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Ci sono tante leggende che raccontano il legame fra la Cina e la Giada, che viene chiamata YU ossia ‘la cosa più preziosa’. Abbiamo raccontato la storia di Bian He ed ora è tempo di scoprire quella del Messaggero del Cielo.

In Cina, la giada è stata il simbolo della potenza suprema degli imperatori e questa leggenda attraversa oltre mille anni di storia e varie dinastie: i Qin, gli Han i Sui e i Tang.

[caption id="attachment_110900" align="center-block" width="800"] Copricapo dell'Imperatrice - Giada e pietre prezione (Dinastia Ming)[/caption]

Si narra che il primo imperatore della Cina, Qin Shi Huangdi, appartenente alla dinastia Qin (221-206 a.C.), appena preso il potere, ordinò ai suoi artigiani gioiellieri di creare un sigillo di Giada He e di incidervi sopra le parole: “Messaggero del Cielo, di longevità e prosperità eterna”. 

In altre parole, il sigillo rendeva il suo possessore il messaggero, il figlio delegato dal Cielo, ed era la testimonianza della potenza imperiale assoluta. 

Alla fine della dinastia Qin, Gao Zu, primo imperatore della dinastia Han (che governò dal 202 al 195 a.C.), una volta salito al trono, si fece consegnare il sigillo imperiale dei Qin e lo ribattezzò “Scettro del messaggero della dinastia degli Han”.

Il successivo detentore del sigillo di Giada He fu Wang Mang, legato alla famiglia imperiale dal lato materno. Wang usurpò il trono quando l’imperatore degli Han dell’Ovest aveva solo due anni (206 a.C. - 24 d.C.). Si narra che quando si fece consegnare il sigillo lo gettò a terra per dimostrare la sua collera, rompendolo e i danni furono riparati con dell’oro. 

Il sigillo fu successivamente legato agli imperatori delle dinastie Sui e Tang. 

Il suo ultimo proprietario fu l’imperatore Li Congke della Dinastia Tang il quale fu sconfitto dall’esercito dei Khitan. L’imperatore, dopo la disfatta, prese il sigillo, si mise in salvo in una torre con la sua famiglia e i suoi fedelissimi e, in un ultimo tentativo di salvare il suo onore, appiccò un incendio, morendo bruciato e portando con sé anche il sigillo del messaggero del cielo.

Rituali e Credenze

La Giada come accessorio divino

I Cinesi pensavano che la giada incorporasse le essenze viventi del cielo e della terra, e quindi gli sciamani la utilizzavano come strumento di comunicazione con gli dei. Ad ogni dio veniva associato un tipo specifico di giada.

Quando l’imperatore raggiungeva il potere supremo, compiva il seguente rituale: scalava la più alta cima di una montagna e poi lanciava delle tavolette di giada scolpite per informare gli dei della Montagna della sua ascensione al potere. 

Quando l’imperatore si ammalava, il suo sciamano andava sulla montagna per lanciare delle tavolette con incise delle preghiere per implorare la guarigione del sovrano. Questo rituale è stato confermato grazie al ritrovamento, ai piedi del Monte Hua, di due tavolette di giada, risalenti al periodo dei Regni Combattenti (453-221 a.C.). Da ogni lato erano incise preghiere per la guarigione del sovrano.

Secondo le antiche credenze cinesi la giada aveva la capacità di scacciare gli spiriti maligni e di preservare il corpo dopo la morte. Per questo motivo veniva ampiamente usata nei riti funebri e nelle sepolture. 

I defunti venivano spesso tumulati con dei vestiti di giada cuciti con dei fili d’oro e nelle tombe sono stati trovati dei Cong, dei manufatti di giada antichissimi (i primi esemplari furono prodotti tra il 3400 ed il 2250 a.C.) a sezione circolare all'interno e a sezione quadrata all’esterno, il cui significato è ancora sconosciuto.

Una veste simile è stata trovata nella tomba del re Maya Pacal nella antica città di Palenque, in Messico. Un particolare che unisce popoli molto distanti tra loro e separati dall’Oceano Pacifico.

Le virtù della Giada 

Nell’antica Cina, gli ornamenti e i gioielli definivano la classe sociale di appartenenza. Le donne nobili, celebrate dalla poesia classica, usavano portare moltissimi gioielli di giada: collane, braccialetti, ciondoli, orecchini o ancora intere parure.

Ma la giada, secondo i cinesi, aveva molto più di una semplice funzione puramente decorativa. Infatti, i gioielli non solo mettevano in risalto la bellezza, ma permettevano di prendere coscienza delle proprie qualità fisiche e accrescevano la finezza dei sensi. Inoltre, si riteneva che esistesse una sorta di interazione tra i gioielli di giada e la persona che li indossava. 

Se una persona indossava un gioiello di giada, l’essenza emanata dal monile si fondeva con quella della persona: una sorta di simbiosi testimoniata dall’aumento della lucentezza e della struttura della giada più fine se la persona era in salute. Anche se la persona non godeva di buona salute, la giada del gioiello avrebbe accelerato la sua guarigione.

Gli antichi cinesi portavano anche gioielli di giada come segno di cultura morale: “un uomo di virtù non si separa mai dal suo gioiello di giada senza un valido motivo”. 

Nelle metafore cinesi, la pietra di giada è spesso associata alle virtù femminili della purezza e della castità: la moglie ideale è “pura e traslucida come la giada”.

Infine, anche nella Cina di oggi sono molte le virtù riconosciute alla giada.

Il contatto con la giada permette di distendersi e rilassarsi. Il fatto di portarla a contatto con la pelle le permette di dare sollievo ai reni e di rinforzare l’energia del cuore. Posta sotto un cuscino procura un sonno profondo e gradevole. Le tavolette di giada, poste sul ventre favoriscono il parto.

La pietra di giada ha anche la facoltà di ponderare i giudizi sugli altri e di alzare il proprio livello di conoscenza. Aumenta la longevità della vita e favorisce la resurrezione.

La prossima volta che andrete in Cina siamo sicuri che guarderete alla giada con occhi diversi!

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Vado a cena dalla mia vicina di origine calabrese tornata dall’India e mi mostra un piccolo lumino con una fiammella al centro. Sembra una candela ma mi spiega che lo stoppino è in realtà un fiore.


E mi va a prendere un vaso dove ha conservato tutti i fiori secchi del suo giardino con cui realizza queste fiammelle che non hanno né fumo né odori. 

‘Ogni fiore dura circa due giorni e la fiamma si alimenta dal piccolo strato sottostante di olio. Mi ha insegnato mia nonna’.

I piccoli fiori secchi hanno la forma quasi di gelsomini e, quando li tocco, resto sorpresa dal contatto con una superficie che sembra un velluto.

Iniziano allora le domande a partire dal nome del suo paese di origine e dalla storia della pianta. 
Siamo ad Arena, uno dei centri dove è stata scritta la storia della Calabria, e fino a pochi anni fa tutte le famiglie coltivavano una pianta molto particolare: “Ballota pseudodictamnus” detta anche ‘Lampa’ che rivela il suo uso nei secoli.

È una pianta perenne che appartiene alla famiglia delle Lamiaceae come il timo, l’origano, il basilico, la salvia, la santoreggia e via dicendo. Pseudo dictamnus perché assomiglia vagamente alla famiglia dei Dittamo, quella citata da Umberto Eco e da Harry Potter.

La mia amica si ricordava di questi lumini che faceva con la nonna e l’ultima volta che è andata in Calabria si è procurata una pianta per poter recuperare la tradizione qui da noi vicino Roma.

Come si prepara il lumino?

Si prende un bicchierino e lo si riempie di acqua per metà, poi si mette uno strato di olio di circa mezzo centimetro sul quale di fa galleggiare un elemento con un foro che serve per poggiare il fiore secco. 

Un tempo era un pezzettino di una canna, una di quelle che nascono in corrispondenza di terreni umidi e con i quali si organizzavano gli orti, ma oggi la mia amica ha un supporto più artistico.

La luce dura finché c’è olio nel bicchiere oppure finché il fiore non si consuma totalmente, in ogni caso dura almeno un paio di giorni.

L’importante è che il fiore possa arrivare allo strato dell’olio che alimenterà la fiammella. 

Vale la pena ricordare che prima dell’arrivo della luce a gas e dell’energia elettrica, che resero nota Parigi come la Ville Lumiere, gran parte dell’illuminazione proveniva dai lumini ad olio.

Per questo ovunque fosse possibile venivano piantati olivi e il trasporto dell’olio su nave era strategico per la qualità della vita nell’antica Roma.

Con la fantasia e con le storie possiamo attraversare i secoli, dalla Magna Grecia ai romani e poi ai Normanni, agli Spagnoli e poi ai Francesi prima che arrivassero i Piemontesi che ci hanno imbambolato con una storia diversa.

Arena e il suo possente castello sono stati sconfitti dal terremoto e molti dei loro figli hanno lasciato la Calabria per andare a cercare fortuna nel mondo. E il successo è sicuramente arrivato per loro che magari hanno il cuore diviso fra Arena e la nuova casa.

Ma quando accenderanno una ‘lampa’ potranno dolcemente ritrovare un pezzo della loro storia e respirare un’aria familiare.

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In tutte le civiltà ci sono delle credenze, delle storie tramandate da generazioni in generazioni, queste storie sono quelle che noi oggi chiamiamo "leggende" o " miti".

Alla Cina appartiene la storia di un grande vaso di ceramica colmo di queste leggende o miti. Molto familiare e simile a quella greca, che noi tutti conosciamo perché appartiene al nostro bagaglio culturale occidentale.

Ma vi siete mai chiesti se i miti greci siano gli stessi anche per il mondo cinese? 

Io, si! Spinta dalla curiosità, ho fatto delle ricerche e il risultato, come ogni ricerca che si rispetti, è stato semplicemente entusiasmante. Sin dal primo libro che ho letto, sono rimasta affascinata e incantata. Leggendo quei testi, per un attimo, sono tornata la bambina di un tempo, che ascoltava a bocca aperta, le storie raccontate da mia nonna.

Spero che anche voi, lettori di questo breve racconto, restiate incantati e terminata la lettura abbiate la giusta "fame" di sapere, quella "fame" che riesce a dare sapore alle nostre vite.

Chang'e, la Dea della Luna 

La Luna, è lei la protagonista femminile in assoluto, madre di qualunque romantico. I cinesi in particolare amano la Luna cosi tanto da dedicare ad essa una festa, la famosa "Festa di mezzo Autunno". Una festa piena di tradizioni e di principi. Durante i festeggiamenti si usa bruciare degli incensi in onore a Chang'e. 

Chi è Chang'e? 

La storia di Chang'è potete raccontarla ai vostri bambini prima di andare a dormire. In realtà ci sono molte versioni di questa leggenda, io preferisco quella più romantica ed è proprio questa versione che vi andrò a raccontare e lo farò con le classiche tre parole magiche ... 

 ...C'era una volta, in un villaggio molto lontano, un grande albero che sovrastava l'Oceano Orientale, l'albero era così grande e alto che i suoi rami raggiungevano il cielo. 

Su questo albero vivevano 10 corvi i quali avevano l'oneroso compito di alzare in cielo il Sole. Ogni corvo aveva un proprio Sole e ogni giorno, a turno, si alzava in volo un corvo diverso con un Sole diverso.

La vita era in perfetto equilibrio, gli uomini del villaggio amavano il Sole, esso dava loro energia e cibo. Un giorno, però, accadde l'impensabile, senza motivo tutti i corvi si alzarono in volo con il proprio Sole.

Con il calore di tutti i 10 Soli in cielo, la Terra iniziò ad inaridire. Il calore era troppo elevato per la vita degli uomini, laghi e fiumi iniziarono a seccarsi, la terra non dava più cibo, vari incendi devastarono le foreste e gli uomini con gli animali non riuscirono a sopravvivere. 

Dinanzi a tale caos l'imperatore chiese aiuto al dio Dijun, dio del paradiso orientale, il quale decise di inviare in suo aiuto il miglior arciere celeste, Hou Yi. Hou Yi prese il suo arco rosso con le sue frecce bianche e sua moglie Chang'e, e scese nella Terra degli uomini. 

Hou Yi inizialmente cercò di far ragionare i 10 corvi, i quali però non vollero sentir ragioni e restarono tutti e 10 in cielo. A quel punto a Hou Yi infastidito dall'arroganza dei corvi decise di colpire con le sue frecce.

Prese la prima freccia e la scagliò contro il primo corvo, che cadde a terra con il proprio Sole. Poi prese una seconda freccia e colpì il secondo corvo, poi il terzo e cosi via, fino al nono corvo. Hou Yi lasciò vivo solo un corvo con il proprio Sole, necessario per dare calore ed energia alla Terra. 

Il dio Dijun, quando venne a sapere che Hou Yi aveva ucciso 9 dei suoi 10 figli, si arrabbiò cosi tanto da far cacciare per sempre Hou Yi e sua moglie Chang'e dalla vita celeste e farli restare per sempre sulla Terra togliendo loro il dono dell'immortalità.

A Hou Yi, piaceva la vita sulla Terra, insegnò l'arte del tiro con l'arco e fu eroe di varie imprese, ma gli mancava solo una cosa, la sua immortalità. Con il passare del tempo iniziò a sentirsi in colpa per aver costretto la sua bellissima moglie Chang'e a rinunciare alla sua immortalità costringendola ad una vita terrena piena di fatiche.

Hou Yi doveva trovare un modo per ritornare in cielo e riavere la loro immortalità. 

Un giorno, venne a sapere che una certa signora, la Regina Madre d'Occidente, possedeva un elisir dell'immortalità. Allora Hou Yi attraversò mari e monti fino ad arrivare al cospetto della Regina Madre d'Occidente, la quale conosceva la fama dell'arciere e delle sue imprese eroiche, e così gli donò subito l'ultima bottiglia dell'elisir. 

Hou Yi ora aveva dinanzi a sè un grande dubbio: “cosa fare? Non posso bere l'elisir e salire in cielo da solo e lasciare qui Chang'e, ma non posso nemmeno farla salire in cielo da sola. Cosa faccio?”.

Tormentato da mille domande, Hou Yi una volta rincasato decise di nascondere l'elisir. 

Giorni dopo, Chang'e scoprì il segreto del marito e, nonostante l'amore verso il suo amato, ella non ne poteva più di quella vita così, durante la notte del 15 Agosto, Chang'e bevve di nascosto l'elisir.

Subito dopo averlo bevuto, Chang'e iniziò a sentir il suo corpo sempre più leggero tanto da iniziare a fluttuare in cielo.

Chang'e si spaventò e iniziò a piangere e chiamò il suo amato, ma quando Hou Yi arrivò, ella era già salita in cielo fluttuando verso la grande Luna luminosa. 

Da quella famosa notte, Chang'e vive una vita solitaria sulla Luna nel suo grande palazzo Guanhangong con un solo amico: "il coniglio di Giada" (Yu Tu) salvato dalle fiamme proprio da lei.

Si narra che, un giorno il coniglio insieme ad altri animali, spinti dal desiderio di fare del bene, decisero di procacciare da mangiare ad un vecchio viandante. 

Il coniglio fu l'unico a non riuscir a trovare del cibo, così si propose lui stesso come pietanza e si lanciò nelle fiamme. Ma Chang'e, colpita dal coraggio e dal cuore nobile del piccolo coniglio, lo salvò e lo portò con sè sulla Luna. 

Si dice che quando la Luna è piena, se la si guarda bene, si può vedere l'immagine di Cheng'e e di Yu Tu. 

I Cinesi amano così tanto le leggende legate a Cheng'e e a Yu tu, da dedicare a loro i nomi della missione di esplorazione della Luna, chiamata appunto "Cheng’e 4", e il rover della missione chiamato YuTu 2, in onore alla figura pura e agile del coniglio di giada. 

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La Cina e la Giada sono legate sin dalla notte dei tempi e da sempre i cinesi considerano “sacra” questa pietra meravigliosa. Le storie, le leggende che si tramandano sono moltissime e da oggi proviamo a raccontarvene qualcuna: questa è la prima.

"La Giada è morbida, dolce e lucida al tatto come la benevolenza. Forte, compatta e bella come l’intelligenza. Affilata, senza essere tagliente, come la giustizia. Brillante e luminosa, come la purezza. I suoi difetti, non si nascondono mai, come l’educazione e la sincerità”.

Con queste parole il filosofo cinese Confucio (551-479 a.C.) descriveva tutte le virtù della Giada, predicando che un uomo doveva definire i suoi modi e la sua condotta proprio in accordo con queste virtù.

Per i cinesi la Giada è evocatrice di saggezza e sincerità, e dona prosperità, amore e lunga vita. Aiuta a prendere in mano le redini della propria esistenza.

La giada, in Cina, è considerata preziosa da sempre: il suo nome “YU”, vuol dire infatti “la cosa più preziosa”. Il nome Giada deriva invece dagli Spagnoli, durante il periodo della conquista dell’America Centrale, dove questa pietra era apprezzata e lavorata finemente. Furono loro a battezzarla “pietra de la ijada”, letteralmente “pietra dei fianchi”, per la convinzione che curasse le malattie renali.

Origini della Giada

Nella Cina di 9.000 anni fa, la giada era vista come l’unione tra le essenze viventi del cielo e della terra. Era l’incarnazione terrestre del principio cosmico maschile (Yang). Già allora era considerata sacra. 

Mentre la preistoria occidentale è composta dall’età della pietra, del ferro e del bronzo, la preistoria cinese si divide in età delle armi di pietra, di giada e di bronzo. Infatti già durante le dinastia Shang (16°-11° sec. a.C.) e la dinastia Zhou (11° secolo – 221 a.C.), le sciabole e le spade venivano fabbricate in Giada ed erano considerate come simboli della potenza dell’uomo.

Per migliaia di anni, la giada è stata l’emblema dell’amore, della virtù e allo stesso tempo uno status symbol del livello sociale. 

Ma soprattutto, da sempre, la giada è stata il simbolo delle dinastie imperiali, il segno distintivo per eccellenza.

La leggenda di Bian He e della sua inestimabile Giada

In Cina la giada “He” è la più famosa e una leggenda popolare ne spiega il nome.

Nel 650 a.C. un uomo di nome Bian He, dello stato di Chu, osservò una fenice che si stava posando su di una montagna, e si convinse che dietro quella montagna ci doveva essere un tesoro, visto che un famoso proverbio diceva: “la fenice si posa unicamente su pietre di giada”. 

Effettivamente, dietro la montagna, Bian He trovò un grosso pezzo di giada grezza e molto fiero, decise di portarlo al suo re di nome “Li”. il Re, che si credeva un grande esperto di giada preziosa, dichiarò che quella pietra non aveva alcun valore e fece tagliare un piede a Bian He per punirlo della delusione inflittagli.

La cosa, purtroppo, si ripeté con il successivo re “Wu”. Bian He offrì il suo tesoro, il re non considerò la pietra di valore e gli amputò l’altro piede. 

Quando salì al trono il terzo re, “Wen”, Bian He portò di nuovo il suo tesoro, ma questa volta rimase alle porte del castello, piangendo per 7 giorni e 7 notti. Il Re, incuriosito, inviò un messaggero da Bian per sapere cosa lo affliggeva tanto, pensando che il problema fossero le amputazioni subite. 

Bian He, interrogato dal messaggero del re, rispose che non piangeva per l’amputazione dei piedi, ma che era disperato nel constatare che il prezioso regalo che aveva cercato di offrire al suo Re era stato considerato come una semplice pietra, e che lui, un onesto cittadino, era stato considerato come un impostore. 

Allora il Re Wen decise di far tagliare la giada, e al suo interno scoprì l’anima di una giada purissima. Come ricompensa per i torti subiti da Bian, la giada venne chiamata con il suo nome Giada He. 

Inoltre per rispetto verso l’onore e la fedeltà dimostrata da Bian He per il suo re, venne deciso di regalare 16 città allo stato di Chu in cambio di quel tesoro magnifico.

Questa leggenda simboleggia il rispetto dei cinesi per la giada e il concetto di lealtà. Bian He non si dispera per l’amputazione dei piedi, ma per non essere stato creduto e per non essere riuscito a consegnare il tesoro alla sola persona che ne era abbastanza degna, l’imperatore.

Se questa storia vi è piaciuta, rimanete sintonizzati, perché la leggenda continua. Alla prossima!

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Dalla raccolta di poesie curata da Giuliano Bertolucci, voglio farvi conoscere una delle mie preferite:
Ts'ui Hu 

SCRITTA IN UNA VILLA A SUD DELLA CAPITALE 

去年今 日此 门中 人面桃 花相 映红 人面不 知何 處去 桃花依 舊笑 春風 
Lo scorso anno in questo giorno nel mezzo di questa porta,
il volto di lei ed i fiori di pesco
si rispecchiano rosei. 
Quel volto io non so
dove sia andato.
I fiori di pesco come allora sorridono al vento di primavera. 

Ts'ui Hu è uno dei poeti minori della Dinastia Tang, famoso per questi versi e per la novella ispirata ad essi.

La novella intitolata "Ampie memorie dell'era T'ai-ping" narra come Ts'ui Hui in un giorno di primavera si ritrovasse a passeggiare lungo i sobborghi di Ch'ang-an. Stanco ed assetato, bussò alla porta di una villa per chiedere da bere. 

Gli aprì una ragazza, la quale lo invitò ad entrare e gli offrì una tazza di té. Egli rimase affascinato dalla bellezza della ragazza, ma non potendosi trattenere a lungo, le promise che sarebbe tornato a farle visita. 

Purtroppo i molti impegni di lavoro gli impedirono per quasi un anno di tornare a farle visita. 

Quando finalmente tornò a Ch'ang-an, trovò la porta della villa sprangata e non riuscì a farsi aprire così, per lasciare prova della sua visita, scrisse questa poesia sul battente sinistro della porta.

Dopo qualche giorno, tornò alla villa e questa volta ad accoglierlo ci fu il padre della giovane donna, il quale lo accusò di aver provocato la morte della figlia. 

Infatti, la ragazza innamorata di lui, lo aveva atteso per tutto l'anno consumandosi nell'attesa. Quando ella trovò la poesia scritta sul battente della porta, cadde in una profonda disperazione credendo che ora il suo amato, non avendola trovata in casa, non vi avrebbe fatto mai più ritorno. Così morì per il gran dolore e ora il suo corpo giaceva sul suo letto in attesa di essere sepolto.

Come in ogni storia romantica, però, c'è sempre un lieto fine e questa novella non è da meno. Infatti bastò una dolce carezza del suo amato per risvegliare la bella giovane. 

Anche se è una poesia poco conosciuta, io l'ho sempre trovata affascinante, forse perché ricorda molto lontanamente la storia della "bella addormentata nel bosco". Come la Principessa Aurora, anche la protagonista della nostra novella aspetta solo di essere risvegliata dal suo principe. 

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Il recupero degli arazzi di raso e degli abiti sportivi decorati del Polo a Chengdu, nel Sichuan, è una scoperta fattuale ma anche spirituale.

Nella società moderna, non sorprende che le persone abbiano familiarità con tutti i tipi di abbigliamento sportivo alla moda e popolare. Ma che dire dell'antica società cinese? C'era anche un abbigliamento sportivo speciale per il polo?

La risposta è sicuramente SÌ.

Nei documenti storici e nelle poesie del tempo, non è raro che siano raccontate persone che indossano abbigliamento sportivo per praticare determinati sport. Oltre ad una squadra che doveva avere la stessa maglia colorata, la trama e gli stili dell’abbigliamento dovevano essere coerenti.

Il Dongjing Menghua Lu sembra aver riferito che: "i giocatori indossavano un corto cappotto rosso o blu in stile cinese o giacche di raso o qualsiasi capo di abbigliamento in raso".

Durante la dinastia Ming, il poema di Wang Fu "Vedere cavalcare, sparare e ballare mentre si banchettava durante il Dragon Boat Festival" descriveva anche la forma dell'abbigliamento sportivo che veniva usato come "abbigliamento di raso con maniche strette".

La manica stretta è tipica delle uniformi militari, per indicare che l'intensità dei giochi antichi non è diversa da quella della guerra. Per quanto riguarda le scarpe indossate nelle antiche partite di polo, erano generalmente stivali alti fino al ginocchio. Lo storico della canzone Lizhi li ha chiamati "Stivali di pelle nera".

Gli antichi giocatori di polo indossavano cappellini chiamati "putou". Nelle foto del polo dipinta sui muri della tomba del Principe della dinastia Tang, Xi'an Zhang Huai, i sicari indossavano questo tipo di copricapo "putrefatto".

Durante la Dinastia Song, nel "Palace Poem" di Huizong, i costumi indossati dai giocatori avevano "un tesoro come cintura, bella e satinata", questo per mostrare che i giocatori indossavano raffinati abiti sportivi fatti di raso, una cintura intarsiata di giada e il 'putou' berretto a forma di palla.

Nei tempi antichi l'abbigliamento sportivo era molto apprezzato, qualcosa che ha lasciato tracce nel modo del polo moderno. Le moderne regole del polo prevedono che gli atleti debbano indossare morbidi cappellini in legno, altrimenti non potranno partecipare alle competizioni. In effetti, i cappellini dei giocatori degli antichi giochi di polo erano fatti di legno di paulownia.

Il copricapo a sfera in legno dolce utilizzato nelle normative moderne è in realtà un putou ereditato, costruito con materiali moderni. 

La moderna competizione di polo richiede anche agli atleti di indossare stivali da equitazione in pelle. Non importa quanto sia bella la linea, questi giocatori indossano ancora stivali di pelle, è difficile dire che questo requisito non segue l'eredità degli antichi giocatori cinesi che indossavano gli stivali di pelle nera.

Vale la pena notare che i prodotti di alta qualità delle tute da polo nell'antica Cina provenivano tutti da Chengdu!

Nel suo capolavoro Research on Ancient Chinese Costumes, il famoso scrittore Shen Congwen citò una volta un estratto di documenti storici di Tang Shu Jingzong Ben Ji: 

“ad Aparin nel quarto anno di Changqing ad aprile, il governatore militare di Sichuan Du Yuanying, donò a Du Yuanying cinquecento capi di abbigliamento sportivo" 

Questo illustra il ruolo di Chengdu durante la dinastia Tang non solo come sede di un'industria tessile sviluppata, ma anche di un prospero commercio di abbigliamento.

Du Yuanying ha usato l'abbigliamento sportivo realizzato dagli artigiani del raso come omaggio per la corte imperiale. Il numero di artigiani era fino a 500 e Tang Jingzong stesso indossava una tuta da polo realizzata a Chengdu.

Con la forza della Dinastia Tang, Chang raccolse famosi artigiani di Suzhou e Hangzhou, ma scelse ancora di fare di Chengdu il fornitore designato. Ciò ha reso Chengdu l'ovvia leader nella produzione di abbigliamento per polo.

Che aspetto avevano i migliori indumenti sportivi, berretti e stivali realizzati a Chengdu nell'antica Cina?

Per avere informazioni dettagliate sull'aspetto delle antiche divise da polo, l'esperto di equitazione Shuai Peiye andò a Pechino nel 1983 per chiedere aiuto a Shen Congwen, che è la massima autorità sull'abbigliamento cinese antico.

A quel tempo Shen Congwen, che in precedenza aveva avuto un ictus e giaceva a letto, era inaspettatamente entusiasta e modesto delle sue scoperte. Ha dato a Shuai Peiye le sue conoscenze e anni di ricerche sugli antichi abiti e costumi cinesi e gli è stato di grande supporto nelle sue ricerche.

Shuai Peiye ha raccontato che per restaurare e ricreare la divisa da polo, ha raccolto più di 600 dipinti antichi raffiguranti il polo e si è recato nella fabbrica di Chengdu Satin per selezionare l'esatto modello della dinastia Tang.

Poi è andato alla sartoria di costumi teatrali per trovare abili artigiani che, insieme ai professori della comunità archeologica, andassero al sito di scavo di ogni antica tomba. Questo per evitare errori nella giuntura, cucitura, cinturino e bottone dell'abbigliamento sportivo restaurato.

Dopo un'intensa e dettagliata raccolta di informazioni, ci sono voluti un mese e mezzo per cucire a mano l'antica “divisa di polo in raso verde Tuanhua”. 

Questa divisa da polo è stata esposta nel 1990 al China Sports Museum, per celebrare gli 11° Asian Games a Pechino, una presentazione che ha sorpreso tutta l'Asia.

Oggi, grazie a questa elegante divisa da polo in raso verde Tuanhua, siamo stati in grado di ottenere i preziosi dettagli di molti antichi costumi da polo: ad esempio, il polo ha un colletto tondo che si adatta al collo, questo per essere più compatto e più facile da spostati.

Ogni apertura all'interno e all'esterno della divisa è fondamentalmente collegata da una fibbia e un cinturino alla caviglia, che è sempre saldamente allacciato, e anche se viene spostato con forza, non si allenterà. 

I due lati della divisa hanno un'alta fessura per un'esperienza di guida più semplice. E gli stivali di pelle nera, messi insieme cucendo sei pezzi di pelle, sono essenziali per completare la tuta. 

Gli stili dei berretti “putous” ci mostrano i diversi ruoli all'interno di una squadra di polo, il capitano indossa un putou piegato e gli altri giocatori indossano un putou dal piede lungo.

Ancora più importante, la squisita manifattura di Chengdu in raso decorato ha aggiunto i molti splendidi colori alle antiche tute da polo. Il nero, il verde, il rosso, il viola e altri colori ricchi e gli eleganti modelli erano abbinati alla superiore tecnologia di abbigliamento di Chengdu, che all'epoca produceva le migliori divise di polo al mondo.

Altri resti del raso decorato di Chengdu sono stati trovati negli scavi lungo l'antica Via della Seta, dove sono stati lasciati molti bellissimi motivi, insieme alla conoscenza di come crearli. Un incredibile testamento per il mondo.

Seguendo i periodi storici, possiamo capire e meravigliarci di come quelle belle divise di polo prodotte a Chengdu, siano state usate non solo come tributo alla dinastia Tang, ma anche "esportate" all'estero.

Lo stile nell’abbigliamento sportivo del polo di Chengdu ha portato la moda nella maggior parte degli abiti sportivi antichi del mondo.

La storia dello sport nascosta in fantasie belle e complesse, come il raso elegante e decorato, raffigura chiaramente il segno che Chengdu ha lasciato nella storia di questo sport. 

Qualcosa che da orgoglio a questa città che vuole sviluppare il mondo equestre nel futuro partendo dalle sue radici del passato. Un cerchio completo e il pieno significato al "ritorno" di Chengdu!

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In Cina, il polo era popolare nelle dinastie Tang e Song, poi svanì durante la dinastia Qing. Era uno sport molto popolare principalmente tra l'esercito, i nobili e i reali.

Il gruppo degli affreschi che raffigurano questo sport rinvenuti nella tomba di Li Xian, il principe di Tang Zhanghuai, la contea di Qian e la provincia di Shaanxi, ha pienamente mostrato scene di movimenti del polo e lo stile delle competizioni durante l'era della dinastia Tang.

Questi dipinti murali hanno molti personaggi e immagini vivide. Un totale di oltre 20 giocatori coinvolti nelle partite, e tutti indossavano abiti a maniche strette e "stivali a sei pezzi in pelle", caschi - putous, tutti avevano una mazza a forma di mezzaluna e cavalcavano i loro cavalli per competere. Diverse posture e modi di colpire la palla, che danno all'osservatore un forte senso del ritmo e del movimento.

Uno scavo archeologico effettuato in quest'area in un periodo di tempo, ha svelato manufatti che includono statue di polo in terracotta, uno specchio di bronzo raffigurante attività nello sport del polo e un antico stadio di polo che conteneva anche un "tempio della luce".

La pietra incisa trovata sul campo di polo ha confermato quanto lo sport del polo sia stato un grande evento per l'epoca. Si può dire che questo era lo sport più popolare e "alla moda" durante la dinastia Tang. Il polo era anche considerato ottimo per addestrare le capacità fisiche, mentali e atletiche dei partecipanti.

Anche le donne della dinastia Tang hanno praticato lo sport del polo. Come modo di svago e divertimento, Guo Yingyi, il governatore militare di Jiannan e re della contea di Dingxiang, una volta disse di: "insegnare alle ragazze a cavalcare asini e a colpire la palla". 

Guo Yingyi aveva proposto alle donne che volevano prendere parte allo sport del polo di cavalcare asini anziché cavalli, trasformando il polo femminile in un gioco molto più divertente.

Secondo alcune testimonianze storiche scritte, gli imperatori della dinastia Tang come Zhongzong, Xuanzong, Muzong, Jingzong, Xuanzong, Xizong e Zhaozong erano tutti sostenitori e loro stessi praticanti lo sport del polo. Nel sesto anno dell'era Tianbao (747), l'imperatore Tang Xuanzong emise un ordine speciale e dichiarò che il Polo sarebbe diventato una delle pratiche dell'addestramento militare. 

Il famoso stadio del tempio Hanyuan durante la dinastia Tang era il campo da polo più famoso di tutta l'antica Cina. Il terreno era una miscela di terra setacciata unita con burro in quantità appropriata, poi ripetutamente battuta e frantumata per renderla perfetta e anche elegante, in quanto:

"è come una pietra bagnata quando visto dall'alto, e come uno specchio quando ammirato dal terra".
 
Il polo era davvero unico tra tutti gli altri colorati sport cinesi antichi

L'antico polo cinese non era così diffuso in tutto il paese, ma è stato spesso utilizzato come un importante sistema per stabilire relazioni diplomatiche internazionali. 

Dalle rovine e i resti della Via della Seta di oggi, è ulteriormente confermata che l'influenza dell'antico polo cinese non ha influenzato solo l'Asia orientale, l'Asia meridionale e l'Asia occidentale, ma ha anche influenzato direttamente lo sviluppo del polo moderno che conosciamo oggi.

Secondo racconti letterari, i vicini Bohai, Corea, Giappone e altri paesi hanno descritto il loro polo rispetto alla dinastia Tang.

Il dipinto di Bianqiao Huimeng, disegnato da Chen Jizhi durante la dinastia Liao all'interno del Museo del Palazzo, è una scena che raffigura la partita di polo tra Tang cinese e turchi. 

Nei registri della dinastia Tang, gli uomini d'affari romani e iraniani si divertivano con il polo durante il periodo della dinastia Tang, c'era una partita amichevole tra l'imperatore Xuanzong e Tubo, in cui la squadra della dinastia Tang vinse una vittoria completa con 4 persone contro 10 dei Tubo.

Il periodo della dinastia Tang è dove possiamo trovare tutta la forza e l'importanza del polo. Fino alle dinastie Song, Liao e Jin, la corte imperiale considerava il polo come uno dei soli "rituali militari", creando intorno a questo sport dei rituali dettagliati e delle regole precise da seguire.

Vale la pena ricordare che durante la dinastia Tang, il livello di polo a Chengdu è stato uno dei più alti.

Chengdu e il polo

Durante la dinastia Tang, Chengdu era una città ricca e stabile. L'ex re di Shu Wang Jian amava il polo e dopo aver rivendicato il controllo della città di Chengdu e divenuto il suo sovrano, ricostruì il campo di polo che per molti anni era ben noto come uno dei più lussuosi.

Il campo di polo di Chengdu era particolarmente elegante, lo stadio era piatto come uno specchio e le pareti laterali del campo di polo venivano ricoperte dal signore con uno strato di raso, che era particolarmente bello.

Shu Taotu riporta che Wang Jian, dopo essere diventato imperatore, fece rinnovare il palazzo dell'ex Wangfutang, come ricordano i documenti:

“La sala è il tempio Huitong; la porta del campo da polo è la porta di Shenwu, la sala del campo da polo è il tempio di Shenwu e il tempio di Shu King è il tempio di Chenqian”.

Si può vedere che la posizione del campo da polo è adiacente al Tempio Huitong e al Tempio del re Shu. Zhang Yong della dinastia Song ha dichiarato: "l'est del Tempio del Palazzo Shu è il campo da polo". E questa è ancora più o meno la posizione dell'attuale centro sportivo della città che possiamo vedere oggi, una volta un vero tesoro per lo sport.

L'esperto Shuai Peiye ritiene che durante la dinastia Tang e le successive cinque dinastie e dieci regni, lo sport di polo nella città di Chengdu fosse molto popolare e di alto livello. 

"A quel tempo, Guo Yingyi, il governatore militare di Jiannan, Guo Yingyi organizzò una volta una squadra di polo femminile".
Invece, Meng Zhixiang, il governatore militare di Taiyuan, si diresse a est verso Chengdu e vide molte persone entrare nell'huzi (palo della porta) con un colpo di mazza, chiamato "entrata aggressiva" ... ".

Shuai Peiye ci spiega che: "L'huzi è un buco. L'ingresso aggressivo è un buco in uno. Questo veniva da uno sport che all'epoca era popolare a Chengdu e si chiamava 'Chui Wan', il predecessore del golf e "Bu Da" (predecessore dell'hockey moderno).

Tutti si sono sviluppati dallo sport del polo, il che dimostra che il livello del polo e l'attenzione prestata a Chengdu e in tutta la Cina a quel tempo erano già molto alti".

Tutto questo sembra essere la prefigurazione dell'arrivo e della creazione dell'abbigliamento polo distinto di Chengdu. Ma questo lo leggeremo nella prossima storia.

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