Video-pillole sul turismo - parte 24

Come reagire al Coronavirus? #ilfuturonellenostreradici

Ormai siamo gente di vino!

Dopo le passeggiate a Magliano Sabina, andiamo ai bicchieri. 

Oggi parliamo di un pregiato vino che ha origine a Magliano Sabina, prodotto dalla Cantina dei Colli Sabini. 

Una realtà che abbiamo avuto il piacere di incontrare durante i corsi di Amico del Turista, organizzati da ARSIAL e Energitismo Italia, laboratori di formazione per produttori locali. 

Un’azienda giovane e piena di spirito, che si trova nella provincia meno vinicola del Lazio, come dice il nostro Fabio Ciarla nell’articolo dedicato ai vini di Rieti, ma non per questo meno conosciuta o pregiata!

Oggi scopriamo i loro vini e le persone che rendono tutta questa bellezza possibile...il futuro è nei nostri prodotti locali, e nelle radici...delle nostre vigne!

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Az. Agricola Mastrantuono Pasqualino ,Zafferano del Matese
Az. Agricola Mastrantuono Pasqualino ,Zafferano del Matese

Mi chiamo Pasqualino Mastrantuono e sono nato a Sassinoro, un piccolo ma incantevole paese di circa 600 abitanti in provincia di Benevento, ai confini tra Campania e Molise.


Come molti giovani della mia età, nel 2000 all’età di 21 anni ho deciso di emigrare per lavoro negli Stati Uniti, esattamente nello Stato di New York.

Qui ho vissuto per circa 15 anni senza poter tornare in Italia e vedere le persone più care, con cui ero rimasto in contatto tramite i social. 
Tante cose sono successe in tutti questi anni, belle e meno belle, che sicuramente porterò dentro di me per sempre. 
Ma poi finalmente, dopo 13 anni riesco ad avere la Green Card (visto) che mi permette di viaggiare ma soprattutto di tornare nel paese in cui sono nato. 
Quindi nel dicembre 2012 torno a Sassinoro e provo l’emozione più grande: quella di rivedere i luoghi e le persone della mia vita. Una sensazione che al solo pensiero mi emoziona ancora oggi. 
L’impatto è stato molto forte! 
Ho trovato persone trasformate dagli anni, altre che non avevo neppure visto nascere (compresi alcuni dei miei nipoti) altre che non ho più potuto rivedere. Il paese stesso era cambiato, ovviamente. 
Dopo qualche giorno ho rivisto anche la ragazza, ormai diventata donna, per cui avevo una cotta quando sono partito. E dopo tanto tempo passato senza vederci e sentirci, chi avrebbe mai detto che ci saremmo sposati e che un giorno avremmo avuto 2 bellissimi bambini: Adele e Michele! 
Tutto questo è successo nel 2014, anno in cui sono definitivamente ritornato in Italia, precisamente nel mio paese di origine da dove tutto è partito ... All’inizio non è stato semplice, c’era poco lavoro, io ero abituato ad una mentalità differente, ma poi le cose sono iniziate ad andare meglio. 


Ho sempre avuto una passione per la fotografia e da subito sono stato affascinato dal fiore di zafferano. Da qui, ho iniziato a pensare di dedicarmi all’ agricoltura, in particolare alla coltivazione dello zafferano. 
La zona in cui vivo e coltivo questa pregiata spezia è da sempre vocata all’agricoltura che, nel passato rappresentava praticamente tutta l’economia del posto. Tuttavia, come è capitato un po’ ovunque nella nostra penisola, progressivamente le zone ad economia agricola sono state abbandonate a favore dei centri urbani. 
Tutto questo però non mi ha scoraggiato, anzi ho deciso di dare fiducia alla mia terra, dedicandomi però a qualcosa che nessuno vi aveva mai coltivato. 
Ho iniziato a documentarmi sullo zafferano, seguendo dei meeting sull’argomento e da subito si sono accesi in me un particolare entusiasmo e una grande curiosità per l’argomento ma, soprattutto, si è rafforzata quella voglia di coltivare questa preziosa spezia. 


Tanto che questa attività oggi per me rappresenta non semplicemente un lavoro ma anche passione e il contatto con la natura ... persino il posto in cui mi rifugio nei miei momenti negativi!
Nella coltivazione dello zafferano vengono usati pochissimi mezzi agricoli, è un‘attività che richiede tantissima pazienza dato che si svolge interamente a mano. 
La fioritura dello zafferano, che inizia ad ottobre e termina a metà novembre, regala uno spettacolo di colori assolutamente unico. La raccolta degli stimmi è la parte più delicata che viene effettuata anche questa a mano. Si passa poi alla essiccazione degli stessi. 
Sono circa cinque anni che coltivo zafferano e un paio che ho iniziato a venderlo al pubblico. Lo Zafferano del Matese è un ottimo prodotto perché assolutamente naturale e profuma della mia terra. 
Perché nasce a Sassinoro, nel Parco Nazionale del Matese, a 750 slm di quota dove la natura fa da protagonista, e dove viene accudito dalla passione e dall’amore di chi lo coltiva.  
Chiamatemi per acquisti o anche solo per informazioni: è la mia vita Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Foto di: Zafferano del Matese
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Se avete la fortuna di possedere un giardino o di abitare vicino ad un prato, vi siete accorti che, in pochi giorni, si sono trasformati in un manto di vivacissimi bottoni gialli?

Si tratta di fiori molto comuni, che non tutti amano perché infestanti, soprattutto nel giardino di casa e che indicano la presenza dell’erba spontanea da cui nascono, ottima in cucina, come in erboristeria per scopi terapeutici.

Sto parlando del Tarassaco, una piccola pianta erbacea perenne, molto diffusa sia in pianura che in montagna, fino a 2000 metri di altezza.  

Nelle diverse zone italiane viene denominata con svariati appellativi, da “dente di leone” a “barba del Signore” a “soffione”, quest’ultimo per il caratteristico ciuffo impalpabile, che compare quando il fiore matura.

In Veneto questa erbetta viene denominata “pissacàn” per le sue proprietà diuretiche, o anche “radicio mato”, in quanto non si tratta di un radicchio “vero e proprio”, ma selvatico.

In passato il pissacàn era un piatto povero, cucinato dalle famiglie contadine che, non disponendo di molte risorse economiche, vivevano con i prodotti dei campi e dell’orto. 

Ancora oggi però occupa un posto importante nella tradizione culinaria veneta e lo possiamo utilizzare per preparare insalate, risotti, frittate, zuppe, oppure semplicemente lessato o “in tecia”.

Ed è proprio quest’ultima ricetta, molto semplice, che vi voglio proporre, anche perché si tratta dell’utilizzo più caratteristico del “pissacàn” nella mia regione.

Ricetta dei Pissacàn in tecia 

Ingredienti:

1 chilo di pissacàn,

100 grammi di lardo o di pancetta fresca,

3 spicchi d'aglio,

2 cucchiai di olio extravergine d'oliva,

sale o un dado vegetale e pepe

Pulire le erbette, raccolte nel campo o acquistate dal fruttivendolo, raschiando la terra dalle radici ed eliminando le foglie esterne più dure, nonché eventuali fiori. 

Bollirle in abbondante acqua salata per 15 minuti circa, scolarle e strizzarle per bene. 

In una padella rosolare l'olio con gli spicchi d'aglio e il lardo (o la pancetta) tagliato a dadini, quindi aggiungere i pissacàn e lasciarli andare a fiamma bassa per almeno mezz'ora. Aggiustare di sale e pepe e quindi portare in tavola. 

Si accompagnano bene al bollito o all’arrosto.

Altri suggerimenti per stare bene con il tarassaco

I pissacàn sono ottimi anche semplicemente bolliti e conditi in insalata, mentre le foglioline più piccole e tenere, si possono gustare crude in un’insalata mista, con pomodoro e carote, che ne attenuano il gusto amarognolo. 

Infine i fiori ben si addicono ad una frittura in pastella, proprio come i fiori di zucca, oppure sott’olio, o ancora alla preparazione di sciroppi, miele, gelatine e conserve.

Il tarassaco però, grazie alle sue molteplici proprietà, contenute anche nelle radici, oltre che in cucina viene utilizzato in erboristeria, sotto il nome di Taraxacum Officinale, ideale per preparare delle tisane.

Può agire come lassativo, diuretico, anti-diabetico, per prevenire la calcolosi e come depurante ed antinfiammatorio, soprattutto per il fegato.

Considerati tutti i benefici che può apportare, sia al corpo che al palato, quest’erba definita povera, assume invece un grande valore e giustifica sicuramente il tempo e la fatica per raccoglierla! 

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Video-pillole sul turismo - parte 23

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Ricordi preziosi... come lo zafferano!

In questo video andiamo ne Matese a Sassinoro, grazie al nostro amico Pasquale Mastrantuono. 

Originario di questo piccolo paese del Beneventano, a confine con il Molise, a venti anni è partito per New York, come fanno molti giovani Italiani, per tornare 15 anni dopo e ritrovare le sue radici nel paese dove aveva condiviso tanti ricordi e memorie. 

Ha riscoperto la passione per il suo piccolo borgo ed ha aperto un business sulla coltivazione dello zafferano. Ora insieme alla famiglia gestisce Zafferano del Matese, una preziosa opportunità che esalta le ricchezze del territorio e la tradizione delle produzioni antiche.

Grazie a lui, abbiamo anche scoperto questo delizioso borgo, abbiamo pubblicato la guida turistica di Sassinoro, che ora è abbellita anche dalle splendide foto di Pasquale, appasionato di fotografia …!

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Vinchiaturo, le mattine di agosto, profumava di salsa di pomodoro.
I pentoloni ricolmi sobollivano nei vicoli, brontolando in una lingua arcaica e severa. I monti del Matese, all'orizzonte, osservavano curiosi quel minuto affaccendarsi di donne piccole e forti.

E loro, sentinelle di un Tempo distratto e incurante delle capriole dei secoli, con gli stessi gesti delle antenate distillavano oro rosso buono a riscaldare l'inverno. Le pietre delle antiche case vegliavano in silenzio, riscaldate da un sole nobile e fiero.
Fiero come il coraggio dei Pentri, guerrieri sanniti che qui alzarono le lance al cielo contro le legioni romane. Furono sconfitti, ma chi difende la sua terra, la sua famiglia e il suo onore non perde mai veramente.

Noi bambini, in bicicletta, squarciavamo l'aria immobile pedalando urlanti tutta la nostra allegria. State attenti agli asped', ci dicevano i grandi.


Asped', con la S onomatopeica e strisciante, proprio come quelle piccole vipere verdastre - aspidi appunto - che dai campi arrivavano al paese, acquattandosi tra gli stretti pertugi dei muretti a secco.
Ma noi non avevamo paura, perché da bambini si ha paura solo di non essere amati.
Correvamo fino al mattatoio, dove le strisce di sangue rappreso coprivano l'acciottolato, raccontando senza bisogno di parole il millenario bisticcio tra uomini e bestie.
A mezzogiorno, il sole cominciava a friggere i sellini neri delle bici. Era tempo di bagnarci alla fontana dei leoni, all'ombra del campanile della chiesa. Un campanile che a me sembrava arrivare al cielo. Era snello, elegante, ma forte e robusto.
Come le mio nonno, che passando da lì mi prendeva in braccio e mi stringeva al petto. Profumava di lavanda, di tabacco essiccato, di brillantina. Odorava di tutte le storie che mi raccontava.
Delle imprese dei fratelli, eroi di guerra e spericolati aviatori, vanto di Vinchiaturo che li aveva omaggiati intitolandogli scuole, vie e monumenti. Poi, io e lui, ci incamminavamo verso casa. Con una mano teneva la bici, e con l'altra stringeva la mia.


La felicità è una cosa semplice, quando è pura.
Ora di pranzo. Tempo di rendere grazie alla generosità di una terra schiva, ma gentile e generosa. Tintilla rosso, salsicce, bistecche, mozzarella di Boiano, focaccia appena sfornata, ciambelle all'anice.
Mia nonna cucinava per tutti. Era toscana, ma era come se la sua più intima essenza fosse delicatamente poggiata su una delle pietre miliari che portavano al paese. Dopo mangiato il tempo si fermava, sonnecchiava insieme a noi, mentre dalle fessure delle persiane una pigra luce striata cadeva soffusa come neve.
E poi, quando finalmente il sole si convinceva di aver fatto il suo dovere anche quel giorno, un timido refolo di brezza faceva capolino per annunciare che la giostra stava ripartendo.
I trattori diretti ai campi ruggivano per strada, le donne chiaccheravano dai balconi, le serrande dei negozietti riaprivano sferragliando.
Un mondo autentico, circolare, che bastava a sé stesso. Tanti, negli anni, erano andati via. Chi al Nord, chi in Canada, chi in America. Ma tutti, d'estate, si ritrovavano lì.
Perché il cuore può avere un posto solo dove stare. Io uscivo di nuovo, per respirare quell'aria così pura e godere di quei colori netti, puliti, definiti.


Appena fuori il paese, i campi coltivati avevano le sfumature dei dipinti di Antonello da Messina. Sprigionavano, quando il sole del pomeriggio li trafiggeva, una luce assoluta, trascendente.

Noi ci correvamo dentro, a quella luce. La attraversamo come si attraversa l'infanzia: con un felicità folle e smisurata.


La sera, poi, dopo cena si usciva tutti insieme. Zii, nipoti, nonni, genitori, cugini. Di Milano, di Genova, di Roma. Tutti lì, tutti insieme per pochi giorni l'anno.
Andavamo a prendere il gelato. E qualche volta arrivavamo fino al ponte dell'eco, poche centinaia di metri a piedi appena fuori il paese, tra il frinire delle cicale e sotto stelle così prepotenti da mettere soggezione.
Mio nonno, senza farsi vedere, tirava monetine per aria e ci diceva che cadevano dagli alberi magici ai bordi della strada.
Noi lo sapevamo che non era così, ma perché non credere al potere della fantasia nell'esatto istante in cui lo stai sperimentando?

Foto di copertina: Michele Monteleone
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Mia nonna, come tutte le nonne, è una cuoca eccezionale ma di dolci se ne intende poco, preferisce mangiarli, un po' come me.


Fortunatamente, però, mio nonno ha costruito casa nostra esattamente a metà tra due forni, Egle e Buglia. E così la mattina presto oppure a tarda notte, da bambina ed ancora oggi, ovunque mi affaccio, sento l'odore del pane.
 
Nel periodo pasquale in particolar modo i forni lavorano parecchio e come dimenticare le corse al forno per comprare la pizza sbattuta ... o cresciuta? Davanti a quel bancone iniziava ad assalirmi un dubbio esistenziale che ha segnato la mia infanzia: 

-Dimme Fiamé
-Una pizza... di pasqua
-Cresciuta o sbattuta? 
-Eh.. Quella che compra nonna
-Io nonnota la conoscio ma che ne saccio io quale se magna. 
-E nonna si mangia quella più buona 
-Tòcca sarà quella sbattuta, se non va bé reportamela subito

 

Suspance…


Era quella sbattuta. Rabbia.
La cosa che più amiamo della Pasqua è sicuramente la colazione, alquanto atipica, un momento sacro per tutte le famiglie, soprattutto la mia. 
Ricordo vagamente che una mattina di Pasqua non ero presente, non so bene perché, non me lo ricordo. Ancora me lo rinfacciano. Questo per farvi capire l'importanza della condivisione di certi momenti. 

Natale con i tuoi e Pasqua... Sempre con i tuoi. 


Ed è proprio durante la colazione che mia nonna, dopo aver preparato tutto ciò che rientra nella colazione, tra cui la fatidica Coratella, mi domanda: 

'ce la si portata la pizza alla suocera tea?'


Non capivo il perché, poi ho scoperto che nel passato c'era questa tradizione inviolabile che se per qualche motivo veniva trasgredita metteva a repentaglio il futuro matrimonio dei promessi sposi. E così ho compreso la ragionevole preoccupazione di nonna. 
Tutto questo per dirvi che:
1) A volte un sapore o un profumo può far riaffiorare in noi degli splendidi ricordi rinchiusi in un cassetto. 
2) La tradizione e la sua conservazione va portata avanti perché ci rende unici nel nostro genere. 
3) La pizza sbattuta è più buona di quella cresciuta.

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Coincidenza sul 3 aprile: da Gesù a Marlon Brando

Secondo gli astronomi, Colin J Humphreys e W.G. Waddington, venerdì 3 aprile è un giorno speciale nella storia. Quest'anno, nel 2020, secondo questi eminenti ricercatori è il 1987° anniversario della morte di Gesù Cristo.

Questa conclusione è stata pubblicata su Nature 306, 743–746 (1983).

Apparentemente, la data è stata confermata dal verificarsi di un'eclissi lunare segnalata dopo la crocifissione, i dati sono stati calcolati dallo studio del calendario ebraico del I secolo d.C. Questo può quindi sembrare un giorno particolarmente propizio per lasciare questa terra mortale, specialmente se desideri tornare la domenica successiva!

Ma non molti personaggi famosi hanno seguito questo approccio alla ricerca dell'immortalità e solo un papa, Onorio IV, altrimenti l'italiano Giacomo Savelli, che sedette sul Trono papale dal 1285 al 1287, è riuscito nella prima azione necessaria. Non siamo a conoscenza di alcun risultato successivo.

Alcuni talenti musicali molto noti sono andati al loro creatore in questo giorno. Johannes Brahms, l'ultimo grande compositore classico che si godeva alcune delle sue estati passeggiando sulle colline italiane, lo fece nel 1897 dopo una vita dedicata alla grande musica, e Clara Schumann. La sua musica ha raggiunto almeno l'immortalità.

Di fama più moderna fu Kurt Weill, che morì in questo giorno nel 1950 all'età di 50 anni, essendo stato un famoso compositore di opera satirica, non gradita da Adolph che bandì il suo capolavoro "L'ascesa e la caduta della città di Mahagonny", composto tra il 1927 e il 1930 basato sul testo di Bertold Brecht e che dà al mondo la stranamente meravigliosa "Alabama Song" - la luna dell'Alabama ...

Non posso tralasciare quelli per i quali questo è stato il loro ultimo giorno senza ricordare Graham Greene il cui romanzo più enigmatico per me è stato Travels with My Aunt e che ci ha benedetti fino al 1991 con oltre 86 anni del suo vagabondo mondano ha scritto una biblioteca piena di romanzi, racconti, sceneggiature teatrali e libri di viaggio, la maggior parte dei quali affascina il lettore casual.

 

Ma non dovremmo soffermarci sull'infinito, e ricordare anche la scintilla creativa della procreazione umana notando una speciale anima ben nota che si è unita a noi il 3 aprile ma da allora è andata avanti. 

Il Padrino è ricordato dai banchieri per essere il film di maggior successo commerciale di tutti i tempi, mentre L’Ultimo Tango a Parigi ha introdotto la realtà sessuale sul grande schermo e Apocalypse Now, un'esperienza tagliente della guerra del Vietnam, tutti interpretati da Marlon Brando.

Ma il mio ricordo è di Don Juan DeMarco con Jonny Depp e Faye Dunaway e il tema musicale ossessivo che la maggior parte degli uomini può sentire: "Hai mai amato davvero una donna?”.

Per coloro che amano gli eventi storici e per i quali la crocifissione non è sufficiente, non c'è un gran numero di azioni malvagie, e io sono attratto una volta dall'età per il genere musicale e la registrazione in questo giorno a Nashville dal King, che nel 1926 ha composto una lirica con il testo:

Are you lonesome tonight,
Do you miss me tonight?
Are you sorry we drifted apart?
Does your memory stray to a brighter sunny day…

Ho pensato di voler cantare insieme!

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blockquote>Che Magliano Sabina si fregi del titolo di città, grazie a Papa Alessandro VI Borgia e che il «maglianese» sia un susino selvatico dell’omonima zona agricola, come si legge sul “Grande dizionario della lingua italiana” dell’UTET, forse non è a tutti noto. 


E tutto sembra circondato da stranezze. 
La stessa ubicazione del territorio maglianese si pone sulla carta geografica in posizione anomala rispetto alla provincia di Rieti: fra l’Alto Lazio e il sud dell’Umbria. 
Un crocevia di più province (Terni, Viterbo, Rieti e Roma) che sviluppa un sistema collinare di altitudine variabile fra i 200-250 metri dal livello del mare, e che scende verso la media Valle del Tevere, dove un intenso traffico convoglia sull’Autostrada del Sole A1 e la Flaminia un notevole flusso turistico.
[caption id="attachment_113423" align="center-block" width="960"] Magliano Sabina - Monte Soratte by Antonello Ruggeri[/caption]
Di lì si può salire sul colle e scoprire, il centro abitato, piacevolmente arroccato, che produce una sensazione di quiete, di sereno approdo, confortato da un ampio panorama che spazia dal Monte Soratte, attraverso i Monti Cimini e Sabatini, fino alla “gola” di Orte.


Dall’alto i meandri del Tevere si delineano ancora più marcati, alla ricerca forse di quell’antico letto che Sisto V volle far abbandonare al fiume per immettere le sue acque sotto le quattro arcate del Ponte Felice, costruito a secco nella zona verso il Borghetto di Civita Castellana.

Le 4 chiese di Magliano Sabina


Come non tutti sanno che le quattro chiese di Magliano Sabina nascondono, ognuna, stranezze piuttosto singolari.
La chiesa di San Pietro, un gioiello di architettura romanica del XII secolo di scuola lombardeggiante, è sorretta da dieci colonne tutte diverse per fattura e stile. 
[caption id="attachment_113436" align="center-block" width="960"] Magliano Sabina - Cripta protoromanica by Teresa Mancini[/caption]
La cripta della Madonna delle Grazie è un delicato monumento architettonico che vale la pena di visitare. Su di un affresco riporta un autografo graffito di Alfonso d’Aragona, re di Napoli, di passaggio a Magliano Sabina nel 1447. 
[caption id="attachment_113433" align="pull-left" width="300"] Magliano Sabina - Chiesa di San Michele by Antonello Ruggeri[/caption]
Mentre la chiesa di San Michele presentava al suo ingresso due are romane di età Flavia, che fungevano da acquasantiere. 
La Cattedrale San Liberatore dei Sabini, è dotata di un baldacchino cinese del ‘600 (oggi presso il Vescovato a Poggio Mirteto), residuo di una serie di “cineserie”, tutte della stessa epoca, custodite nella canonica.
[caption id="attachment_113427" align="center-block" width="750"] Magliano Sabina by Sara Montagnoli[/caption]

Il centro di Magliano Sabina


Entrati a Magliano Sabina si giunge in un ampio viale, Via Roma, fra l’altro abbellito da eleganti negozi e dal Palazzo Solimani-Mariotti di stile umbertino. Il viale accoglie il visitatore e lo conduce in Piazza Garibaldi dove, sulla sinistra, Palazzo Vannicelli (sede del municipio) si impone alla vista per le sue linee architettoniche cinquecentesche (si attribuisce il disegno al Vignola). 
[caption id="attachment_113442" align="pull-left" width="240"] Magliano Sabina - Piazza Garibaldi by Antonello Ruggeri[/caption]
Sulla piazza troneggia per la sua monumentalità anche il Palazzo del Seminario Vescovile, uno dei primi istituito in Italia dopo il Concilio di Trento, che partecipa a chiudere sulla destra il lato della piazza rivolto ad occidente. 
Al centro troneggia una decorosa fontana che richiama la commemorazione dell’anniversario del 150° anno dell’Unità d’Italia.
Da qui si dipartono le vie che conducono nel centro storico. Al quartiere di San Giovenale, nel punto più alto della “città”, il Palazzo Orsolini-Cencelli domina le sequenze di vicoli e archi di chiara origine medievale. 
È in questi paraggi che sorgeva l’antichissima chiesa di San Giovenale (testimonianza questa ormai cancellata), intorno alla quale iniziò per opera dei Longobardi, e poi dei monaci dell’Abbazia di Farfa, l’espansione di quello che oggi è il centro urbano di Magliano Sabina.

Il porto fluviale e la disputa tra San Liberato e San Liberatore


Lo sviluppo della “città”, già subito dopo il Mille, trovò il suo sostegno economico nell’importante porto fluviale sul Tevere, la maggiore fonte di ricchezza derivatale da pedaggi portuali. Da questo la maglia urbana si andò allargando fino a comprendere la monumentale chiesa di San Pietro (del XII secolo), e poi la Cattedrale dei Sabini San Liberatore.
[caption id="attachment_113445" align="pull-left" width="200"] Magliano Sabina - Cattedrale di San Liberato by Sara Montagnoli[/caption]
Questa cattedrale è stata elevata agli onori della cronaca dell’epoca, quando divenne sede della Diocesi Suburbicaria di Sabina (XV secolo).
Ma anche in questo episodio ritroviamo qualcosa di curioso. 
A parte le dispute e le lotte “armate” con l’Antica Cattedrale di Vescovio, che era stata esautorata da questo privilegio da Alessandro VI Borgia, il curioso è che non si è mai ben compreso se questa chiesa fosse dedicata a San Liberato o a San Liberatore, che fra l’altro è il patrono della “città”. 
La disputa, fra chi doveva essere l’assegnatario della chiesa, se San Liberato o San Liberatore, si protrasse per ben 150 anni. Fino a quando il Tribunale Ecclesiastico non decise di assegnare la palma a San Liberatore. 
Tuttavia, ancor oggi, i Maglianesi “sanno” che il protettore è rimasto San Liberato!
Alle spalle della chiesa di San Liberatore, integrata nella struttura del vecchio ospedale (il nuovo ospedale, oggi Casa della Salute, si trova a circa un chilometro e mezzo dal centro sulla Provinciale Sabina) si trova Porta Santa Croce. 
È piacevole da questo punto di vista ritrovarsi inseriti in una struttura medievale e osservare un animato per quanto vasto panorama, dove il traffico autostradale, che transita ai piedi della collina, si contrappone al quieto e verdeggiante bosco del Giglio, appena sulla sinistra.

Le scoperte e le sorprese delle passeggiate in campagna 


E sul piano paesaggistico le scoperte e le sorprese iniziano proprio da Porta Santa Croce. Basta prendere la circonvallazione in senso antiorario che subito appaiono in lontananza, appollaiati sulle cime delle colline, paesi e borghi antichi della Sabina, sugli oliveti e sui vigneti.
Proseguendo si arriva presso la Porta, e poi il paesaggio varca il confine e già il Monte San Pancrazio annuncia che l’Umbria è molto vicina.
Infatti, nel versante nord occidentale Otricoli, i ruderi dell’antico municipium romano si incontrano sulla Flaminia appena superato il confine maglianese confermano che si è ormai in una regione diversa. 
[caption id="attachment_113430" align="center-block" width="750"] Magliano Sabina by Sara Montagnoli[/caption]
Se ciò non bastasse, spostandosi verso ovest, la visione panoramica cambia del tutto: da Orte a Civita Castellana, la rossa terra vulcanica del viterbese accoglie i Comuni di Gallese, di Vasanello, di Vignanello, di Corchiano (forse antica Fescenium) e così via sino a chiudersi all’orizzonte con la catena dei Monti Cimini, i monti Sabatini, e l’isolato cono del Monte Soratte. 
Un panorama vario e a tutto tondo, che vale la pena di “guardare”.
Un giro d’intorno che poi riconduce presso Porta Romana, da cui si era entrati. E qui, sulle colonne della Porta, Manlio Torquato a cavallo, l’eroico condottiero romano che la “storia” dice essere il fondatore della “città” e che perpetua la sua memoria sul gonfalone del Comune, è effigiato su di uno scudo in terracotta. 
Un condottiero affiancato da due cani molossi, anch’essi in terracotta, forse a guardia di tante curiose stranezze.

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