Ricette dall’orto: Tortino di melanzane bianche

E’ dalla Turchia che ci arriva questo dono dell’orto, la melanzana bianca. Si dice che sia la migliore melanzana possibile: dolce, priva di semi ma ricca di vitamina A e sali minerali. Il suo aspetto è così nobile che incute un certo timore, mi ricordano gli orecchini di perla e quindi le ho cucinate con tutto il rispetto che meritano.

Le melanzane mi ispirano una ricetta che racchiude tutto il Mediterraneo con ragù di gamberi, patate e fiordilatte. E questo è il tocco tutto italiano che ci distingue dagli altri paesi che si affacciano su questo splendido mare e con i quali condividiamo molte cose ma non tutte!

Preparazione del Tortino di melanzane bianche


Ho iniziato mettendo a bollire le patate ma non portandole alla cottura totale che avverrà poi in forno nel tortino. Basta arrivare a ¾ della cottura.
Da un’altra parte ho lavato le melanzane, le ho tagliate a dadi e le ho fatte saltare in padella senza olio per evitare che ne assorbissero troppo. In questo modo lascio più pulito possibile il loro sapore e solo a fine cottura ho salato, pepato e ho aggiunto dell'olio.
Per il ragù di gamberi, ho iniziato togliendo il carapace, poi li ho tritati grossolanamente e li ho messi in padella dove avevo scaldato dell'olio profumato allo scalogno. Bastano pochi minuti di cottura insieme alle teste, che sono quelle che danno il sapore, poi ho bagnato con il vino bianco. Quando questo è evaporato ho aggiunto delle foglie di basilico greco a foglia piccolissima che ha anche un leggero sentore di menta.
Preparo il tortino alternando gli strati, iniziamo con le patate tagliate a fettine sottili poi le melanzane, i gamberi, il fiordilatte della pianura pontina. Ho usato pochissimo pangrattato per assorbire l'eccesso di umidità del fiordilatte.
Fatti gli strati il tortino è pronto per il forno caldo a 180 gradi fino a quando il fiordilatte si scioglie ed allora tolgo dal forno e impiatto.
Per accompagnare il tornino ho bevuto un Gold Muskateller di Erste Neue, un po’ di profumi dal Sud Tirolo: ma questa è la bellezza dell’Italia.
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Un mare di storia e di vino nella manifestazione più attesa dell’estate in Tuscia! 

Abbiamo partecipato a DiVino Etrusco un evento enogastronomico, organizzato nello splendido centro storico di Tarquinia. Calici al collo, abbiamo assaporato le migliori etichette delle 37 cantine dell’antica Etruria e incontrato i loro produttori. 

Ogni bottiglia una storia, ogni sorso un’emozione. Una vera e propria esperienza sensoriale che racchiude due parole chiave: Identità e territorio. In fondo una delle prime immagini di un tralcio di vite è stata trovata proprio in una tomba Etrusca!

Tarquinia è un borgo ricco di storia e bellezza. Parte delle 12 dodecapoli (città) Etrusche, è uno dei borghi del Lazio ad avere un sito patrimonio mondiale UNESCO, la “Necropoli dei Monterozzi”, apprezzata universalmente da studiosi e turisti per la sua bellezza preservata nel tempo. 

Una Necropoli che suscita meraviglia, da cui nel tempo sono state riportate alla luce inestimabili testimonianze e reperti, la maggior parte custoditi ed esposti nel “Museo di Tarquinia”, all’interno del borgo. 

Dello splendore del patrimonio materiale di Tarquinia ne siamo tutti a conoscenza, (“Le migliori 5 cose da fare a Tarquinia”) ma mai ci saremmo potuti immaginare la bellezza di uno degli eventi più attesi della Provincia.

Bianco, Rosso e Verdicchio.

DiVino Etrusco è una manifestazione enogastronomica diventata un vero punto di riferimento per la scoperta del territorio del Viterbese, ogni anno ad agosto ospita aziende vitivinicole provenienti dal territorio dell’antica Etruria, la terra del misterioso popolo degli Etruschi. 

Ogni cantina ha un suo stand, attrezzato per le degustazioni dei migliori vini, spumanti e rosati locali. Ogni azienda rappresenta una delle dodici città stato Etrusche di appartenenza (dodecapoli). 

Un richiamo al passato, il nome della dodecapoli indicato sia in Italiano che nel nome originale etrusco, dona un tocco d’identità importante a prodotti che portano avanti l’eccellenza di un territorio che non vuole dimenticare le sue origini. Tante le aziende vitivinicole presenti, dalle autoctone di Tarquinia come “La Valle del Marta” alle cantine di Orvieto.

 

Gustare questi vini e conoscere la loro storia è un vero piacere, anche grazie all’aiuto dei sommelier della FISAR (Federazione Italiana Sommelier Albergatori e Ristoratori) che con destrezza fanno sentire tutti spavaldi degustatori di emozioni (intenditori di vini o meno). 

Un’occasione per conoscere anche i prodotti locali più amati, come il miele e le nocciole della Tuscia, coltivati e prodotti con passione dalle tante aziende a conduzione familiare presenti nel territorio. 

Prodotti come “l’Apellina”, una crema spalmabile 70% miele biologico e 30% nocciole del Viterbese, che nel gusto assomiglia alle classiche creme di nocciola in commercio, ma con il 100% dei benefici che vengono dalle materie prime utilizzate. Due delizie della Tuscia al prezzo di una!

Di vino e di cibo

Bicchiere al collo ci si avventura per le vie del borgo, immersi nei profumi del “Cibo da strada” preparato sotto ai nostri occhi, anche quello un richiamo forte del territorio in cui ci troviamo, fiero delle proprie tradizioni e identità. Niente patatine o panini del porchettaro, qui a DiVino Etrusco si va di frittura di moscardini e cinghiale. 

Per dessert? Si torna alla merenda dei nonni, con un piatto di ricotta fresca ricoperta da dolce marmellata fatta in casa. 

Qualcosa di vecchio e qualcosa di nuovo...

DiVino Etrusco è stata l’occasione per mettere in mostra i prodotti di Eatrusco, una piattaforma che riunisce i migliori produttori del territorio e i loro prodotti in un’unica rete di distribuzione e promozione.

Un marchio che promuove i prodotti che provengono dal territorio Etrusco e ne certifica la qualità. Mangiare come gli Etruschi? Perchè no! 

Un centro storico che prende vita, ad ogni angolo qualcosa da fare, che sia degustare un buon vino o ballare in piazza ai ritmi lenti di un tango. Tante sono le manifestazioni nel Lazio che utilizzano il format di DiVino Etrusco, poche però sono quelle che rimangono impresse per bellezza ed efficienza. 

Un paese che ha capito l’importanza della promozione delle proprie eccellenze locali, e che con rispetto e classe guida, i propri cittadini per primi, ma anche turisti e curiosi, alla loro scoperta.

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Civita Bagnoreggio
Civita Bagnoreggio

Un pomeriggio d’estate alla scoperta di Civita Bagnoregio, e una visita al romantico Giardino del Poeta, e una scoperta inaspettata che trasforma il tutto in un vero e proprio viaggio attraverso la tradizione culinaria di uno dei borghi più belli d’italia. Un paese che non si piega di fronte al turismo di massa, proponendo menù turistici e piatti a base dei prodotti locali. 

Pizza Margherita? Non qui! 

Civita di Bagnoregio è un posto magico, visitarla è d’obbligo almeno una volta nella vita. Una vera e propria isola nel pieno delle campagne viterbesi, tanto scenografica quanto ricca di storia. La vediamo ovunque, fotografata, ripresa; con la nebbia e al tramonto, è uno di quei posti che non ha età, e in tutti questi anni si è trasformata da piccolo borgo sull’orlo dell’abbandono, a meta preferita da turisti e curiosi di tutto il mondo.

Il Giardino del poeta e una credenza di legumi antichi...

Percorrendo la strada principale fino all’altro lato del borgo antico si arriva al “Giardino del poeta”. Un’area verde sospesa nel vuoto, dove si può entrare per quanto tempo si voglia ad una condizione: all’uscita lasciare un’offerta libera, oppure comprare un prodotto in vendita al piccolo negozio scavato in una facciata del giardino.

Secondo voi cosa abbiamo scelto? 

La storia del giardino è avvolta nel mistero. Non si sa esattamente chi ne fosse il proprietario, la presenza di un pozzo fa pensare fosse il cortile dell’antica Chiesetta di Santa Maria delle Carceri, scomparsa a causa dei continui crolli. Quello che è certo è che dopo il suo abbandono, un abitante di civita comincia a coltivarlo e lo fa suo. Lo utilizza come riparo per il bestiame, cantina e ovviamente orto.

Da lì in poi il giardino ne vede di storia, ed arriva sano e salvo ai giorni nostri.

Appena entrati si è accolti da un tripudio di piante. Aromatiche, esotiche, chi più ne ha più ne metta, tutte curate alla perfezione. Il giardino ha un aspetto e un decoro a dir poco esoterico, da gingilli e attrezzi d’epoca, si va alle sculture più strane. Manichini rampicanti, girandole dai mille colori e un Turista di nome Pino, commemorato con una targa che giace nel mezzo del giardino (la sua storia non ve la raccontiamo, vi invitiamo a scoprirla con i vostri occhi).

Tutte sculture e installazioni create dall’attuale proprietario, che mentre giriamo è già all’opera con la sua prossima creazione.

Si esce dal gift shop...

Se c’è qualcosa che rende felice il turista è il “gift shop”.
Per il viaggiatore è il punto vendita di prodotti locali.

Una volta finito il giro del giardino, si passa davanti al negozio, una piccola stanza scavata in una parete rocciosa, dove vi sono in mostra scaffali e scaffali di prodotti locali. Dal miele alla pasta di grano Senatore Cappelli trafilata in bronzo.

Ma sono i legumi i veri protagonisti, ceci neri, fagioli del purgatorio e lenticchie “Roveja”.
Antiche varietà dimenticate, che stanno tornando negli ultimi anni sulle tavole dei viterbesi, e non solo. Nel punto vendita si può anche acquistare un ricettario, che contiene tutte le preparazioni della tradizione in cui si possono usare questi legumi particolari, e tante altre ricette provenienti da tutta la Provincia di Viterbo.

Tutto viene prodotto da Campomoro, un’azienda a conduzione familiare dell’Alta Tuscia, si trova tra i borghi di Acquapendente e San Lorenzo Nuovo.

Campomoro utilizza il giardino come uno dei suoi punti vendita, e allo stesso tempo distribuisce i suoi prodotti a tutti i ristoratori di Civita Bagnoregio che li hanno inseriti permanentemente nei loro menù.

Una testimonianza di come questo paese, malgrado la considerevole affluenza turistica, abbia capito l’importanza nell’offerta di prodotti tipici e caratteristici. Tutto questo deve partire dagli operatori stessi. Se non siamo noi a capire per primi l’importanza di un marketing territoriale costruito sull’offerta di un’esperienza genuina e unica, non saremmo mai capaci di trasmetterlo a chi viene nel nostro paese. Il linguaggio del cibo è universale.

La pizza la fanno tutti, un piatto di bolognese pure. Ma l’emozione data dal degustare un prodotto unico nel suo genere preparato con i profumi e le ricette del territorio è un’esperienza da non sottovalutare.

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Un borgo dalle origini antichissime dove storia, mare e tradizione si fondono in unico nome. 
Tarquinia è un paese in provincia di Viterbo, uno dei più antichi e importanti insediamenti Etruschi nel Lazio immerso nel pieno della Maremma Laziale. Vanta di essere uno dei borghi della Regione ad avere un suo sito patrimonio mondiale UNESCO, la Necropoli dei Monterozzi.
Terra di Etruschi e di Maremma, oggi Tarquinia è un borgo che offre emozioni e divertimento a 360°, dalle vie del paese antico alle limpide acque delle spiagge frequentate ogni anno da turisti e viaggiatori seriali.
Cosa vi consigliamo noi? Ecco le 5 migliori cose da fare e vedere a Tarquinia!



  1. Luoghi UNESCO: La “Necropoli dei Monterozzi”.


Tarquinia è rinomata per le tante testimonianze Etrusche, che abitarono quest’area a partire dal 9 secolo A.C, presenti nel territorio. La Necropoli dei Monterozzi dopo quella della Banditaccia di Cerveteri, è una necropoli Laziale ad essere inserite nel 2004 come patrimonio mondiale dell’UNESCO. Il sito delle Necropoli contiene più di 6000 tombe, di cui 60 completamente dipinte al loro interno, appartenenti a nobili e cittadini. 
I dipinti rappresentano pezzi di vita quotidiana di una popolazione misteriosa quanto affascinante, con dettagli e colori vibranti che ancora oggi affascinano il visitatore. 
Le prime tombe dipinte sono datate al VII secolo, tra le più importanti troviamo: la Tomba delle Leonesse, la Tomba del Cacciatore e la Tomba della Caccia e della Pesca.


  1. DiVino Etrusco


Terra di Etruschi e terra di vino! 
Tra le tante bellezze architettoniche e storiche di Tarquinia non possiamo scordarci l’immenso patrimonio enogastronomico, che ogni anno viene celebrato in uno degli eventi più attesi della provincia. 
DiVino Etrusco è una rassegna enogastronomica studiata per mettere in risalto le eccellenze del territorio e celebrare il legame tra questo paese e la sua anima Etrusca, con eventi culturali a tema e un programma di degustazioni a non finire. Bicchiere al collo e stuzzichini in mano, si è pronti per giornate di degustazioni e divertimento. Partecipare a questa manifestazione è un’ottima occasione per assaporare le migliori etichette del territorio, dai rossi alle bollicine.


  1. Museo di Tarquinia


Il museo di Tarquinia si trova all’interno di Palazzo Vitelleschi, e la suo interno si trova una delle collezioni di reperti archeologici dell’epoca Etrusca più belli al mondo. 
Il museo si sviluppa sui tre piani del palazzo, ognuno ricco di splendide testimonianze. Il piano terra conserva i sarcofagi appartenenti a sepolcri gentilizi di età ellenistica, provenienti dalla vicina Necropoli. Segue il primo piano, dove si viene accolti dalla ricca collezione dei vari oggetti di piccole dimensioni rinvenuti nelle necropoli cittadine. Specchi, pettini, gioielli e oggetti votivi, uno sguardo sulla quotidianità di una delle popolazioni più misteriose e affascinanti della nostra storia. Per finire, l’ultimo piano conserva alcune delle pitture ritrovate all’interno delle tombe dipinte della Necropoli dei Monterozzi, disposte all’interno della sala in modo da ricostruire l’aspetto di una camera funeraria. 

E il pezzo forte? Tra tutta questa meraviglia il museo di Tarquinia conserva uno dei pezzi più riconosciuti al mondo: la coppia di cavalli alati. Un altorilievo recuperato dal frontone del grande tempio dell’Ara della Regina, che si trova in località Pian di Civita del Comune di Tarquinia. Questi “pegaso moderni”, insieme agli altri oggetti sono un must see per tutti gli amanti dell’arte e della storia. Una visita al museo è un vero e proprio tuffo nell’antichità...e approposito di tuffi
[caption id="attachment_80551" align="center-block" width="750"] Riserva Salina di Tarquinia[/caption]

  1. Marina di Tarquinia


Usciti dall’incantevole centro storico si apre ai nostri occhi la costiera del Viterbese, teatro di storia e bellezza, oggi una meta ambita per molti...  
Le spiagge di Tarquinia sono delle vere e proprie perle incastonate in un litorale di verdi pinete, spiagge bianche e acque cristalline. Il lido di Tarquinia offre un mare di attività (in tutti i sensi). Per gli amanti della natura, nelle vicinanze della Spiaggia dei “Bagni di Sant'Agostino” si trova la Riserva Naturale di Popolamento Animale Salina di Tarquinia. Un’area naturale ricca di stagni salmastri, che con la loro presenza hanno trasformato l’area circostante in un ricco habitat di specie animali e vegetali, che in alcuni periodo dell’anno ospita fenicotteri, aironi e molti altri uccelli. Se gli alberghi convenzionali non fanno per voi, il litorale di Tarquinia è famoso per i tanti Camping Village che si trovano lungo le spiagge e nelle profumate pinete del comune, frequentati ogni anno da giovani e amanti dell’escursionismo. 
Le spiagge di Tarquinia grazie alla loro vicinanza con il centro storico, sono un luogo ideale per passare un fine settimana di villeggiatura in completo relax.


  1. Terra di Maremma e di Butteri 


Di febbre da cavallo Tarquinia ne sa qualcosa....
Il borgo si trova nella maremma laziale, un’area geografica tra il Lazio e la Toscana che vanta di una tradizione equestre tutta Italiana, quella del buttero, fatta di transumanze, lavoro e folklore. Tante sono le manifestazione organizzate durante l’anno per ricordare questa tradizione e incontrare i cavalieri che ancora oggi la praticano con passione, come la Festa della Merca (LINK)  una delle più importanti, organizzata nel mese di Aprile. Oggi è possibile visitare i maneggi e le scuole equestri di butteri, che saranno ben felici di portarvi a passeggio per le lussuose campagne della Maremma Laziale, in sella ai loro splendidi esemplari di razze da lavoro, seduti sulle classiche selle prodotte nel borgo Romano di Tolfa.
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Un viaggio nelle profondità dell’Isola di Ventotene, con una Visita guidata all’interno delle Cisterne Romane nate per raccogliere acqua piovana e poi trasformate in altro. Testimonianza dell’ingegno che ancora oggi tiene testa al tempo, una prova inconfondibile della bravura dei nostri antenati utilizzate in diversi modi fino a pochi decenni fa. 

Abbiamo visitato insieme ad una guida locale le cisterne di Villa Stefania e le Cisterne dei Carcerati, un tempo raccoglitori dell’acqua piovana e poi plasmate in modo diverso dal tempo e dagli abitanti di Ventotene. Luoghi , che conservano ancora tutto il loro fascino e un poco di mistero. 

La bellezza dell’Isola di Ventotene non passa inosservata al giorno d’oggi, pensate millenni fa!

Era così bella che i Greci una volta approdati sulle sue scoscese coste le diedero il nome di “Pandoteira ”, che significa “dispensatrice di ogni ricchezza”. 
Purtroppo Ventotene come molte isole ha il problema di non possedere sorgenti naturali di acqua dolce, per questo nessun popolo che la visitava riuscì mai a stabilire un insediamento fisso.

Un po’ di storia...

La situazione cambiò nel 27 AC, quando per la prima volta l’imperatore Romano Cesare Ottaviano Augusto sceglie l’Isola come luogo di villeggiatura, e incarica di costruire una villa su Punta Eolo, che ad oggi conosciamo con il nome di “Villa Giulia”. Giulia era sua figlia che lui aveva mandato qui in esilio per la sua condotta poco ‘imperiale’.

L’impresa della costruzione di questa sfarzosa villa era a dir poco titanica, ma i Romani erano lì per rimanere, e furono i primi colonizzarla. Contemporaneamente alla costruzione dell’omonimo “Porto Romano”, per cui vennero spostati ben 60.000 metri cubi di materiale, cominciò la costruzione delle cisterne per la raccolta di acqua piovana.

Quando e come visitare le Cisterne Romane di Ventotene 

È possibile visitarle in giorni e orari prestabiliti, con la presenza di una guida della riserva, che vi accompagnerà per tutto il percorso. I giorni delle visite sono Lunedì, Mercoledì e Venerdì, la partenza è alle 18:00. Invece il Sabato è alle 22:00. 

Per effettuare la visita è consigliata la prenotazione, che si può effettuare al Museo Storico Archeologico di Ventotene, all’interno del Palazzo Comunale, che è anche il punto di partenza per la visita guidata. Ci si incammina poi per una delle due stradine che percorrono Ventotene nella sua lunghezza per poi dirigersi a piedi alla prima cisterna. Il giro comprende la visita a tutte e due le cisterne, Villa Stefania e dei Carcerati, e dura all’incirca un paio d’ore.

La storia delle Cisterne dei Carcerati e di Villa Stefania

Ma la loro storia non finisce con i romani, e da semplici contenitori d’acqua diventano veri e propri luoghi prima di salvezza... e poi di prigionia.

Nel II secolo DC Villa Giulia viene abbandonata. Da lì in poi le cisterne si svuotano della loro acqua e della loro funzione. Alcune leggende popolari narrano che con l’arrivo dei pirati, i pochi abitanti rimasti a Ventotene cominciarono ad utilizzare le cisterne, ormai immense gallerie vuote, come veri e propri luoghi di residenza e rifugio. Troviamo ancora oggi testimonianze che le cisterne furono utilizzate come rifugio e poi eremo da alcuni monaci, che dal III al IV secolo DC vi trovarono il giusto luogo per raccogliersi in preghiera e meditazione.

Ad oggi due sono quelle visitabili, conservate nel tempo in maniera impeccabile: le Cisterne di Villa Stefania e le Cisterne dei Carcerati. 

Le Cisterne dei Carcerati sono quelle che conservano ancora il loro aspetto incontaminato dal tempo. Dall’entrata agli ambienti interni, si possono ammirare le qualità originali di questi giganti dell’architettura e ingegneria Romana, grazie al  “coccio pesto” presente sui muri interni e esterni per renderli impermeabili. 

Pendenze studiate, l’uso dei pesci per ossigenare l’acqua, le tecniche utilizzate per non renderla stagnante e non farla imputridire, tutto questo ha un fascino particolare.

Ma la particolarità di questa cisterna sta nel nome. 

La cisterna dei carcerati è stata residenza di molte persone diverse che hanno creato il mistero di questi luoghi. I monaci di Ventotene, che l’hanno utilizzata per anni come abitazione e luogo di preghiera, hanno lasciato le loro testimonianze con i simboli cristiani e i piccoli altari scavati nella pietra. 

Ma il mistero nasce quando  100 carcerati nel 1768 per ordine del Re di Napoli, Federico IV di Borbone, vennero mandati sull’isola come manovalanza a costo “0”, utilizzati nelle cave di tufo e nella costruzione della Chiesa e del Forte Torre.

I carcerati ai lavori forzati, mandati da Ferdinando IV , furono gli stessi che costruirono il Carcere di Santo Stefano, destinato non a loro, ma, bensì ai detenuti più violenti e pericolosi delle carceri del Regno.

Con la colonizzazione, e quindi l’arrivo di contadini e pescatori, tra il 1771 ed il 1772, le Cisterne furono riutilizzate come cantine ed in particolare quella dei Carcerati anche come stalla. A testimoniare la presenza di buoi nelle gallerie, ci sono dei fori passanti sulle pareti, attraverso i quali gli animali erano legati a corda.

La Cisterna dei Carcerati con la sua storia suscita in tutti quelli che la visitano un’aria di mistero, a partire dal nome che non passa inosservato. Leggenda vuole che gli sia stato dato quando il carcere di Santo Stefano ancora non esisteva. Mentre quest’ultimo veniva costruito dai detenuti stessi, si pensa che la cisterna in questione servisse per ‘contenere’ i detenuti durante la notte, quando non erano fuori a lavorare. 

Camminare in queste gallerie, ascoltare la storia dei 100 uomini e vedere frammenti di testimonianze è un’esperienza incredibile. 

Nella Cisterna dei Carcerati sono assolutamente da vedere le firme dei visitatori che, venivano a visitarle lasciando una dedica. La più antica è di “Pasquale Mattej” datata l’8 Luglio 1847.

Dall’aspetto “moderno”, sono le Cisterne di Villa Stefania, più piccole ma più complesse nella planimetria, rispetto a quella dei Carcerati. In queste cisterne si possono osservare in modo netto le parti modificate nel tempo dalle famiglie dell’area, che le hanno utilizzate fino agli anni ‘80 come magazzino, e cantina. Insomma chi più ne ha più ne metta. 

La bellezza di questa cisterna sta nello strato perfettamente conservato di coccio pesto, tranne per le pareti appena entrati. Una serie di gallerie comunicanti, lievemente curve, fanno di questa cantina un paradiso per gli amanti della fotografia, che possono dilettarsi in scatti artistici e molto suggestivi. 

Un vero e proprio labirinto di emozioni,  dove la nostra guida ci fa notare alcuni particolari come i simboli religiosi creati dai monaci che vi abitavano, disegnati con il fumo delle loro candele.

Le cisterne di Ventotene sono dei simboli inestimabili della storia di quest’isola, che vengono tenuti con cura e grande rispetto da chi li racconta con passione ai visitatori dell’isola.  

Per maggiori informazioni su come visitarle potete chiedere al Museo Archeologico in Piazza Castello n°1 e andare sul loro sito: http://www.riservaventotene.it/index.php?option=com_content&view=article&id=92&Itemid=81 

Per chi si gode una vacanza a Ventotene, per chi è venuto a fare immersioni sub nella riserva marina o per chi è venuto ad aiutare nell’inanellamento degli uccelli migratori in primavera consiglio di trascorrere un paio d’ore in visita alle cisterne. Si respira passato e presente e si rimane sorpresi dalla ingegnosità dei romani e dell’uomo.

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Rocca Priora è il paese più alto dei Castelli Romani, una posizione pittoresca che regala al viaggiatore un quadro naturale: l’orizzonte spazia dai monti Prenestini, ai Lepini, dalla valle del Sacco alle meraviglie di Roma. Si vede Bracciano e tutti e due gli Aeroporti Roma: Fiumicino e Ciampino!!
[caption id="attachment_49574" align="center-block" width="750"]Rocca Priora by Bettiol Rocca Priora by Claudia Bettiol[/caption]

  1. Trovare riparo dal caldo estivo degustando un gelato sulla Terrazza più alta su Roma


Rocca Priora in estate è la meta preferita dai romani che cercano riparo dal caldo e dalla confusione. Non c’è niente di più bello arrivare nel punto più alto del paese, magari ristorando l’appetito degustando buon gelato artigianale.
Dietro Palazzo Savelli che domina tutto il borgo antico, che era il castello medievale della famiglia che ha segnato la storia di Rocca Priora, si apre un panorama che lascia senza fiato. Qui si trova la Piazza del Belvedere, la terrazza su Roma, dove lo sguardo non conosce confini!
[caption id="attachment_36272" align="center-block" width="750"]Robazza e Rocca Priora, Fontana del Narciso Fontana del Narciso di Rocca Priora by Robazza[/caption]

  1. Arte moderna che si intreccia con il paesaggio architettonico tipico dei piccoli borghi del Lazio


Rocca Priora vive tra architetture antiche e arte moderna, animata dalle opere di un importante artista Internazionale come il Maestro Mario Benedetto Robazza.
Lungo le vie della cittadina si snoda un vero e proprio percorso artistico che parte dalla Via Anagnina dove dà il benvenuto un sontuoso Cavallo Bianco. Entrando nel borgo ci si imbatte subito nella fontana del “Trionfo del Bene” e in quella del “Narciso” che preparano la strada alle stazioni bronzee della via crucis posizionate lungo le vie del centro storico antico.
Il viaggio nell’arte termina nel museo civico all’interno di Palazzo Giacci, un elegante edificio dove è esposta la prova d’autore dell’opera più maestosa dell’artista: “L’inferno”.

 

  1. Scopriamo il paese dell’Industria della Neve 


Rocca Priora si presenta così, tra le sue bellezze naturali e la sua arte e con una bella storia da raccontare che la lega in modo unico al Commercio della Neve!!!
La sua posizione geografica ha da sempre portato inverni rigidi con abbondanti nevicate ed è nata così l’idea di conservare la neve in profondi pozzi scavati nel terreno.
La neve veniva messa alternando da strati di terra e sabbia per poterla così conservare. In estate veniva poi trasportata verso Roma dove era usata nella conservazione di cibo e per la salute.
Il legame tra Rocca Priora e la neve si rinnova ogni anno il primo fine settimana di agosto in occasione dei festeggiamenti della Madonna della Neve, quando una nevicata artificiale anima le vie del paese.


  1. Rocca Priora, un paese che racconta la sua storia attraverso una favola


Una favola ideata da una mamma e dalla sua bambina che racconta in modo nuovo e a misura di bambino la “Magia della neve di Rocca Priora”. I protagonisti che accompagnano il lettore sono due simpatici personaggi: Nevino e Biancofiore.
Una nuova frontiera di turismo esperienziale a misura di bambino che ha trovato l’appoggio di discoverplaces e artisticisbetter  per far diventare questo paese il trampolino di lancio di un nuovo progetto di promozione culturale e turistica.

  1. L’equitazione una vocazione di questo territorio


Rocca Priora è una meta ambita da tutti gli amanti del cavallo. Tanti appassionati e sportivi equestri la scelgono e imparano ad amarla perché qui trovano modo di poter cavalcare in piena armonia con la natura.
Il Parco Regionale dei Castelli Romani offre tanti sentieri per cavalcare in modo emozionale fra natura e archeologia: questa zona era già viva e pulsante prima della nascita di Roma e può raccontare tante storie.

La presenza di tante scuole di equitazione aumenta ancora di più il valore di questo borgo speciale, polmone verde dei Castelli Romani.
Un legame sottolineato dalla grande statua che ci dà il benvenuto a Rocca Priora, quella del maestoso cavallo scolpito dal Maestro Robazza all’ingresso del paese.
 
Questi 5 punti e molto altro trasformano Rocca Priora in un paese da scoprire!
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Dispute su un Tortino di Alici e Pane di Lariano

Siamo uomini o caporali? Secondo le nuove scuole di cucina, dove tutti sono Master Chef, questo Tortino di Alici e Pane di Lariano è diventato un un ‘crumble’: ma chè vor dì crumble??? 

Per me resta un Tortino di Alici e Pane di Lariano, il che è più esatto perché l’ho fatto io, sono patriottico e non sono democratico. Il nome italiano mi ricorda di tradizioni, di cultura gastronomica italiana e di sapori dei luoghi. Mi ricorda da dove vengo e chi sono.

La modernità ci ha tolto 2 piaceri: l’italiano e il piacere incommensurabile dell’alice cruda. 

Sono cresciuto con il sapore del Mediterraneo e mi dispiace che i giovani non possano assaporarlo come ho fatto io. Per quanto riguarda l’alice cruda, dicono che il rischio Anisakis è troppo alto. L’Anisakis è un parassita del pesce crudo che sta letteralmente cambiando alcune nostre tradizioni.

Ma l’alice resta uno dei pesci che ha dato origine ha più piatti tipici. Oggi ci tuffiamo in quei mille modi di interpretare l’alice, vera mattatrice della cucina di mare.

Ci sono tante alici e posso riconoscerle dal sapore: dalle meravigliose di Sciacca in Sicilia a quelle di Cetara, una delle perle della Cosata Amalfitana. Ogni marineria ne esalta il valore culinario con una sua variante. Pesce povero? Ma de’ chè? 

Io che non sono marinaio ci faccio un tortino con solo 4 elementi. Uno però lo sento particolarmente vicino perché è il pane di Lariano e ci sono cresciuto. Lariano si può dire che si è formata attorno al pane e da piccola frazione di Velletri è diventata un moderno paese molto animato.

Ma se andate fuori dal centro storico vi potrà colpire un dettaglio: il paesaggio è caratterizzato da grandi canne fumarie di acciaio inox, brillanti e lucenti con il sole, che si stagliano in cielo come in una moderna San Gimignano. Sembrano torri moderne e in realtà sono tutte simboli della potenza dell’artigiano che realizza il suo particolare pane.

Il pane si riconosce dal profumo e dal colore ambrato. Ma ogni artigiano ha la sua specialità e nel tempo ha creato varianti. Io so da chi andare quando voglio il meglio.

Ricetta del Tortino di Alici e Pane di Lariano

Ingredienti: Pane di Lariano, Pomodori di Maccarese, alici, Olio (quello d’oliva, l’altro mettetelo nel motore)

Per prima cosa tostiamo il pane ridotto in briciole, se potete usare quello raffermo è meglio. Si chiama ‘economia circolare’ ma ai miei tempi era obbligatorio non sprecare nulla. Mia nonna poteva tagliarmi le mani per due motivi: sprecavo e mi perdevo la possibilità di utilizzare le briciole per alcuni piatti deliziosi.

Dopo il formo, lasciamolo freddare le briciole prima di utilizzarle.

In una teglia iniziamo ad alternare strati di alici, pomodoro, pane un filo d’olio appena accennato. Mettere tutto in forno 20 minuti ed è pronto da gustare con gli amici.

Il vino? Vedo molto bene un Verdicchio di Matelica, una occasione per andare a visitare Macerata e le Marche.

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