversi obiettivi come:

la scoperta del paese e la sua valorizzazione come bene comune

la simulazione di essere un turista anche con un gioco di ruolo

una seduta di creatività per stimolare il coinvolgimento attivo del ragazzo e della famiglia nella ideazione di imprese/associazioni di sevizio al turista

Il progetto si divide in fasi in modo da coinvolgere gli alunni in modo sempre più pro-attivo secondo la famosa frase di J.F. Kennedy: ‘Non chiedete cosa può fare il mio paese per me, ma cosa posso fare io per il mio paese’.

Il nostro ruolo è quello di preparare gli insegnanti alla metodologia, di fornire loro supporto, di editare e pubblicare il volume e di organizzare la presentazione con la scuola.

Siamo partiti con le prime scuole e nel nostro blog documenteremo quello che stiamo facendo e i risultati ottenuti.
Stay tuned!

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“Saraceno a chi?”, la pasta di Terre Sane

Lo sai che il grano saraceno non è un grano?

Noi lo abbiamo imparato andando a fotografare le piantagioni di grano saraceno lo scorso luglio e con nostra sorpresa ci siamo trovati di fronte ad un campo di fiori bianchi con milioni di api. I campi erano coltivati dalla Cooperativa Terre Sane e il presidente Vincenzo Venditti ci ha detto che avevano calcolato circa 5 milioni di api in tutte le coltivazioni che gestivano.

Accanto al campo delle arnie confermavano la presenza degli insetti mentre il loro ronzio riempiva l’aria con una particolare musica.

Il grano saraceno non appartiene alla famiglia dei cereali ma a quella delle Poligonacee e per questo è privo di glutine. Forse il nome della famiglia deriva dalla sua strana forma a piramide con molti lati. Mentre il nome Saraceno si dice sia dovuto al fatto che è stato portato in Italia dai Turchi che venivano chiamati Saraceni.

 

Anche questa pianta, come moltissime altre, è originaria dell’Asia e per secoli è stata coltivata nelle zone di montagna del Trentino e della Valtellina. Infatti è un ingrediente fondamentale di alcuni dei loro piatti tipici come i Pizzoccheri e la Polenta di Taragna.

Il grano saraceno è ricco di minerali come il magnesio (ma anche manganese, rame e fosforo), vitamine del gruppo B, ed E, proteine e fibra. Ma questa pianta racconta non solo la storia di un alimento capace di aiutare chi soffre di diabete, di ipertensione e addirittura di tumore. Oggi il grano saraceno racconta anche storie di riscatto culturale che poi sono diventate un riscatto sociale.

Negli ultimi decenni, l’industrializzazione dell’agricoltura e il monopolio di poche multinazionali aveva portato alla fine della biodiversità e arricchito le nostre tavole con farine additivate con glutine e con presenza di reagenti chimici come il glifosato. Non è un caso l’aumento esponenziale di alcune malattie sia nelle aree di coltivazione di queste piante che fra i consumatori abituali di pasta.

Il ritorno all’agricoltura di molte persone, con un alto grado di istruzione da una parte, e dei consumatori informati dall’altra ha portato sempre di più a modificare le coltivazioni dei piccoli imprenditori.

Per combattere lo strapotere delle multinazionali che stabiliscono il prezzo del grano in una borsa merci agricola taroccando il fair play del mercato ha spinto alla riscoperta di grani antichi che non seguissero la logica del mercato.

Così nuovi agricoltori si sono avvicinati ai campi ed hanno iniziato a coltivare grani antichi e di cui si stavano perdendo le tracce. Senatore Cappelli e anche Grano Saraceno sono tornati ad essere nomi familiari a noi consumatori. Ovviamente tutte coltivazioni biologiche, addirittura omeopatiche.

Come consumatori, poi, non abbiamo più l’anello al naso e vogliamo sapere chi coltiva i campi. Vogliamo nome e cognome di chi ci fornisce le materie prime e i prodotti che finiscono sulla nostra tavola.

Così siamo andati a Ripi e abbiamo scoperto che il grano saraceno non è un grano, abbiamo sentito la storia della cooperativa Terre Sane che ha ripreso a coltivare piccoli campi sparsi per le colline di questo angolo affascinante della Ciociaria e di molti altri paesi.

Ci hanno portato nei campi di farro di Esperia, di Atina e di altri paesi di questa incredibile area che è la Ciociaria.

Un lavoro difficile con il sogno nascosto di ricreare un paesaggio fatto di campi coltivati che possa anche essere in grado di dare nuova armonia ai territori. Di far arrivare nuovi visitatori. Che possa far tornare nei giovani il desiderio di occuparsi del proprio paese e di non abbandonarlo in cerca di fortuna all’estero.

Il grano saraceno è allora il primo passo di uno stile di vita, un lifestyle, che unisce produttori e consumatori nella rinascita dei propri territori. Quello che serve ora è di diffondere sempre di più questa consapevolezza, di essere in tanti a sognare perché i sogni si avverano.

E se non si avverassero vivere per noi avrà avuto un significato diverso. E ci saremo divertiti insieme nelle cocomerate dopo il raccolto, nelle feste di paese, nel fare fotografie, nel raccontarlo e … nel mangiarlo insieme a tavola!

La storia del mugnaio e le ricette alla prossima storia.

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L'agnello e la cicoria: il coscio imbottito

L'agnello, carne regale per tutte le cucine contadine del centro Italia, è la carne della festa, dà origine a mille piatti, è ottimo anche in tartara. Ma oggi è tempo di coscio imbottito di cicoria.

Qui nel Lazio è il piatto più importante di tutti i paesi di montagna, soprattutto quelli che confinano con il vicino Abruzzo. Infatti per millenni le greggi hanno attraversato i sentieri della transumanza per raggiungere i freschi pascoli di alta quota in estate e i caldi pascoli vicino al mare in inverno.

Questi percorsi e questi viaggi che si sono ripetuti per millenni sono così identificativi che l’Italia ha candidato la transumanza all’UNESCO come patrimonio dell’umanità.

Il coscio imbottito di cicoria è un’alternativa al solito con le patate che rimane sempre un piatto da Re.

Preparazione ricetta Agnello e la Cicoria 

Il primo passo ormai lo conoscete tutti. Andate da un vero macellaio e fatevi dare un bel cosciotto di agnello.

Io vado al mercato di Via Trionfale e il mio macellaio mi dice pure il nome del pastore che portava in giro il gregge. Mi dice pure che tipo di erba ha mangiato l’agnello e devo dire che, dopo un po’, riesco a percepire la differenza fra i diversi pascoli.

Se sono nei paraggi qualche volta chiedo gli agnelli di Roiate, il paese vicino Subiaco dove c’è la più antica Sagra dell’Abbacchio del Lazio. Sembra un presepe arroccato sulla montagna e per secoli tutta la popolazione ha vissuto solo grazie alla pastorizia.

La cicoria invece la vado a comprare dalla bottega vicino al macellaio e anche qui so tutto sulla verdura che mi viene offerta.

Ormai poi, tutti i personaggi del Mercato di Via Trionfale stanno diventando star con i miei racconti e mi servono ancora meglio!
Disossate il cosciotto ed apritelo in modo da formare un foglio. Se non avete molta dimestichezza con i coltelli, questa parte fatela fare al macellaio, che però vi toglie la parte più divertente dell'opera.

Con le ossa fate un fondo di cottura e mettetelo da parte, lo useremo alla fine. Intanto pulite la cicoria, la sbollentate e la ripassate in padella con aglio, olio e peperoncino.

Sul foglio di carne mettiamo la cicoria ripassata e arrotoliamo il tutto legandolo con spago da cucina.

Il cosciotto lo cuociamo nella cocotte o nel tegame insieme all’immancabile rosmarino e aglio. Fatelo cuocere una ventina di minuti bagnandolo con un po’ di vino bianco e con il fondo che avevamo preparato.

Servitelo a fette magari adagiate su una fetta bruscata di pane di Genzano. Il pane di Genzano è quello così famoso da essere ormai diventato un prodotto tipico del Lazio.

E siccome il Lazio è il protagonista di questo piatto, beviamo un cabernet di Atina, un DOC laziale frutto di un studio di un grande enologo di fine 800.
 

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Incontro con Rocco Maiuri fondatore del Ciociaro Club di Windsor

Abbiamo incontrato Rocco Maiuri in occasione di una giornata dedicata a 'Emigrazione: un patrimonio di storia, tradizioni e lavoro degli italiani all'estero' organizzata dall'ANFE - Associazione Nazionale Famiglie degli Emigranti e dall'associazione YourFuture.

Ci siamo incontrati nella superba sala Vittorio de Sica del Palazzo della Provincia di Frosinone dove era stato organizzato questo incontro.

L'obiettivo era quello di ricostruire i ponti cercati tra queste due "rive" lontane. Si tratta degli emigranti che dal 1870 hanno lasciato la Ciociaria e le loro famiglie e luoghi di origine.

Ora sembra tutto semplice, Skype, Facetime e Facebook sono bridge digitali che mantengono vivi i contatti. Ma fino a non molti anni fa c'erano "carta e penna" e talvolta il telefono.

La prima ondata di emigrazione avvenne subito dopo l'Unità d'Italia e quegli emigranti erano spesso persone prive di istruzione che conoscevano a malapena qualcosa di più della storia della loro città e forse di quelle vicine.

Quelle persone sono ormai giunte alla IV, V e VI generazione e molti dei loro discendenti vogliono scoprire le proprie radici. Ma non parlano italiano e non hanno parenti di primo o secondo grado da contattare.

Vogliono sapere qualcosa della loro famiglia, del paese, delle tradizioni e dei costumi vissuti dai loro antenati.

Sembrano richieste semplici ma sono tante le barriere da superare per avere queste risposte: la lingua, la storia dei piccoli borghi in modo comprensibile per un turista, le emozioni da vivere per chi conosce entrambe le culture.

La storia di Rocco Mauri ha commosso tutti: quando ha detto di aver finito il liceo a Ceprano prima di seguire la sua famiglia che si era già trasferita negli Stati Uniti.

Ha fatto di tutto ma sempre con la curiosità e la voglia di intraprendere un viaggio che doveva essere migliore di quello che aveva lasciato.

Poi con amici fondano il Ciociaro Club. Nessuno credeva che ci sarebbero riusciti, sembrava un'avventura troppo grandiosa!

Si trova a Windsor, in Canada, nell'unico punto che si trova a sud degli Stati Uniti ed è separato da Detroit da un ponte (o tunnel) che attraversa il fiume Detroit. La facciata ricalca quella del Santuario della Madonna di Canneto di Settefrati ma alle sue spalle c'è un edificio moderno che risponde all'esigenza di intrattenere, pur non perdendo la memoria del passato.

Non solo celebrano le feste dei singoli paesi come si svolgono in Italia, ma i ristoranti servono oltre 3000 pasti a settimana e nel parco di 18 ettari si trovano diversi campi da calcio, da baseball, piste ciclabili e molto altro.

"Prima del Ciociaro, gli emigrati italiani dicevano di venire da un posto 'vicino a Roma', ma ora sono orgogliosi di dire che vengono dalla Ciociaria!"

L'esigenza di ricreare un ponte è molto forte e per questo Discover Places nasce come portale bilingue che racconta le storie dei territori del Lazio come www.discoverplaces.travel che viene letto molto in Canada e USA.

Per questo abbiamo ascoltato con grande interesse le segnalazioni ei racconti dell'ANFE, in particolare Paolo Castaldi che è il rappresentante della provincia di Frosinone.

Siamo certi di poter dare il nostro contributo a questi ponti digitali ma anche reali con il programma 'scopri le tue radici' di giornate personalizzate dedicate a chi vuole conoscere la storia della sua famiglia e del suo Paese di origine.

E magari a giugno saremo tutti al Ciociaro Club con il premio Rocca d'Oro del giornalista Giancarlo Flavi che con il generale Carlo Felice Corsetti e la banda dei Carabinieri stanno organizzando uno scambio di cerimonie tra Italia e USA!

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Pollo alla Cacciatora, quello di Zagarolo

Ogni paese ha la sua cacciatora e questa è una costante. Mi è capitato di girare l’Italia in lungo ed in largo e non ne ho mangiate due uguali. Soprattutto nel centro Italia!

Ma una me la ricordo e sento ancora il sapore in bocca se chiudo gli occhi.

La cuoca si chiama Nonna Rosa, ciociara doc trapiantata ai primi del ‘900 a Zagarolo terra di buoni bianchi. Anzi hanno appena concluso la Festa dell’Uva che è una delle più antiche in Italia (ma non lo dite a Marino) e che coinvolge tutti gli abitanti.

Una città stranissima: dall’alto sembra una freccia perché è fatta da una strada costeggiata da case che poi confinano con uno strapiombo. Praticamente si sviluppa solo in lunghezza su un costone di tufo e per fare una circonvallazione hanno dovuto ricavare uno spazio bucando la montagna.

A metà strada, poi, un enorme palazzo sbarra il cammino e la strada centrale deve farsi spazio nelle pendici della collina. È Palazzo Rospigliosi, una volta anche fortezza dei Colonna che vi hanno affrescato le scene della famosa battaglia di Lepanto.

Oggi ospita il Museo del Giocattolo e un incredibile numero di manifestazioni che si avvicendano ogni settimana.

Non è un paese per chi soffre di vertigini!

La sua cacciatora mi ha lasciato un ricordo pungente ed appetitoso: sia la cacciatora di pollo che di coniglio. Forte ed austera come quella terra.

Come procedere per la ricetta

La prima cosa è la scelta della carne. Non prendete quella del supermercato che non sa di niente e si sfalda appena messa in padella. Per una vera cacciatora serve la carne vera, quella di animali allevati sull’aia o in piccoli allevamenti.

Io come al solito vado dal macellaio del Mercato di Via Trionfale. Ma cercate nei mercati vicino casa vostra e lasciatevi consigliare dagli esperti.

Intanto si inizia al mortaio dove bisogna battere un paio di alici con salvia e rosmarino. È il cuore della ricetta e per rendere saporito il battuto, sciogliete il tutto in un paio di cucchiai di aceto e un po’ di vino bianco.

Il pollo rosolatelo nella padella di ferro con aglio e peperoncino. Quando è arrivato quasi a cottura, il pollo va sfumato a fuoco vivo con il battuto del mortaio.

La cacciatora va servita bollentissima!

E non preoccupatevi di farvi sorprendere a fare la ‘scarpetta’ con il pane. Solo quelli senza cervello si privano di questa gioia immensa.

Il vino per accompagnare la cacciatora? Un trebbiano ci casca giusto a pennello.

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L’ultimo tratto della Via Francigena in Tuscia, la via dei pellegrini che parte da Canterbury in Inghilterra, ha un suo fascino particolare e attraversa uno dei territori più belli del centro Italia dove natura e cultura si fondono in modo magico.

La sera si entra in borghi magici e non si sa dove guardare per la bellezza artistica dei luoghi, di giorno le campagne e i boschi incantano con la loro bellezza naturalistica. Proceno, Acquapendente, San Lorenzo Nuovo, Bolsena, Montefiascone, Viterbo, Vetralla, Capranica, Sutri e Monterosi.

Ma forse la vera magia è nelle storie delle persone che si incontrano nei borghi che raccontano le particolarità di ogni luogo con leggende ed episodi che richiamano un passato straordinario. Spesso le storie sono antiche di millenni.

120 chilometri di sorprese

Proceno

Si entra nella Tuscia del Lazio attraverso il borgo di Proceno dal cui castello si dominano tre regioni. Sapete la prima storia da dove inizia? Dagli Etruschi, ovviamente!

Proceno deve il suo nome al re etrusco Porsenna che durante una battuta di caccia fu ferito da un cinghiale e decise di passare la notte in un bosco circondato da fiumi. Qui fondò questo borgo che poi ha trascorso la sua storia medioevale nello Stato Pontificio.

Da Proceno si arriva ad Acquapendente, ancora un borgo Etrusco fondato fra diversi corsi d’acqua e su due diversi colli. Gli etruschi erano in realtà grandi ingegneri e sceglievano di insediare i loro centri alla confluenza di corsi d’acqua.

Acquapendente

Acquapendente è nota per il suo spirito belligerante che la ha portata ad opporsi all’imperatore Federico Barbarossa e a distruggere il suo castello. Questo spirito si può ancora trovare negli abitanti sempre inclini a proteggere la loro autonomia da ogni interferenza esterna.

Ma forse Acquapendente è nota in tutta Italia per la Festa dei Pugnaloni che a maggio celebra la Madonna del Fiore. I pugnaloni erano lunghi bastoni usati durante l’aratura e oggi sono diventati dei mosaici di fiori che vengono portati in mostra a ricordo di un miracolo. Infatti dopo la fioritura di un bastone di ciliegio le persone si ribellarono al governatore di Federico Barbarossa. Un fine settimana che richiama turisti da ogni parte.

San Lorenzo Nuovo

Tappa intermedia a San Lorenzo Nuovo da cui si inizia a vedere il lago di Bolsena. Uno dei pochi ‘paesi di fondazione’ voluto da papa Clemente XIV per proteggere dalla malaria gli abitanti di San Lorenzo alle Grotte.

Bolsena

Il cammino continua arrivando al lago seguendo l’antico percorso della via Cassia e la prima tappa in riva alle acque è a Bolsena, la città famosa per il Miracolo dell’Eucarestia. Il santuario di Santa Cristina è meta di pellegrinaggi dal giorno del miracolo e il flusso di persone sembra non terminare mai.

Ma Bolsena è una località turistica tra le spiagge e le regate. La via Francigena dovrebbe sostare qualche giorno per poter assaporare tutti i piaceri che offre la città.

Da non perdere la cucina con i pesci di acqua dolce. Sono una specialità che merita il viaggio. Pochi sanno che il re d’Inghilterra è venuto a Bolsena perché qui si è combattuta una importante battaglia durante la II Guerra Mondiale e c’è un cimitero del Commonwealth.

Montefiascone

Siamo a 100 chilometri dalla tomba di San Pietro!

Un panorama mozzafiato del lago e di 4 regioni italiane: Lazio, Toscana, Umbria e Marche. Dal suo belvedere si scorgono bene le isole Martana e Basentana. Secondo gli Etruschi questa ultima era una delle porte nel mondo degli inferi e molti etruschi vi entrarono per non sottostare al dominio di Roma che li aveva conquistati.

Montefiascone si riconosce da lontano per la magnificenza della sua cupola. Ma un’altra storia copre di fascino questo incantevole borgo. È quella del vescovo Johannes Defuk che mandava il suo coppiere a selezionare i vini da bere durante il percorso dalla Germania a Roma per l’incoronazione di Enrico V.

Il coppiere doveva scrivere la parola ‘est’ nelle locande in cui si serviva il vino giusto. E a Montefiascone scrisse ‘Est! Est!! Est!!!’. Non è un caso che Defuk si sia poi fatto seppellire a Montefiascone e abbia lasciato una eredità per continuare i festeggiamenti del vino.

Oltre al vino bianco DOC non si deve perdere l’olio e i piatti della tradizione locale.

Viterbo

Che dire di Viterbo. Cercate di spendere almeno un fine settimana per poter godere di tutte le sue offerte. Una città che ospita una università è sempre vivace e ricca di eventi musicali, culturali ma anche di solo svago.

Una città totalmente medioevale rinchiusa da grandi mura con 9 porte di accesso ciascuna con un fascino diverso.

Soprattutto una città famosa per la Macchina di Santa Rosa, una struttura alta quasi 30 metri che viene portata in giro per la città in occasione dei festeggiamenti della patrona Santa Rosa. Una macchina e una manifestazione che sono diventate patrimonio immateriale dell’UNESCO.

Se non avete abbastanza tempo, allora tornateci!

Vetralla

Lo sapete che Vetralla è gemellata con Venezia? Ma come fa una città fondata dagli Etruschi in aperta campagna a gemellarsi con una città fondata sull’acqua da chi scappava agli Unni.

Ad unire le due città sono due cerimonie molto sentite: Lo Sposalizio dell’Albero a Vetralla e lo “Sposalizio del mare” a Venezia.

La festa di Vetralla ha origini antichissime e risale ai riti pagani di fecondità di primavera per propiziarsi un buon raccolto.

Ma questa cerimonia inizia in questa forma nel medioevo durante le discordie con Viterbo per il possesso dei boschi del Monte Fogliano donata a Vetralla da Innocenzo III nel 1206.

La festa ribadisce la vittoria da parte di Vetralla. La mattina dell'8 maggio, un corteo di cavalieri in costume entra nel bosco fra gli applausi della folla davanti l'eremo di Sant'Angelo. Qui vengono addobbati due alberi, un cerro e una quercia, con fiori e uniti da un candido velo da sposa. Il sindaco celebra il matrimonio con l'accompagnamento della banda musicale. Dopo la cerimonia e la benedizione inizia il banchetto del matrimonio.

Capranica

Un vero borgo medioevale al quale si accede attraverso una particolare porta con l’orologio che un tempo era l’ingresso al castello degli Anguillara. Palazzi medioevali, rinascimentali e ottocenteschi rivelano il fascino che Capranica ha esercitato per secoli con un famoso santuario disegnato dal Vignola poco fuori del borgo medioevale.

La festa di San Terenziano con i Foconi è una delle più suggestive di tutta la Tuscia. La processione si reca dal centro del paese alla chiesa dedicata al santo percorrendo al buio un tratto di campagna illuminato da grandi fuochi fatti con rami di ginestra che vengono detti Foconi.

Un’altra cerimonia religiosa molto partecipata è quella della Madonna delle Grazie, nel mese di maggio. La statua è una delle poche ‘vestite’, ossia che indossa vere vesti preziose, viene portata in processione su una complessa e artistica macchina.

Sutri

Indescrivibile Sutri! Dalla città antica all’interno di un parco archeologico di circa 7 ettari. Qui si trova una necropoli etrusca ma anche la parte romana con uno splendido anfiteatro costruito intorno al II secolo AC.

Una vera magia: dall’anfiteatro si attraversa un bosco sacro per arrivare in cima alla collina a una splendida villa rinascimentale (oggi sede del parco) con un giardino all’italiana che è un vero gioiello. Si riscende poi a valle passando davanti ad un Mitreo, una caverna affrescata che lascia intense emozioni.

Dalla Sutri antica si vede la collina di fronte con la Sutri nuova (medioevale) dove il panorama è dominato dalla cattedrale con un alto campanile.

Attraversando il paese si è colpiti da mille piccoli dettagli e lo sguardo vaga da un punto ad un altro. Fate attenzione perché la città ama la bella vita e troverete sempre qualche attività o festa in corso.

Monterosi

L’ultimo paese della Tuscia, quello che risente di più della sua vicinanza con Roma. Negli ultimi anni è diventato sempre di più un luogo scelto dai romani che amano la campagna e vogliono abitare fuori dal centro della città.

Monterosi ha uno dei campi da golf più belli vicino Roma e vi accoglie con un belvedere dove lo sguardo arriva direttamente alla meta finale del viaggio.

La tomba di Pietro è vicina... e forse dispiace un po’ lasciare la Tuscia ma una volta che l’avrete scoperta non potrete fare a meno di tornare. A proposito, non perdete l’oro della Tuscia: ospitalità e una cucina da non dimenticare facilmente!

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La rivincita di ciclisti, giardinieri e sommelier

Siamo oggi in un No Place, nella Cina orientale, in una città che replica ogni altra città che è cresciuta da meno di 1 milione di abitanti 20 anni fa a circa 10 milioni di abitanti oggi.

Una città che ha seppellito il suo stile di vita rurale, una città che ha demolito la sua storia, una città che ha eliminato la sua fabbrica di mattoni rustici, ma una città che ha fatto rivivere un aspetto della "vecchia Cina comunista", la bicicletta.

Ce ne sono centinaia in questa calda domenica estiva, in attesa di essere possedute, solo temporaneamente lunedì per trasportare i cavalieri di qua e di là ai loro nuovi lavori "hi tech" o per diventare servitori al dettaglio nei massicci centri commerciali che ora si sparpagliano in sobborghi ancora solo parzialmente abitati.

Una città di motociclisti e giardinieri.

Anche a quest'ora, abbastanza presto, ci sono spazzini sulle autostrade, forse appena usciti dalle loro case, a spazzare piccole tracce di carta e sigarette per dimostrare la quasi perfetta pulizia delle moderne infrastrutture della città.

Ovunque lungo le arterie principali ci sono i giardinieri.

Ho incontrato quattro persone, uomini e donne, che hanno riportato alla luce alberi giovani che sono stati spazzati via dalla loro incontaminata verticalità dalle tempeste e dalle tempeste di ieri. Sembra che i padri della città debbano avere una semplice regola per combattere i cambiamenti climatici, piantare un nuovo albero per ogni residente che arriva dalla periferia o dalla lontana Cina rurale.

Sì, l'inquinamento atmosferico nella Cina orientale è scoraggiante, ma gli alberi stanno facendo la loro parte per assorbire l'anidride carbonica, mentre le città aspettano la pioggia per lavare via lo smog. E poi vivono per il successo della politica dei veicoli elettrici per eliminare progressivamente gli effluenti dispersi nell'aria dal massiccio afflusso di traffico veicolare.

Indietro in nessun posto. Ho bisogno di un drink?

Era davvero caldo e pieno di vapore, quindi sono tornato al mio No Place 5 Star Hotel per ripararmi nell'intenso condizionamento dell'aria del palazzo di marmo che sembrava un approccio ragionevole ma egoista al primo pomeriggio.

Negli ultimi 20 anni, la Cina ha sviluppato una fiorente industria vinicola, in particolare il vino rosso, con marchi come il famoso Great Wall, i vini che sono piacevoli da bere e circa un terzo del prezzo dei loro cugini francesi.

Riconoscendo che era un po' presto per un aperitivo del genere, ho cercato il caffè per un corto nero. Pur essendo deluso dal prezzo di 25 RMB per qualcosa che non era nemmeno uno standard di Starbucks, ordinai un secondo e mi sedetti a sognare, praticamente da solo nella sala da pranzo imbottita.

Arrivò una coppia americana e chiese un bicchiere di vino rosso, mentre la moglie cercava solo un'acqua per dissetarsi. Ero abbastanza vicino al bancone per ascoltare la maggior parte della conversazione. Sembrava che non fosse possibile acquistare un solo bicchiere di vino in questo hotel a 5 stelle, e che la sua richiesta potesse essere soddisfatta solo con l'acquisto di una bottiglia, a un prezzo vicino a 200 RMB.

Immagino che abbia coinvolto sua moglie nella condivisione, abbia completato l'acquisto (in anticipo) e che abbia preso in consegna i compiti di rimozione del sughero dalla cameriera, quindi ha chiesto di portare due bicchieri di vino. Purtroppo, a quanto pare il bar non aveva bicchieri da vino e poteva offrire solo bicchieri di carta, che sono stati respinti.

L'americano si diresse verso la sezione self-service del caffè e in qualche modo, trovò due grossi barattoli di vetro, forse occhiali da birra, e con un'espressione ironica sul viso e un mormorio alla moglie, si sistemò su una panca e svuotò la bottiglia di vino all'incirca nei due bicchieri.

Sembra che l'infrastruttura alberghiera sia stata completata a un livello 5 stelle, ma la cultura turistica deve ancora essere portata alle aspettative occidentali, a meno che una mezza bottiglia di rosso non sia la fiera del pranzo.

Molti giardinieri, molti motociclisti e presto ... molti sommelier!

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Era l'ultima sera d'estate ad Ariccia, la città dei Castelli Romani legata inestricabilmente ad Albano Laziale da uno straordinario ponte a tre livelli che attraversa la voragine sottostante.

Avevo guidato per raggiungere la Via Appia ad Albano Laziale e ora mi trovavo sull'estremità di Albano e guardavo stupefatto. Da questa parte il traffico arriva da Roma e sul lato di Ariccia striscia per andare a Genzano, poi a Nemi e Velletri. Ma i piaceri che cerchiamo sono ad Ariccia.

Venendo da Albano a piedi, come ho fatto io, avendo trovato per fortuna un posto di parcheggio, ho invitato la mia compagna a riposare un po' alla bancarella "formaggi e vini" per assaggiare l'ultimo boccone ad Albano prima di attraversare quello che un tempo era conosciuto come il ponte dei "suicidi".

Ora il ponte protegge quei cercatori dell'eternità con una rete infilata a pochi metri sotto il parapetto. Nondimeno, per me la sensazione di vertigini è reale mentre guardo oltre il muretto: la rete ce la farebbe a contenermi?

Quindi, sopravvissuto alla tentazione mortale e all'ammirazione del grande ponte ad arco, che altro cercano i visitatori ad Ariccia?

Di gran lunga l'altro sito più conosciuto è il grande palazzo della famiglia Chigi, in piedi lungo la strada appena oltre il ponte. Ma per i romani che guidano in città è semplicemente un punto sulle loro ricerche per la perfetta 'porchetta' – il prodotto IGP di Ariccia.

Per noi, questa sera, il palazzo attira la nostra attenzione. Dalla metà del 1600 è stato conosciuto come il ritiro estivo e del fine settimana dei Principi Chigi. Normalmente la loro casa era in Piazza Colonna a Roma, vicino ai palazzi delle altre famose famiglie che hanno fatto la storia medievale e rinascimentale.

Di fronte al palazzo, che ora è sotto la protezione della città, si trova la chiesa a cupola progettata dal grande architetto Bernini ma che oggi ha un sapore diverso dalla religione. Su ogni lato della facciata, si trovano bar che si sono moltiplicati per saziare il gusto e la sete di locali e dei visitatori nelle calde serate: Sacro e Profano.

Se ti è concesso il piacere di una visita all'interno del palazzo scoprirai che questa magnifica residenza è stata per qualche tempo, niente altro che una casetta di caccia (Barco) per la famiglia e gli amici dei principi.

Erano già ricchi, ma diventano famosi in tutto il mondo quando, a metà del XVII secolo, i Chigi, come la maggior parte delle grandi famiglie italiane, "diedero alla luce" un papa. Prese il nome Alessandro VII.

Lasciatemi raccontare un po' di più sul "casino di caccia". Nella parte posteriore del palazzo che sale sulla cima delle basse colline, un po' più di 500 metri, si trova una foresta verdeggiante. Il bosco sacro: 28 ettari di quello che un tempo era il più grande "nemus aricinum" (boschetto di Ariccia) consacrato alla dea Diana.

Questa zona ospitava una volta gli animali "selvaggi", oggetto della caccia. Fino a poco tempo fa, credo, ma non sono sicuro, la foresta era la casa di un branco di "caprioli" che sono stati trasferiti altrove per scoraggiare la loro abitudine di masticare la base dei tronchi d'albero - un modo naturale di fare la ‘cercinatura’ (la rimozione della corteccia).

Stando di nuovo sulle scale nella parte anteriore del palazzo, sono attratto dal motivo per cui i romani si affrettano a venire a cena ad Ariccia: l'aroma del maiale arrosto.

Se segui il tuo naso come ho fatto dall'ingresso del palazzo verso il centro di Ariccia, troverai 4 o 5 scalini che portano a una "grotta del vicolo del porco", un ingresso molto stretto per un ristorante di "porchetta", Antico Grottino.

Non scappare! Rimani ad assaggiare la degustazione raffinata offerta dal team del Grottino e a sorseggiare un bicchiere di vino bianco selezionato dalla casa.

Il motivo della visita?

Nel fine settimana si può fare una visita speciale al Palazzo organizzata da guide turistiche e attori che raccontano alcune vecchie storie in modo originale. Nelle stanze e nelle scale del palazzo, alcuni attori rappresentano i momenti importanti della storia della famiglia Chigi (che è anche la storia di Roma).

Suggestivo!

Tornerò un po' più avanti in autunno per vedere più di Ariccia e sicuramente per fare una passeggiata nella foresta che i "grandi turisti" hanno apprezzato e artisticamente raccontato così tanto.

Non so se sia meglio ammirare l'architettura e la natura di Ariccia dei Chigi o semplicemente assaggiare le meraviglie culinarie di Ariccia di Roma?

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