Video-pillole sul turismo - parte 16

Come reagire al Coronavirus? #ilfuturonellenostreradici

Oggi ci spostiamo nelle Marche, a Montecarotto, il paese natale del padre della nostra cara Chiara Rossi. 

Invece di considerare lo stare in casa come una catastrofe, Chiara e i suoi genitori hanno approfittato per fare un viaggio insieme alla riscoperta dei borghi d’origine.Dopo aver cominciato con Grotteria in Calabria, il paese della mamma, oggi tocca al capo famiglia. 

Andiamo alla scoperta di un bellissimo borgo immerso nel verde di una splendida regione, che oggi ospita poco più di 1000 abitanti, e un mare di ricchezza nel suo patrimonio materiale. Il paese degli orologi, oltre la Guida Turistica, abbiamo pubblicato una storia proprio su questa curiosa caratteristica, parlando anche dell’amato orologiaio che ha reso tutto questo possibile.

Un grazie infinito a Chiara che ha scritto un bellissimo articolo e a Giuliano Betti, che ci ha gentilmente donato le sue splendide foto!

LINK VIDEO
#italianisuperanotutto #ilfuturonellenostreradici

powered by social2s
1-1-1024x632.jpg

Tra i 16 paesi dei Castelli di Jesi, Montecarotto assume un valore di particolare rilevanza per la sua semplice bellezza.


[caption id="attachment_112664" align="center-block" width="750"] Montecarotto - Foto di Giuliano Betti[/caption]
Un piccolo borgo abitato da duemila persone a 388 metri sul livello del mare, posto all’incontro delle due valli incantate del fiume Esino e del Misa.
Quello che rimane impresso nella mente del viaggiatore che si trova a scoprire questa piccola realtà, è la bellezza dei suoi panorami, i colori che li dipingono a seconda delle stagioni. L’incontro sulla linea dell’orizzonte tra il mare Adriatico e le dolci alture dell’appennino Umbro-Marchigiano.
Alla vastità del suo panorama si contrappone la bellezza del suo centro storico, raccolto come nella maggior pare dei piccoli e borghi italiani. Un centro all’interno di una cinta muraria lunga circa 600 metri che fa da fortezza a magnifiche chiese, a palazzi signorili e ad un piccolo teatro di estrema bellezza.
Le mura di Montecarotto, che proteggono il piccolo impianto medievale, conservano ancora oggi la scarpata, ossia quell’elemento architettonico con la duplice la funzione di opera difensiva e di opera di rinforzo. Infatti l’allargamento della base delle mura teneva il nemico più lontano del limite ultimo della città.
Ci sono cinque torrioni che intervallano la lunghezza delle mura cittadine e, sul lato orientale del paese, ne possiamo osservare uno ancora in perfetto stato. 
E’ il torrione cilindrico, coronato da un doppio ordine di “beccatelli”, mensole in legno o in pietra che sostengono una parte della costruzione, e da una merlatura ghibellina che terminano con la caratteristica coda di rondine. Simboleggiavano la supremazia dell’impero sul papato.
Ma l’immagine che dona l’identità a Montecarotto è il maestoso torrione che si affaccia sulla piazza centrale del paese, il torrione custode del tempo!
La torre cilindrica dell’orologio ci racconta una delle più grandi eccellenze del piccolo paese delle Marche, quella della produzione di orologi da torre. 
[caption id="attachment_112667" align="center-block" width="750"] Montecarotto - meccanismo orologio del torrione, Foto di Giuliano Betti[/caption]
Nella storia, i campanili civici hanno avuto la funzione di quantificare il tempo, di scandire il trascorrere delle ore e di regolare la vita di una comunità attraverso il loro suono.
Questo è stato possibile grazie alla presenza all’interno di queste torri di un orologio meccanico, con o senza quadrante a vista, che grazie ad un raffinato meccanismo batteva le ore sulle campane.
Nelle Marche si narra la storia di una lunga famiglia di orologiai e il più grande esponente dell’arte dell’alta precisione dell’ottocento è Pietro Mei, nato proprio a Montecarotto. Un uomo noto in tutta Italia per la sua genialità e per la sua innovazione nella costruzione degli orologi da torre.
Qui, nel suo paese d’origine, aveva messo su il suo laboratorio realizzando nelle Marche e nelle regioni direttamente confinanti tanti orologi. Opere tecnologiche e d’arte con meccanismi intuitivi e manuali in torre civiche e torri campanarie che scandivano le giornate di tante città attraverso i rintocchi di lancette e di campane.
Pietro Mei realizzava macchine che si presentavano più compatte rispetto a quelle costruite dai suoi maestri e, come le descrive lui con sue parole, le macchine erano costruite con “pulitezza ed eleganza”.
A Montecarotto è conservato intatto e ancora funzionante uno degli esempi di orologi marchigiani costruiti da Mei.


Al primo piano della torre, raggiungibile attraverso un camminamento di ronda, un percorso sulla cinta muraria e nascosto dietro alle merlature della cinta, si arriva al locale dove è custodito il quadrante dell’orologio. Qui possiamo osservare l’asta di collegamento, il pendolo e i pesi.
Da qui, percorrendo una scala in legno ci aspetta una grande sorpresa, ad attenderci per essere ammirato troviamo il meccanismo dell’orologio. 
Un meccanismo a pendolo azionato attraverso i pesi che scendono all’interno della torre e, sfruttando l’azione della gravità, muovono il meccanismo che a sua volta azione i martelletti che percuotono le campane.
Sulla ruota di scappamento leggiamo “P. Mei Montecarotto n° 22”. La matricola ci racconta che questo è il ventiduesimo orologio a carica manuale progettato e costruito da Pietro Mei nel 1849.
Abbiamo la possibilità di osservare da vicino il tratto di torre più alto, il campanile, che custodisce due campane poste ad altezze leggermente diverse. La più grande, “la campana delle ore” è del 1849 e la più piccola che scandisce i quarti è stata realizzata nel 1572.
Due martelletti collegati ai pesi batteranno i rintocchi sulla campana delle ore, un ritocco per ogni ora, un martello sulla campana piccola suonerà un rintocco per ogni quarto d’ora.
I due martelletti si uniranno contemporaneamente a suonare sulla campana delle ore nel momento della meridiana, un suono che si ripete tre volte al giorno: a mezzogiorno, a mezzanotte e alle cinque del mattino.
Una volta ogni ventiquattro è necessario ricaricare i pesi per le ore, mentre i quarti e la meridiana possono essere caricati con meno frequenza.
Un suono quindi che si ripete ogni 15 minuti, il tempo necessario per osservare, al di là dei tetti delle case, la Riviera del Conero, le cime dell’Appennino Centrale e la bellezza delle vallate circostanti.
Sin da bambina, ho sempre creduto che a Montecarotto il tempo si fosse fermato, perché la sua bellezza rimaneva invariata negli anni.
Oggi invece posso dire che qui il tempo assume un significato diverso, il tempo si è preso cura di questo luogo, rintocco su rintocco, conservando la sua arte e la sua bellezza. 
Un piccolo borgo che può far conoscere le sue meraviglie e Pietro Mei di Montecarotto, l’orologiaio per eccellenza del XIX secolo.
powered by social2s
virtu-teramane1-foto-moving-teramo.jpg

È d’uso a Teramo che il primo maggio vengano servite in tavola, quasi ritualmente, “le Virtù”.


[caption id="attachment_112541" align="center-block" width="559"] Foto di "Moving Teramo"[/caption]
Questo antichissimo piatto di origine contadina e profondamente legato ai ritmi che la natura imponeva, è la sublimazione della “cucina degli avanzi”. Nei giorni prima del primo maggio, le massaie ripulivano le loro madie dalle verdure e dai legumi raccolti nella stagione precedente perché: non si deve sprecare nulla.
A queste erbe venivano poi aggiunte, in maniera propiziatoria, le primizie dei campi e poi gli scarti del maiale: orecchie, piedi, naso, ossa. 
Il tutto viene cucinato nell’arco di ben tre giorni!
Quando ho avuto l’occasione di mangiarle la prima volta, ospite di una signora teramana, religiosamente legata agli usi e tradizioni contadine, mi venne raccontato che nel passato le Virtù erano prodotte dall'intera comunità che poi le distribuiva agli indigenti. 


Tale usanza, con l’evoluzione socio economica, si era trasformata ma era rimasta l'abitudine di cucinare le Virtù in grande abbondanza e di offrirle in omaggio ai vicini, alle persone care e anche a semplici e occasionali conoscenti. 

Come si preparano le Virtù?


Grosso modo, vado a memoria seguendo anche i ricordi delle papille gustative (spero che i Teramani mi perdonino). 
Ogni ingrediente va cucinato singolarmente: i legumi secchi vanno messi a reidratare (quindi almeno 12 ore di ammollo) e poi lessati, aromatizzando le varie cotture con salvia, alloro, aglio. 
Ai fagioli vanno aggiunte le cotiche, orecchie, piedi, muso del maiale e altra polpa ricavata dal maiale stesso. 
A parte si preparano le verdure: cipolla, sedano, carote, scrippigni (cardo selvatico), borragine, maggiorana, aneto, bietola, pipirella (una sorta di timo), finocchietto che si aggiungono man mano ai legumi. 
Poi, tutte le verdure tutte rigorosamente di campo vengono sminuzzate, lessate e ripassate in padella: cicorie, bietole, spinaci, lattughe, erbe spontanee, asparagi, porro, sedano, finocchietto selvatico, zucchine, carote, patate.
Poi si prepara il sugo di carne e ossa – la carne è soffritta - nonché le pallottine (piccole polpettine di macinato). Si uniscono piselli e fave cucinati anch’essi a parte. Le verdure e legumi sono presenti in misura preponderante rispetto la carne. 
Il tutto è assemblato gradualmente nel pentolone, a fuoco lento. 
Per ultimo si aggiunge la pasta, secca e fresca, con e senza uovo, tagliata in vario modo: tagliolini, rombi, quadrucci, maltagliati.
In abbinamento a questo piatto, decisamente laborioso anche per la digestione, è consigliabile un Cerasuolo d’Abruzzo (“cirasce” in Abruzzese significa ciliegia), ottenuto da uve Montepulciano vinificate in bianco. Un vino leggero, da tavola, tipico dei contadini abruzzesi e ideale per rinfrescare la bocca. 
Concludo porgendo un calorosissimo saluto a Teramo, che per tre anni è stata la mia “patria” e che nel mio cuore lo è sempre, con l’augurio che anche in questa circostanza San Berardo ci protegga.

Foto di Copertina di "Tesori D'Abruzzo"
powered by social2s
Video-pillole sul turismo - parte 15

Come reagire al Coronavirus? #ilfuturonellenostreradici

Il futuro è nelle radici, e c’è per chi queste radici non si spezzano mai! In questo video parliamo delle ricette della cucina Abruzzese, andando a Teramo insieme alla nostra amica Marzia Albanese.

Aveva studiato all’università a Teramo e ci ha lasciato il cuore e la spensieratezza di chi ancora non inizia la vita lavorativa e commette le goliardate tipiche degli studenti.

Ci ha inviato una storia su uno dei piatti della tradizione per festeggiare il 1 Maggio: “Le virtù”. 

Dopo aver pubblicato la sua storia abbiamo ricevuto tanti messaggi da ristoratori da tutta Italia, che vogliono raccontare i loro piatti legati al territorio.

L’Abruzzo non si ferma! Per Marzia abbiamo anche scritto la Guida Turistica di Teramo, adesso online sul nostro sito, ma continueremo ad esplorare con il vostro aiuto questa splendida Regione!

LINK VIDEO
#italianisuperanotutto #ilfuturonellenostreradici

powered by social2s
Cantina-le-Macchie-2.jpg

Il vino dei Castelli Romani lo conoscono in molti, anche quello del Piglio (e siamo in provincia di Frosinone), la Tuscia con il suo Grechetto non è da meno così come la provincia di Latina con il Moscato di Terracina e il Bellone.

[caption id="attachment_112465" align="center-block" width="800"] Photo courtesy "Cantina Le Macchie"[/caption]

Ma Rieti e la Sabina?

Rieti è una delle città medioevali più belle e vive d’Italia con la sua cinta muraria e l’aperitivo in piazza, con il limpido fiume Velino dove in estate si gareggia con la tinozza. Si può andare alla scoperta dell’antica via Salaria nella Rieti Sotterranea o dove si sfida la resistenza delle papille gustative a Rieti Piccante, la festa dedicata al Peperoncino.

Tutta la Sabina è una terra ricca di storia e di leggende, tra cui quella del famoso Ratto delle Sabine secondo la quale i romani rapirono le donne dei Sabini per poter dare inizio alla stirpe della grande Roma. Una Valle Santa percorsa da San Francesco che vi ha predicato per anni e fatto realizzare alcuni dei più suggestivi monasteri d’Italia.

Posta in una conca sotto le montagne dell’Appennino con il vicino maestoso Monte Terminillo, Rieti sembra essere la provincia meno vinicola del Lazio, e per numeri in effetti lo è, anche a causa di condizioni climatiche obiettivamente più difficili per la coltivazione della vite. Inverni freddi, spesso freddissimi, e poche colline adatte alla crescita di uva in modo continuativo, anche se il cambiamento climatico sta modificando un po’ le cose.

Su Discoverplaces abbiamo parlato della vicina Leonessa grazie a Ivo Pulcini, Direttore Sanitario della S.S. Lazio, e da lì siamo partiti alla scoperta del vino di questa zona.

Perché i posti dove si fa vino, e anche buon vino, ci sono anche qui. Come racconta l’esperienza della cantina Le Macchie di Castelfranco di Rieti, a due passi dalla città.

Qui si estendono vigneti ben curati, siamo tra la conca Reatina e il Monte Terminillo, ad un’altitudine notevole tra i 610 e 650 metri sul livello del mare. Il terreno è molto interessante e ricco di minerali, qualcosa di molto importante per chi decide di fare vino. Una base di partenza capace di dare spesso una identità precisa a tutta la produzione di una cantina, come in parte accade per Le Macchie. 

[caption id="attachment_112474" align="center-block" width="750"] Photo courtesy "Cantina Le Macchie"[/caption]

Ma a rendere davvero uniche le etichette di questa azienda è la scelta dei vitigni, ampia e con qualche chicca davvero unica. 

Viste le temperature, viste le montagne vicino, visti i terreni (e forse anche i gusti dei proprietari) a Le Macchie producono uve bianche uniche per il Lazio e per tutto il centro-sud Italia: Riesling e Gewurztraminer.

Vitigni del freddo, che trovano qui un areale decisamente adatto, e nel bicchiere il risultato è davvero piacevole. A questi si affiancano i vitigni classici della regione, dal Cesanese alla Malvasia Puntinata, per diverse linee e nomi che si fanno apprezzare e ricordare. 

Sono da degustare Il Bandolo della Matassa, vino rosato da Sangiovese e Montepulciano, Scarpe Tose da Gewurztraminer, L’Ultimo Baluardo da Cesanese e il vino passito da meditazione “Se Bo Be Bi”, una Malvasia del Lazio IGT. 

Tecnologia innovativa e tanta fatica in vigna, idee nuove per un territorio che si affaccia sul mondo del vino con un grande carattere e una capacità di accoglienza che da queste parti è sempre stata un valore in più.

Basta andare sul sito www.cantinalemacchie.it per prenotare la propria visita guidata dell’azienda con relativa degustazione. L’enoturismo è di casa qui e appena potremo uscire di nuovo alla ricerca della bellezza del nostro Paese potremo sperimentarlo di persona!

Foto di proprietà della Cantina Le Macchie
powered by social2s
Video-pillole sul turismo - parte 14

Come reagire al Coronavirus? #ilfuturonellenostreradici

Oggi andiamo in Abruzzo grazie alla nostra amica Loredana. Un’Australiana dalle origini Abruzzesi, per lei abbiamo scritto la Guida di Calascio, lo splendido borgo che ospita uno dei castelli più conosciuti e fotografati del mondo, Rocca Calascio.

Stiamo scrivendo Carapelle Calvisio, il suo paese del cuore, e lei ci manderà molte altre foto e storie che riguardano questa splendida terra e le sue tradizioni. ù

Loredana è ancora una volta la prova che del nostro paese non ci dimentichiamo mai, e che prima o poi ci ritorniamo, che sia digitalmente o fisicamente, ma prima dobbiamo conoscerlo.

Facciamo sentire la nostra bellezza, anche all’estero!
LINK VIDEO
#italianisuperanotutto #ilfuturonellenostreradici

powered by social2s
Video-pillole sul turismo - parte 13

Come reagire al Coronavirus? #ilfuturonellenostreradici
Un libro per unirci!

Nella video pillola di oggi parliamo di una nostra esperienza molto interessante e bella con l’estero. Come casa editrice, tre anni fa abbiamo cominciato a scrivere e stampare alcune guide dei borghi della Regione Lazio, una di queste è stata la Guida di Sgurgola.

Abbiamo stampato la guida del piccolo paese in Provincia di Frosinone, e una volta pubblicata sul web abbiamo ricevuto una richiesta di acquisto dal...New Jersey!

L’ha ordinata una signora che aveva le sue origini a Sgurgola. Oltre a un primo acquisto indimenticabile, ci ha dimostrato che l’amore per il nostro paese non si spegne mai, e che se non abbiamo avuto l’opportunità di conoscerlo appieno, facciamo di tutto per metterci in contatto con testimonianze e documenti che ci possano portare più vicino alle nostre radici.

LINK VIDEO
#italianisuperanotutto #ilfuturonellenostreradici

powered by social2s
Fettuccine-Clotilde-1024x683.jpeg

Questa ricetta prende spunto da 2 grandi piatti della tradizione romana, la GRICIA e i CARCIOFI alla BRACE di VELLETRI, e li lega attraverso la pasta italiana per eccellenza: le fettuccine all‘uovo. 

Inoltre, Clotilde ha unito i gusti tradizionali con tecniche innovative per la realizzazione di un piatto che raccoglie il meglio dei prodotti delle campagne romane e ciociare. 

Ma andiamo per gradi: se tutti sanno cosa è la gricia, forse non tutti conoscono la matticella, anche se a Velletri c’è addirittura una sagra dedicata proprio ai carciofi alla matticella. 

L’area di Velletri è storicamente dedita alla coltivazione dell’uva e alla produzione di un ottimo vino che era apprezzato sin dai tempi dei romani. Anzi si narra che San Francesco nel 1222 sia passato per Velletri e abbia fatto il miracolo di liberare le vigne da vermi, chiamati Magnacozze, che stavano distruggendo le piante.

Chi coltiva la vigna sa che si deve potare due volte l’anno e ogni potatura comporta la produzione di una ingente quantità di sterpetti che a Velletri lasciano essiccare per usarli in cucina. Infatti, con gli scarti della potatura dei vigneti si prepara il letto della brace sul quale cuocere le ‘matticelle’, ossia gli stralci della potatura.

In questo modo i profumi degli sterpetti dei vigneti penetrano nel carciofo e aumentano il suo profumo arricchendolo di una particolare sfumatura. Una tradizione che a Velletri viene celebrata ogni anno.

Per questo piatto abbiamo scelto prodotti di eccellenza della campagna a sud di Roma: il carciofo di Sezze, un carciofo romanesco che è una prelibatezza dei Monti Lepini, e il guanciale di Veroli.

Ricetta delle Fettuccine alla Matticella

400 gr fettuccine all’uovo, 120 gr Pecorino Romano, 150 gr guanciale stagionato di Veroli, 2 carciofi di Sezze, 50 ml di vino bianco Velletri, 3 gr di pepe nero, sale 

Tutto parte dai famosi carciofi di Sezze che puliamo dalla barba interna e li farciamo con aglio, mentuccia, prezzemolo e guanciale prima di cucinare il nostro carciofo. 

Per quanto riguarda le foglie esterne del carciofo, ne togliamo soltanto una fila perché ci serviranno per mantenere l’interno morbido una volta messo il carciofo sulla brace. 

Quando è pronta la nostra brace, infiliamo il carciofo dal fondo del carciofo e lo cuociamo per circa 15 min, ma il tempo dipende dalla grandezza del carciofo. 

Una volta cotto lo priviamo dalle foglie esterne e lo mettiamo a cuocere in sottovuoto a bassa temperatura 93° per 1 ora abbattiamo e tagliamo a losanghe. Nel frattempo tagliamo il nostro guanciale a listarelle dello spessore di 2 cm e lo mettiamo in padella a tostare fino a doratura complete.

Sfumiamo con mezzo bicchiere di vino e aggiungiamo i nostri carciofi tagliati. 

Scoliamo le fettuccine facciamole insaporire con la salsa innondando il tutto con il nostro pecorino romano “coccia nera”. Una bella grattata di pepe nero e tutti a tavola.

E se volete assaggiarla da chi è esperto e che vi può guidare alla sua scoperta, potete venire da Clotilde a Roma a Piazza Cardarelli, proprio all’angolo con Via della Scrofa, una delle aree più belle di Roma. Potrai così gustare i nostri piatti e fare una passeggiata nel cuore della nostra splendida città.

Il carciofo è uno dei cibi di più difficile abbinamento con il vino, noi consigliamo un Cesanese del Piglio. Abbiamo scelto un Camere Pinte dell’azienda agricola L’Avventura.

powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.