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«Il Borgo del Futuro avrà i segni della modernità e dell'efficienza e i caratteri della civiltà classica, e la cultura sarà il cardine dello sviluppo»  (Architetto Luca Calselli)

La ricerca sulle caratteristiche che dovrebbe avere un Borgo del Futuro è cominciata nel 2014 con il progetto di recupero della Palestra di Paliano di Massimiliano Fuksas e Anna Maria Sacconi.

Il progetto di rigenerazione era promosso dal presidente della locale BCC, Giulio Capitani, per innescare un processo di sviluppo della città e dell'intera area.

Ri-Gymnasium è una rete di professionisti, coordinati da Luca Calselli e Dario Biello, che lavora su progetti complessi di rigenerazione urbana e di sviluppo territoriale. Il loro approccio umanistico e multidisciplinare attiva iniziative architettoniche e urbanistiche che attraversano la comunicazione, il design, l'arte, la letteratura, la filosofia, la formazione, il cinema e la fotografia. 

Il progetto di Paliano non si è concretizzato ma è stato l'inizio di un processo di ricerca continuo che si è applicato con successo a diversi ambiti territoriali e altri paesi, un modello replicabile e in grado di garantire ampi margini di originalità.

Il Borgo del Futuro di Ri-Gymnasium è oggi un progetto maturo adottato da Arpino, la città di Cicerone, di Caio Mario e di Vispiano Agrippa che si è candidata a Capitale Italiana della Cultura 2021.

Arpino intende porsi come modello da imitare nella sperimentazione di pratiche di rigenerazione e sviluppo dei borghi, in Italia e in Europa.


Il lavoro di questi anni e l'accelerazione data negli ultimi mesi da Arpino, pongono il progetto una come soluzione d'avanguardia nell'adozione di politiche di crescita e nelle prospettive per il futuro, dopo la drammatica crisi Covid19. 

Non è un caso che accanto ad Arpino capofila, ci siano come partner più di novanta comuni, nelle province di Frosinone, Latina, la Città Metropolitana di Roma Capitale, oltre ad Università e alcuni dei più grandi architetti di fama internazionale.

Parafrasando Salvatore Settis, con il suo "Se Venezia muore", si è posto il problema "Se Arpino muore", dichiara Arduino Fratarcangeli, sociologo coinvolto nel progetto. 

Un’ombra sembra proiettarsi verso le aree esterne ai grandi agglomerati urbani. 

Tutto ciò che non viene incluso nella città è aggredito da un fenomeno che relega queste aree ad entità sempre più frammentate e marginali che, nella peggiore delle ipotesi, diventano stoccaggio delle esternalizzazioni negative delle aree metropolitane. 

Ragioni produttive e di mercato stanno violando gli equilibri naturali, gli spazi sociali ed economici delle città e dei borghi incastonati nelle aree rurali urbane. 

Le piccole città che si salveranno saranno quelle che, per tempo, sapranno programmare e progettare il loro futuro. Quelle che sapranno offrire la possibilità di vivere degnamente alle loro comunità e, dunque, limitando l'esodo o addirittura diventando attrattive per nuove famiglie.

Queste sono le emergenze, alla base del progetto.

La città, ontologicamente, non è. Essa esiste ma la sua fisicità è solo una parte del suo esistere in quanto organismo complesso.

L'altra parte, la più importante, è la comunità grazie alla quale la città vive, cresce e assume identità. 

È sul progetto dello spazio pubblico, dunque, che si sta lavorando, intendendo per spazio pubblico sia il luogo fisico di una piazza, una strada, un parco (outdoor o indoor) che lo spazio virtuale di condivisione che il web rende disponibile (di cui è impossibile fare a meno), oltre a quello della pubblica amministrazione con i suoi servizi alla persona, all’impresa, alla cultura, alla salute. 

Tre ambiti diversi ma interconnessi. 

Solo così si entra nell'ottica del progetto dello spazio pubblico come concreta occasione di rigenerazione urbana. Un progetto che non si risolve in una ordinaria opera edilizia o in un intervento di decoro urbano, ma che utilizza le diverse discipline delle scienze umane su più livelli: fisico, virtuale, ideale e concettuale.

L’obiettivo finale è il soddisfacimento delle esigenze e delle aspettative delle comunità, e dei bisogni e delle emozioni dei singoli componenti di quelle comunità.

Questi sono i princìpi alla base del progetto.

È altamente probabile che nel dopo-coronavirus si assisterà a un sensibile rallentamento del fenomeno dell'abbandono dei borghi. La gente si chiederà se sarà ancora opportuno abbandonare le aree periferiche o se non sarà possibile cercare soluzioni diverse. 

Parallelamente, ci sarà chi, nelle grandi città valuterà la possibilità di trasferirsi nelle aree rurali. La politica dovrà cogliere l'opportunità e dare risposte puntuali e concrete a questi interrogativi. 

Risposte visionarie, che possano rendere davvero attrattivi i borghi, le città minori, le aree rurali. Altrimenti il fenomeno ripartirà. Inevitabilmente.

Su queste emergenze e su questi princìpi si sta muovendo il gruppo Ri-Gymnasium con l'idea di edificare una nuova policy che declini in positivo il concetto di qualità ambientale, culturale, sociale, economica e, dunque, politica.

Il progetto Arpino Borgo Futuro sarà presentato in estate durante il Certamen, per il Premio Biennale di Divulgazione dell'Architettura 2020/2022.

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Restituiteci il mondo, domani. Vi prego.

A cosa sto pensando? (è facebook che me lo chiede, almeno lui).

È notte fonda e Venere, luminosissima, è tramontata da ore. Il 4 marzo, due mesi fa, chiudevamo le porte del Teatro Bernini di Ariccia.

Da quel momento il lavoro, l'impegno quotidiano, la pianificazione costante del tempo prossimo venturo, le programmazioni estive, tutto ciò che riempiva il mio tempo di possibili certezze per garantire una relativa fiducia nel futuro, mi è stato tolto.

Temporaneamente, sembra. Come a tantissime altre persone, in particolare ai compagni d'arte. E per proteggere la vita di tutti.

Sono trascorsi due mesi.

La percezione dello scorrere del tempo si è progressivamente modificata.

In un primo momento, nei primi giorni vissuti relegati in casa, era distopica, ancora modellata sui ritmi fino a quel momento adottati o subìti, scanditi dagli orari di lavoro, dalle scadenze, dagli appuntamenti.

Dalla, spesso insensata, corsa attraverso un presente non goduto per orientare un possibile, desiderato futuro. Ma soprattutto lo scorrere inesorabile del tempo percepito come una perdita.

Poi, di giorno in giorno l’orizzonte degli eventi ha cominciato a spostarsi, ad allontanarsi, a smarrirsi in un indefinito momento futuro comunque stravolto. E il tempo ha cominciato a strisciare, a esitare, per contrarsi improvvisamente, e dilatarsi subito dopo.

Un potente e tragico racconto di Kafka - Il Messaggio dell'Imperatore - offre una possibile metafora di quello che sta inesorabilmente accadendo al mio tempo.

Un messaggio che non arriverà mai a destinazione. E comincio ad avere paura.

Non del coronavirus, di cui posso al massimo avere una paura astratta (almeno per il momento, e grazie a Dio).

Potrei dedicarmi a nutrire la paura del virus se non fossi, ogni giorno che passa, abitato da un'altra paura, ben più concreta, che cresce, e che credo - anzi ne sono sicuro - stia contagiando più del virus.

Lasciateci uscire al più presto. Lasciateci uscire.
Restituiteci il mondo, domani. Vi prego.
Altrimenti, quando sarà il momento, uscire, per me, non avrà più senso.


 

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Genova vista da un’altura qualsiasi (della) città appare nella sua caratteristica strozzatura tra monti e mare, ma vista da Spianata Castelletto è di una bellezza mozzafiato.
[caption id="attachment_116214" align="center-block" width="750"] Genova by Paola Chiappini[/caption]
Al turista che ha solo una giornata o anche solo qualche ora da dedicare alla visita della città è facile consigliare di prendere da Piazza Portello l’ascensore in stile liberty “Castelletto Levante”, un’ascesa di 57 mt. per arrivare al belvedere.
All’imboccatura dello stesso troneggiano i versi della poesia di Giorgio Caproni “L’ascensore”:

“Quando mi sarò deciso/ di andarci in paradiso/ ci andrò con l’ascensore/ di Castelletto”.


La Spianata è oggi un balcone sulla città, ma fino al 1849 vi si trovava la fortezza di Castelletto, spianata, per l’appunto, a furor di popolo in quanto considerata sito pericoloso in caso di occupazione nemica.


Oggi al visitatore questo panorama dal balcone cittadino è a perdita d’occhio.
E così, è facile ammirare il Centro Storico, con le guglie delle principali chiese in bella mostra: la Cattedrale di San Lorenzo, la basilica inferiore di Santa Maria delle Vigne, la Commenda di Prè con la chiesa di San Giovanni, Santa Maria di Castello, la chiesa sconsacrata di Sant’Agostino.
Ma anche i grattacieli che descrivono un passaggio storico al XX secolo.
E tra la fitta rete di vicoli, come non si può non far scorrere il pensiero alle canzoni di Fabrizio De Andrè che qui aveva tratto ispirazione?


Allungo di poco lo sguardo e vedo il cuore pulsante delle attività cittadine: il porto (il principale d’Italia, tra i primi in Europa) che brulica di lavoro, le gru dei terminal pronte al carico ed allo scarico delle grandi navi portacontainer, ferme sui moli all’interno della diga foranea.
[caption id="attachment_116208" align="center-block" width="750"] Genova by Lucia d'Atri[/caption]
Là dove la città ha riconquistato gli spazi del vecchio sito portuale, ecco il Galata Museo del Mare che racconta la nostra storia di naviganti, di cantieri navali, di compagnie marittime e di “scagni” (i tipici uffici delle innumerevoli attività legate alle merci in import ed in export) e ripercorre anche la partenza delle navi piene di migranti del secolo scorso verso un nuovo mondo e nuove speranze.
E allora un’emozione non può mancare ripensando all’interpretazione di Bruno Lauzi della canzone tradizionale genovese “Ma se ghe pensu...”.
Lo sguardo continua a scorrere da levante, ovvero ai quartieri residenziali di Albaro, Sturla, Quarto, Quinto e Nervi con Sant’Ilario, verso il complesso del Porto Antico, via via correndo a ponente, inciampando all’improvviso nella Lanterna, simbolo della città, il cui faro ha tracciato la rotta dei naviganti in arrivo nella città ligure fin dal 1128.
Fantastico il contrasto tra il reticolo brulicante di vita dei vicoli, racchiusi tra il Porto e la Via Garibaldi, sottostante la Spianata, un tempo chiamata Strada Nuova, sede dei principali Rolli, e l’infinito del mare. 
I Rolli, ovvero le liste di splendide dimore nobiliari le cui famiglie facevano a gara per ospitare alte personalità in transito a Genova. 
[caption id="attachment_116205" align="center-block" width="750"] Genova by Paola Chiappini[/caption]
Sono 114 i palazzi iscritti ai Rolli genovesi, di cui 42 inseriti dall’Unesco nel patrimonio mondiale dell’umanità. Ma per visitarli occorre una permanenza più lunga a Genova e un articolo specifico a loro dedicato.
Prima di riprendere l’ascensore per scendere nella vita che palpita del centro cittadino, un fugace sguardo al “NaveBus” in partenza, il servizio di trasporto pubblico cittadino che dal Porto Antico percorre tutto il tratto del porto fino a Pegli. 
Un trasporto pubblico che è anche un’occasione turistica, proprio come il panorama da Spianata Castelletto.
Un assaggio di Genova, in questo articolo, proprio come quando si esce da un forno cittadino assaporando la tradizionale focaccia.
Un assaggio, dicevo, utile al turista per incuriosirlo e farlo tornare a percorrere le decine di tour in una città che a pieno titolo si candida come una delle principali mete turistiche italiane.
Non basta certo un articolo per parlare di Genova, né è questa l’intenzione, ma per iniziare era necessario distribuire pillole di bellezza artistica e naturalistica.

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C’è un posto in questa città, nella mia città, in cui un solo scorcio, una sola briciola di tutto il paesaggio ti ricorda perché Sciacca ti sa di casa.


Perché riesci a dimenticare tutti quei difetti che rendono Sciacca un paese imperfetto.
Appena svoltato l’angolo, lasciandomi alle spalle l’odore forte delle panelle e della meusa, il caos della villa comunale e degli arrivi e delle partenze degli autobus, si concede a me il Mediterraneo che dolcemente dona le sue acque salate alle coste irriconoscenti della città.

Procedendo il mio cammino. Prima di affacciarmi completamente dalla lunga terrazza sul mare, sono obbligata a passare su un marciapiede di mattoni grigi che affianca un muricciolo in pietra alto poco più di un bambino ai suoi primi anni di vita.

Su questo muretto sta il mio rifugio personale e quello di tante altre coppie di innamorati.


Un’erbetta di qualche centimetro, spesso incolta, nasconde tra i suoi ciuffi verdi qualche fiore lilla e poche farfalle bianche.
Una panchina guarda oltre un corrimano di legno, verso il porto pieno di barche ormeggiate, o che si approssimano al ritorno in banchina, mentre i gabbiani bianchi volano in picchiata attratti dall’odore del pesce appena pescato.
Sono qui, incantata sul marciapiede grigio e un gatto dalla folta pelliccia nera mi sfreccia davanti, incurante di me e delle macchine, accucciandosi sotto l’ombra di un poderoso albero.
Un albero dal tronco inclinato e dalla chioma talmente grande da costringere tutti i rami a piegarsi verso terra, riservando per il gattino nero uno spazio al fresco tra l’afa estiva tipica della parte della Sicilia più vicina all’Africa.
Una moto passandomi vicina mi distoglie dal mio incanto, torno in me e riprendo così il cammino. Un lieve venticello mi scorre tra i capelli e mi conforta quel tanto che basta dal caldo.
Voltando il mio sguardo verso sinistra è inevitabile non notare il “tumore” della città.
Prorompente, maestoso, quasi faraonico, si staglia il frutto di uno dei maggiori architetti del novecento il Teatro Samonà.
Un’occasione per Sciacca di rendersi più affascinante, una vera “signora d’alta classe e di cultura”, eppure è lì con le spranghe alle finestre e le porte murate, un enorme cilindro di cemento grigio mai ultimato.
C’è chi propone di buttarlo giù così come si è fatto con l’antico teatro “Mariano Rossi”.


Ma così facendo tutti i topi e i gabbiani che vi si posano dove troverebbero rifugio?
Penso questo, e uno dei gabbiani che si riposava tra le vette del teatro si dà un forte slancio verso l’alto, le grandi ali bianche tese ad incontrarsi con il vento e il muso proteso in avanti mi costringono a seguirne il volo che taglia l’aria tersa.
Pochi passi più avanti dove la ringhiera diventa di ferro tra l’azzurro e il marrone della ruggine, posso finalmente immergermi nella vista del mare turchese.
Ogni onda infranta contro la costa scogliosa mi regala il profumo di sale e d’estate che ho aspettato per tutti gli interminabili mesi invernali.


Un piccolo sasso rotola sempre più veloce spinto forse dal movimento brusco di qualche animale e comincia a scivolare sul dirupo che precede la costa. Cammuddino se vogliamo chiamarlo con il suo vero nome.

In punta di piedi appoggiata alla ringhiera e con la testa piegata verso il basso intravedo il sassolino ancora in movimento, passa tra la vegetazione spontanea tipica del mediterraneo e si ferma su di una botola sul cui interno da piccola amavo fantasticare prendendo spunto dai brevi racconti di mia madre.
Si trattava di una botola di avvistamento per i soldati che nascosti lì dentro vedevano in lontananza le navi nemiche.
Allora la mia fantasia mi suggeriva le immagini di giovani soldati che veloci entravano nella botola passando attraverso uno stretto cunicolo buio, quasi claustrofobico che conduceva poi ad una grande e unica stanza con un grande vetro tutto sulla parete frontale.
Ma sono cresciuta senza mai scoprire cosa davvero ci fosse dentro quel tappo di pietra, e ancora amo fantasticarci su.
Lascio per un attimo il mare, la piccola macchia mediterranea e il cielo sulla mia destra, per indagare con la vista dalla parte opposta, tra i resti di una gloria antica e ora caduta, di un passato magnifico ma adesso tinto di un’amarezza quasi pietosa.
Il complesso delle terme era, fino a pochi anni fa, il centro vitale del mio paese. Un grande via vai di gente tra turisti e saccensi occupava le stesse strade che ora sto percorrendo nella più assoluta desolazione.

Le sale per i trattamenti termali e il grande bar adiacente erano sempre aperti. Ed era quasi una costante anche l’odore dell’acqua sulfurea che si mescolava a quello dei cornetti caldi appena sfornati.
Quanto amavo quell’odore.
Allora tutto aveva perfino un altro colore. Il rosa chiaro dell’edificio e il verde acceso degli alberi tutt’attorno, ora sono colori spenti. L’intonaco caduto rifiuta il suo grazioso colore e mostra le pareti grigie e nude, i pochi alberi rimasti, invece, perdono le loro foglie e si spengono.
Neanche il sole, che nel frattempo dipinge di nuovi colori il paesaggio, riesce a ridar vita all’atmosfera di abbandono.

Ormai sono le otto e il sole tinge il cielo di un leggerissimo arancione che vicino all’orizzonte si arricchisce di mille sfumature. Ai piedi del monumento ai caduti, due ragazzi che nella cornice del tramonto si scambiano un abbraccio tanto dolce quanto triste. I volti fissi nel vuoto guardano direzioni opposte tra loro.

L’ultimo raggio di luce insiste sulla terra abbagliando tutto, mentre l’orizzonte e il mare si macchiano di arancione e poi rosso.


Il sole muore e con il suo sangue macchia il mare che con ostinazione cerca di imitare la bellezza del cielo che, da azzurro è diventato rosa, arancione e poi amaranto.
Era l’ultima ora del giorno. Quello il loro ultimo addio.
 

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Sono un artista, uno scultore.
Esprimo la mia arte attraverso una materia particolare il “legno”: una materia viva che richiede rispetto e ascolto.
Nel mio percorso ho dialogato anche con altri materiali: la terra, il bronzo, il marmo, ma alla fine sono ritornato al legno perchè mi sento profondamente legato ad esso e attraverso di lui alla mia terra di origine.
Abito a Pove del Grappa, sotto il grande Monte Grappa e davanti a me scorre la Brenta che per secoli ha trasportato il legno dalle montagne all’Arsenale di Venezia.
Qui cresciamo amando gli alberi e la natura. Mi piace definirmi come uno ‘scultore dell’albero’.

L’albero è qualcosa di intimo e magico.


Per molte persone assume un significato esistenziale, esprime quello che siamo, ci indica la strada per recuperare un legame con noi stessi.
Affonda le radici nella terra e si protende verso l’alto nutrito dall’energia del sole, al suo interno scorre la linfa che lo nutre e crea un’architettura perfetta di fibre e di linee.


Quando scolpisco il legno devo tenere conto di tutto e trovare dei compromessi con lui, con le sue fibre e con le linee che lo hanno modellato. Quelle stesse linee che ora danno il ritmo al mio gesto creativo segnando forme, chiamando vuoti o pieni: io li ascolto e mi lascio guidare.
Mi sento accompagnato nell’azione creativa e spinto sempre alla ricerca di nuove forme che sono veicolo di nuovi messaggi.


Vivo in una valle, circondata da boschi e attraversata dal fiume e, attraverso il legno degli alberi, l’acqua del fiume ritorna incessantemente nelle mie creazioni

Il legno assume delle forme che si liberano fluide e dinamiche e riportano al fluire dell’acqua che scorre in un percorso di liberazione verso il mare.
Il fluire della corrente mi ha da sempre affascinato: è un’esperienza che coinvolge tutti i nostri sensi e che sollecita la mente a lasciar andare, a liberare lo scorrere dei pensieri e delle energie.
Il rumore dell’acqua, le sue forme e i suoi colori sono in continua mutazione, accompagnano lo sguardo, sono una potente metafora
dell’esistenza umana che è un continuo divenire. Un continuo doversi adattare alla forma delle cose e ai fatti della vita.
Le mie opere prendono forma da questo sentire e il fiume è per me un compagno di viaggio.
A volte sento il suo richiamo e così mi fermo ad ascoltare a sentire le emozioni che vivo in me quando sono lì.
È così che la mia arte prende forma in un processo che parte dentro di me mentre osservo lo scorrere dell’acqua e dialogo con le fibre dell’albero.
 

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Terracina è mare, ma anche montagna.
Soprattutto è tappa di viaggi, di andate e ritorni, così come è senza dubbio terra adatta a fare vino, e che vino!

Ho letto tutto di un fiato il racconto di Herta Klinger (leggila qui) e del suo primo viaggio dalla Germania a Terracina, così come della scelta di rimanere a viverci definitivamente.
La sua storia mi ha riportato alla mente una chiacchierata fatta un paio di anni fa a pranzo con una famiglia per me speciale, non solo per i buoni vini che fanno ma per la naturalezza e il sorriso con i quali te li raccontano.
Parlo della famiglia Pandolfo, di Gabriele e del figlio Andrea, protagonisti di uno dei successi enologici del Lazio.
Anche per la loro storia il viaggio è importante, sebbene talvolta triste e difficile come quello che dovette affrontare Gabriele di ritorno dal Nord Africa, dopo la nazionalizzazione di tutti i beni della sua famiglia da parte del governo tunisino.
L’approdo a Terracina è stato quindi meno felice di quello di Herta ma, con il lavoro e la voglia di fare, i Pandolfo hanno dato vita alla Sant’Andrea, una realtà che va anche oltre la produzione di vino ed è impegnata in altre colture e ha avviato una attività di accoglienza.

Con il loro lavoro è iniziata in modo importante la riscoperta e il rilancio del Moscato di Terracina, un vitigno aromatico autoctono, versatile e con una imprevista capacità di dare il meglio… in montagna!
Sì, perché questo è il viaggio che vi invito a fare oggi: andare a scoprire quello che c’è alle spalle delle bellissime spiagge e dello stupendo centro storico di Terracina.
Incuneata tra ripidi costoni rocciosi dei Monti Ausoni e affacciata verso il mare c’è San Silvano, la valle storica dei vigneti di Terracina.
Si tratta dell’area tradizionale della viticoltura terracinese, della quale San Silvano è protettore, e prevede ovviamente la coltura mista, uliveti
soprattutto, poi vigneti e alberi da frutto, un po’ di pastorizia dove la zona è più impervia.
Qui il Moscato era coltivato come uva da tavola, per fortuna però si è scoperta la sua doppia vocazione, quella vinicola, che l’ha salvato dalla concorrenza straniera per l’uva da pasto.
Salendo fino a 400 metri sul livello del mare si arriva a Campo Soriano, un altipiano di origine carsica divenuto Monumento Naturale, degli 800 ettari complessivi 12 sono stati recuperati, a cominciare dal 1998, dalla famiglia Pandolfo per ristrutturare alcuni vecchi vigneti.

Viste le condizioni è bene parlare di “viticoltura eroica”, l’area d’altronde è stata riconosciuta dal CERVIM (Centro di Ricerca, Studi e Valorizzazione per la Viticoltura di Montagna, in Forte Pendenza e delle Piccole Isole) come zona di montagna appunto.
Tanta la soddisfazione dei Pandolfo per il lavoro fatto, che trova la sua massima espressione nell’HUM, la tipologia più pregiata di Moscata di Terracina prodotta dalla cantina Sant’Andrea. Ci dice Andrea Pandolfo:

“Ci sono voluti quasi 14 anni per riuscire a sistemare tutto. La prima vendemmia è del 2012 ma siamo davvero contenti di quello che abbiamo fatto. Anzi, qui intorno ci sono altri vecchi vigneti che alcuni anziani non riescono più a gestire, ce li vorrebbero dare e noi saremmo ben felici di proseguire in questa operazione di recupero ma la burocrazia spesso è imprevedibile”.



Hum è il nome della grande roccia che s’innalza al cielo al centro di Campo Soriano. Per l’azienda dei Pandolfo simboleggia un “cru” aziendale e i risultati gli danno ragione.
Si tratta di un vino bianco da invecchiamento, gli assaggi fatti sull’annata 2013, a 6 anni di distanza, hanno dimostrato grandi possibilità con bellissime sensazioni olfattive che vanno dalla parte muschiata, terziaria, a quella fruttata in sottofondo.
L’assaggio è contrassegnato da freschezza e la sapidità, tipiche di un vino di montagna.
Da bere magari davanti un bellissimo tramonto a Terracina!

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Pitigliano appare dietro una curva.
Perché Pitigliano non è. Appare.

Come una visione, come un sogno sognato da un'anima pura e folle. Aggrappata alla sua rupe, disegna geometrie non euclidee, spazi altri e impensati.
Buca il verde della foresta e si piazza lì, altera, tra la storia e l'eterno.
È uno schizzo color terra, una tufacea rappresentazione dell'umana capacità di pensare oltre il già pensato, di competere con la perfezione della natura attraverso una sapienza costruttiva istintiva prima ancora che razionale.
Un borgo così non si progetta.
Cresce, invece. Pietra dopo pietra. Un colle di tufo che diventa esso stesso città, sfidando la noia della gravità e del già visto.
Come un castello di sabbia pietrificato dai secoli, sperso in una terra prepotentemente verde e bella più di una carezza.
Le case a torre, il Belvedere, Palazzo Orsini, la cattedrale, l'antico ghetto.
Un florilegio di meraviglie arcane e orgogliose della propria unicità, che si snodano in un aggrovigliarsi di vicoli e di piazzette, messe lì a guardia di una bellezza austera e senza fronzoli.
Una bellezza che non ha bisogno di gridare, di agghindarsi per farsi notare. Talmente sicura di sé che se ne frega del tempo che passa.
Pitigliano è lì, e si mostra per quello che è.
Senza orpelli e senza trucco. D'altra parte è figlia della Maremma.
È il parto di una terra che non è mai stata illuminata dai riflettori, ma dalle stelle e dalle lucciole che la notte la rischiarano appena, selvaggia e brada com'è.
Capalbio, Sorano, Sovana, Saturnia. Nomi dolci, che si sciolgono in bocca e ci ricordano che non esiste una sola Italia, ma decine, centinaia, migliaia.
Tante quante sono i borghi che ci parlano una lingua che tutti noi dovremmo conoscere a perfezione.
La lingua della bellezza di un Paese di abbacinante splendore.
 

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Da generazioni a Morcone e nel Sannio abbiamo mantenuto un rapporto equilibrato con la natura, imparando a conoscere quanto poteva offrirci di utile. Un imponente patrimonio di conoscenza tramandato da chi viveva a più stretto contatto con la natura, come i pastori, cacciatori, boscaioli, ecc.

Un sapere che rischiava di perdersi ma stiamo tornando a custodire usi e tradizioni secolari, riscoprire qualcosa del dialetto e dei nostri saggi proverbi. Lentamente, i giovani agricoltori tornano a conoscere le piante che crescono nelle nostre campagne e come venivano usate.

Le erbe selvatiche commestibili sono una risorsa importante per un’alimentazione sana: sono molto più ricche di vitamine e minerali delle verdure coltivate.

Non sono frutto della selezione umana ma solo della selezione naturale e nascono spontaneamente dove trovano le condizioni ottimali per la loro crescita, senza forzature da parte dell’uomo.

Costano solo fatica per la loro ricerca, ma ne vale la pena.

Tornata a Morcone, sono andata a riscoprire i nomi dialettali con cui mia nonna mi aveva insegnato a chiamare le singole verdure e come venivano preparate in cucina, e anche le loro proprietà medicinali.

Alcune ricette le ho già raccontate.

Ma ricordarsi che prima di imparare a riconoscere erbe, fiori, bacche e quant’altro è commestibile, è bene imparare a riconoscere le piante tossiche. Ricordate sempre di non raccogliete erbe sui bordi delle strade trafficate, in parchi frequentati da cani o altri animali.

Non raccogliete niente che non conoscete e fatevi accompagnare da qualcuno che le conosce bene. Verificate di non essere in aree dove è vietata la raccolta (es. nelle Riserve Naturali) o di raccogliere specie protette dalle leggi locali.

E raccogliete le piante in modo da lasciarne sempre altre sul posto.

In questa ricetta di oggi, voglio proporre una vellutata di borragine, crescione, sedano d’acqua e tarassaco con cimette di broccolo per la parte croccante saltate con olio e aglio. Una versione vegetariana della "Minestra Maritata", una zuppa campestre che ha origini antichissime.

La prima cottura delle erbe si fa immergendole in acqua salata bollente per pochi minuti, quindi si scolano e si raffreddano con dell’acqua fredda e giaccio. Nel caso di risotti, frittate, zuppe, ecc… le erbe vanno un pochino strizzate.

Per la ricetta della zuppa Maritata, un tempo veniva fatto un brodo con tagli poveri: piedino, ossa, cotenne, orecchie di maiale ecc.

In una versione più moderna si usa: gallina, manzo salsiccia. Al brodo si aggiungono sedano carote, cipolle ed un mazzetto aromatico, alloro prezzemolo, timo ecc e si fa'cuocere per almeno tre ore, l'importante è schiumarlo durante la cottura. Una volta pronto il brodo si sgrassa e si filtra, si toglie la carne, si lascia raffreddare e si taglia in pezzi.

Successivamente in questo brodo che si cuociono le verdure:non solo erbe spontanee come cicoria, cardilli e Borragine, ma scarola cavolo nero, e bietole a seconda della reperibilità. Si uniscono a questo punto le verdure mondate, lavare e tagliate, si fà cuocere per 20 minuti, aggiungendo anche i pezzi di carne, si serve con una spolverata di formaggio grattugiato e olio evo.

È da questo connubio perfetto tra il sapore della carne e le verdure che trova origine il nome della Minestra.

Nella preparazione della vellutata ho deciso invece di usare solo erbe spontanee dosate in maniera diversa in base alle loro caratteristiche, in modo da bilanciare il risultato finale. E’ importante mantenere le dosi per raggiungere l’equilibrio perfetto.

Ho poi usato la stracciata, un formaggio a pasta filata ottenuta da latte vaccino che ha la forma di strisce di 4.5 cm e spesse 1 cm. Il sapore è sapido, delicato, soprattutto nel prodotto fresco appena confezionato, e ricorda il gusto del latte e dei fermenti lattici vivi.

La mia proposta di piatto (come potete vedere dalla foto) è anche quella di dare anche la possibilità ad un ipotetico cliente di assaggiare la zuppa tradizionale in un barattolino, sterilizzato e chiuso ermeticamente, che il cliente può decidere di portare a casa.

Questa è l'idea del piatto che ho inventato.

Ricetta della Vellutata alle erbe selvatiche con stracciata, cime di broccolo e petali di rosa essiccati
Ingredienti:

170 gr di tarassaco

 250 gr borragine

 100 gr di crescione

 100 gr sedano d’acqua

 1 scalogno

 Brodo vegetale q.b.

 80 stracciata

 80 gr di cimette di broccolo pugliese

 1 spicchio di aglio

 Olio EVO

 2 patate

 Sale

Lavare accuratamente le erbe e sbollentare separatamente borragine e tarassaco per 5 minuti in acqua bollente. Poi subito raffreddarle con acqua e giaccio per mantenere il colore.

Procedere con il crescione e il sedano d’acqua per un solo minuto. Sbollentate infine per 4 minuti le cimette di broccolo, sempre raffredandole alla fine, e mettetele da parte.

Rosolare uno scalogno per cinque minuti, aggiungere due patate tagliate a cubetti e circa due litri di brodo vegetale. Far cuocere per 15 minuti ed aggiungere le varie erbe lasciando cuocere per altri 10 minuti.

Alla fine frullare il tutto con un mixer a immersione insieme alla stracciata, olio di oliva sale e un pizzico di pepe.

Impiattate la vellutata e aggiungete le cimette di broccolo saltate in padella con uno spicchio di aglio, oppure con crostini di pane.

Se non possedete un essiccatore per guarnire il piatto con i petali di rosa, li potete trovare in erboristeria. Sono completamente edibili, ricchi di sali minerali e vitamine.

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