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Penso che devo andare indietro un bel po’ negli anni:
Estate 1962
Nel giugno di quest’anno abbiamo deciso di andare a Terracina. Questo perché Tiziano, mio marito, veniva da Terracina. Aveva lasciato l’Italia in cerca di lavoro in Germania. E proprio al posto di lavoro ci siamo conosciuti, innamorati, sposati. 

Abbiamo lasciato la nostra piccola figlia ai nonni e siamo partiti. Lui con la grande gioia di tornare a casa e presentare la sua sposa alla famiglia e ai suoi amici, mentre io con un po’ di ansia ma anche impaziente di vedere tutte le grandi novità che mi aspettavano.
Nel 1962 esistevano solo pochi chilometri di autostrada, tutte le altre strade erano statali o di campagna, addirittura le così dette strade bianche! Passare le Alpi, la campagna, le città, i paesi, era bellissimo!
Passammo a Milano per trovare una sorella di Tiziano. Lei viveva a Cologno Monzese ed è stato molto difficile arrivarci. Non esistevano ancora cellulari o GPS. Alla fine siamo riusciti a trovarla e c’è stata una grande accoglienza: tanti abbracci, tanti baci e cibo Italiano così buono e in abbondanza. 
I fratelli avevano molto da raccontarci e io stavo lì vicino senza capire, non parlavo l’Italiano per niente. Tiziano faceva da interprete. Una notte terribile e lunga, interrotta mille volte dalle campane di una chiesa che suonavano ogni 15 minuti!!! dall’altra parte della strada. Un altro giorno a Milano e poi via, direzione Sud!
La campagna verde, fiorita, paesi lontani, oltrepassare il Po, tutto largo e piatto. Città come Parma, Bologna, Firenze, la Toscana! Umbria! Orvieto su in alto! Roma! Finalmente passata Roma e si vedeva la Campagna Romana. Poi a Latina Tiziano cambiò strada e arrivammo al mare,
IL MARE!
Mai visto prima in vita mia il mare! La spiaggia larga con una immensa massa di bellissima sabbia! Il sole. Il mare, fino all’orizzonte il mare! Che gioia immensa! Le Isole Pontine all’orizzonte.
Più avanti si vedeva l’acqua anche a sinistra! Anche questo mare? “Questi sono i quattro laghi costieri e noi ci troviamo sulle dune in mezzo. Le dune sono fra le più alte in Europa”. 
Era un’esplosione di sorprese, di bellezze, tutto in un attimo. 
Io sentivo fisicamente questa gioia, mi sembrava che il mio petto non fosse grande abbastanza per reggere e provare tutta questa felicità. Adesso capivo il brillare negli occhi di Tiziano quando parlava del “suo mare”, dalla pesca con la barca o subacquea con i suoi amici, le loro avventure.
Passando a Torre Paola sotto il Monte Circeo, su cui dorme la Maga Circe dopo l’avventura con Ulisse, si arrivava piano piano a Terracina. 

Da lontano si vedeva il Tempio di Giove sul Monte Sant’Angelo e subito a fianco sotto il profilo di Terracina con il Castello Frangipane, l’ex monastero San Francesco, allora ospedale di Terracina, e il centro storico della città. 
Il sole tramontando illuminava tutto di rosa e rosso. 
Per me una scena unica. Quella sera siamo andati direttamente a casa del papà, i fratelli, la cognata e i nipoti di mio marito. La prima a salutare Tiziano è stata Tosca! Una cagnetta bianca che non voleva lasciarlo più! 
Poi le stesse procedure di farsi conoscere, abbracci, baci, cena fantastica. Mai mangiato tanto pesce prima. E tutto come a casa della cognata a Milano senza parlare l’Italiano. 
La mattina dopo un caffè al bar! Anche questo una novità per me. 
E la grande aspettata novità: il mare da vicino sulla spiaggia, sentire con i miei piedi e le mani l’acqua e la sabbia! Non so proprio descrivere bene come mi sono sentita. Era fantastico, meraviglioso. 
Quello che mi affascinava assolutamente come il mare era la luce! 
Il sole qui ha un altro aspetto che da noi in Germania, mi sembrava più vicino, sicuramente più forte! Il brillare sulle ondine piccole era fantastico, interrotto dalle barchette che si muovevano sull’acqua. E la spiaggia larga larga con questa finissima sabbia giallastra. C’era ogni tanto qualche bagnante con il suo ombrellone. Mi sembrava il paradiso.
Così si possono capire gli artisti nel Romanticismo che venivano in tanti da tutto l’Europa per dipingere in Italia. Tutti erano attirati proprio dalla luce diversa.
Poi man mano negli anni successivi ho conosciuto una gran parte della città, specialmente il centro storico con i suoi monumenti romani, Piazza Municipio, la cattedrale, i vicoli. Allora erano ancora poche case costruite in basso. Il grande boom e scempio sarebbe iniziato dopo, a metà degli anni ‘60 e ‘70. Si costruiva senza piano regolatore.
Nell’anno 1989 siamo venuti a vivere qui in mezzo al centro storico, Tiziano e io. I figli erano grandi, ognuno con la sua laurea e un mestiere da seguire. I due maschi sono rimasti in Germania, la figlia ci ha seguito quattro anni dopo, lei ha scelto le Marche, dove vive ancora.
A mio marito erano rimasti solo 10 anni per godersi Terracina nella nostra bellissima casa, la sua barca sul suo amato mare insieme a suoi vecchi amici ritrovati. Come erano belli quegli incontri per una cena improvvisata, quasi mai organizzata, con i vecchi amici. E’ passato!
Per me la scelta di rimanere qui era facilissima. 

Vivo con piacere nel mio nido d’aquila, come chiamo casa mia, perché domino Terracina e il mare. C’è il sole dalla mattina alla sera e il tutto è incorniciato da Monte Sant’Angelo con il Tempio di Giove a sinistra e Monte Leano a destra.
Mi fermo qui, perché sarebbero da raccontare mille altre belle cose che giustificano di rimanere a Terracina.

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Video-pillole sul turismo - parte 34

La campagna #IlFuturoNelleNostreRadici ha sempre più amici

Mentre arrivano storie, cominciano ad aderire al nostro progetto Istituti ed Istituzioni come la SVIM Marche, l’agenzia di sviluppo regionale, e UNICAS, L’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, che salutiamo calorosamente!

Oggi andiamo nella Valle del Liri, insieme a Paolo Silvi del Museo “Apassiferrati”. Un caro amico, che ha trasformato la sua passione per i treni e il modellismo d’epoca in un museo e un vero e proprio movimento che ci porta alla scoperta di questo territorio attraverso la storia dei suoi binari. 

Un grande successo iniziato con un gruppo di amici, che sono riusciti a far conoscere la loro realtà a tutto il mondo e oggi organizzano spettacolari eventi. 

Siete mai saliti su una locomotiva a vapore? Grazie a loro (una volta finita questa quarantena) potete!

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#italianisuperanotutto #ilFuturoNelleNostreRadici

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Quanti di voi hanno giocato con un trenino da bambini?


O semplicemente lo avete inseguito con lo sguardo mentre passava su una ferrovia a fianco della strada...
Quanti hanno poi viaggiato in treno e scoperto che ci poteva aiutare a fare amicizia, scoprire nuove situazioni … o semplicemente leggere in santa pace un giornale o un libro?
Quanti ancora se lo sono trovato come compagno di strada in un libro o al cinema per condividere un momento di gioia, di passione, di avventura o ...

E quanti dopo tutto questo hanno pensato di farne un museo per grandi e piccini per condividere non solo una passione ma per raccontare la storia di un territorio un po’ dimenticato ma con tanti tesori nascosti da scoprire ...?
Beh… questa è la storia che vi voglio raccontare.
Correva l’anno 1960 e la mattina di Natale, con mio fratello poco più grande di me, ci affacciammo nella sala dove Babbo Natale (o chi per lui…) doveva aver fatto il suo dovere e rimanemmo a bocca aperta.
Su un bel tavolo di legno, che ci sembrava enorme, faceva sfoggio di sé un treno completo di locomotore, vagoni, galleria, alberi, stazione … un sogno!
Fu una emozione che non mi lasciò mai.
A quegli anni felici seguirono poi momenti molto più difficili, quel treno per varie vicissitudini familiari ed economiche scomparve e per molti anni, e fintanto che non iniziai a lavorare, non lo rividi più.
Ma lui non mi aveva mai lasciato, anche nei momenti difficili mi tornava in mente e mi faceva sorridere e sognare.
Mi riavvicinai, con un po’ di autonomia economica raggiunta, al mondo del modellismo ferroviario e nel tempo cominciai a divertirmi costruendo dei plastici di fantasia cercando di coinvolgere, con limitato successo in verità, i miei tre figli.
Con la maturità e viaggiando per lavoro tra l’Europa e le Americhe conobbi vari personaggi in giro per il mondo con la stessa passione. Però tutto questo sembrava ridotto ad una ristretta cerchia di appassionati, con le loro liturgie e momenti di incontro, ma alla fine con un orizzonte un po’ limitato e talvolta troppo esclusivo.
Ma ecco che accadde quel qualcosa che mi fece cambiare prospettiva in una maniera fino allora impensabile.

Ma facciamo un piccolo passo indietro. Chi di voi conosce Arce e la Valle del Liri?


Dalla mia esperienza ben pochi al di fuori del territorio, ma come in tutte le storie ad effetto per trovare il momento della svolta…. chercez la femme!
Arce è il paese natale di mia suocera, dove negli anni con mia moglie ed i figli abbiamo creato anche per noi un buon ritiro.
Il sottoscritto, romano di cultura e da sempre coinvolto per lavoro con il mondo delle multinazionali, ha cominciato a scoprire negli anni un mondo fatto di natura, rapporti costruiti nel tempo con la fiducia, una storia millenaria coperta però dall’ingombrante presenza di Roma e Napoli che schiacciano il territorio come una povera sardina.

Si direte voi … ma il treno?


Beh per accettare il buon ritiro ad Arce anche da parte mia, ebbi l’autorizzazione ufficiale a poter dedicare una stanza alla mia passione e cosi ho potuto finalmente costruire un plastico ferroviario come avevo desiderato da tanti anni.
Quindi una favola a lieto fine? In realtà è proprio da qui che comincia tutto.
Mi accorsi che anche se teoricamente felice mi mancava qualcosa. Quello che avevo costruito era in fondo solo per me o pochi amici. Mi sembrava che quel sogno di bambino fosse atterrato su un qualcosa costruito sicuramente bene ma un po’ arido. Non trovavo quella forza che solo la condivisione e la passione sanno dare.
Una domenica, era novembre del 2014, dalla mia casa di Arce sentii un fischio di un treno diverso dal solito. Dalla finestra si vede la stazione e vidi uno sbuffo di fumo.

Era il treno commemorativo della ferrovia Roccasecca-Arce-Avezzano che passava per la riapertura della linea. Ed io non lo sapevo!!!


Capii che quella era la mia nuova sfida: unire la passione del treno con quella del territorio e della sua ferrovia. In pochi mesi, con l’aiuto di alcuni amici abbiamo fondato l’Associazione Apassiferrati.
A quel punto capimmo che era necessario creare un punto di aggregazione forte che fosse un simbolo facilmente identificabile dall’esterno e che rappresentasse immediatamente quella miscela di Territorio, Ferrovia e Cultura che poteva dare sostanza al progetto.
L’idea fu quella di creare un Museo della Ferrovia della Valle del Liri, ma su basi nuove: non solo una raccolta di cimeli per addetti ai lavori, ma qualcosa di vivo che raccontasse una storia di duecento anni con un linguaggio facile da raggiungere.
Grazie a Dario di Palma, assessore al Comune, ne parlammo con il Sindaco Roberto Simonelli e nel giro di una riunione in un caffe l’idea piacque ed il sindaco mi propose di fare il museo in un ambiente del palazzo del Comune che era in disuso.
Era una grande sfida, chiaramente con capitali privati, ma gli elementi sembravano quelli giusti per realizzare il progetto.
A questo punto con gli amici di Apassiferrati definimmo un piano su 4 aree di attività:

    • realizzazione del Museo

 

    • editoriale con il primo libro dello storico Costantino Jadecola (oggi tradotto in 5 lingue)

 

    • comunicazione in Italia e all’estero (Madrid, Strasburgo, Norimberga, Lisbona, Caldas da Rainha)

 

    • realizzazione di eventi come i treni storici a vapore.



Abbiamo subito fatto un accordo con l’università di Cassino per attivare ricerche e studi sul territorio e la ferrovia e siamo riusciti ad inaugurare il Museo il 30 settembre del 2017. Una emozione me la ha regalata la riscoperta di un evento storico legato alla visita di Papa Pio IX nel 1863 nel territorio di Frosinone sullo straordinario treno di rappresentanza.
E se guardiamo alla storia della nostra ferrovia vediamo come anche nei momenti terribili del terremoto del 1915 o della tragedia della guerra ha sempre saputo ritrovare la strada per rinascere mettendosi a fianco della sua gente come un riferimento e un segnale di speranza.
Con questa speranza continuiamo questo lungo viaggio, iniziato quella mattina di Natale di 60 anni fa, con gli stessi occhi incantati dei bambini che ci vengono a trovare e che ci danno la forza per proseguire.
A presto dunque!
 

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Saepinum è un'idea. Un concetto.
Uno svolazzo metafisico planato nell'immanente sotto forma di pietra e di marmo.
Le sue mura custodiscono un paradigma; l'essenza di un'italianità anche dolorosa, acquisita sulla sua pelle attraverso il secolare, crudele balletto tra vincitori e vinti, tra dominatori e dominati.

Pentri, romani, longobardi.
E battaglie, commerci, miserie e splendori. L'intero campionario umano, dopo tutto. Mirabilmente riassunto in quella che al tramonto, d'estate, appare come un'antica astronave dormiente, ormeggiata nella piana del fiume Tammaro sotto l'ombra severa del Matese.
Le sue sbeccate colonne bianche sembrano dipingere il cielo, schizzando appena d'arancio quel turchese così arcaico, ancestrale.
Le quattro erculee porte d'accesso sono occhi aperti sul cardo e sul decumano, su quel geometrizzante reticolo di strade acciottolate che spiega più di mille trattati la romana ossessione per la ratio intesa come suprema forma di virtù.
L'emiciclo del teatro, circondato dalle basse, armoniche costruzioni a due piani, è un pensiero disegnato col compasso. È ingegneria applicata all'arte.
Si sentono ancora risuonare le voci degli attori che recitavano Plauto, Afranio. Gli applausi del pubblico, le grida dei bambini.
I palazzi dei patrizi e le casette dei pastori sembrano voler parlare, urlare le loro storie. Raccontarle a un mondo che non deve dimenticarle.
Il futuro ha radici antiche.
L'oblio, invece, non ha radici. È negazione, perdita irreparabile e definitiva.
Saepinum è un'idea. Ma prima ancora è l'urlo di battaglia di un popolo coraggioso e indomito. Pentri, li chiamavano.
Abitavano queste terre migliaia di anni fa. Ora i loro discendenti le proteggono e le custodiscono gelosamente.
Non perché diventino una reliquia, ma perché siano un'altra perla da scoprire della collana più preziosa del mondo: l'Italia. La sua prepotente bellezza è anche qui. In un'antica, superba città molisana a due passi dall'infinito.

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Arringo, come l'antico piazzale interno del Castello di Piglio.

Nel Medioevo ci si accedeva tramite uno scalone di pietra, che scendeva ripido dalla zona superiore del castello stesso e sbucava proprio lì. Era un grande spazio aperto, circondato da mura spesse e severe.

Per soffitto, l'arringo, aveva solo il cielo.

Un cielo di un azzurro stordente, come quello dei lapislazzuli sminuzzati che di lì a poco i grandi pittori italiani rinascimentali avrebbero usato per ridisegnare una volta per sempre i confini della bellezza.

Nei giorni di festa, popolo e notabili del paese si incontravano in quello spazio così intimo e armonico, dove natura e ingegno umano avevano trovato un perfetto equilibrio.

Quell'equilibrio e quell'armonia che abbiamo cercato di restituire attraverso un vino capace di scorrere non solo in un bicchiere, ma in secoli di storia.

Un prodotto nato per testimoniare l'amore viscerale verso una terra prodiga e materna. Un fazzoletto di borghi, campi e vigne che è stato approdo di artisti, condottieri e avventurieri che qui hanno intrecciato i loro valori con quelli di un'arcaica cultura contadina disposta però ad accogliere e a confrontarsi.

L’Arringo nasce da tutto questo, e dalla forte volontà dell’ARSIAL (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l'Innovazione dell'Agricoltura del Lazio) che ha promosso e finanziato un progetto sperimentale in collaborazione con l’Università della Tuscia di Viterbo e il CREA di Velletri, dando la possibilità alle aziende dell’area del Cesanese del Piglio di partecipare al percorso di innovazione.

È un vino a doppia fermentazione che si ottiene combinando il classico processo di vinificazione con una fase di appassimento di una parte delle uve. Nel nostro caso, abbiamo fatto appassire in una cosiddetta ‘camera di appassimento’ circa un 20/25% delle uve raccolte.

Da queste abbiamo ottenuto un mosto bianco che, nella seconda fase della vinificazione, viene unito alla massa facendo così ripartire una seconda fermentazione.

Il processo della doppia fermentazione è conosciuto anche come Metodo del Governo alla Toscana, inventato dal Barone Ricasoli nel lontano 1800 con l’intento di “aggiustare” le annate considerate meno buone allo scopo di ottenere un vino fresco, pronto per essere bevuto dopo un anno dalla vendemmia. Un vino molto apprezzato dai mercati dell’epoca.

Mi hanno raccontato che in realtà la ripresa della fermentazione era una pratica che spesso veniva utilizzata anche in zona, dove la raccolta cominciava dalla valle e proseguiva verso le vigne più alte sulla collina.

Quando si arrivava a queste, il mosto si aggiungeva a quello delle vigne più basse, che spesso però aveva già finito di fermentare; e così ripartiva.

La sperimentazione, effettuata attraverso metodologia e strumentazione scientifica, si pone l’obiettivo di rendere sistematico questo processo, al fine di ottenere un prodotto che abbia profumi e consistenze capaci di esaltare il varietale, regalando al vino maturità, morbidezza e profumi generalmente senza utilizzare l'invecchiamento in legno.

L’Arringo ha un colore rosso rubino con riflessi violacei. Al naso risulta complesso, armonico, con note di ciliegia sotto spirito e spezie. In bocca, infine, è strutturato e persistente, perfetto con salumi e formaggi stagionati oppure coi primi piatti della tradizione ciociara.

Nella storia di questo vino ci sono tutte le storie che hanno reso unica questa terra. C'è il sapore della sfida, della capacità di tessere un nuovo arazzo partendo dai fili intrecciati delle nostre radici.

Perché solo chi ha radici forti, ha sempre belle storie da raccontare.

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Se dovessi far conoscere a qualcuno il percorso della mia espressività artistica direi che esso è iniziato fattivamente da una ricerca sulle origini del teatro italiano.


Era il 1980 quando, ricercando sui libri le tracce lasciate, mi sono imbattuto nel Rinascimento, precisamente nei primi decenni del ‘400 a Firenze.
Più entravo nella conoscenza storica, più mi ritrovavo immerso in una bottega artigianale fiorentina e mi guardavo intorno. Una bottega popolata di artisti, architetti, artigiani, distinzione questa che mi imponeva la cultura del nostro tempo.
Pian piano non riuscivo più a distinguere le categorie, anzi queste scomparivano per dare posto alla figura di un uomo che riusciva con le sue mani a forgiare il corpo dei suoi pensieri.
Avevo trovato ciò che dentro di me desideravo: essere figlio della terra che mi aveva generato. E la nostra terra è fatta di lavoro, di materia, della sua trasformazione per utilità dei fabbisogni quotidiani.
Ho sempre creduto che la cultura fosse un fabbisogno quotidiano, allora ho iniziato a dare corpo ad essa con ciò con cui altri producevano utensili per la vita.

Ero diventato un artigiano del pensiero, della bellezza e dentro la mia bottega ho iniziato a trasformare la materia e renderla emozione da offrire.


È passato di tempo da quell’inizio, il laboratorio è colmo di testimonianze del mio lavoro e ogni volta che vi entro mi narrano ognuna della vita che le ho dato.

Ma, come sempre accade, c’è una fra tutte che più ti rappresenta, che meglio definisce l’inizio di un nuovo percorso.


Era settembre dell’anno 1995, già fremevano i progetti per l’avvento del nuovo millennio, sentivo forte il desiderio di essere anch’io protagonista di quello straordinario momento.

Ho cercato così tra gli appunti della mia memoria e ho trovato tracce di una idea che da più di dieci anni andavo progettando: la Natività.
Sono andato col pensiero ai grandi architetti fiorentini del ‘400, alle loro macchine sceniche realizzate per il racconto delle Sacre Rappresentazioni e subito davanti agli occhi indelebile mi si è presentata la macchina scenica dell’Annunciazione di Filippo Brunelleschi.
In alto tra le capriate un cielo si apriva, una schiera di angeli in movimento sopra i fedeli presi da un estasiato smarrimento e l’Arcangelo Gabriele con una esile corda discendeva fino a Maria ad annunciare l’evento tanto atteso.

Era la glorificazione di Dio con un’infinità di lumi, stelle, che esaltavano la sua reggia celeste.


Io volevo invece rappresentare la discesa di Dio, il suo farsi uomo e la sua domus non poteva più essere celeste ma terrestre. Allora, chiusi gli occhi, ho preso fra le mani la cupola stellata posata in alto, l’ho capovolta e adagiata sul freddo pavimento.

Uomo tra gli uomini.


Non più lo sguardo verso l’alto in un atto di prostrazione, ma sguardo nello sguardo. Così la domus terrestre nella mia rappresentazione doveva essere posta tra i fedeli come centro di una nuova era. Metafora della nuova Gerusalemme mostrata dal settimo Angelo, dal racconto dell’Apocalisse di Giovanni, da un alto monte al profeta.
Gli spettacoli delle Sacre Rappresentazioni venivano proposti nelle chiese colme di fedeli, di ogni ceto sociale e diversificato bagaglio culturale, c’era il dotto ma anche il non colto, c’era il letterato così pure chi con le sue mani aveva da sempre comunicato.
E le mani a Firenze avevano portato l’artigianato a tale maestria che, unita all’ingegno di artisti, avevano creato opere di sorprendente perfezione. Così la materia plasmata diveniva parola all’altezza di assumere negli spettacoli il compito della narrazione.
Nello spettacolo che andavo creando, quale immagine tangibile, materica poteva nell’immediatezza rappresentare per tutti la nascita se non un uovo che, per dare inizio alla vita, doveva aprirsi alla sua metà?
Allora al centro dello spazio della rappresentazione ho posto una grande sfera di legno leggero che si apriva alla sua metà mediante una robusta fune che saliva alle capriate.


Poi discendeva avvolta da un argano manovrato a vista da un attore: una metà rimaneva a terra a significare la nostra contingenza, la cupola capovolta, l’altra sollevata in alto come bisogno di trascendenza.
Un bisogno insito nell’umana aspirazione.
Sulla metà terrestre veniva raccontata la nascita di Gesù, al centro, tra le
braccia della madre seduta e la protezione di Giuseppe. Intorno
ruotavano, su due piste collegate tra loro con un ingranaggio azionato a mano, le figure del presepe: pastori, ancelle che con doni andavano e
bambini che giocavano.
Dal cielo una discesa di Angeli, non per annunciare il volere divino ma per
mostrare la condivisione e la gioia del Padre per il Figlio diventato uomo.
Era il Natale del 1995 e la Chiesa di San Pietro a Magliano Sabina era il luogo della rappresentazione.
Un lavoro lungo, faticoso, con tanti momenti di umano smarrimento per il timore di non essere, come i maestri del passato, all’altezza di dare alla materia quella leggerezza che sapesse narrare, che divenisse essa stessa parola.
Al termine dello spettacolo, dopo i tanti e calorosi applausi, sono rimasto solo e mirando quella macchina narrante, realizzata con le mie mani, ho percepito forte la consapevolezza di aver trovato l’armonia che cercavo.
Il mio fare teatro era davanti a me, in quello spazio sacrale dove il cielo e la terra ritornano a quell’unità primordiale a cui ogni parte dell’Universo, dopo la traumatica separazione, farà ritorno.
I modelli della macchina scenica della Natività e dell’Annunciazione sono visitabili all’interno della mostra Artes Mechanicae, mostra permanente presso la Chiesa di San Michele a Magliano Sabina.
La mostra è aperta su prenotazione (chiamando i numeri: 389 277 5583/ 320 312 0850) e in occasione di alcune festività.
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Ritorniamo a Magliano Sabina e alle sue meraviglie.

Abbiamo raccontato dei suoi vini e del suo splendido borgo, oggi parliamo del teatro di Magliano Sabina e dell’artista che da vita alle sue macchine di scena. 

Luciano Minestrella da anni è direttore artistico di scena nel teatro di questo splendido borgo. Dopo essere stato responsabile per le scenografie di molti teatri della Capitale come il Teatro Argentina, ancora oggi mette in gioco la sua arte per creare scenografie strabilianti, originali e intricate. 

Noi Italiani siamo artisti nel sangue, e il nostro paese è un’opera d’arte ancor più straordinaria.

Leggete insieme a noi la sua storia!

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Ripartiamo insieme dai luoghi che amiamo.

Oggi parliamo di Canino, piccolo paese in Provincia di Viterbo: sapori di un borgo che ci trasportano in un viaggio di gusto.

Canino ha una profonda e ricca storia che abbiamo avuto il piacere di raccontare in più occasioni insieme al suo Sindaco Lina Novelli.

Una delle storie che ci hanno più colpito è stata quella del delizioso asparago “Mangiatutto” di Canino, scritta dalla nostra Chiara Rossi per noi.

Non solo olio quindi, ma un patrimonio di ricette che vedono come protagonista questo ortaggio versatile e pregiato che abbiamo avuto il piacere di rivisitare grazie ad un ristorante locale “Da Isolina”, che speriamo di visitare molto presto!

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