Spaghettoni al broccolo romanesco con acciuga

ìNon solo bello ma anche buono. Con la sua geometria frattale, il broccolo romanesco è un indiscusso signore dell’autunno. Da il massimo alle prime nebbie e le campagne intorno al lago di Bracciano sono il suo areale migliore. 

Conosciuto fin dall’antichità, il broccolo, il cui nome deriva da “brocco” ovvero il germoglio, è originario dell’Asia Minore. Questo ortaggio era considerato sacro dai Greci, i Romani lo utilizzavano per curare le più svariate malattie e lo mangiavano crudo prima dei banchetti per aiutare l’organismo ad assorbire meglio l’alcool, mentre pestavano le foglie per medicare ulcere e ferite.

Oggi è un antitumorale naturale ed è ricco di potassio e vitamina C.

Oggi il Broccolo Romanesco è inserito nell'Elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali Italiani. Questa pianta che cresce tutto l’inverno è stata una vera fonte di nutrimento nel corso dei secoli e protagonista assoluta di trattati di cucina a partire da quelli romani di Plinio e di Columella. Per gli appassionati matematici rappresenta la spirale di Fibonacci in natura.

Nel 1834, il broccolo diventa il protagonista di un sonetto di Giuseppe Giacchino Belli in cui il protagonista è Torzetto, ossia ‘torso di broccolo’, il coltivatore di broccoli.

Er testamento der Pasqualino
“Torzetto l’ortolano a li Serpenti 
prometteva oggni sempre arzu’ curato
c’a la su’ morte j’averia lassato
cinquanta scudi e ccert’antri ingredienti.”

(Gioacchino Belli)

In cucina il broccolo si presta a tantissime ricette ed è presente in moltissimi piatti, dalle zuppe alle frittelle. Ci si fa un po’ tutto ma la minestra con i broccoli è un must. Un po’ diversa nella forma e nella sostanza ho preparato un primo piatto facile veloce 

Ricetta degli Spaghettoni al broccolo romanesco con acciuga

Per prima cosa procuriamoci un broccolo fresco di Anguillara Sabazia che lesseremo e scoleremo senza buttare via l’acqua. Infatti in questa acqua ricca di vitamine e di sapori cuoceremo la pasta e abbiamo scelto uno spaghettone quadrato.

Ripassiamo i broccoli in padella con aglio, olio e una punta di peperoncino, meglio se fresco.

Poi mettiamo i broccoli ancora bollenti nel frullatore insieme al canestrato romano, un formaggio pecorino che deve il suo nome alla cesta (canestro) in cui viene messo a stagionare. E’ un pecorino a pasta semidura meno incisivo del classico romano, il migliore è quello degli ultimi caseifici di Roma nord.

Quando la pasta è cotta e scolata, si mette in padella per la mantecatura assieme alla crema di broccoli con formaggio. Si serve in tavola con una alice dissalata sopra la pasta. Anche l’alice è una protagonista della cucina romana e laziale, ma preferisco quelle di Sciacca che dissalo sotto un filo di acqua corrente. 

Da gustare con un buon vino come un Bellone dell’Agro Pontino.

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Ravioli di ricotta e cacao della tradizione di Amatrice

Tutti conoscono Amatrice, una cittadina famosa per uno dei più famosi piatti di pasta e per un recente terremoto che, come per quello del 1639, ha raso al suolo l'intero paese. 

Amatrice si trova fra le montagne e gli altopiani degli Appennini in provincia di Rieti (sin dal 1927) a confine con Abruzzo e Marche. Una volta era parte del Regno delle Due Sicilie e anche le sue tradizioni culinarie risentono della sua storia.

Infatti questa particolare ricetta mi è stata raccontata da una persona che vive nella conca amatriciana, per esattezza a Cornillo Nuovo, una delle 69 frazioni di Amatrice. 

Siamo sotto i Monti della Laga con le cime più alte degli Appennini Centrali e vicino il Lago Scandarello, che sono fra le mete preferite degli appassionati di trekking e di passeggiate in montagna per la varietà del panorama e della biodiversità. In inverno anche per alcuni sentieri dedicati allo sci nordico.

Ma tutta questa bellezza è stata surclassata in notorietà da una salsa per condire la pasta: la famosa ‘Amatriciana’. Oggi però non vi racconto dei celeberrimi spaghetti all'amatriciana ma dei ravioli aromatici dal gusto sorprendente. Ravioli particolari che sembrano uscire da un ricettario di uno chef contemporaneo, uno che ama contaminare la cucina classica con quella moderna. 

Tre sono i segreti di questa ricetta: la farina di grano, la ricotta e il cacao. 

Per la pasta dei ravioli ho usato la farina di Grano Autonomia B, un grano tenero dal profumo ricco e il sapore inconfondibile. È nato nel 1938 proprio per essere coltivato nei terreni del centro Italia perché si adatta ai climi freddi, come quello degli altopiani di Amatrice. Nasce dall’incrocio del Frassineto con il Mentana e nel suo nome c’è la sua storia e quella dell’autarchia italiana della Battaglia del Grano.

La ricotta è quella delle pecore degli altipiani di Amatrice. Non c’è altro da aggiungere perché il suo sapore è universalmente noto a chi ama la buona cucina.

Il terzo è il cacao che ovviamente non è un prodotto locale. L'utilizzo del cacao per una preparazione salata non è la normalità nella cucina laziale e appare verso la metà del '700 nella cucina dei nobili. 

Si diffonde contemporaneamente al cinghiale in agro dolce e possiamo sicuramente dire che questo era un piatto per i giorni di festa. Per tutti gli altri continuavano ad esserci le parti più povere dell'animale, tipo pajata o trippa.

Ricetta dei Ravioli di ricotta e cacao al sugo di carne

Prepariamo l'impasto della pasta dei ravioli con farina e un uovo e lasciamolo riposare prima di stenderla e tagliarla. 

Passiamo poi a preparare il sugo di carni di condimento dei ravioli. Tritiamo la carota e la cipolla e le facciamo imbiondire in un tegame con olio. Poi aggiungiamo un pezzo intero di carne da sugo di manzo e la facciamo rosolare prima di bagnarla con il vino bianco. 

Quando è evaporato, aggiungiamo i pomodori pelati e facciamo cuocere per un paio di ore a fuoco lento. La carne la mangeremo poi come secondo piatto tagliandola a tavola davanti ai nostri amici. 

Adesso prepariamo il ripieno dei ravioli: prendiamo la ricotta di pecora e la condiamo con il cacao amaro e la cannella e lavoriamo l’impasto per renderlo morbido ed omogeneo.

Siamo pronti per i ravioli e stendiamo la pasta sottile, poi mettiamo il ripieno di ricotta e cacao prepariamo i ravioli. Lessiamo i ravioli e li condiamo con il sugo di carne.

Serviamo a tavolo e offriamo del pecorino di Amatrice grattugiato per chi ama il formaggio. 

I ravioli di ricotta e cacao sono un piatto semplice ma buonissimo e non ci sono dosi adattatela al vostro gusto. Da gustare con un ottimo Pinot Nero del Trentino che ne esalterà le caratteristiche.

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Vorrei fare una scommessa e chiedere quanti di voi conoscono Cellino San Marco? Probabilmente tutti ad esclusione dei teen agers.

E come è possibile tanta notorietà per un piccolo comune del nord Salento tra Brindisi e Lecce? un paese non toccato dal mare e senza episodi clamorosi nella sua storia?

La risposta è semplice: l’amore.

Un amore per la terra collegato ad una grande storia d’amore, quella fra Albano Carrisi e Romina Power.

Tutto nasce quando i due si conoscono e scoppia la scintilla fra la ragazza americana di buona famiglia, con famosi genitori attori di Hollywood, e un giovane del sud dalla voce incredibile che si era spostato a Milano per fare fortuna.

E Al Bano (nome d’arte di Albano Carrisi perché nessuno sa mai come si scrive e ha paura di sbagliare) amava molto Milano che allora era così diversa dal suo piccolo Cellino San Marco. Negli anni ’60 la Puglia non era ancora un brand, le masserie erano fattorie e non posti turistici, la pizzica la suonavano i nostalgici e la vacanza la facevano in pochi.

Allora la Puglia era sudore della fronte per una terra da domare, vino forte che veniva venduto in Francia per tagliare i loro vini e oliveti altissimi. Non c’erano molte opportunità e chi voleva avere successo nel mondo dello spettacolo doveva lasciare la propria terra.

Una volta andati via, il rapporto con il paese d’origine era dato dai legami familiari ma non da una attrazione fisica verso i luoghi natali, verso un paesaggio che ricordava sofferenza più che sogni.

Quando Albano porta Romina a Cellino San Marco, gli occhi di questa giovanissima ragazza americana vedono altro. Vedono quello che Albano non riusciva ancora a vedere perché aveva delle lenti di rassegnazione.

Romina si innamora dei paesaggi con gli olivi e i vigneti, della terra piatta che profuma di mare, della cucina che cambia di famiglia in famiglia ancora prima che di paese in paese. Si innamora della genuinità delle persone, che sono l’opposto dell’ipocrisia dei parvenue (e ne doveva aver conosciuti tanti nei suoi anni americani).

E subito gli chiede di comprare il Bosco di Curtipetrizzi, l’ultimo lembo di terra con l’originale macchia mediterranea che ricopriva la Puglia prima di lasciare il posto ai vigneti e agli oliveti. Un bosco mantenuto da un folle barone che lo aveva recintato con un muro, probabilmente anche lui doveva essere stato un uomo pieno d’amore.

È Romina che accompagna Albano alla riscoperta del suo paese, di Cellino San Marco, e lo spinge a recuperare le sue radici pugliesi dando loro una nuova dimensione affettiva.

Il linguaggio della pietra, il linguaggio della natura.

Cellino è molto di più del paese natale. È l’amicizia che non si interrompe con le persone della propria età con cui si è andati a scuola e si sono trascorsi assolati pomeriggi al bar. È il profumo dei piatti di mamma Jolanda che vengono tramandati da generazioni. È la casa dove tornare e dove far crescere i propri figli. 

E dopo il bosco arriva il borgo, dove si trova la loro casa attorno alla quale è nata la cantina, l’albergo, il ristorante, la piscina, la sauna e anche la chiesa. Un piccolo villaggio dove ogni pietra è messa in un certo modo seguendo un ricordo, un sogno, un’idea, un decoro.

Albano dice di essere un ‘architetto mancato’ ma in realtà è più di un architetto. Ma lo è per il suo villaggio dove ogni angolo ha un suo segno diverso e una sua storia. 

Ancora una volta è amore. Questa volta quello per le radici ritrovate che sono arrivate ancora più in profondità e dovevano essere mostrate a tutti nei segni del borgo. Una vita pubblica intensa, una vita privata spesso resa pubblica, nel bene e nel male, ha tanti segni da mostrare.

Intanto Cellino San Marco è cresciuta e non è più il borgo degli anni ’60 da cui Albano era partito. Eppure come in uno scherzo del destino, oggi i giovani sono tornati a lasciare il paese, soprattutto i laureati continuano, come una emorragia, a cercare fortuna fuori.

Allora serve una Romina Power per tutti che riesca a far vedere quali opportunità si possono realizzare nel proprio borgo natale. Anche perché la tecnologia e i trasporti creano altre vicinanze. Si parte ma si può tornare più facilmente, se si ha un motivo per tornare. 

Quando si parte ci si arricchisce sempre: le contaminazioni creano ricchezza e in fondo anche Romina è stata una contaminazione per Cellino San Marco. Ma la sfida ora sono i figli di Albano e tutti i giovani di Cellino. 

Torneranno? Oppure troveranno il modo di mettere la loro energia e creatività per far prosperare Cellino San Marco (che stiamo ora usando come metafora di tanti paesi del sud Italia e oggi anche di parte del nord)?

Quanto questi ragazzi conoscono il loro paese e quanto riescono a vederlo con gli occhi di uno straniero che si innamora del profumo, del paesaggio, dei sapori e delle tradizioni? Quanti riescono a vedere opportunità per creare una propria impresa o attività che possa trarre vantaggio dalla notorietà di Cellino San Marco e del Salento? 

Albano è stato un visionario, è andato contro corrente tornando a vivere nel borgo natio e ha dimostrato di aver vinto. Ha aiutato il suo comune promuovendolo in tutti i modi. Ha fatto interviste a Cellino San Marco con televisioni da tutto il mondo. E ha fatto conoscere la Puglia da 50 anni.

È stato un visionario e ha iniziato a lavorare con i bambini delle scuole tanti anni fa, troppo in anticipo sui tempi per essere compreso. Ma se sapremo guidare i giovani come Romina ha guidato Albano, allora il futuro sarà splendido e i giovani doneranno le loro energie per continuare a far crescere la comunità. Anche se in un modo diverso rispetto ai modi del passato.

E noi saremo felici.

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Sei un passeggero di una nave da crociera? Sei arrivato a Civitavecchia e non vuoi andare a Roma e scoprire il posto dove ti trovi?

Perfetto. Hai tante cose da scoprire.

La prima cosa è quella di osservare dal ponte della nave il porto. Ti senti un po’ un imperatore? Pensa che questo porto era stata realizzato dall’imperatore Traiano ed è stato funzionante fino alla seconda guerra mondiale quando ha subito i bombardamenti alleati.

Per quasi 1800 anni ha funzionato ed è stato uno dei porti principali del Mediterraneo, prima per i Romani e poi per i Papi e ora ti aiuto a riconoscere come era fatto.

La sua storia nasce nel 106 quando Roma aveva il problema che il porto fluviale sul Tevere si insabbiava e aveva bisogno di un porto moderno. A nord la costa è sabbiosa fino a Civitavecchia, che allora si chiamava Centumcellae (cento insenature) per la costa rocciosa che offriva riparo alle navi. L’imperatore Traiano era un conquistatore, e potete vedere parte delle sue gesta raccontate nella famosa Colonna Traiana a Roma, e incaricò il migliore architetto dell’epoca: Apollodoro da Damasco.

Ora dovete concentrarvi e guardare davanti a voi: il porto romano aveva una forma ad anfiteatro con due bracci curvi che si protendevano verso il mare. Nel mare poi c’era un molo di protezione che era una linea retta parallela alla costa. Una sorta di isola artificiale che era stata realizzata con le rocce stesse di scavo del porto.

E se pensate che Dubai e la sua palma sono moderne ora potete ricredervi e pensare che non ci sono stati ingegneri migliori al mondo dei romani. Tutte le meraviglie delle costruzioni sono già state sperimentate nella Roma Imperiale dove gli imperatori avevano chiesto alle migliori menti di osare ma di rispettare la natura.

Ora probabilmente la vostra nave si trova ancorata proprio dove un tempo si trovava questa isola, voi dovreste vedere la città moderna proprio di fronte a voi.

Se ora guardate alla vostra destra non riconoscerete nulla perché il molo si è unito ad uno dei bracci e non c’è separazione. Ma se guardate alla vostra sinistra potrete riconoscere la forma dell’antico braccio e quindi del porto romano.

Questo molo termina con un forte che poi nel rinascimento era stato utilizzato dai papi per metterci i malati di peste e oggi si chiama ancora Lazzaretto. Ma fate attenzione alla struttura del molo perché è uno dei capolavori di ingegneria dei romani (che forse avevano ereditato dagli etruschi che abitavano questa terra prima di loro.

Se non riuscite a vedere bene la base del molo prendete lo zoom di un telefonino e osservate tutti gli archi che si trovano sotto il piano di calpestio del molo. E’ come se fosse ‘bucato’: sembra quasi un antico acquedotto interrato.

Eppure questa tecnica è voluta per mantenere il collegamento fra l’acqua del porto e l’acqua del mare e questo evitava l’interramento del porto. Manteneva pulito il fondale ed evitava il bisogno di continua manutenzione.

Ma ora torniamo a guardare la città perché noterete che è separata da un muro dal porto: il porto era un’area militare e commerciale e tutto doveva essere controllato. Ancora oggi si parla di dazi e di tasse e l’arrivo di una nave comportava diverse attività.

Intanto si controllava lo stato di salute dell’equipaggio e poi le merci dovevano essere subito fatte sbarcare e messe nei magazzini. I magazzini si trovavano dove oggi potete vedere la rocca, un edificio medioevale costruito per difendersi dagli attacchi dei saraceni.

Ma nel porto si trovavano anche le caserme che si trovavano pressappoco dove oggi potete ammirare un imponente forte rinascimentale chiamato Forte Michelangelo, perché ci ha lavorato anche il grande Michelangelo che ha preso parte alla costruzione del maschio (la torre). Il Forte rinascimentale è molto più massiccio di quello antico romano perché nel frattempo erano arrivati i cannoni e le città venivano bombardate dalle navi. Qui vi ha soggiornato anche Leonardo da Vinci che per studiare tutta la grandezza dell’ingegneria romana.

Un’ultima nota: una parte del porto è rimasta intatta, ed è la darsena romana che ancora oggi viene usata da piccole imbarcazioni. Paradossalmente è quella che ha bisogno di minori manutenzioni. Ogni tanto pulendo il suo fondo escono fuori oggetti romani e qualche colonna del tempio del Dio Nettuno che era stato realizzato a protezione del porto e dei naviganti.

Oggi la patrona dei naviganti è Sta Fermina, una martire cristiana sfuggita alle persecuzioni di Diocleziano, e la sua prima cappella si trova all’interno del Forte Michelangelo, nelle fondazioni romane.

Se ora vi siete rilassati con un po’ di storia dall’alto, forse è ora di scendere per vedere da vicino la grandezza dei romani e per andare a gustare un po’ di cibo locale.

Vi diamo qualche consiglio perché in questa area dell’antica Etruria si possono assaggiare dei piatti squisiti realizzati con prodotti locali.

La prima cosa chiedete pasta locale, nella vicina zona di Tolfa e Tarquinia si sono tornati a coltivare grani antichi e si produce una pasta particolare dal sapore unico che può essere condita anche con i pomodori penduli di Civitavecchia che vengono conservati per mesi stesi su fili e che racchiudono il sapore del mare e della terra.

Potete scegliere pesce (chiedete sempre la ‘paranza’ che è l’insieme del pescato locale) oppure della carne di manzo ‘Chianina’ proveniente da allevamenti allo stato semibrado della Maremma Toscana o Laziale.

Per il vino non abbiamo dubbi: questo è la zona del Tarquinia DOC, ma vi consigliamo anche un Cacchione a piede franco di Nettuno, uno dei pochi vitigni autoctoni che arriva direttamente dai romani.

Con la storia del porto e queste delizie enogastronomiche siete potuti entrare nello spirito del posto comodamente e con una esperienza unica. Trovate il romano che è in voi!

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Chi ama il connubio tra arte e natura, tra passato e presente, deve assolutamente fare un viaggio in Sabina, una particolare area ad est di Roma lungo la via Salaria. Anche se la Salaria è una delle grandi strade consolari nate con l’impero romano, la mancanza di autostrade ha preservato questo territorio dove lo sguardo si perde tra castelli e valli incontaminate.

Un paesaggio dove si incontrano suggestivi borghi antichi come quello di Cottanello sul cucuzzolo di un colle che si affaccia sulla verde Umbria. Boschi e paesaggi rurali nascondono poi un piccolo segreto: una cava di marmo rosso di Monte Lacerone dove un tempo si estraeva il marmo usato da Bernini nei suoi capolavori.

La magnifica basilica di San Pietro è emozionante anche grazie alle 46 colonne di marmo dell’altare di Bernini realizzate con la pietra di Cottanello. Per poter far giungere i marmi a Roma furono allargate le strade e riaperti nuovi sentieri e si può dire che parte dell’allegria del Barocco Romano si deve anche al gioioso rosso del marmo di questa zona della Sabina.

Ma ci sono molti altri motivi per programmare una visita in questo borgo e uno di questi è sicuramente la possibilità di fare turismo equestre. L’associazione Cavalieri e Allevatori del Cavallo Tolfetano di Cottanello è nata da un gruppo di amici appassionati di equitazione di campagna e oggi si esibisce in rievocazioni del lavoro degli antichi butteri in tutte le migliori manifestazioni italiane come Fieracavalli a Verona.

Il turismo equestre, lungo le ippovie vicine a Cottanello, e la fama dei butteri locali attraggono un numero sempre crescente di appassionati equestri da ogni parte d’Europa. Per maggiori informazioni potete rivolgervi ad Alessandro Volpi, presidente dell’associazione che ha sede nel suo allevamento.

L’associazione può ospitare gruppi di appassionati in alloggi nel borgo antico e far vivere loro una esperienza sui sentieri della Sabina. Mentre i più esperti possono cimentarsi nelle esercitazioni dei butteri con gli allevamenti di giovani

Ma un viaggio è anche la scoperta dei sapori locali e la qualità delle produzioni di Cottanello non ha pari in tutta la Sabina. Se volete gustare le eccellenze potete andare a ‘La Foresteria’ il locale di Matteo Ricci dove potete gustare i suoi speciali ‘Stringozzi Piccante Bianco’. Una ricetta originale che rivisita il piatto della tradizione della Sabina, una pasta a base di acqua e farina chiamata Stringozzi.

La salsa è fatta con formaggi pecorino, aglio e peperoncino amalgamati dall’olio extra vergine di Cottanello e aggiunta a fine cottura sulla pasta scolata. La pasta non va mantecata e il risultato finale è assolutamente una delizia e una sorpresa.

E se siete appassionati di carne non dovete esitare a chiedere una tagliata di Chianina da animali allevati allo stato semibrado che potete anche acquistare nella macelleria locale, dove potete anche trovare il famoso Olio della Sabina, ma attenzione a scegliere quello prodotto a Cottanello dai produttori locali che lavorano in modo biologico.

La carne profuma delle erbe del territorio e ha una consistenza morbida al punto che viene servita senza aggiunta di olio per poterla gustare fino in fondo. Il suo sapore è delicato come l’armonia che si respira nel borgo e nelle campagne.

Per il vino chiedete il vino della Cantina Sociale dei Vini dei Colli Sabini: noi abbiamo scelto un ’29 settembre’ rosso IGT del Lazio di Magliano Sabina.

Ricordatevi che tutti i pranzi in Sabina si chiudono con formaggi e miele. E non potete farne a meno!

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Ci sono tanti buoni motivi per venire a visitare Tarquinia e il primo è sicuramente la straordinaria necropoli Etrusca di Monterozzi, una magnificenza che non ha caso è stata inserita dall’UNESCO fra i Patrimoni dell’Umanità insieme a quella di Cerveteri.

La necropoli comprende circa 6.000 tombe ma 62 sono quelle che lasciano a bocca aperta: tombe a camera in cui si scendono alcune scale dal piano di campagna per entrare in degli ambienti scavati nella roccia e dipinti con colori ancora accesi e vivaci.

Una emozione unica che aumenta se poi si prova ad entrare nella testa di chi si è fatto dipingere la tomba, i soggetti raffigurati sono molto vari fra loro e rappresentano forse proprio la varietà di personalità umane. Mentre la ricchezza dei corredi si può ammirare al Museo Nazionale Etrusco di Tarquinia proprio al centro del paese nel portentoso Palazzo Vitelleschi.

Gli Etruschi hanno rappresentato molte scene di banchetti, forse per rappresentare l’aldilà ma in ogni caso di sicuro erano scene che si svolgevano anche nella vita reale. Come nella Tomba del Guerriero con suonatori e danzatori in un banchetto di oltre 2500 anni fa (la tomba risale al 520 aC) o nella Tomba dei Giocolieri (la tomba risale al 510 aC) dove sono rappresentati saltimbanco e giocolieri che animano le feste in modo molto moderno e che oggi chiameremo buskers.

In alcune tombe sono rappresentate le porte dell’aldilà e qualche volta sono i morti che guardano i vivi che banchettano in uno strano gioco di emozioni della vita.

Gli Etruschi sono popolo misterioso che ha dato l’inizio a Roma, i primi re erano tutti Etruschi e alcuni storici dicono che Roma sia iniziata come una città Etrusca. Un popolo di ingegneri, a vedere i numerosi resti di acquedotti e canali che si trovano nelle campagne dell’altro Lazio, di artisti, come si vede proprio nelle tombe affrescate della necropoli di Monterozzi a Tarquinia.

Ma anche un popolo di buongustai e agli Etruschi si deve l’arrivo della coltivazione della vite e della produzione del vino dall’oriente intorno al VII secolo aC. Il successo è stato talmente grande che per molti anni l’Italia veniva chiamata con il nome Enotria, ossia Terra del Vino. Anche se il nome deriva dal personaggio greco Enotrio che portò le prime barbatelle, una talea della vite da cui può nascere un’altra pianta.

A sottolineare la passione per il buon cibo e il vino, il re Mezenzio aveva istituito la festa dei Vinalia il 23 aprile e il dio Fufluns (germoglio) può essere considerato il parallelo del Dio Dioniso greco, uno a cui piacevano le feste e soprattutto il vino.

Sono note tutte le tecniche di vinificazione degli Etruschi e anche il particolare modo in cui si beveva allungandolo con acqua, miele, spezie, formaggio grattugiato e altre sostanze a seconda della creatività della persona.

Dopo la visita alla necropoli cosa c’è di meglio che andare a chiacchierare davanti ad un bel piatto sorseggiando il vino?

A Tarquinia ci sono due scelte altrettanto suggestive (per cui si consiglia di stare due giorni e di provarle entrambe): andare nel centro storico medioevale con la grande terrazza vicino al Museo Archelogico che guarda al mare e offre incantevoli tramonti. Mangiare in uno dei vicoli è una esperienza, soprattutto se si gusta la famosa pasta di grani antichi che alcuni agricoltori sono tornati a piantare nella Tolfa. E pensare che questa era da sempre una delle aree migliori per la coltivazione dei cereali che poi era stata abbandonata con la meccanizzazione dell’agricoltura.

Oggi sono tornati i semi antichi e le antiche tecniche di molitura e di preparazione della pasta.

Per i condimenti non ci sono dubbi: lasciatevi consigliare ma seguite la stagione. I carciofi romaneschi sono particolarmente saporiti perché vengono dalla vicina Cerveteri dove crescono su ‘saporiti’ suoli vulcanici ricchi di minerali. Ma un po’ tutte le verdure coltivate in questa area riflettono positivamente la ricchezza del suolo.

La carne che dovete assaggiare è quella del Vitellone della Maremma allevato nei pascoli incontaminati dei Monti della Tolfa dove si produce anche il famoso formaggio Caciofiore di Columella, l’antenato del Pecorino Romano, prodotto ancora oggi seguendo la descrizione datane da Columella nel suo trattato del I secolo d.C. Magari metteteci sopra un po’ del miele locale.

Se invece siete un po’ più goderecci, approfittate della visita alla necropoli per andare nelle sabbiose spiagge di Tarquinia per un bagno di sole e un bagno nelle limpide acque del Tirreno. In questo caso consigliamo un pasto a base di pesce, soprattutto quello locale che in genere è il pesce azzurro o quello che viene chiamato di ‘paranza’, dal nome delle barche dei pescatori.

L’olio è certamente quello della Tuscia e provatelo sul pane bruschettato per gustarlo fino in fondo, con o senza sale a seconda dei gusti mentre io aggiungo anche un po’ di aglio.

E il vino è quello della Strada del vino e dei prodotti dell’Etruria su cui primeggia il celebre Tarquinia DOC. Gli Etruschi hanno lasciato il segno!

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Ci sono mille motivi per venire a Sonnino ma noi ve ne vogliamo dare 2 e mezzo.

Il primo è il Museo delle Terre di Confine che già nel nome racchiude tutta la storia di questo borgo medioevale arroccato su Colle Sant’Angelo nei Monti Ausoni. Sonnino è al confine: per secoli fra i Volsci e i Romani e poi ancora per secoli fra lo Stato Pontificio e il Regno Borbonico.

E dove c’è un confine spesso ci sono storie da raccontare: se il confine è aperto ci sono scambi culturali e contaminazioni, se il confine è chiuso ci sono briganti e storie d’avventura.

Sonnino ha entrambe, una contaminazione che resta soprattutto in cucina e tante storie di briganti al punto che il 18 Luglio del 1819 il Cardinal Consalvi proclamò l’Editto per la distruzione del paese in quanto covo di briganti.

Secondo l’editto tutti gli abitanti dovevano essere portati altrove e le abitazioni distrutte. E questo accadde solo in parte con la distruzione di 39 abitazioni grazie alla intercessione di Don Gaspare Del Bufalo (1786-1837) oggi santo e fondatore della Congregazione missionaria del Preziosissimo Sangue.

Il museo racconta con istallazioni artistiche la storia dei banditi e del leggendario Antonio Gasbarrone di Sonnino che era diventato un personaggio famoso e molto apprezzato dalle donne di tutta Europa in cerca di emozioni.

Il secondo motivo è dato dal cibo e dai piatti della tradizione locale. Tutti i prodotti della terra e le erbe dei prati risentono di un’aria particolare che porta i profumi del mare e quelli della montagna. Una zona carsica che crea un microclima unico che si riflette sui profumi delle coltivazioni.

Per chi ama assaggiare li prodotti e i piatti locali, Sonnino è famosa per la sua “Zazzicchia di Sonnino” celebrata anche in una sagra locale molto partecipata. La potete trovare nelle macellerie o nei ristoranti. Se siete fortunati potete partecipare alle fasi di preparazione di questa famosa salsiccia.

Da provare assolutamente la carne di capra che viene cotta in diversi modi. Le capre vivono libere sulle montagne e oltre a dare un gustoso latte per dei formaggi eccezionali sono anche uno dei piatti della tradizione.

Da qualche tempo è possibile mangiare la Bazzoffia, una zuppa di pane con le verdure di stagione che fa parte delle tipicità locale. Viene prima preparata una zuppa fatta con le verdure colte nei campi e con cipolle, poi questa viene messa in una teglia con strati di pane e messa in forno. Una delizia.

Ovviamente tutto viene condito con l’olio Extravergine fatto con le olive Itrane, che sono forse più note come Olive di Gaeta dal nome del vicino porto di Gaeta in cui venivano imbarcate per raggiungere tutta Europa. A Sonnino si preparano anche le olive in vari modi per poter essere gustate tutto l’anno e si preparano anche creme spalmabili di pasta di olive.

E si chiude il pranzo con i famosi Fichi Secchi, il formaggio e il miele. Alcuni produttori hanno iniziato a preparare una crema di pistacchi all’olio d0oliva: cosa chiedere di più?

Il mezzo motivo per venire a Sonnino riguarda il periodo che scegliete. Va bene ogni giorno dell’anno ma in un particolare fine settimana di maggio si può vivere una delle celebrazioni più suggestive d’Italia: la Festa delle Torce. Questa festa notturna riprende una antica festività pagana e in una processione notturna gli abitanti percorrono tutto il confine del paese lungo i sentieri di campagna sulle montagne illuminati dalla sola luce delle torce, una specie di grandi candele che vengono ancora fatte a mano.

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Nettuno ha nel nome la sua storia: un tempio dedicato al Dio del mare su un tratto di costa a sud di Roma che sovrastava il mare. Tanto amata dagli imperatori da essere chiamata la Costa dei Cesari. E tanto amata anche dai papi.

Infatti, dopo la caduta dell’impero si è formata una cittadina medioevale sbocciata attorno ad una potente e magnifica fortezza.

Forte Sangallo, progettato dal grande architetto militare Sangallo, è stato voluto da papa Alessandro VI Borgia, anzi da suo figlio Cesare Borgia, e inaugurato nel 1503. E proprio in questo forte Mussolini firmò il trattato fra Italia e Jugoslavia per la Dalmazia.

Nelle spiagge di Anzio e Nettuno sbarcano gli alleati durante la seconda guerra mondiale e oggi molti di loro riposano in un suggestivo cimitero monumentale.

Ma la seconda guerra mondiale è lontana e oggi Nettuno è una ridente cittadina di villeggiatura sulla costa frequentata tutto l’anno da pellegrini che visitano il santuario di Santa Maria Goretti e da discendenti dei caduti in cerca di dare un senso alla guerra.

E dove si riflette meglio sul senso della vita? A tavola guardando il mare e gustando le delizie locali.

Certamente i piatti a base di pesce sono quelli più richiesti anche perché la vicina Anzio ha una dei più frequentati porti per pescherecci dove ogni mattina si può trovare pesce fresco. Nettuno ha preferito concentrarsi sul porto turistico proprio sotto la mura che ancora circondano la cittadella medioevale.

Ma la vera domanda è: con quale vino accompagno il piatto di pesce?

E qui la risposta è immediata: un vino Nettuno DOC con uve di cacchione, che in qualche posto è chiamato bellone, un vitigno autoctono di questa area che si affaccia sulla costa a sud di Roma.

A Nettuno questo vitigno è particolarmente importante per la originale tecnica di coltivazione a “piede franco”, ossia i vitigni sono proprio quelli originali e non hanno subito innesti su altri vitigni.

Nell’800 in Europa i vitigni furono distrutti dalla fillossera, un insetto proveniente dall’America, e per recuperare le produzioni furono fatti innesti su radici di vite americana che resisteva al parassita.

Ma grazie al particolare tipo di suolo sabbioso di Nettuno, le piante di Cacchione non furono attaccate dall’insetto e sono ancora quelle originali che affondano le loro radici nei secoli. In particolare i soci della Cantina Bacco hanno recuperato le piante originali riproducendole per talea per realizzare nuove coltivazioni.

Il vino che si ottiene racchiude secoli di storia e di sapori: un bianco dal colore giallo paglierino con profumi di frutta matura e di fiori, perfetto fresco con i piatti a base di pesce.

Dalle più insolite rane fritte tipiche di Nettuno alle più conosciute cozze e vongole, il mare di Roma è famoso per il suo pesce tanto quanto per i piatti tipici che lo adoperano nei modi più fantasiosi. Non da meno è l’allevamento di carne ovina, molto apprezzato è l’abbacchio (o abbacchietto) locale prodotto dalle aziende del territorio, che oltre alla carne si cimentano nella produzione di formaggi e prodotti caseari genuini, come ricotta fresca e primo sale aromatizzato con erbe o spezie.

Un vitigno e un vino che ha tanto da accompagnare, perfetto sulle nostre tavole o come aperitivo in qualsiasi momento dell’anno!

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