Il Premio Town Ambassador a Michael Chirco, un vero Americano con un cuore Italiano

Discoverplaces.travel insieme alla città di Cinisi in Sicilia sono onorati di premiare Michael Chirco come “Town Ambassador”.

Town Ambassador è un premio e un riconoscimento per gli uomini e le donne che hanno promosso la loro città di origine, e che lo stanno ancora facendo, indipendentemente dalla distanza che li divide, creando ponti culturali che durano tutta la vita. Sono persone che fondono passato e futuro a beneficio delle prossime generazioni.

Ma chi è Michael Chirco?

È facile dire chi è Michel Chirco, nominato ‘Uomo dell'anno’ nel 2018 dal governatore del Michigan. È uno dei 5 migliori costruttori nel Michigan e tra i primi 100 negli Stati Uniti.

È un grande filantropo e il principale mecenate del St Louis Children Centre di Chelsea, tra le altre cose. Da notare che è nato il 5 agosto, il giorno in cui le forze aeree statunitensi hanno lanciato la bomba nucleare su Hiroshima.

Se questo dice qualcosa sull'uomo d'affari, non è sufficiente per conoscere l'uomo e la sua intrigante storia personale di un cuore diviso tra America e Sicilia, in Italia.

Michael è la terza generazione di una famiglia italiana che si trasferì in America all'inizio del 1900. Suo padre arrivò in Florida con un viaggio rocambolesco su una nave che si era per metà riempita d'acqua a causa delle cattive condizioni meteorologiche. Sopravvisse vivendo nell’acqua sul fondo della nave. Incredibile.

Suo padre lasciò la bellissima città siciliana di Cinisi, con la sua costa soleggiata e il mare limpido, senza alcuna idea di cosa avrebbe trovato.

Il loro bagaglio era leggero: una valigia di cartone e un'anima piena di orgoglio. Erano persone che volevano dimostrare di essere brava gente, soltanto che erano nate nel posto giusto ma nel momento sbagliato. Volevano guadagnare dei soldi e tornare nella loro città natale.

I loro principi erano semplici: fai il meglio per la tua famiglia, per la tua comunità e per il tuo paese. E i loro paesi erano Italia e America. Volevano lavorare, guadagnare soldi, pagare le tasse e inviare denaro ai parenti in Sicilia in modo che potessero acquistare terreni e costruire una casa.

Sembrava un piano semplice. Ma le cose sono andate diversamente. Nonostante il fatto che alcune famiglie siano state divise in due, con alcuni membri in Italia e alcuni in America, le nuove generazioni hanno messo radici profonde e amore per l'America.

L'Italia era nel loro stile di vita, nel loro cuore, ma a migliaia di miglia di distanza dalla loro vita quotidiana.

A quel tempo, la loro situazione era interessante, infatti sulla scala sociale gli italiani erano considerati inferiori ai neri perché non erano nati in America. Quindi, le famiglie hanno cercato di far crescere i figli come una generazione di americani completamente integrati: i bambini dovevano parlare bene l'inglese, comportarsi bene a scuola ed essere rispettati. Michael era uno di questi bambini. Poteva sentire i suoi genitori parlare in siciliano ma lui doveva parlare un buon inglese.

È stato negli anni '60, quando aveva 15 anni, che finalmente andò a Cinisi dove trascorse 6 mesi. Ha incontrato sua nonna per la prima volta e ha conosciuto la vera cultura italiana. Sua nonna ha costruito il primo bagno a casa sua proprio per l’arrivo di Michael e dello zio Sam con famiglia.

Nel frattempo, negli Stati Uniti suo padre ha avviato un'attività di successo nel mercato del pesce nonostante alcune difficoltà, come quella che il suo camion non aveva la retromarcia e poteva solo andare avanti. Le cose sembravano migliorare, ma un incendio distrusse tutto e Michael ha dovuto andare a lavorare in un'impresa di costruzioni.

Come sempre, la vita è la vita e quella che sembra essere sfortuna finisce per essere una felice sorpresa. Michael ha iniziato dal basso, ma ha imparato rapidamente e presto ha aperto la sua impresa. Col tempo, e senza paura, è diventato uno dei migliori costruttori d'America.

Ha sposato Mary Grillo, una donna originaria di Terrasini, una città non lontana da Cinisi. Hanno avuto 6 figli e 12 nipoti che sono ormai adulti e il loro legame con l'Italia è totalmente diverso.

Michael ancora invia denaro ogni anno per la festa della patrona Santa Fara a Cinisi e per quella di Terrasini (la città di famiglia di sua moglie).

Qualche anno fa, ha pagato la riparazione della facciata della chiesa principale senza fare pubblicità. La sua è l'umiltà di sapere di essere stato fortunato e di voler condividere parte della sua fortuna: il St. Louis Children Center, gli abitanti di Cinisi e altri.

Michael e io abbiamo fatto una bella chiacchierata a Ceprano, a casa di un amico comune (il generale dei carabinieri Carlo Corsetti), e sua figlia Eva mi ha aiutato a capire meglio alcuni aspetti della mentalità americana. Nel frattempo anche io l'ho aiutata a capire meglio la parte italiana di suo padre.

Eva Evola è una rinomata soprano. Ogni anno fa un tour in Italia "What America America means to me – Cosa l’America significa per me" con il Bellini Opera Theater di Detroit insieme ad altri cantanti americani di origini italiane: Dino Valle (un baritono) e Aaron Caruso (un tenore). 

Conosce l'Italia, ma fino a quando non abbiamo chiacchierato con suo padre, non aveva compreso appieno i sentimenti di suo padre verso l'Italia e la Sicilia. La vera connessione che i suoi genitori hanno con l'Italia e i contatti diretti che hanno con le persone italiane è qualcosa che lei non ha veramente sperimentato. 

Eva è la quarta generazione americana della sua famiglia italiana. È profondamente americana però ha anche un patrimonio italiano. Nonostante canti le arie d'opera italiane, i suoi legami con l'Italia sono più emotivi che fisici.

La storia di Michael Chirco è uno dei migliori esempi dell'evoluzione delle relazioni tra Italia e America nel corso degli anni. Possiamo imparare da lui come creare valore da questo "doppio cuore". Come l'integrazione può creare persone migliori che fanno il meglio per le loro comunità.

Penso che sia tempo di creare un diverso tipo di ponti tra italiani e americani, tra due culture che si guardano l'un l'altro con rispetto e amore ma non hanno il vocabolario giusto per tradurre l'un l'altro la loro reciproca cultura.

Il modo migliore per raggiungere questo obiettivo sarà il tema delle prossime chiacchierate che ho intenzione di avere con Mr. Chirco e il tema del Premio Town Ambassador dedicato agli oriundi italiani.

powered by social2s
Le emozioni della mostra multimediale “Da Vinci Experience and his real machines”

500 anni di Leonardo da Vinci ma non se ne ha mai abbastanza!

Abbiamo visitato la mostra multimediale “Da Vinci Experience and his realmachines” a Firenze dal 23 maggio al 3 novembre 2019 in occasione del cinquecentenario della morte di Leonardo, e siamo rimaste folgorate ancora una volta. 

Leonardo Da Vinci, uno degli uomini più eclettici e geniali che il mondo abbia avuto. 

E’ una mostra multimediale. Con un piccolo sovraprezzo si può iniziare la visita dalle postazioni “Oculus VR” che in realtà virtuale mostrano le principali invenzioni di Leonardo quali il carrarmato, il cannone, ed altre macchine da guerra tutte visibili a dimensioni naturali. Con lo sguardo, focalizzandosi su una macchina, si può penetrare all’interno e vederne i particolari e i meccanismi di azione. 

Già questa prima parte è una esperienza incredibilmente coinvolgente, stimolante e affascinante, si ha l’impressione di potersi rimpicciolire a piacere e penetrare all’interno delle macchine.

Si passa poi alla mostra multimediale dei quadri, che viene presentata nella chiesa sconsacrata, dove si possono vedere immagini intere e i particolari di ogni immagine proiettati in continuazione su tutte le 4 pareti della chiesa (e anche sul pavimento) per una durata di 35 minuti. 

L’atmosfera è veramente particolare, la sensazione è una immersione in una realtà di altri tempi e la musica di sottofondo sapientemente selezionata, diffusa a 360° in “Dolby surround”, aumenta il fascino delle immagini proiettate.

Lo spazio è ampio per cui ci si sente come un granello di sabbia nell’infinito. 

Si può stare in piedi o seduti a guardare le immagini proiettate di cui si possono apprezzare particolari diversi spostandosi in vari punti. Si ascolta la musica di sottofondo in una penombra e un’atmosfera estremamente piacevole e rilassante, talmente piacevole che si può rimanere li per ore e risentire e vedere più volte la proiezione perché ogni volta si notano particolari diversi ed ogni volta si apprezzano parti diverse dei brani musicali.

Le immagini proiettate sono tratte da quadri o disegni preparatori con figure religiose, di donne, di uomini, animali, immagini delle macchine da lui inventate e loro schizzi preparatori. Colpisce anche la tridimensionalità delle figure che sembra fuoriescano dai quadri: i volti dei bambini sono molto più maturi della loro età (quasi vecchieggianti) ma tutti molto espressivi. 

Altra cosa che emoziona è che Leonardo fonde in quei volti le sue conoscenze anatomico-mediche e alcuni diventano ancora più intensi e affascinanti per le imperfezioni fisiche che il genio compulsivo di Leonardo vi inserisce.

Ad esempio, gli esperti dicono che quel leggero difetto delle labbra della Gioconda è dovuto quasi sicuramente a una paralisi di Bell, che consiste in una disfunzione del VII nervo cranico (nervo faciale) che causa l’abbassamento o l’innalzamento dell’angolo della bocca. Eppure questo rende quel sorriso ancora più affascinante. Anche gli abiti e i drappi sono molto curati ed avvolgenti in questi quadri.

Ma non ci si deve fermare lasciandosi ipnotizzare dalle proiezioni. Consigliamo a tutti di fare un giro dell’intera chiesa per osservarne la bellezza dei particolari e per scoprire altre cose interessanti che nessuno vi dice all’ingresso né ve lo indica sul depliant perché una mostra multimediale ci invita anche al “fai da te” e cioè ad esplorare gli spazi alla ricerca di “tesori nascosti”.  

Se lo farete scoprirete qualcosa di bello ed entusiasmante.

La mostra evidenzia non solo l’ecletticità di questo ‘uomo geniale’, molto più di quanto si può vedere nella mostra stessa, ma anche la sua vastissima conoscenza come ad esempio quella dell’anatomia che si riscontra in tutti i disegni preparatori al quadro finale. 

Leonardo, nato ad Anchiano il 15 aprile 1452 e deceduto il 2 maggio 1519 ad Amboise (all’età di 67 anni molto avanzata per quei tempi), aveva molteplici interessi che spaziavano dalle scienze umane (fu anatomista e botanico) alle arti (disegnatore, trattatista, scenografo, architetto pittore, scultore musicista), alle tecniche (ingegnere civile e militare, progettista). È impressionante la profondità delle sue conoscenze e la genialità delle sue osservazioni, scoperte e applicazioni.

La bellezza artistica, la musica, le arti in generale rappresentano una terapia dell’anima e del corpo, e le presentazioni multimediali messe su da squadre di esperti multidisciplinari hanno potenziato questa positività dell’arte che abbiamo potuto provare. 

È una mostra vissuta in tridimensionale e in dinamismo dove l’arte diventa avvolgente, ci circonda, la sentiamo, la respiriamo, la palpiamo. Penetra in noi e questo procura forti sensazioni ed emozioni. 

Il tempo si ferma, non siamo più a Firenze nel 2019 ma nemmeno all’epoca di Leonardo. 

Siamo in uno spazio tempo in cui il corpo vibra, ascolta, gioisce. Ogni spettatore diventa, che lo voglia o no, parte integrante ed interagente con le immagini virtuali che avvolgono. Immagini che con la loro virtualità, la loro immaterialità, avvolgono e ti trapassano, appaiono inaspettate, frammentate, in movimento, in fusione, in particolarità. 

A noi la sintesi, a noi l’ascolto attivo del messaggio non detto di Leonardo: esplorare senza porsi confini, superare gli ostacoli materiali ed avere il coraggio, ancor prima della curiosità, di guardare oltre il visibile. 

Una esperienza che rimane ben oltre il tempo trascorso dentro la splendida chiesa sconsacrata, una esperienza che riaffiora anche involontariamente durante i gesti della quotidianità che poi ritorna.  

La mostra è stata organizzata nella chiesa sconsacrata del 1100 di Santo Stefano al Ponte in Piazza di Santo Stefano 5, proprio nel centro di Firenze (www.davinciexperience.it). 

powered by social2s
Colleferro Città Giardino, da Oddini a Morandi

Ai primi del Novecento si decide che la valle di Colleferro è perfetta per un primo stabilimento militare: vicina la ferrovia, una strada statale e un corso d’acqua.

Ma non c’era niente e occorre progettare tutto: improvvisamente con una fabbrica sarebbero arrivate centinaia o migliaia di persone che avevano bisogno di alloggi e servizi. Dove c’erano campi rigogliosi fino ad allora usati come il granaio di Roma doveva sorgere un insediamento umano.

Per un progettista si trattava di una occasione unica, forse paragonabile oggi alle città in costruzioni negli Emirati Arabi o in Asia.

L’opportunità di dare il meglio di sé.

E questa ‘fortuna’ di progettista è capitata a due professionisti: prima l’architetto Michele Oddini e poi l’ingegnere Riccardo Morandi. Entrambi hanno colto questa occasione cercando di realizzare un insediamento che fosse non solo un modello urbanistico e architettonico, ma che entrasse negli aspetti sociali della vita quotidiana delle persone.

Il committente unico e una fabbrica a gestione familiare dei Bombrini Parodi Delfino ha permesso poi di accogliere le innovazioni e di mantenere l’unitarietà stilistica dell’insediamento fino ai primi anni ’80. In questo periodo subentra la SNIA, una società azionaria, e sia la proprietà industriale che il patrimonio edilizio vengono smembrati e venduti a singoli lotti.

Ma andiamo per ordine.

La Colleferro di Oddini dal 1910 

La filosofia della BPD è sempre stata quella di trattare bene i lavoratori: un lavoratore contento produce di più. Dobbiamo sempre rapportare quello che affermiamo ai parametri di quegli anni, e compararlo con i suoi contemporanei, ma questa filosofia si può ritrovare nelle scelte architettoniche delle abitazioni.

Secondo Bianca Coggi, che ha raccolto negli anni tantissimo materiale documentario sulla storia di Colleferro e che ha poi pubblicato in un libro:

“Già il primo nucleo urbanistico viene pensato secondo il modello della Città Giardino, che a Roma era stato sperimentato in alcuni quartieri come Monte Sacro e Parioli. Colleferro nasceva in una valle con un fiume e una ferrovia dove potevano essere ubicate le fabbriche mentre le abitazioni stavano in collina a circa 1 km. Tutto in analogia con la filosofia di Tony Garnier”.

Sin dal primo nucleo di fondazione, quindi, l’architettura e l’urbanistica erano state pensate a servizio delle esigenze dell’industria e del benessere dei suoi lavoratori. Alcuni concetti precorrono il modello di Adriano Olivetti e oggi sembrano un miraggio per molti lavoratori.

Ma cerchiamo di fare esempi concreti. Un lavoratore assunto dalla fabbrica aveva subito a disposizione un letto in una camerata dotata di tutti i servizi in attesa di avere una sua casa. La dimensione e la forma della casa dipendevano dal suo ruolo in fabbrica: abitazioni intensive per gli operai, palazzine per gli impiegati e ville per i dirigenti.

Allora le case operaie avevano i bagni in comune sui ballatoi ed esistevano delle lavanderie pubbliche (la lavatrice non era ancora stata inventata) e bagni pubblici. 

Per il benessere delle donne, poi, erano subito stati realizzati asili e scuole elementari. Per la salute c’era un centro medico. Per il sollievo dell’anima un tempietto poi diventato chiesetta e dedicato a Santa Barbara, la patrona del fuoco. Per il sollievo di tutti erano stati pensati locali e centri dopolavoro per lo svago.

 

L’unitarietà del progetto e il fatto che la proprietà fosse unica, ha fatto nascere l’esigenza di un Regolamento del Villaggio che dovessero seguire tutti gli affittuari. Leggendo gli articoli di questo regolamento si capisce l’estrema attualità delle innovazioni sociali volte ad una armonia. 

Ad esempio, si dovevano rispettare canoni estetici e i terreni dovevano essere coltivati ad orto o giardino, i panni si dovevano stendere non in vista, l’immondizia veniva raccolta ‘porta a porta’ e non si poteva modificare l’aspetto esterno delle abitazioni.

Se si rapporta tutto questo alle condizioni dell’epoca in altre parti d’Italia o del mondo si può comprendere l’estrema modernità di questa filosofia, e anche il perché ancora oggi è studiata. Una modernità che sarà ancora più accentuata dalle scelte dell’Ingegner Morandi e che poi ha portato al Premio Città della Cultura del Lazio del 2018.

La Colleferro di Morandi dal 1935

Nel periodo fra le due guerre le fabbriche di Colleferro crescono in modo esponenziale con un aumento conseguente del numero dei lavoratori. Tutte queste persone andavano in qualche modo alloggiate ed è in questo momento che Delfino Parodi incarica un giovane ingegnere talentuoso di progettare un nuovo nucleo abitativo.

E’ ancora la fabbrica che realizza tutto sui suoi terreni e per questo si può fare un disegno unitario e si può seguire una unica filosofia. Ancora una volta l’idea alla base era che un lavoratore felice produce di più, e la fabbrica doveva aumentare la sua produttività.

Morandi, quindi, prosegue il solco avviato da Oddini ma aggiunge un nuovo canone che esalta il tutto: la bellezza nell’innovazione.

“Riccardo Morandi porta una innovazione stilistica oltre quella sociale, un nuovo linguaggio reso possibile anche dall’uso del cemento armato. Era convinto del ruolo della bellezza e cercava di inserire le costruzioni nel territorio rispettando la morfologia del terreno. I suoi fabbricati si adagiano sulle curve di livello e le sfruttano per creare spazi inusuali”.

Con Morandi la città diventa ancora più umana e le innovazioni tecnologiche creano benessere ai residenti. Ad esempio ogni abitazione aveva la luce, l’impianto elettrico, il riscaldamento ed il bagno interno. All’esterno poi, un piccolo giardino permetteva di tenere occupate le persone nel dopolavoro ma di poter coltivare il necessario per la famiglia, in un modo che oggi definiremo biologico.

La modernità urbanistica/sociale si ha poi nella realizzazione di doppi percorsi: uno accessibile alle macchine ed uno ad uso esclusivo dei pedoni. Un concetto talmente moderno che è stato dimenticato per anni e ripreso solo in anni recenti dalla bioarchitettura.

La città operaia era quindi senza negozi, con casette singole con giardino che seguivano le curve di livello delle colline: quello che si fa oggi con i nuovi quartieri edilizi.

E il benessere delle persone non era confinato alle mura di casa ma doveva trovarsi in altri servizi che offriva la città. Ecco allora i circoli dopo lavoro (ancora una volta divisi fra operai, impiegati e dirigenti), la palestra, il campo sportivo, i campi da tennis, i campi da bocce.

 

E poi il mercato e il cinema, le scuole professionali e gli alberghi e, soprattutto, il cuore della città.

Infatti nel frattempo era nata Colleferro e bisogna realizzare le strutture politiche e amministrative di una città: la piazza principale con la casa del fascio (poi comune), la caserma e una grande chiesa.

In questo momento Colleferro diventa una ‘Città di Fondazione’ e la struttura del suo nucleo principale è ancora visibile in Piazza Italia con uno spazio rettangolare circondato da edifici con portici regolari che da una parte contrappone idealmente l’amministrazione della città e quella della sicurezza (comune e caserma dei Carabinieri) e sugli altri due lati negozi e bar con portici per favorire la vita sociale dei residenti.

Tutto questo sottolineato da uno stile architettonico pulito e dall’ardore della tecnica del cemento armato come nella costruzione della grande chiesa di Santa Barbara: un edificio tecnologicamente avanzato realizzato con la tecnica del cemento armato martellinato.

La Colleferro del dopoguerra

Negli anni del dopoguerra continua la sperimentazione tecnologica e in parte quella sociale: Morandi costruisce edifici innovativi come l’auditorium o alcune fabbriche e Passarelli realizza l’ospedale urbano. Viene rinnovato tutto il patrimonio edilizio con la realizzazione dei bagni interni alle abitazioni e impianti tecnologici.

Ma nel frattempo, fuori della proprietà della BPD, una serie di operatori privati iniziano le loro costruzioni seguendo gusti e criteri personali e mancando la creazione di una armonica unità che poi porta all’identità sociale.

Ma l’identità di Colleferro si può chiaramente ritrovare passeggiando nei primi nuclei urbanistici che per la loro particolarità sono stati ‘musealizzati’ dalla Regione Lazio e saranno sempre più studiati in libri di architettura, di urbanistica ma anche di sociologia per la m

odernità della loro concezione.Per approfondimenti: Bianca Coggi, ‘Colleferro, città nuova del Novecento’, 2017 Milano, o sul sito www.cittamorandiana.it

powered by social2s
Da Sonnino in America: ricordi dalla Grande Mela

Un giorno speciale per guardare indietro al passato. Mi è sembrato opportuno visitare la "Little Italy - Piccola Italia" di New York con il mio Premio Town Ambassador, per tornare da dove tutto ha avuto inizio per molti immigrati provenienti da tutta Italia (e dal mondo). Un quartiere che è diventato il simbolo di una connessione eterna con radici lontane, qualcosa a cui tutti noi stessi discendenti di quegli immigrati teniamo con amore e cura.

Non importa quanto siano profonde quelle radici, troviamo sempre la via del ritorno.

Un premio, molte storie ...

Lo sfondo di questa foto è Mulberry Street, nel cuore di "Little Italy". Probabilmente la più famosa di "Little Italy - Piccole Italia" perchè divenne la nuova casa per quasi 10.000 immigrati italiani prima del 1910 e all'epoca si erano stabilite molte comunità italiane provenienti da tutto il paese.

Gli immigrati provenienti da diverse regioni d'Italia si stabilirono in diverse strade nella parte bassa di Manhattan. I siciliani si riunirono in Elizabeth Street, i genovesi in Baxter Street, gli italiani del nord in Bleecker Street e i napoletani in Mulberry Street, conosciuta come "la Wall Street italiana" per tutte le banche che aiutavano gli italiani a depositare i risparmi e inviare a casa i loro guadagni.

A meno di due miglia di distanza, più in centro, c'è Castle Garden, la prima stazione di immigrazione d'America tra il 1855 e il 1890 ed Ellis Island, la stazione di ispezione degli immigrati più trafficata della nazione dal 1892 al 1954.

Una valigia sottile di carta e un cuore pieno di speranza

Nel 1870 c'erano circa 25.000 immigrati italiani in America. L'immigrazione italiana in America è aumentata a oltre 4 milioni nel 1924 e gli italo-americani rappresentano ora il quinto gruppo etnico più grande del paese.

Per la maggior parte degli italo-americani di oggi, Ellis Island è stata il primo capitolo della storia della loro famiglia negli Stati Uniti, tra cui la mia famiglia pugliese, siciliana e laziale.

All'inizio del 1900, la popolazione immigrata italiana aveva già iniziato a diffondersi in altre città al loro arrivo e in periferie più spaziose di New York come Brooklyn e il Bronx. 

Molti Sonninesi si stabilirono a Filadelfia, a Syracuse, a Pittsfield e a Boston, compreso il sobborgo di Quincy dove vivevano la mia bisnonna (di Sonnino) e il bisnonno (di Fondi). Il mio bisnonno arrivò a Ellis Island nel 1910, viaggiò prima a Pittsfield e poco dopo a Boston, dove lo raggiunse la mia bisnonna l'anno seguente.

Perché sto raccontando questa storia da New York City?

Oltre al significato della famiglia che passa attraverso le porte di Ellis Island, sto raccontando questa storia da New York City perché è da dove provengo sia io che i miei genitori. Posso continuare a descrivere i grandi quartieri italo-americani in cui siamo cresciuti, ma è per un'altra storia.

Cos'è il Town Ambassador Award?

Denise Dumont è uno degli Ambassador del proprio paese che hanno ricevuto il premio Town Ambassador di Discoverplaces, clicca qui per saperne di più sulla sua storia e su ciò che rappresenta il nostro Town Ambassador!

powered by social2s
IMG_9211-1024x768.jpg

Un anello con un’aquila, un castello, una bella dama e una potente famiglia in declino: ci sono tutti gli ingredienti per una bella storia. L’anello è stato trovato nella tomba di una donna all’interno del castello di Piombinara di Colleferro.

Ma dove iniziamo per capire chi è questa dama misteriosa? 

Colleferro sembra comparsa dal nulla ai primi del Novecento, ma il suo territorio ha una lunga storia che comincia ancor prima di Roma.

Questa parte del territorio subito a sud di Roma era occupata da tanti insediamenti, delle città che poi si erano riunite nella Lega Latina e per un periodo sono state in grado di contestare l’avanzata di Roma. 

Nell’area di Colleferro si trovava l’antica città di Toleria, dal nome del Fiume Sacco che in quel periodo si chiamava Tolero, e i suoi abitanti si chiamavano Toleriensi (da cui il nome del museo archeologico di Colleferro).

Poi arrivano i Romani, cadono i romani ed entriamo ufficialmente nell' Alto Medioevo nel 476 con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. I fasti imperiali si spostano a Costantinopoli e nelle nostre terre inizia un periodo turbolento con scorribande di barbari.

La popolazione probabilmente cerca rifugio in un castrum di piccoli signori locali, che è praticamente il primo stadio di un castello che nel pieno medioevo vedrà nascere un grande muro che racchiudeva una torre, una piccola chiesa e alcune abitazioni. Di notte la popolazione si rifugiava all’interno delle mura e di giorno lavora i campi.

Famiglia Conti e papa Innocenzo III

Piombinara è uno di questi castelli ed i signori locali erano i Conti di Gavignano-Valmontone, una famiglia molto potente intorno al XIII secolo soprattutto dopo l’elezione di un loro membro come papa Innocenzo III. 

Innocenzo III non è stato un papa che è passato inosservato e durante il suo pontificato ha dovuto affrontare almeno due questioni che hanno cambiato il corso di tutta la nostra storia. In Inghilterra nasceva la Magna Charta e il papa arriva a scomunicare Giovanni Senza Terra mentre in risposta il papa organizza la IV crociata con Riccardo Cuor di Leone, in Italia una serie di monaci ed eremiti vogliono riportare la chiesa al suo vero significato.

Papa Innocenzo III è quello che ha incontrato San Francesco e che ha fatto in modo di comprendere la sua azione all’interno della chiesa cattolica.

Il castello di Piombinara

Grazie al papa, la famiglia Conti diventa sempre più potente e ad un certo punto possiede tanti castelli nell’area sud-est di Roma (controlla la Via Labicana e la Via Latina) tra i quali il castello di Piombinara.

Piombinara si trova in una posizione interessante vicino Roma, a cui è collegata dalla Via Casilina, e in una fertile valle dove scorre un fiume: un luogo ideale per l’agricoltura e per il commercio. È poi situato su un colle e questo gli permette una buona visuale su tutto quello che avviene nei dintorni.

All’interno della fortezza si trova una chiesa dedicata a San Nicola, oggetto di molte campagne di scavo archeologico, e di cui è stato riportato in luce il perimetro e 113 tombe.

In realtà la maggior parte delle tombe emerse si trovano fuori del perimetro della chiesa, ma 4 tombe sono state scoperte nella zona sotto l’altare. Una di queste apparteneva ad una donna sui 35-40 anni di età che aveva 2 anelli.

La dama dell’anello

Come in una spy-story, gli archeologi da pochi indizi hanno provato a ricostruire la storia di questa donna. Ci racconta Angelo Luttazzi, il direttore del museo archeologico di Colleferro:

‘ la dama doveva risalire al XIV secolo e questo lo abbiamo dedotto dalla forma della sua fede, infatti prima di quella data le fedi avevano la forma di due mani che si intrecciavano. Per essere seppellita vicino all’altare doveva appartenere alla famiglia dei feudatari di Piombinara, ossia alla famiglia Conti’. 

E la dama non può essere di un secolo successivo perché nel XV secolo il castello è stato distrutto e da allora centinaia di aratri e di trattori hanno contribuito a cancellare molte delle rovine e con loro la storia.

Ma più interessante è il secondo anello: un anello in bronzo con una aquila in rilievo rivestita d’oro. L’aquila ha le ali spiegate (in linguaggio artistico si dice 'patente’) e un carattere fiero dato dalla posizione della sua testa.


Non è un anello usato per sigilli, altrimenti la patina d’oro sarebbe venuta via, e quindi è un anello usato per adornare una dama. E l’indicazione dell’aquila ci riporta alla famiglia Conti il cui stemma era un’aquila a scacchi oro e nero su sfondo rosso.
Allora la dama forse apparteneva alla famiglia Conti? E in questo caso chi era?

‘lavorando sugli scavi e consultando l’archivio Innocenzo III di Segni, l’ipotesi migliore è che la dama fosse Caterina della famiglia abruzzese dei Di Sangro, la prima moglie di Ildebrandino Dei Conti di Segni, oppure la seconda, Francesca Capizucchi, di nobile famiglia romana. Questo era un condottiero dalla storia molto turbolenta: amante delle donne e dell’avventura. Aveva chiamato i suoi figli maschi Alto, Grato, Lucido, Sagace’. 

La lapide della tomba di Alto Dei Conti è visibile incastonata nelle mura del vecchio ospedale di Valmontone e proviene dall'abbazia di Santa Maria in silice di Valmontone.

Dunque la dama era poteva essere la signora nobile romana, o quella di origini abruzzesi, che aveva avuto la s-fortuna di sposare Ildebrandino, uno dei più importanti discendenti della famiglia Dei Conti, e di venire a vivere in nel castello di Piombinara.

Forse non riusciremo a sapere di più su questa donna, ma ci piace pensare che sia stata la prima Signora di Colleferro.
Per vedere l’anello della Dama Misteriosa potete andare al Museo Archeologico del Territorio Toleriense di Colleferro.

powered by social2s
9-colleferro-citt---di-fondazione-1024x683.jpg

Colleferro Città di Fondazione è diventata “Città monumentale” nel 2018 quando ha vinto il premio Città della Cultura del Lazio, ma cosa vuol dire questo riconoscimento? Perché lo ha avuto?

Colleferro è una delle poche città che ha una precisa data di nascita, il 13 giugno 1935, e una mente che la ha concepita sin dall’inizio. Nasce da una visione del senatore Leopoldo Parodi Delfino che incarica l’ing. Riccardo Morandi di realizzare il suo sogno.

La storia di una Rivoluzione Industriale dall’animo gentile in cui non si parla di sfruttamento della manodopera, di riduzione di schiavitù della classe operaia ma di una fabbrica che doveva portare sviluppo ad un intero territorio.

Colleferro nasce quindi come progetto unitario di una intera città, in pratica è il contrario dell’architettura spontanea (abusivismo) degli anni ’80. Per questo si chiama ‘Città di Fondazione’ e si unisce ad altre nate sempre intorno a quegli anni, ma è l’unica che ha un carattere industriale e non agricolo.

“Colleferro è un ‘paese diverso’ che si inserisce in un territorio di paesi antichissimi che vivevano grazie ad una economia agricola. Colleferro è sempre stato identificata come paese industriale, nel bene e nel male. L’industria è stata anche sviluppo, approfondimento, formazione delle maestranze, incontro di 21 comunità regionale che si sono formate e hanno dato origine a una comunità totalmente nuova”. 

Queste le parole di Pierluigi Sanna, sindaco di Colleferro che oltre a promuovere il risveglio culturale della città ha anche promosso un modo nuovo di guardare alla storia di questo paese. Ad esempio anziché creare una propria sagra o festa agroalimentare, ha creato una manifestazione che è un omaggio alle persone di tutte le regioni d’Italia che hanno contribuito a costruire Colleferro (Regionando sulle radici).

Ma torniamo a Colleferro Città di Fondazione, ossia alla sua nascita.

La progettazione urbanistica, architettonica e strutturale viene affidata al giovane e talentuoso ingegnere Riccardo Morandi anziché ad un architetto, forse perché lo stesso Leopoldo era un ingegnere e si trovava a suo agio con i suoi colleghi. Il risultato parla per loro.

Morandi aveva circa 30 anni quando si è cimentato con la progettazione di una intera città che doveva nascere in simbiosi con la fabbrica e accompagnare la crescita di una intera comunità.

Il risultato di questa scelta è unico: un insediamento urbano che non ha uguali se non andando indietro nei secoli oppure cambiando nazioni. Una città dove tecnica e forma si sposano in modo unico. Gli edifici sono estremamente efficienti ma hanno sempre un loro valore nella forma, la scelta delle costruzioni pubbliche è funzionale alla fabbrica ma ha una sua sensibilità sociale avanzata per il suo tempo.

Colleferro nasce come un centro industriale, per cui l’identità è quella di essere produttivi, propositivi, innovativi. Ma Colleferro è anche un esperimento sociale: la città aveva tutti i servizi che servivano a corredo della industria. C’erano le case per i dipendenti (divise a seconda della classe di appartenenza: operai, impiegati o dirigenti), c’erano le scuole, la chiesa, l’ospedale, la caserma, il municipio ma anche i negozi, gli asili e il mercato.

Il disegno della città è iniziato negli anni ’30 ma ha superato indenne il periodo della guerra ed è continuato fino agli anni ’60 con il disegno di edifici industriali e sale congressi. Anzi, nel dopoguerra proprio a Colleferro si sono sperimentate strutture ardite in cemento armato precompresso, ossia in strutture in cui il ferro veniva sottoposto a tiratura e le travi a compressione prima di essere portate in cantiere. 

Questo sistema sperimentato proprio da Riccardo Morandi è tuttora utilizzato in tutto il mondo, e serve ad aumentare la ‘potenza’ delle travi che possono avere luci più lunghe, ossia avere meno pilastri e più spazi liberi. 

Per queste sua storia unica, il disegno unitario di Colleferro è sopravvissuto agli anni senza troppe modifiche e la maggior parte degli edifici non ha cambiato fisionomia. A parte il mercato di Colleferro che è stato oggetto di un intervento di ammodernamento negli anni ’80 che ne ha modificato le linee architettoniche. Ma il commercio e le abitudini dei consumatori cambiano costantemente nel tempo al punto che oggi si sta tornando alle posizioni di Riccardo Morandi ma con l’aggiunta di dotazioni digitali.

La crisi della grande industria negli anni ’90 manda in crisi l’identità di Colleferro che diventa città dei rifiuti e si dimentica di essere anche Città dello Spazio inserita nel sistema delle Città Europee dello Spazio. La crisi aveva fatto perdere l’orgoglio e con questo la capacità di sognare. 

Colleferro Città di Fondazione e Capitale della Cultura del Lazio del 2018 ha avuto il grande merito di aver posto un riflettore sulle storie positive di questo paese. Non una nostalgia del passato ma la scoperta delle radici su cui costruire il futuro.

Sull’industria dell’alta tecnologia che ci porta nello spazio, protagonista delle prossime sfide dell’uomo alla scoperta dei segreti dell’universo.

Il merito della riscoperta dell’opera morandiana come elemento dell' identità di un intero paese e motivo di orgoglio per chi vi abita, è sicuramente dell’architetto Luca Calselli, che con la direzione artistica di Dario Biello coordina il gruppo di lavoro Ri-Gymnasium. A questo gruppo il riconoscimento di aver rivalutato questo patrimonio culturale che era stato poco valorizzato insieme a tutto il Novecento Italiano.

Per avere maggiori informazioni sulla storia architettonica ed urbanistica di Colleferro si può visitare il sito www.cittamorandiana.it dove si sta inserendo tutto il grande archivio morandiano che riguarda la città.

powered by social2s
Frascarelli con Fagioli Solfini, la Tuscia in un boccone

Tuscia, la terra degli Etruschi, il termine Tuscia deriva dal latino che si pronunciava tuskia. Agli Etruschi dobbiamo molto di più di quanto immaginiamo e ogni tanto è bello assaporare i sapori della Tuscia e ricordare il passato.

Gli Etruschi erano l'unico popolo che come noi faceva i due pasti principali stando seduti, o meglio, loro stavano sdraiati. Ai loro banchetti potevano partecipare anche le donne mangiando e bevendo tutti insieme, erano degli innovatori. 

La Tuscia era una regione molto ricca e dai dipinti sulle tombe sappiamo che si coltivava la vite e l'olivo, che forse avevano portato proprio gli Etruschi in Italia, e si allevavano animali. Avevano una dieta molto ricca di proteine: mangiavano cacciagione, legumi, verdure in un periodo dove molte civiltà faticavano per mangiare, gli Etruschi ne avevano in abbondanza. 

La ricetta di oggi non ha radici così profonde ma gli ingredienti profumano di Tuscia. I fagioli che useremo sono i "solfini" e sono i figli dei fagioli arrivati dalle Americhe, e non dal nord Africa come quelli che usavano gli Etruschi. I solfini sono parenti dei fagioli verdelli e cugini degli zolfini della val d'Arno ed hanno trovato il loro habitat nel terreno vulcanico del lago di Bolsena. 

I fagioli solfini ed i frascarelli, una tradizionale pasta di acqua e farina, sono gli ingredienti principali di questa minestra.

Ricetta dei Frascarelli con Fagioli Solfini

Prendiamo i fagioli secchi e li mettiamo per una notte in ammollo nell'acqua. Il giorno dopo li lesseremo per circa 1 ora in acqua aromatizzata con foglie di salvia e alloro ed uno spicchio di aglio. Saleremo il tutto solo quasi alla fine della cottura. 

Mentre cuociono i fagioli prepariamo i frascarelli che sono una pasta acqua e farina, che prendono il nome dalla frasca, un attrezzo che si usava per bagnare la farina. Infatti la farina si mette sulla spianatoia e con una frasca si schizza la farina con un movimento rotatorio. Poi si gira la farina che incontrando le gocce d'acqua creerà delle palline irregolari, i frascarelli. 

Per la minestra in un tegame prepariamo il fondo mettendo dell'olio e dell'aglio che facciamo rosolare. Aggiungiamo i fagioli oramai lessi e facciamo insaporire il tutto. Poi frulleremo con un mixer ad immersione i 3\4 dei fagioli mentre alcuni ci serviranno per il piatto finale. 

A questo punto aggiungiamo dell'acqua o del brodo vegetale e facciamo riprendere il bollore per poter cuocere i frascarelli. Quando la pasta è cotta serviamo in un piatto fondo decorando con erba cipollina, una macinata di pepe ed un giro d'olio e alcuni dei fagioli interi che avevamo lasciato da parte.

Il vino? Rimanendo in Tuscia direi un Montefiascone, un "Luce del lago" fatto con uve Roscetto lasciate macerare a bassa temperatura per mantenere i profumi. Poi le uve sono sottoposte a pressatura soffice con resa massima del 60%. Grazie a questo procedimento si ottiene un vino delicato esattamente come il piatto.

Sapori della Tuscia che fanno tanto bene anche all’umore.

powered by social2s
U Pisce: Melanzane ripiene di Pesce Spada

In Sicilia il pesce per eccellenza è lo Spada, che per gli uomini dello stretto è soltanto U Pisce. Come il tonno per Favignana, il pesce spada è l’emblema di Scilla e Ganzirri sul lato siciliano dello stretto di Messina. 

Lo stretto … riportato anche da Omero nell’Odissea che racconta la pericolosità di quelle acque però bellissime. Scilla e Cariddi. Lo Stretto ha un suo fascino unico dato dal pericolo delle forti correnti, dalla bellezza estrema del lato Calabrese e di quello Siciliano e dalle tante leggende che lo avvolgono.

Lo stretto è un luogo fisico ma è anche un luogo filosofico, una separazione culturale che ha permesso la confluenza di tante esperienze diverse che hanno plasmato un mito. 

Il pesce spada è stato cacciato in questo lembo di mare per secoli seguendo un’antica tecnica millenaria quasi mistica, dove religione e pesca si uniscono. I primi racconti risalgono addirittura allo scrittore greco Polibio, e questo non stupisce perché ci troviamo nella antica Magna Grecia. 

Ma l’immagine iconica della pesca al pesce spada è quella della feluca, una particolare imbarcazione di origine araba arrivata intorno al ‘400, caratterizzata da un torrino e da una lunga passerella a prua dove si muove l’arpioniere con la fiocina.

Oggi questa tradizione è relegata ad una sorta di pesca turismo, mercificata, ma un tempo questa pesca seguiva dei rituali quasi religiosi. C’era una gerarchia fra i 5 componenti dell’equipaggio e la lotta con il pesce spada doveva rispettare il coraggio e la forza di questo grande pesce.

Sentendo i racconti dei vecchi pescatori o leggendo le loro storie sembra quasi di immergersi in alcuni brani del Moby Dick, il libro simbolo dell’America che racconta la storia della grande balena bianca. 

Il pescatore doveva seguire il pesce arpionato fino a che questo fosse stremato e si arrendesse all’uomo. A questo punto appena issato a bordo della feluca, il pescatore faceva una croce vicino la branchia in segno di rispetto.

Ma forse uno dei simboli di questa pesca è raccontato mirabilmente da Domenico Modugno nella sua canzone ‘U pisci spada’ che racconta la storia di due pesci spada. Infatti tutti i pescatori sanno che spesso quando prendono uno dei membri di una coppia, l’altro pesce non abbandona il compagno e lo segue fino ad essere catturato con lui. 

Una storia di amore e morte che mi fa piangere ogni volta che la riascolto.

Ricetta di Melanzane ripiene di Pesce Spada

Svuotiamo le melanzane e le mettiamo nel forno sporcate con olio di oliva per 10 minuti.

Il trancio di pesce spada lo tagliamo a cubetti cosi come il pomodoro. In una padella facciamo andare la cipolla di Tropea e uno spicchio di aglio: saltiamo un paio di minuti a fiamma alta e aggiungiamo pesce e pomodoro.

Con questo composto ci riempiamo le melanzane e copriamo il tutto con della ricotta salata grattugiata. La ricotta non fonde e farà una crosta dorata. Cuocere in forno per 20 minuti a 200 gradi.

Di questa stagione il forno è una prova di coraggio, lo so. Ma ne vale la pena.

Il vino? Un Grillo di Trapani, tanto per rimanere in Sicilia e gustare fino in fondo i suoi sapori. 

Un vitigno contemporaneo di cui sappiamo il luogo e la data di nascita. Infatti è frutto di un incrocio di Catarratto e Zibibbo fatto a Favara dal barone Antonino Mendola e raccontato in un documento del 1874.

Grazie al barone e grazie alla Sicilia per tutti i suoi frutti che non ci stanchiamo mai di gustare.

powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.