Albano Laziale - Stemma by Benedicta Mary Lee
Albano Laziale - Stemma by Benedicta Mary Lee

Il nome di Albano Laziale è intrinsecamente legato a quello della importante città di Alba Longa nata prima di Roma e per anni a capo della Lega Latina, un gruppo di città che tentava di opporsi all’avanzata di Roma.

L’area era allora abitata dai Latini e la nascita di Alba Longa è raccontata da Virgilio nell’Eneide. Si narra che la città sia stata fondata da Ascanio, il figlio di Enea, esattamente trenta anni dopo la fondazione di Lavinio.

Secondo questa leggenda, sarebbe stata una scrofa bianca che apparve in sogno ad Enea ed indicò il luogo dove fondare la città di Lavinio. Su questo posto la scrofa partorì 30 porcellini che rappresentavano gli anni che separavano dalla fondazione della città di Alba Longa. Secondo altri questi 30 porcellini rappresentavano le 30 città che avrebbero poi fatto parte della Lega Latina contro Roma.

Il primo re Albano sarebbe quindi stato un troiano e la dinastia proseguì per molti secoli fino al famoso re Numintore che fu scacciato dal fratello Amulio. Ma una profezia aveva predetto ad Amulio che sarebbe stato ucciso da un discendente di Numintore. Allora Amulio prese Rea Silva, l’unica figlia di Numintore e la fece diventare una sacerdotessa Vestale e a fare il voto di castità.

Ma Rea Silva tradì il giuramento e si accoppiò con il dio Marte e rimase incinta di due gemelli. Per salvare la vita ai suoi figli, li mise in una cesta e li affidò alle acque del fiume Tevere. La cesta si arenò su una insenatura vicino al Palatino e i gemelli vennero allevati da una lupa eppoi dal pastore Faustolo e da sua moglie Acca Larenzia.

Quando crebbero, venne raccontata loro la storia e i due gemelli tornarono ad Alba Longa per rimettere il loro nonno sul trono. Poi fondarono una nuova città che prese il nome Roma.

Il potere di Roma crebbe così tanto che nel VII secolo nella sua espansione si scontrò con Alba Longa e inizialmente le due città decisero di non guerreggiare ma di far decidere la loro sorte affidandosi ad una competizione dei loro tre migliori guerrieri.

Fu così che nacque la contesa fra i tre fratelli Orazi di Roma contro i tre fratelli Curiazi di Alba Longa. La storia è nota e vinsero i Romani, ma latomia degli Orazi e Curiazi è ancora visibile nella attuale Albano Laziale

Il seguito Alba Longa tradì l’accordo con Roma e cercò di alleare le città della Lega Latina per combatterla. I romani con il loro re Tullo Ostilio vinsero nella battaglia di Fidene nel 673 a.C. e rasero al suolo Alba Longa che da allora non è ancora stata individuata.

La scrofa bianca accompagnata dalla scritta mater Urbis, però, si trova ancora oggi sullo stemma della città di Albano Laziale per ricordarne le sue origini leggendarie come madre di Roma.

I Romani hanno sempre chiamato Albanum l’area dove sorge l’attuale Albano Laziale e Ager Albanus il territorio circostante che riconoscevano come il luogo dove un tempo sorgeva di Alba, la madre di Roma.

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Grani Antichi Terre Sane: la buona pasta come non l’avete mai assaggiata

Avete mai assaggiato una pasta fatta con i veri grani antichi? Quelli duri prodotti in Italia che usavano le nostre nonne?

Provare questa pasta sarà un viaggio sensoriale e vi cambierà il modo di intendere la cucina e darà un nuovo significato alle tradizioni italiane.

Se poi questa pasta è quella di Terre Sane che è prodotta in campi assolutamente non trattati e la cui farina è prodotta con macine a pietra, allora l’esperienza sensoriale è totale.
Ma andiamo per gradi.

La coltivazione del grano e la compra vendita dei cereali è stata monopolizzata dalle grandi multinazionali e le paste commerciali che sono in circolazione spesso non sono prodotte con grano italiano. Infatti l’Italia importa grano da quando i prezzi dei nostri agricoltori sono stati messi a confronto con quelli dei grandi agricoltori meccanizzati stranieri.

Il grano si vende alle aste e, quando è il periodo della raccolta, grandi navi cariche di cereali arrivano alle aste e fanno abbassare il prezzo al punto che nel tempo molti agricoltori italiani avevano abbandonato i campi.

Ma l’ingordigia non può vincere. L’uso di grani teneri e addirittura l’aggiunta di glutine per facilitare la produzione di pasta, ha reso molte persone intolleranti al glutine e ha fatto nascere allergie. E non parliamo del glifosato.

Terre Sane nasce da un gruppo di persone di Ripi che inizialmente vogliono tornare a prodursi la loro pasta così come se la ricordavano. Una pasta che faccia passare loro le allergie e altri scompensi (che ora non elenchiamo).
Questi amici si riuniscono in cooperativa e tornano a coltivare i grani antichi, come il senatore Cappelli, in campi che erano stati abbandonati. Campi che erano totalmente privi di qualsiasi additivo chimico.

Poi, non contenti, si cercano un mugnaio che segua la loro filosofia. Ne cambiano diversi fino a che arrivano a Ceccano dove trovano un mugnaio che macina a pietra ma che prima di decidere la macina prova ogni partita. In pratica modifica il suo tipo di macina in funzione delle caratteristiche di umidità e maturazione di ogni singola partita di grano che gli arriva.

Infine si scelgono il pastificio migliore, quello che sa trattare il grano duro. Ma, ma, ma, ma …. Non ancora contenti gli portano “l’acqua da casa”. Infatti la pasta è fatta utilizzando solo acqua di sorgente dei Monti Simbruini: l’Acqua Filette.

A questo punto la pasta è pronta, e la storia è solo all’inizio. Infatti quando le persone della cerchia di amici un po’ più larga hanno assaggiato questa pasta hanno chiesto di far parte dell’avventura. Alcuni mettendo a disposizione campi dove coltivare il grano, altri semplicemente per acquistarla per le loro tavole.

La Cooperativa Terre Sane è oggi una realtà e le sue paste sono conosciute da molti estimatori in varie parti del mondo.
E tu cosa vuoi essere? Un produttore o un degustatore? Forse tutti e due?

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Il miglior sushi di carne o Tartare da Spallaforte, la boutique della carne

Non si sa bene quando inizi la passione per l’allevamento e la macelleria, ma generazioni di Spallaforte si sono succedute per arrivare a produrre la migliore carne di Anagni, della Ciociaria e delle campagne romane.

Sono così orgogliosi dei risultati raggiunti che hanno rilanciato la preparazione della ‘tartare di carne’ che molti chef amano chiamare ‘Sushi di carne’.

In realtà la storia della Tartare o Tartara è molto antica e si fa risalire al popolo nomade dei Tartari, in Asia nella Mongolia e Siberia, che usavano mettere la carne cruda ed essiccata sotto le selle per ammorbidirla.

La tartare si è poi diffusa soprattutto al nord Italia, e in particolare nella cucina piemontese dove si allevava la famosa razza Piemontese. Una mucca molto particolare che viene usata sia per il latte sia per la carne quando è ‘affassonata’, ossia presenta una ipertropia muscolare della coscia che la fa muovere lentamente.

E queste sono proprio le mucche che alleva la famiglia Spallaforte. Che poi ‘Spallaforte’ non è il loro vero cognome ma ormai sono conosciuti così da tutti.  Il soprannome risale al periodo della guerra quando il nonno dell’attuale generazione faceva il contrabbando di carne al mercato nero.

Una volta si trovava alla stazione di Sgurgola e fu circondato da 7 persone ma, grazie al suo fisico possente e alla sua energia incontenibile, riuscì a metterle tutte in fuga. Un anziano contadino che assistette alla scena lo definì ‘Spallaforte’ e da allora questo è diventato il nome di tutta la discendenza. E guai a chiamarli con il loro vero cognome… potrebbero non girarsi.

Gli Spallaforte sono noti per la cura con cui allevano gli animali e per i continui aggiornamenti sulle tecniche e le ricette a

base di carne. Da giovani Giovanna e Stefano, la generazione senior che potete trovare in macelleria, andavano a tutte le fiere e non si perdevano un convegno. Facevano anche le gare di macelleria sui tagli e sui pezzi. Una passione che li ha accomunati da sempre, forse è questo il segreto degli oltre 40 anni di vita insieme.

Il loro allevamento segue i principi della filosofia di Steiner, curano gli animali che sono liberi di muoversi, li accarezzano e li spazzolano. E quando vanno al macello sono i primi, così lo trovano pulito e senza energie negative. Ho ascoltato altre persone che praticano questa filosofia e tutti hanno la stessa luce e passione.

E anche le figlie hanno la stessa luce, ma fanno qualcosa di complementare: come un 4.0 della macelleria. Francesca segue i genitori al bancone e segue le orme materne ma Isabella ha aperto un locale di degustazione dove si possono assaggiare i prodotti tipici della migliore tradizione, ma soprattutto la famosa ‘tartare’ realizzata con carne appena lavorata.

Per gli amanti della carne, non si può pensare a niente di più gustoso, saporito e stuzzicante. E non pensate di conoscere la Tartare se non avete assaggiato quella di Isabella fatta con carne Piemontese freschissima e condita in modo creativo.

Dall’olio al caffè alle sorprese quotidiane con i prodotti di stagione e la creatività dei produttori locali che vengono a presentare le loro eccellenze.

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Le ricette della cucina romana: Lesso alla Picchiapò

Un nome molto particolare per una delle ricette tradizionali della cucina romana, quella che non butta niente e che riutilizza tutto il possibile: il Lesso alla Picchiapò.

E per favore non chiamatelo bollito perché c’è una bella differenza: nel lesso la carne viene cotta in modo da rendere il più possibile saporito il brodo, mentre nel bollito la carne viene cotta in modo da essere più saporita. È tutta una questione di temperature dell’acqua e di tempi di cottura: nel bollito la carne viene messa a cuocere quando l’acqua già è in ebollizione e crea subito uno strato protettivo che mantiene il sapore al suo interno.

Ma torniamo al Lesso alla Picchiapò perché è un nome che non si può dimenticare e sul quale ci sono diverse teorie, tutte molto interessanti.

La prima è quella che lo collega direttamente ai grandi poeti dialettali, prima il Belli e poi Trilussa, che avevano un loro personaggio chiamato Picchiabbò. Per Trilussa era un nano di corte, uno al quale era permessa dire la verità e gli dedica molto spazio:

“Picchiabbò, er buffone de Corte, era un ometto accusì piccolo che uno se lo poteva mette in saccoccia come la chiave de casa.

Quanno camminava faceva tre passi, un zompo, una piroletta e un capriolo per via che essenno la capoccia più grossa der corpo, ogni tanto je spiommava e je faceva perde l’equilibbrio.”

Quello che ve posso di’ è che Picchiabbò, a forza de caprioli e de piroette, se fece strada e arivò fino a la Reggia, pe’ fa ride er Re.”

Così recitava Trilussa (da “Picchiabbò, ossia la moje der caimbellano: prosa spupazzata dall’autore stesso” del 1927). E ancora da

“Er Nano Diplomatico”:

Re Bomba era severo, ma in compenso
quanno vedeva Picchiabbò er buffone,
un vecchio Nano pieno de bon senso
e sincero secondo l’occasione,
incominciava a ride e er bon umore
riusciva sempre a intenerije er core.

Ma il Lesso alla Picchiapò è talmente tanto interconnesso alla cucina tradizionale romana che dà il titolo ad una parte della colonna sonora scritta da Armando Trovajoli per il film “C'eravamo tanto amati” di Ettore Scola del 1974.

Secondo altre versioni, il nome sarebbe direttamente connesso ai macellai di Testaccio, uno dei quartieri più popolari di Roma vicino al quale viveva proprio Trilussa. Questa ricetta sarebbe nata proprio tra i macellai per riutilizzare tutto quello che era possibile. Nella cucina romana era noto l'uso del ‘quinto quarto’, ossia di tutte le parti interiora degli animali che venivano scartate dai nobili e dai prelati.

Il nome Picchiapò deriverebbe dalla particolare preparazione di questo lesso in cui si deve prendere la carne e ‘picchiarla’ per poterla sfilacciare e preparare per la seconda parte della ricetta: il riuso creativo della carne in un piatto a base di carne ripassata con cipolla e pomodori.

La verità è che nessuno sa perché questo piatto si chiama cosi, una pietanza semplice e buonissima nello stesso tempo in cui tutto parte da un solo ingrediente con il quale si riesce a preparare un intero pranzo reale.

Si parte da un pezzo di muscolo e si ricava un primo e un secondo piatto: un brodo saporito da servire con quadrucci, una pasta fatta in casa, e un secondo a base di carne ripassata. Perché niente si butta e tutto si recupera e si migliora. Una sorta di economia circolare della cucina!

Ricetta del Lesso alla Picchiapò

La preparazione inizia con un brodo fatto con il muscolo di manzo in cui la carne si mette nella pentola quando l’acqua già bolle con sedano, carote e cipolle.

Quando il brodo è pronto si prepara una bella minestra con i quadrucci, una pasta all’uovo fatta in casa dalla forma di piccolo quadrati, o la stracciatella, a base di uovo e formaggio.

Il lesso viene poi servito come secondo con una salsetta a base di aceto o di prezzemolo, ad ognuno le sue abitudini.

Ma è con i resti che avanzano che si prepara la cena e ci si fa il Lesso alla Picchiapò.

Si inizia preparando un sugo a base di pomodoro e cipolla. Consiglio di scegliere i pelati che hanno una marcia in più, ma la cipolla è la vera protagonista quindi abbonda senza paura.

Bisogna fare appassire la cipolla a fuoco lento nel tegame con un filo d’olio extra vergine e un po’ di vino bianco. A questo punto si aggiungono i pomodori pelati.

A parte si sfilaccia la carne in modo da farla in tanti piccoli pezzi: puoi prepararla battendo su un tagliere e sentirti uno dei macellai del tempo di Trilussa, oppure usare un coltello super moderno e sentirti il protagonista de “il signore delle lame”.

A cottura del sugo aggiungi gli sfilacci di lesso e falli andare qualche minuto, il tempo che si ammorbidiscono con un po’ di vino bianco.

Servi con prezzemolo e una punta di pepe.‘Azzupace’ una pagnotta di pane nel sugo!

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Fondi Città del Gusto, una esperienza culinaria tutta da provare

Un microclima particolare, una storia millenaria, una eccezionale varietà di prodotti locali e una contaminazione culturale di secoli che ha fatto nascere una cucina tradizionale unica: questi i segreti di Fondi Città di Gusto.

Cominciamo per gradi. Il microclima di Fondi è dato dalla sua particolare posizione e dalla conformazione geologica delle montagne. Infatti si trova vicino al mare ai piedi degli Aurunci che lo proteggono dal freddo e che drenano talmente tanta acqua che si è formato il lago di Fondi, il terzo per ampiezza della Regione Lazio.

Buon clima, buona esposizione, presenza di acqua e terreni fertili hanno fatto nascere una flora rigogliosa e tante varietà uniche in questa terra una volta ricordata come ‘Conca d’Oro’.

Si parte dalle famose Arance bionde di Fondi, una dolcissima varietà locale da provare assolutamente con il loro sapore riconoscibile. Oggi ne esistono tre varietà: Biondo Nativo, Biondo Nativo innestato su un melograno e Biondo Porcino per la sua forma a fungo.

La piana di Fondi era nota sin dall’Ottocento per la bellezza e il profumo dei fiori di arancio ed è stata descritta da Madame de Steel, Chateaubriand e Goethe che sono passati per questi territori durante il loro Grand Tour lungo l’Italia. Fondi e Suio (Castelforte) erano una perla dello Stato Borbonico per il loro valore paesaggistico e le loro arance sono state esportate per molti anni.

L’altro punto importante è la zona della piana che raccoglie tutte le acque dei monti e dà origine ad un grande lago che alimenta le coltivazioni agricole. Con una profondità di circa 9 metri, ma una grande varietà di flora e fauna, oggi questo lago è diventato Monumento Naturale della Regione Lazio. Si può pescare, andare in canottaggio e fare birdwatching, si può leggere un libro sulle sue sponde... si può trascorrere bel tempo aspettando di gustare le prelibatezze della cucina locale.

Nella Piana di Fondi e zone limitrofe si coltivano altri prodotti IGP come le famose olive di Gaeta (varietà Itrana) e quindi l’Olio Extra Vergine di Oliva, il Sedano Bianco di Sperlonga, la Fragola di Terracina ma anche il Vino Moscato di Terracina. E poi si possono gustare le ottime salsicce e un particolare formaggio pecorino e caprino. Senza dimenticare le famose Mozzarelle di Bufala e tutti i pesci di acqua dolce e salata!

Con tutto questo tripudio di sapori è chiaro che si hanno le materie prime per preparare ottimi piatti, ma i prodotti da soli non bastano.

La cucina di Fondi si riconosce ed è stata ‘fusion’ ancora prima che questa parola fosse stata inventata. Infatti la particolare posizione di Fondi in riva al mare e lungo la via Appia, a confine fra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli, la ha resa un posto mercantile sin dal periodo romano. Oggi Fondi ospita il MOF, uno dei più grandi mercati ortofrutticoli di Italia. E dove ci sono i mercati c’è la contaminazione culturale.

Qui a Fondi per secoli ha vissuto una grande comunità ebraica che non era relegata in un ghetto ma integrata con gli altri residenti. La cucina ebraica, quella ciociara, quella napoletana e quella dei vari dominatori che si sono susseguiti nel corso dei secoli hanno fortemente influenzato lo stile della cucina locale che oggi possiamo gustare.

Si parte dalla cucina povera: la zavardella, piatto tradizionale a base di legumi (fagioli e ceci) e verdure locali (broccoli, pomodori, zucchina con il fiore, peperoni, melanzane, insalata, ecc..) o la pettola e fagioli una pasta fatta in casa.

Si passa poi per il lago da dove viene invece il pesce calamita, oggi preparato secondo la tradizione oppure reinterpretato dagli chef per esaltare il suo gusto dolce ed intrigante.

Per i dolci, invece, la contaminazione è ancora più espressiva e si va dai tradizionali biscotti secchi della tradizione ciociara, con ciambelle al vino e tozzetti, fino a dolci che richiamano gli struffoli e le zeppole napoletane.

Fondi infatti era anche un paese di confine, una cerniera fra Stato Pontificio e Regno Borbonico che ancora si ritrovano in un attento degustatore ed esperto di storia della cucina.

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Foto di Claudio Cardinali
Le migliori feste di Pasqua e processioni della Settimana Santa vicino Roma

Le feste religiose rappresentano buona parte del patrimonio tradizionale italiano. Oltre a essere una espressione di fede che si ripete ogni anno da secoli, sono anche eventi dal forte significato sociale e di appartenenza alla comunità.

Roma è la culla del Cristianesimo ed è quindi naturale che alcune celebrazioni del territorio del Lazio sono fra le più antiche e seguono rituali antichi, che qualche volta si innestano su precedenti tradizioni pagane romane.

Tra le feste religiose più sentite certamente ci sono quelle del Natale e quelle che celebrano il periodo pasquale. In tutti i paesi del Lazio la Passione del Venerdì Santo prevede processioni e messe ma in alcuni paesi queste sono accompagnate da rievocazioni storiche o da processioni di particolari Confraternite Religiose.

Certo la processione più importante è la Via Crucis al Colosseo dove partecipa direttamente il Papa e che viene mandata in mondovisione, ma anche la provincia riserva sorprese soprattutto nei borghi con tradizioni religiose molto sentite.

Molte processioni uniscono le figure di Gesù e di Maria Addolorata per la morte del figlio, il dolore della morte e quello della perdita di un figlio, con i canti dello Stabat Mater. Il culto della Madonna Addolorata nasce nell’XII secolo a Firenze, e il primo Stabat Mater trascritto è quello di Jacopone da Todi, e si diffonde rapidamente facendo presa subito nei diversi ordini monastici e fra le persone.

In molti luoghi il venerdì della passione è anche il giorno in cui ricordare i sette dolori di Maria (Profezia dell'anziano Simeone sul Bambino Gesù, la fuga in Egitto della Sacra famiglia, la perdita del Bambino Gesù nel Tempio, l'incontro di Maria e Gesù lungo la Via Crucis, Maria ai piedi della croce dove Gesù è crocifisso, Maria accoglie nelle sue braccia Gesù morto, Maria vede seppellire Gesù) con processioni dove è forte il richiamo al numero 7.

Queste emozioni così forti hanno dato origine a celebrazioni in tutto il mondo che possono durare da pochi giorni fino ad una intera settimana: dalla Domenica delle Palme alla Domenica della Resurrezione della Pasqua.

Fra le celebrazioni più particolari quelle di Veroli in provincia di Frosinone che iniziano con i Sepolcri, quelle di Tarquinia la domenica, e Orte il venerdì santo in provincia di Viterbo, di Contigliano in provincia di Rieti, di Sezze in provincia di Latina, e di Cave in provincia di Roma.

Il giorno dopo Pasqua, poi, la tradizione italiana prevede scampagnate all’aria aperta ma in alcuni paesi questa giornata assume un significato particolare. Da non perdere anche altre due manifestazioni che si svolgono il giorno di Pasquetta a Boville Ernica con il Lunedi dell’Angelo di Giotto e a Castrocielo e Colle San Magno (sempre in Ciociaria) dove si celebra “Il bacio delle Madonne”, a Blera dove si festeggia il patrono.

Ecco di seguito le migliori manifestazioni della Settimana Santa di Pasqua nel Lazio:

Settimana Santa di Pasqua a Orte e Processione del Cristo Morto
Settimana Santa di Pasqua a Sezze 
Settimana Santa di Pasqua a Tarquinia e la processione del Cristo Risorto
Settimana Santa di Pasqua a Veroli e i Sepolcri
Settimana Santa di Pasqua a Sutri tra rappresentazioni e processioni
Settimana Santa di Pasqua a Bagnoregio: il Venerdì Santo passando per Civita di Bagnoregio
Settimana Santa di Pasqua a Cittaducale: la rappresentazione nel borgo
Settimana Santa di Pasqua a Leonessa: tre giorni di processioni
Settimana Santa a Contigliano: processione religiosa e storica
Settimana Santa di Pasqua ad Ausonia: la Madonna che scappa

Pasquetta e Lunedi dell’Angelo nel Lazio


Pasquetta a Castrocielo e Colle San Magno
Pasquetta a Boville Ernica: Pasqua con Giotto
Pasquetta a Blera: pellegrinaggio per il patrono

 

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Da tantissimi secoli, nel borgo ciociaro di Veroli la Pasqua vuol dire anche visita ai Sepolcri in occasione del Giovedì Santo e una suggestiva Processione del Venerdì Santo.

Il pomeriggio del Giovedì Santo, nella Chiesa del Monastero delle Benedettine e nella Concattedrale di Santa Salome, si celebrano le Sante Messe in Coena Domini a ricordo dell’ultima cena che il Signore consumò con gli Apostoli dalla quale ha preso origine l’Eucarestia.

Durante la messa, il sacerdote lava e bacia i piedi a 12 ragazzi in segno di umiltà e prima di aprire i sepolcri. Infatti subito dopo, in sette Chiese di Veroli si aprono i Sepolcri, impropriamente chiamati in questo modo perché sull’altare maggiore delle stesse Chiese vi è l’esposizione del Santissimo Sacramento. Si celebra l’ultima cena rappresentata dall’ostia e il tabernacolo viene avvolto da veli e da fiori.

Nella Chiesa di Sant’Agostino il sepolcro assume invece un significato particolare perché viene allestita una rappresentazione della deposizione con la Madonna Addolorata che piange sul corpo del Cristo morto disteso a terra dopo la crocifissione.

Nella Chiesa di San Michele Arcangelo, invece, oltre alla esposizione del sepolcro, ogni anno alcuni artisti locali allestiscono una infiorata artistica con disegni fatti con terre colorate.

Il Venerdì Santo, alle ore 5,00 del mattino, quando ancora è buio, inizia la suggestiva Processione del Cristo Morto e della Madonna Addolorata.

Al mattino presto, fratelli della “Confraternita della Morte, Carità e Orazione” e le sorelle della “Confraternita della Pia Unione dell’Addolorata” si incontrano per rivivere i momenti della Passione di Gesù. Tutti indossano vesti neri e cantano lo Stabat Mater, una preghiera religiosa in musica con tradizioni che iniziano nel medioevo e tanti autori che la hanno poi composta con il loro stile. Dallo Stabat Mater di Jacopone da Todi nel XII secolo ha inizio il vero culto di Maria Addolorata.

Dalla Chiesa di Sant’Agostino esce una lunga processione molto partecipata che accompagna la statua della Madonna Addolorata in visita delle sette Chiese, come i sette dolori della Vergine, dove sono stati allestiti i Sepolcri.
[caption id="attachment_76632" align="center-block" width="640"] Foto di Augusto Cestra[/caption]

La processione si reca a Sant’Erasmo e a Sant’Angelo per giungere, al sorgere del sole, a San Leucio. Poi Santa Croce, San Paolo, il monastero delle Benedettine fino alla Basilica di Santa Maria Salome.

Ricordiamo che all'interno della Basilica si trova la Scala Santa che gode degli stessi privilegi di quelle di Roma e di Gerusalemme. 

Le spoglie di Santa Salome, madre di Giovanni Evangelista e di Giacomo il maggiore, quello sepolto a Santiago de Compostela, si trovano proprio all’interno di questa chiesa.

La Processione del Venerdì Santo e della Madonna Addolorata è una tradizione che si ripete da centinaia di anni e che ancora oggi è rispettata dalla comunità. La processione sale fino alla parte alta della città e, dopo le soste per la preghiera nelle varie Chiese, torna intorno alle ore 9,00 nella Basilica di Santa Salome.

Una manifestazione che non si dimentica mai più.

[caption id="attachment_76619" align="center-block" width="1000"] Foto di Augusto Cestra[/caption]

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Le celebrazioni iniziano il Giovedì Santo con la visita ai Sepolcri dove ogni chiesa allestisce un proprio altare adornato con grano e con fiori. I fedeli devono visitare un numero dispari di chiese.

La processione del Venerdì Santo che si svolge ogni anno a Orte viene chiamata anche la Processione del Cristo Morto, ed è la più antica d'Italia. Le sue origini risalgono al 1200 e la tradizione si tramanda da secoli con una processione nella città antica illuminata da fiaccole.

Il venerdì è il giorno della penitenza che viene rappresentata con una processione molto particolare alla quale partecipano le 7 Confraternite presenti nel paese. Ogni confraternita ha una sua chiesa di riferimento mentre tutti i simboli e gli attrezzi della processione sono raccolti e raccontati nel Museo delle Confraternite di Orte che si trova nella sagrestia della chiesa di Santa Croce.

Un luogo che nel medioevo era un ospedale.

Le Confraternite si distinguono per i colori delle tuniche e dei cappucci e per le croci e i simboli della Passione che mostrano. Si chiamano del Santissimo Sacramento, di Santa Croce, della Misericordia, della Trinità, di San Pietro, di Santa Maria Le Grazie, di Sant’Antonio Abate, del Santissimo Rosario e della Madonna del Santissimo Rifugio dei Peccatori o dello “Stendardino”.

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Foto di Liviana Lattanzi[/caption]

Il venerdì che precede la Pasqua, i gruppi si incontrano nella piazza del centro storico per dare vita ad una processione che attraversa l’intero paese.

Le sette confraternite partono dalle rispettive parrocchie e nel tardo pomeriggio raggiungono la Chiesa Madre di Santa Croce dove nel vicino museo si trova la bara e gli altri simboli della tradizione. Parte poi la processione con la bara del Cristo Morto, sorretta da 14 uomini, che sfila seguita dalla Macchina della Madonna Addolorata, sorretta da 8 persone.

La bara risale al 1626 e rappresenta un raro esempio di arte barocca così come il piedistallo (o macchina da processione) adornato da angeli che sostiene la Madonna Addolorata.

Le Confraternite sfilano scalze, incappucciate e con catene ai piedi, portando croci e compiendo i gesti della penitenza mentre sorreggono croci di legno e altri simboli. Altre figure importanti che partecipano al corteo sono la Veronica, la Maddalena che compongono le tre Marie piangenti.

Una volta arrivate in Piazza della Libertà, le confraternite si dispongono attorno alla bara del Cristo formando una figura a forma di cuore attorno alla bara, mentre viene intonato il canto del Miserere. Il cuore è messo in risalto dalle fiaccole che brillano nella notte della processione e contribuisce a rendere molto suggestivo l’intero spettacolo.

Poi, il corteo entra nella Chiesa Madre, dove viene intonato il canto della Stabat Mater.

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Foto di Claudio Cardinali[/caption]

Al termine, i confratelli distribuiscono tantissimi fiori, che vengono conservati dai fedeli. Conclusa la processione, viene spezzato un grande pane, che viene chiamato Pane della Solidarietà, che viene condiviso tra tutti i partecipanti. Uno spettacolo unico che ogni anno attira centinaia fra fedeli e curiosi nel centro di Orte.

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