Spanish View Vineyard Landscape in Lanzarote La Geria Tropical Volcanic Canary Islands Spain
Malbec, come il grande uomo dalle montagne rese fertile anche il deserto

Il grande uomo se ne stava tutto rinserrato in un angolo della sua orribile capanna-prigione, lassù sull’altopiano. Faceva freddo ma la rabbia che lo bruciava di dentro non gli bastava a farlo scaldare anche fuori.

Erano passati già sette giorni da quando, il proprietario della haciendas di canna da zucchero, lo aveva imprigionato al suo lavoro come uno schiavo.

Essere un uomo imponente e non poter far nulla per la propria salvezza è veramente umiliante, specialmente se chi ti domina è un gracile tiranno.

Mai avrebbe pensato di finire così. A quel tempo era normale lavorare la terra in condizioni quasi feudali. Non però fino a privarti della tua sacra libertà.

Eppure era successo davvero. L’ira diventò pianto.

Alzò la testa verso l’unica finestrella del suo tugurio. La luna!

Dove era finita la luna? Un istante prima era lì, al centro di quella modesta apertura verso l’esterno. S’alzò incredulo e con la faccia appiccicata a quell’unico sbocco cercò inutilmente lassù fuori, in quello spazio celeste, sereno, stellato. Niente.

Come era possibile? D’improvviso cantò un gallo: stava per salire l’alba?

Ancora un canto; ancora. L’aria non cambiò luce minimamente. Nessuna aurora. Non sapeva l’ora ma, di sicuro, per alzarsi era presto anche per il sole.
Cosa stava accadendo?

Mentre ancora stava cercando una risposta alle sue domande, sentì la porta della prigione aprirsi dietro di lui. Sulla soglia, comparvero sorridenti due bei bambini bruni; un maschio ed una femmina.

“Ciao grande uomo, non temere!” disse la bimba.

“Chi... chi siete?!?”

“Siamo i figli della Pastora dell’altopiano. Ha saputo che ti tenevano incarcerato qui ed addolorata per la tua condizione ci ha chiesto di liberarti”.

L’uomo li guardò con lo stupore di una notte impossibile.

“Come avete fatto a passare il recinto alto e spinato sulle cime?”

“Ci siamo passati sotto!” disse la bimba con aria furbetta.

L’uomo sorrise e per l’emozione nemmeno ci pensò che quella terra era troppo dura per essere scavata da due bambini. Ci aveva provato lui stesso, invano, il giorno prima.

Comunque, ora, non ci volle tanto a convincerlo a scappare.

Lo presero per mano ed insieme attraversarono tutto il campo fino alla recinzione. Passarono quindi lì sotto, dentro ad uno scavo grande giusto come la sua persona, neanche gli avessero preso le misure addosso.

Ci passò veloce, senza procurarsi il benchè minimo graffio.

Poi su, su; arrampicandosi sulle rocce. Molto più in alto. Lassù fin dove viveva la loro madre. Quando giunsero alla loro casa, la Pastora li stava aspettando davanti ad un allegro falò.

“Grande uomo! Che felicità saperti libero!”

“Grazie a te e ai tuoi figli. Vi ringrazio con tutto il mio cuore! Come potrò mai sdebitarmi con voi?”

“Saperti in salvo mi rende già felice” disse la Pastore voltandogli le spalle e tornando a ravvivare il suo falò. Dopo un attimo di silenzio però, con voce indagatrice, gli chiese: ”Ci tieni così tanto a sdebitarti con noi?”

“Certo. Con tutta la mia anima, signora Pastora!”

“Bene. Un modo ce l’avresti per farlo. A sud; molto, molto lontano da qui, ci sono alcune terre che mi appartengono ma che nessuno ha mai coltivato”.

“Vuole che vada io a lavorare quei terreni?”

“Mi faresti un gran piacere davvero! Vorrei coltivarli con vigneti fino ad oggi sconosciuti a quelle regioni: con uve della varietà Malbec”.

“Mai sentita nominare in vita mia. D’altra parte, però, io non ho mai coltivato uva ed un po’ d’ignoranza ci può stare...”

“Dunque?”

“Dunque, devo comunque sdebitarmi con voi. Una maniera la troverò certamente per farvi questo favore”.

Si fece spiegare per bene dalla Pastora dove si trovava quel posto. Si fece dare i semi per quelle viti e partì, senza nemmeno avvertire la sua famiglia. Ci avrebbe pensato personalmente la Signora dell’altopiano.

Il grande uomo camminò per lunghi giorni e notti, attraverso quei monti dalle incredibili altezze. Un panorama costante di cordigliere che lo cingevano da oriente ad occidente, come se non ci fosse uno sbocco verso il piano, in una morsa psicologica soffocante.

Durante il viaggio però, in contrapposizione a questa oppressione, trovò la pacificità disarmante degli animali selvatici che gli offrirono generosamente del latte per dissetarsi, della lana per scaldarsi e delle prede per sostenersi.

Mentre dagli altri animali, solitamente più aggressivi e pericolosi, ricevette solo indifferenza, come se obbedissero ad un comando inverosimile della Natura.

Così, dopo il suo lungo tragitto in mezzo a questi sentieri rocciosi millenari, giunse infine alle sconfinate Terre dalle Crete Colorate che, con il loro superbo spettacolo di striature a sfumature cangianti, avrebbero riempito di meraviglia gli occhi di qualsiasi avventore.

Quando fu sazio di guardare tanta bellezza, cominciò a cercare tra di quelle pianure e colline il passaggio di un qualsiasi fiume o torrentello; almeno la presenza di un lago! Niente. Non si scorgevano né abitazioni, né coltivazioni fino a perdita d’occhio.

Senz’acqua non può esserci la vita. Quella distesa bellezza colorata si rivelò invero un deserto. Abbattuto da questa sconfortante scoperta ed esausto dal lunghissimo cammino si coricò a riposare sulla nuda terra. Prese sonno subito e sognò ancor prima.

Nel sogno apparve la Pastora con i suoi due bambini: “Grazie per aver dato alle mie terre un vigneto fecondo!”

“Ma io non ho fatto ancora niente, signora...” La Pastora sorrise e lo invitò a voltarsi.

Dietro di lui le valli avevano mutato d’aspetto: lunghe fila di floride viti cingevano i fianchi dei monti come ornamenti di una bella sposa. Alberi, fiumi, terra e cielo collocati perfettamente nell’infinità di quegli spazi vergini.

“Quando mai è successo questo?” chiese l’uomo.

“Nel tempo di un sogno” gli rispose la Pastora.

“Cosa? Chi siete dunque voi, veramente?”

“Io sono la Pastora, la Madre, la Sposa, la Terra: io sono la Pachamama!”

Il grande uomo d’istinto s’inginocchiò a terra, in preda ad un timore reverenziale.

Intanto i due bambini furono elevati al cielo e presero a brillare con i loro corpi, di una luce diversa l’uno dall’altra.

Il bimbo emetteva una luce accecante. Salì verso mezzogiorno e divenne il Sole.

La bimba, dalla luce più tenue e dolce, si pose nell’aria verso ponente e divenne la Luna.

L’uomo riaprì gli occhi e risvegliandosi, si ritrovò dentro ad una elegante casa, seduto nel soggiorno.

“Ah, ti sei svegliato infine! Povero il mio marito: oggi ti sei affaticato così tanto, là nei campi, che ti sei addormentato subito appena hai toccato il divano!”

Un bimbo gli s’infilò a sorpresa tra le gambe e gli gridò con la faccia dolce: -Babboooo!!!-

Il buon lavoratore allora prese in braccio quel bambino e con il cuore colmo d’emozione uscì dalla casa.

Era tutto come nel sogno. I vigneti, gl’alberi ed il fiume.

Lassù, dietro le imponenti montagne azzurre, il cielo degradava dal celeste all’arancio fino al rosso, dove il sole si perdeva sciolto tra di quelle vette.

Era il tempo della vendemmia. La Pachamama lo aveva benedetto con dei frutti fecondi, sia dalla terra che dalla sposa.

Un figlio, illustre dottore entro i vent’anni ed un superbo vino rosso che non avrebbe trovato eguali in tutto il mondo.
Fu così che, quindi, il grande uomo dalle montagne, con la dignità degli assopiti, rese fertile anche il deserto.
 

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Sermoneta è un'epifania a cielo aperto.
Un punto esclamativo urbanistico accoccolato tra la pianura pontina e i monti Lepini.
All'interno delle sue mura tutto comunica in una lingua ferma al medioevo. Non c'è una sola costruzione moderna.

Non c'è nemmeno un unico, fuggevole richiamo architettonico alla contemporaneità.
Per certi aspetti è la migliore cartolina possibile dell'Italia dei borghi. Quella che resiste e attraversa la penisola come una brezza antica e curativa.
Il centro storico di Sermoneta è uno schiaffo agli orrori edilizi, ai palazzi di cortina cresciuti come un'erba infestante nei cuori stessi delle città, alla negazione del bello inspiegabilmente assurta a virtù in nome di un progresso che asfissia e brutalizza identità secolari.
Oggi - nel mezzo di una pandemia sanitaria che ha preso le sinistre sembianze di un delirio mediatico - si straparla, si strascrive, si strafarnetica.


Qualcuno però, intelligentemente, ha proposto un recupero dei borghi come panacea per una prossima, auspicabile guarigione dell'anima e, perché no, dell'economia.
Un ritorno a una dimensione più umana (anzi, umanistica) che a prima vista può sembrare utopico, ma che racchiude in sé i prodromi di una sorta di rivoluzione al contrario.


Valorizzare questa rete di piccoli borghi pressoché infinita che formicola sotto il tessuto dell'Italia industriale, può rappresentare una chiave di volta per un rinascimento culturale, sociale e economico.
Nessun luddismo, nessuna ingenuità bucolica, nessuna intenzione vanamente nostalgica.
Solo la pragmatica volontà di affiancare all'Italia che conosciamo un'altra Italia, altrettanto produttiva.
Un Paese in cui i campanili dei vecchi paesi rivaleggino con le ciminiere delle aree industriali non solo in altezza, ma in punti di PIL.
Sermoneta, nella sua incantata meraviglia senza tempo, questo lo ha capito da un pezzo.

Il castello Caetani, la loggia dei Mercanti, la cattedrale e le sue antiche viuzze che straripano di storia sono lì a dimostrarlo.
In quegli avamposti dove la bellezza non è stata sacrificata, si è assistito a una (de)crescita sana e vitale.
Non tutti i vecchi borghi possono godere di queste attrattive, certo, ma tutti invece possiedono in nuce potenzialità culturali, enogastronomiche, paesaggistiche che attendono soltanto di essere riscoperte e valorizzate.

Ognuno di essi, anche quelli che oggi sono praticamente dismessi, può rappresentare una tabula rasa su cui disegnare una nuova mappa del futuro e nuove forme di socialità.


Il nostro straordinario passato è lì che ci aspetta.
Andiamocelo a riprendere.

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Una mela al giorno toglie il medico di torno è una delle frasi più usate nella lingua italiana, come quella che “non ci sono più le mezze stagioni “, ma è il miglior modo per introdurre gli indiscutibili benefici alla nostra salute che regala il nostro frutto.

Sono universalmente riconosciute le proprietà benefiche del frutto per antonomasia, ma entriamo nel dettaglio.
La prima considerazione riguarda l’acqua: l’85% di una mela è acqua e, conseguentemente, mangiare un pomo sazia con un ridotto apporto calorico (circa 38 kcal per 100 grammi di parte edibile).
Il vantaggio è, quindi, quello di favorire una dieta ipocalorica particolarmente consigliata dopo un periodo di forzata quarantena che ci ha portato a esagerare, forse, con il cibo come antidepressivo.
Andiamo agli aspetti nutritivi, la mela fornisce zuccheri (essenzialmente fruttosio, monosaccaride caratterizzato da un basso indice glicemico), vitamine (A, B1, B2, B3, B9 e C) e sali minerali (sodio, potassio, ferro, calcio, fosforo, magnesio e zinco).
In particolare, la mela è ricca di potassio ed è preziosa per il buon funzionamento del sistema nervoso e del muscolo cardiaco.
Poi la mela contiene fibre (fino al 10%) e in particolare la pectina (polisaccaride composto da una catena lineare di monomeri di acido galatturonico) che, essendo solubile, favorisce il benessere intestinale e riduce i livelli di colesterolo e glucosio nel sangue. Inoltre, la pectina blocca l’appetito e accentua il richiamato senso di sazietà.
Anche l’acido citrico e l’acido malico presenti nella mela favoriscono la digestione agendo come efficaci disinfettanti dell’intestino. L’acido malico, inoltre, stimola le ghiandole salivari abbassando il pH della bocca, protegge le gengive e riporta i denti ad un bianco candido senza necessità di costosi collutori e particolari dentifrici.
La mela è un concentrato di antiossidanti e, in particolare, di polifenoli (circa 200 mg per 100 g di parte edibile) che migliorano il metabolismo dei grassi, riducono la formazione di molecole infiammatorie e proteggono il sistema cardio-circolatorio. I polifenoli con i flavonoidi contrastano la formazione dei radicali liberi, frenano lo stress ossidativo e rallentano l’invecchiamento cellulare.
E se questo non vi ha convinto a mangiare una mela, è stato dimostrato che i polifenoli della mela ostacolano la replicazione delle cellule tumorali del colon contribuendo alla cosiddetta apoptosi cellulare (meccanismo delle cellule anomale e difettose dell’organismo che porta al loro suicidio in quanto non rispondenti al DNA originario).
La mela fa bene in caso di colite, gastrite e ritenzione idrica e può essere consumata in caso di diabete.
La mela è diuretica, lassativa, depurativa e decongestiona un fegato affaticato.
La mela è indicata per reumatismi e malattie delle articolazioni.
E la nostra produzione nella Valle del Giovenco è di altissima naturalità. Abbasso il coronavirus. Evviva la mela. Evviva Ortona.
Adottate un melo di Ortona dei Marsi

La storia della ricetta della “tarte tatin” alla Mela Renetta


La Tarte Tatin è il più classico dei dolci alle mele della tradizione francese. È nata ai primi del ‘900 grazie all’inventiva delle sorelle Carolina e Stephanie Tatin, albergatrici a Loret Cher in Francia.
La ricetta sembra sia dovuta ad un errore di Stephanie, cuoca provetta a cui dovette rimediare velocemente. Si racconta che un giorno avesse dimenticato di preparare la sua leggendaria torta di mele.
Senza perdere tempo, corse in cucina, imburrò e cosparse di zucchero una tortiera, ci mise dentro le mele e le infornò. Solo dopo, si accorse che per la fretta aveva dimenticato la base di pasta brisèe ma non si perse d’animo, ricoprì la tortiera con uno strato di pasta e rimise tutto in forno.
Terminata la cottura, Stephanie ribaltò la torta su un piatto e la portò in sala dove fu letteralmente divorata dai presenti. Era, così, nata la Tarte Tatin.
L’unica variante ortonese che vi consiglio è l’utilizzo della mela granettona che tradizionalmente viene coltivata nella Valle del Giovenco.
Buon appetito a tutti ma … occhio ai chili di troppo

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Video-pillole sul turismo - parte 40

#ilFuturoNelleNostreRadici

Oggi andiamo in Liguria con due splendide donne, che trovano le loro radici a Genova. 

Una città importante, bella, per alcuni di passaggio, per altri l’amore per lei non passa mai e continua a vivere fervente negli anni. La storia della “Superba” del suo panorama spianato da anni di storia e cultura, ripreso con le fotografie e le parole di Paola Chiappini e Lucia D’Atri, due Genovesi DOC in anima e cuore.

Radici comuni e condivise 

Non importa quanto una città possa essere grande o conosciuta, l’amore si trova nelle piccole cose e ogni angolo è prezioso per chi è alla ricerca delle proprie radici.

Una Liguria che continueremo a scoprire...al prossimo articolo!  

LINK VIDEO

#italianisuperanotutto #IlFuturoNelleNostreRadici

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Un altro capolavoro della natura coltivato nell’Alta Tuscia tra Gradoli e Onano: il Fagiolo Tondo del Purgatorio.

Questo tipo di fagiolo ha rischiato di scomparire per la difficoltà di produzione e la bassa resa delle piante ma, per fortuna nostra e degli chef, è riuscito a ricavarsi uno spazio fra le coltivazioni di pregio.

Molti pensano che i fagioli arrivino dalla scoperta dell’America, mentre in realtà Colombo ci ha portato solo alcune varietà più semplici da coltivare che hanno messo in difficoltà le produzioni locali.

Andiamo al supermercato e troviamo 3-4 varietà di fagioli, giriamo l’Italia e ne possiamo trovare centinaia di più gustose e dal sapore unico.

L’Alta Tuscia è zona di Etruschi, e nella loro cucina i fagioli venivano macinati per farne salse di accompagnamento alla carne. Quindi possiamo dire che i fagioli hanno accompagnato la crescita delle popolazioni grazie al loro alto valore nutrizionale.

In particolare a Gradoli, gli Statuti Cittadini del XIV secolo dedicano una sezione al fagiolo che è anche il protagonista principale di una tradizione che continua dal 1600: Il Pranzo del Purgatorio.

Dal Trecento, il Mercoledì delle Ceneri, la Confraternita del Purgatorio per celebrare la fine del Carnevale e l’inizio del periodo di digiuno organizza un pranzo in ricordo dei caduti di una rivolta contro le pesanti vessazioni imposte dal Papato.

Si pregava per la misericordia delle loro anima in Purgatorio.

Uno dei piatti tradizionali era ed è proprio il fagiolo locale lessato e condito con olio, pepe e sale. Questo fagiolo prende quindi il nome proprio dalla Confraternita e dalla tradizione del Pranzo del Purgatorio.

Nel '700 era così prezioso che addirittura veniva usato come una specie di moneta: si pagavano messe e si facevano elargizioni ai fedeli.

Il fagiolo del purgatorio è un fagiolo piccolo e bianco dalla buccia finissima e dal sapore delicato non ha bisogno di un ammollo prolungato. È sufficiente un’ora e anche la cottura è breve.

Nella tradizione vanno lessati aromatizzando l'acqua con alloro, salvia ed aglio e poi conditi con olio extravergine sempre di zona.
Io ho preparato una crema usando i fagioli ed i gambi degli asparagi sempre coltivati nella Tuscia.

Ricetta della Crema di Fagioli del Purgatorio e Asparagi

Dopo aver lessato i fagioli, ho preso gli asparagi ho tolto le punte e tagliato i gambi. Nel mio caso non serve lessarli perché ho usato l'asparagina, quella fine e lunga.

In un tegame ho messo del cipollotto tagliato, i gambi degli asparagi ho fatto rosolare poi ho messo i fagioli lasciandone qualcuno da mettere intero nel piatto.

Ho fatto insaporire allungando poi con dell'acqua calda. Una volta cotti ho frullato il tutto creando una crema profumata.

In un’altra padella ho fatto saltare le punte degli asparagi con semi di girasole, timo fresco, pepe, i fagioli interi ed un giro d'olio.

Per impiattare, ho versato la crema di fagioli nella scodella ed ho aggiunto le punte degli asparagi.

Nel bicchiere? Perfetto un vino di Sergio Mottura l'Orvieto secco, un’unione di uve Procanico, Verdello e Grechetto che ben si abbina perfettamente a questo piatto.

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Leggendo il racconto, allo stesso tempo nostalgico e triste, di una Sciacca che forse non c’è più (vedi il post di Angela Di Michele) mi è venuta in mente Marilena Barbera, la sua forza e le sue vigne che affacciano sul mare.

Uno dei miei viaggi in Sicilia mi portò anche in quella zona. Arrivai a Sciacca ma non conoscevo ancora Marilena e quindi il mio modo di capire le sue vigne passa più per i ricordi, e per le sue parole, che non per un’esperienza diretta.
Esperienza che però ho fatto con i suoi vini…
Ma andiamo per gradi, da Sciacca basta risalire per qualche chilometro in direzione nord-ovest per arrivare a Menfi, casa e anima delle Cantine Barbera. È qui che Marilena dà vita al suo sogno, raccontandolo così:

“Tornata in Sicilia dopo anni trascorsi in un altrove che non mi apparteneva, ho trovato la vigna e il sogno di mio padre. Ho preso questo sogno e ho scoperto che era anche il mio”.


Una scoperta che passa appunto da paesaggi dove la natura è ancora padrona, un vantaggio non da poco pensando ad altre zone della costa siciliana e non solo. Questa è una terra fertile che si affaccia sul mare, Marilena la racconta così:

“Vigne di mare, che assorbono il sale dall’aria e dal terreno trasformandolo in vibrante sapidità. Vigne che godono di inverni miti e ventilati e di estati calde e asciutte, dalle importanti escursioni termiche tra giorno e notte. Acini d’uva dolcissimi e salini, che profumano del sole di Sicilia e della fresca brezza mediterranea”.


Una storia di famiglia raccontata anche dai vitigni che danno vita ai vini di Cantine Barbera, dall’Inzolia piantata negli anni venti dal nonno di Marilena a quelli, moderni, scelti dal padre: Chardonnay, Merlot, Petit Verdot e Cabernet Sauvignon.
Infine quelli scelti da lei: Grillo, Catarratto, Perricone, Catanese, Alicante, Nero d’Avola, Frappato.
Agricoltura biologica e pratiche antiche, fermentazioni spontanee ed enologia poco invasiva, etichette che spiccano per fantasia e operosità (come quelle compilate singolarmente a mano!), grande voglia e capacità di comunicare.
Marilena è stata spesso nominata come uno dei “personaggi del vino” più noti in Italia e all’estero per la sua capacità di usare le nuove tecnologie, dal blog ai social, popolandole di contenuti interessanti, specifici, ben formulati. Il sito web di Cantine Barbera ne è un esempio pratico.
[caption id="attachment_116439" align="center-block" width="900"] Foto della Cantina Barbera[/caption]
Pensare quindi a questa porzione della costa siciliana – se dico “fortunatamente” dimenticata anche dall’eccesso di turismo sto esagerando? – non mi induce alla tristezza bensì mi spinge a pensare all’allegria e alla forza di una donna e dei suoi vini.
A parte gli incontri alle fiere come Vinitaly e similari, sperando al più presto di andare a vederle queste vigne sul mare, ho fatto esperienza diretta del lavoro di Marilena attraverso i suoi vini.
Bottiglie acquistate – tenendo fede alla sua capacità di interpretare la modernità mantenendo vivi i valori – tramite un sistema di vendita che unisce tecnologia e gruppi d’acquisto.
Vini buoni, freschi, capaci di far immaginare un territorio oltre che un vitigno e una produttrice. Tra i vari assaggi racconto solo quello di Ammàno, che non ha annata ma numeri (siamo arrivati al #4 se non sbaglio, ma io in cantina ho il #3 e non credo lo aprirò a breve) su bellissime etichette scritte a mano.

Arriva da uve Zibibbo fermentate in acciaio e facendo macerare le bucce per 7 giorni nel mosto, poi affinamento e malolattica in tonneaux (contenitore in legno da 500 litri). Per Marilena è

“solo un piccolo omaggio a chi, prima di me, ha compreso quanto straordinario fosse lo Zibibbo, e quanto meraviglioso il vino che ci regala. Vignaioli che per 20 secoli hanno fatto il lavoro senza pompe, senza filtri, senza elettricità. A loro la mia gratitudine per avermi mostrato la strada”.


Per me, il primo assaggio è stato una specie di “pugno sul naso”, i profumi mi hanno colpito così nettamente da riportarmi a quando ero bambino, perché erano gli stessi che sentivo nella cantina di papà in vendemmia.
Sembra di ritrovare in bottiglia una sensazione, quella di sporcarsi le mani di mosto, di solito breve ed estemporanea.
L’ho definita la mia personalissima “madeleine”, che conservo come detto gelosamente nella speranza di bere anche “Altrimenti”, il vino che Marilena tiene per sé e per pochi fortunatissimi.
Un esempio di “perpetuo” tradizionale che, chissà, un giorno magari assaggerò e vi racconterò…

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Il mio legame con Castel di Ieri, un paradiso fra le superbe montagne Abruzzesi

Dalle mie parti il vento non arriva quasi mai.
Se si avvicina, resta intrappolato alle spalle delle montagne e sta zitto o parla a voce bassa, come un bambino nascosto dietro una tenda.
Dorata e secca d’estate, avvoltolata alle recinzioni degli orti e ai rovi di more, questa terra diviene opaca d’autunno e già ai primi di settembre impallidisce, corazzandosi di addii e cove di rondini in partenza.
D’inverno tace, si contrae come buccia indurita all’aria e mentre dorme si argenta di nebbie, tra passaggi di istrici e volpi, poi a primavera si ripete, umettata e impaziente coi bocci selvatici che spuntano nervosi dietro ai sassi e le distese abbandonate di erba medica.
Il mare da qui è lontano centinaia di passi, oltre la screziatura delle cime, forse ad un certo punto si inizia a vederlo affiorare dal basso, quasi fosse il cielo intorpidito in terra. Il mare non è di qui, è di un’altra razza, è solo una leggenda forestiera, uno svago frivolo per chi si scompone alle correnti.

La mia terra è un’isola senza acque, cinta di terra, di valichi nudi e boschi ispidi, ricamata a faggeti e primule, sporta al freddo, ai ceppi ardenti, al silenzio.


Castel di Ieri ha il nome di una fiaba, di un’antica magia che resiste al tempo, tramandandosi di voce in voce.
È un piccolo punto al cospetto dell’immensità del pianeta, eppure contiene ogni cosa, ogni parola e ogni silenzio. Si erge ritto su un cucuzzolo, vigile e discreto come un animale solitario.
Lo si intravede da lontano, curva dopo curva giungendo da tutte le direzioni: da qualsiasi angolazione lo si osservi, il paese rivela un profilo inedito e delicato che sprofonda in un tappeto di boschi e rocce millenarie.
Sulla piazzetta all’ingresso del borgo, a primavera svettano i fiori rosa dei mandorli, che vanno a sfiorare la pietra bianca della facciata della Chiesa madre, quella di Santa Maria Assunta.


Il cielo abbraccia il cerchio luminoso di case per poi scomparirvi dietro, mentre annodate in fila ad una ad una, le abitazioni procedono e si arrampicano come perle immobili della stessa collana.
Piccole stradine si stringono tra le mura, intersecandosi con altre ancora più strette, per poi aprirsi in minuscoli slarghi battuti dal sole, da dove impera il panorama interminabile dei campi e delle montagne e, a fine giornata, appaiono nuvole di ogni colore.
Si innalzano balconi e piccoli terrazzi, finestre fiorite e tendine ricamate a silenzio: questo è il centro storico di Castel di Ieri, attraversato dai suoi vicoli profumati e sempre freschi anche d’estate, persino quando il sole non è ancora tramontato.
Qualche rumore impercettibile, la bottega del falegname, un gatto che cammina raso al muro, un paio di piccole tovaglie stese ad asciugare, il cinguettio appuntito di qualche passero e ovunque, come si trattasse di invisibile polvere incantata, un diffuso senso di pace.
La torre è lì nel punto più alto, vedetta silente di voci, salite, giochi, battaglie, nascondigli, segreti. Da più di ottocento anni veglia sul paese, testimone dai tempi più antichi di un Tempo più grande e inafferrabile che pure continua a trascorrere e non si ferma.
Chi passa di qui, resta incantato da un’atmosfera che non è solo bellezza, non è soltanto pace.


Anche quando sta per farsi notte e il sole va a coricarsi, mentre l’orizzonte violaceo confonde il cielo e le montagne in un’unica linea, Castel di Ieri si illumina di una luce calda, accogliente. Le pietre delle mura e delle case si tingono di un giallo intenso, l’aria si raffredda e il buio si distende sul paese.
Giungere qui, restarci soltanto qualche ora o decidere di rimanervi per più giorni, venirci in estate quando i turisti riempiono le case vuote, oppure in pieno inverno, oppure in pieno inverno, quando il freddo tagliente gela l’aria e le montagne, è un modo per riconciliarsi con la dimensione esatta della propria esistenza.
Il passato riaffiora di continuo tra le strade di Castel di Ieri: forse nel nome stesso è scritto il suo destino.
Un luogo in cui il tempo si è fermato per ottenere chissà quale riscatto, o più semplicemente un posto in cui la memoria e la fantasia si fondono, proprio come accade nei sogni.

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