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I miei ricordi affiorano ogni tanto alla mente. Oggi che sono una cittadina berlinese ormai da 3 generazioni con una meravigliosa famiglia, dove nessuno ha perso ricordi vissuti e trasmessi del Bel Paese.

Sono originaria di Porto Empedocle, ma a 17 anni ho lasciato la mia bella Sicilia per amore, sebbene abbia sposato un siciliano!!!


Per l’esattezza ci chiamano i “Marinisi”, quelli che abitano a Marina di Porto Empedocle dove le spiagge più belle della costa raccolgono tanti turisti da tutto il mondo.
[caption id="attachment_117266" align="center-block" width="750"] Porto Empedocle - Scala dei Turchi[/caption]
Arriviamo fino alla imponente e unica Scala dei Turchi, che con il suo colore bianco fa una stupenda cornice sul mare azzurro girgentano.
Al porto e alla Spiaggetta ci si riuniva per passeggiare con le amiche, quando ci veniva concesso.
Ricordi di sguardi che si incrociavano e che ci rimandavano alla settimana successiva per potersi rivedere… che pena… che ne sanno i ragazzi di oggi?
Io che aspettavo con ansia la domenica per indossare il vestitino nuovo per passeggiare in Via Roma, a salutare ogni persona che incontravo, perché “A Marina” ci si conosceva tutti, almeno di vista.
I sorrisi e la sola scusa di poter andare a prendere un gelato erano perfetta per socializzare!
Il ricordo del suono delle campane delle chiese, con il loro forte scampanellio per le feste. Queste mi svegliavano la domenica mattina, insieme al profumo del caffè della moka.
Odori d’infanzia, ancora fervidi nella mia memoria come il ricordo di papà che ci riuniva tutti attorno alla tavola per un buongiorno che non potevamo avere durante la settimana perché ci si divideva tra scuola e lavoro.
Le torte e le crostate profumavano di tanto amore, lo stesso con il quale le preparo a tutt’oggi io, con le ricette che ci siamo tramandati.

Sono queste le cose più belle che tengo nella mia memoria. Così come la Festa del Mandorlo in Fiore, una festa popolare della città di Agrigento a cui partecipano gruppi folkloristici provenienti da varie parti del mondo.

Io e le mie compagne quasi sempre marinavamo la scuola per essere presenti ad ogni sfilata.


La manifestazione, al tramonto, nella Valle dei Templi prosegue con l’accensione della fiaccola dell’amicizia davanti al tempio della Concordia: folklore, arte e cultura, si uniscono in un luogo millenario e profuma di mandorli ed ulivi.
L’avvenimento più importante della sagra si svolge durante la chiusura, quando i gruppi folkloristici sfilano con i carretti siciliani e le bande musicali dalla città sino alla Valle dei Templi. Non potevamo mancare!
Almeno una volta all’anno scendo in Sicilia. Porto gli amici tedeschi a visitarla e cerco di trasmettere loro le stesse emozioni che porto dentro ancora oggi!

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Tra le famiglie nobili romane quella dei Farnese è sicuramente una delle principali.

La fortuna di questa famiglia, originaria del viterbese, iniziò per caso quando nel 1493 il papa Alessandro VI Borgia si innamorò di Giulia Farnese, figlia di una Caetani nonché amica e coetanea di sua figlia Lucrezia.

Per accontentare Giulia, il papa nominò cardinale il fratello di lei, Alessandro Farnese che aveva 25 anni e si trovava a Firenze alla corte di Lorenzo il Magnifico.

Per essere cardinali non era necessario essere sacerdoti, ma era una carica politica che procurava laute rendite, si poteva votare per l’elezione dei pontefici e si poteva essere eletti.

Il cardinale Alessandro Farnese il primo, da non confondere con il secondo, fu a fianco di vari pontefici del Rinascimento e diventò un appassionato collezionista di opere d’arte.

Nel 1513 aveva iniziato la costruzione di Palazzo Farnese. Nel 1534, a 66 anni, finalmente riuscì a farsi eleggere papa e prese il nome di Paolo III. A quel punto la potenza della famiglia esplose con la sistemazione di nipoti e parenti nei posti chiave. Convinse Michelangelo a venire a Roma da Firenze e a lavorare per lui.

Approvò l’Ordine dei Gesuiti, che si diffonderà velocemente in tutto il mondo. Indisse il Concilio di Trento, per contrastare la Riforma protestante.

Creò due ducati autonomi, il Ducato di Parma e Piacenza che affidò al figlio Pierluigi, Stato autonomo che rimase alla famiglia per vari secoli, e il Ducato di Castro, nel viterbese, dove c’era l’origine della famiglia, che invece ebbe vita breve.

C’era in famiglia un altro Alessandro, quattordicenne, ufficialmente figlio di Pierluigi, ma probabilmente figlio dello stesso Paolo III, il quale appena eletto lo nominò cardinale pensando ad una specie di papato ereditario come le altre monarchie.

E così entrò nella storia il cardinale Alessandro Farnese junior, che divenne ricco e potente. Forse il più ricco del suo tempo, collezionando incarichi ufficiali e opere d'arte a migliaia. Nel 1545 si fece ritrarre insieme al pontefice dal Tiziano, ospite nel loro palazzo.

Pierluigi si aggiudicò invece una pessima fama, fu ucciso da una rivolta popolare e gettato dalla finestra del suo palazzo nel 1547, con grande dispiacere di suo padre Paolo III che morì due anni dopo.   

Nel 1556 il cardinale Farnese ebbe una figlia di nome Clelia, da una nobildonna francese.

I più grandi artisti lavoravano per lui: Michelangelo fino al 1564, poi Vignola e Giacomo Della Porta. Nel 1565 era candidato a succedere come pontefice a Paolo IV Carafa, ma gli fu preferito il cardinale Ghisleri, che prese il nome di Pio V. 

Nel 1568 fece costruire la Chiesa del Gesù per il nuovo Ordine dei Gesuiti di cui era sponsor, dal 1566 si dedicò agli Horti Farnesiani sul Palatino, completò il Palazzo Farnese, quindi il meraviglioso Palazzo Farnese di Caprarola.

Nel 1572 alla morte di Pio V era data per certa la sua elezione a papa, ma intervenne il re di Spagna Filippo II per chiedergli di rinunciare, e fu eletto Gregorio XIII. 

Si consolò allora con gli acquisti immobiliari, infatti nel 1579 comperò dai Chigi la Villa Farnesina alla Lungara affrescata da Raffaello. Pensava di collegarla con un ponte al palazzo Farnese, sul tipo del corridoio vasariano, affiancato a Ponte Sisto.

L’arco su via Giulia è il primo tratto di questo progetto. Ma nel 1589 morì improvvisamente lasciando incompiute le sue idee ambiziose.    

Dopo di ciò la famiglia andò in conflitto con i pontefici successivi, Urbano VIII Barberini e soprattutto con Innocenzo X Pamphili, che volevano riportare nello Stato i ducati ed i feudi che erano stati scorporati. 

Innocenzo X, spinto dalla avida cognata Donna Pamphili, mandò nel 1649 l’esercito per radere al suolo il paese di Ischia di Castro, che era il centro del ducato dei Farnese nel viterbese. Il paese non è più risorto e il ducato che arrivava fino a Caprarola e Ronciglione rientrò nello Stato.   

Il Ducato di Parma e Piacenza invece continuò fino a quando Elisabetta Farnese, ultima principessa Farnese, nel 1714 andò in sposa a Filippo V Borbone, Re di Spagna. Elisabetta visse a lungo, fino al 1766, e fu lei, molto energica e capace, a dirigere di fatto per molti anni lo Stato forse più importante nel mondo di allora. Suo figlio Carlo Borbone, nato nel 1516, fu Duca di Parma dal 31 al 35, poi Re di Napoli, dal 1535 al 59, ed infine Re di Spagna dal 1559 al 1588. 

Carlo negli anni in cui fu Re di Napoli e di Sicilia, iniziò la costruzione della Reggia di Caserta e trasferì nel Palazzo di Capodimonte le centinaia di opere d’arte raccolte dai suoi antenati, a Parma e a Roma, sculture romane oltre a centinaia di dipinti del Rinascimento italiano e fiammingo, completando l’immensa “Collezione Farnese”.  

Raccolta che attualmente si trova soprattutto nel Palazzo di Capodimonte e nel Museo Archeologico di Napoli, oltre a 130 dipinti che sono stati restituiti a Parma.
 

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Le Reti di Imprese possono essere un modello per la ripresa del paese nel dopo Covid19.

Il modello di rete territoriale di imprese è ormai diffuso nel paese e può configurarsi come la via maestra per fare ripartire le piccole attività imprenditoriali. Se ben progettati possono ri-animare la vita dei centri e, al contempo, gli ambiti territoriali omogenei di riferimento. Questo porta ad una ricostruzione del tessuto economico e sociale.

Il fenomeno delle reti territoriali di imprese si è tanto sviluppato negli anni scorsi, anche se la sua diffusione nel paese non è omogenea. Si evidenzia una forte e generalizzata presenza al nord, una buona presenza in Emilia Romagna, in Puglia e nel Lazio.

La costituzione di reti di imprese è stata incentivata dalla Regione Lazio, che ha investito molto nella realizzazione di un sistema ramificato, volto in particolare alla salvaguardia e allo sviluppo dei sistemi commerciali e produttivi di ambito omogeneo.

Punto cardine della politica regionale è stata l'introduzione della figura del Manager di Rete, da scegliere tra professionisti di riconosciuta esperienza, per una gestione di tipo professionale.

Con il contributo regionale, nel 2017, sono nate 161 reti di impresa, diffuse sull'intero territorio, alle quali si sono aggiunti altri sodalizi nati sull'onda di quelle iniziative.

Tra le esperienze di maggiore successo, si evidenziano le reti costituite a Colleferro e nel suo intorno: Colleferro Commerciale, Paliano Opera Mista, Serrone in Excelso, Rete di Imprese Olevano Romano.

Tutte queste, oltre ad avere dato vita a programmi di rete coerenti in una logica di comprensorio, si sono poi aggregate costituendo Le Campagne Romane, un sodalizio a più ampia scala.

Una aggregazione proiettata ad allargare i propri interessi su tutta l'area riconosciuta come la Valle dei Latini che comprende territori della Città Metropolitana di Roma Capitale, della Provincia di Frosinone e della Provincia di Latina.

E’ stato proprio durante l’organizzazione in rete che è nato il progetto Colleferro '900, che ha permesso a Colleferro e al suo ambito, di conquistare il Titolo di Città della Cultura della Regione Lazio 2018.

In quel caso, la valorizzazione territoriale e il recupero di valori come l'identità e i tratti connotanti delle città e delle comunità coinvolte sono stati realizzati attivando le reti territoriali collegate tra loro. Il metodo ha funzionato e l'attività delle reti di imprese non si è limitata alla gestione dei singoli progetti, ma è andata oltre, generando nuovi processi di sviluppo.

Questo ha portato l’effetto di aver migliorato la brand reputation di un intero territorio.

Seguendo il percorso di Colleferro, altri ambiti territoriali stanno progettando il loro futuro. Tra questi, il Mare di Circe, con San Felice Circeo, l'Isola di Ponza  e l'Isola di Ventotene, e Arpino, la Città di Cicerone, candidata a Capitale Italiana della Cultura 2021.

Questo è il lavoro che facciamo con il gruppo Ri-Gymnasium.

Sulle reti di imprese, territoriali e di filiera, dunque, si può immaginare l'attivazione di processi di sviluppo, per il dopo Covid19, in grado di soddisfare le esigenze delle singole imprese, all'interno di un generale soddisfacimento.

Perché questo possa accadere si rendono necessarie però necessarie due condizioni: la propensione a lavorare in rete e la disponibilità ad investire sulla professionalità e su progetti che abbiano una visione a breve, medio e lungo termine.

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Pennellate di luce dalla Val D’Orcia

La luce.
Di questa terra incantata, prima di tutto, colpisce la luce.
Guizza nei campi arati, si arrampica sui filari di cipressi, accarezza le strade bianche.
Si spande pigra a cavallo del vento, per ammantare d'arancio vigneti, colline e oceani ondeggianti di grano.
La Val d'Orcia al tramonto è un canto di sirene. Ammalia, stordisce, ubriaca.
Ti soffia maliziosa in un orecchio per sussurrarti che qualcuno lì sopra, acquattato dietro una nuvola, si è divertito a dare forma compiuta all'idea platonica di Bello.
Pochi posti al mondo sanno urlare così forte la propria archetipa unicità. E scrivere di tutta questa bellezza a volte sembra superfluo e irrispettoso.
Anzi, quasi sacrilego.
È necessario viverla, la Val d'Orcia, respirarne l'intima essenza.
Bisogna perdersi tra i filari d'uva di Montalcino, tra i castelletti dei poggi, tra i palazzi rinascimentali di Pienza.
Bisogna sedersi sul bordo del vascone termale di Bagno Vignoni, certe mattine di maggio, e osservare rapiti la nebbia che danza tremula sull'acqua per sfilacciarsi fino a svanire.
Bisogna accomodarsi sulle panche di una vecchia osteria all'aperto di Monticchiello, davanti a un bicchiere di rosso e un piatto di salumi locali.
Mentre davanti a noi quell'orizzonte insolente puntellato di antiche torri, casali e cipressi sembra sgridarci, per ricordarci che un abbraccio tra uomo e natura sarebbe ancora possibile.
Questa valle, prima ancora di essere patrimonio dell'Unesco è patrimonio di tutti noi italiani.
È come Dante, Galileo, Caravaggio.
Una bandiera tricolore piantata sui bordi dell'infinito, che la sera d’estate sventola leggera al ritmo delle cicale che cantano.

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Ho sempre subìto il fascino dell'altrove, sin da bambino restavo incantato a leggere e a guardare le storie del grande Walter Bonatti.


Lo avevo scoperto per caso all'interno di alcuni inserti di un settimanale dell'epoca e ne restai fulminato.
Con gli stessi pantaloni di velluto marrone alla zuava ed una maglia rossa lo vedevo ora sul Ruwenzori ora sul Kilimangiaro per finire poi in Amazzonia o in Himalaya.
Ed io sognavo di diventare anch'io un esploratore non solo per visitare luoghi remoti ma per assaporare quei silenzi pieni ed avvolgenti che solo un viaggio in solitaria può darti.
Poi, crescendo, ho finito per fare un lavoro diverso dall'esploratore ma ho continuato a coltivare quel sogno e quella passione e la vita mi ha regalato la possibilità di viaggiare tanto e così ho potuto finalmente sentire quei silenzi avvolgenti che mi hanno aiutato a diventare la persona che sono adesso.
Purtroppo però è arrivato il Covid col suo carico di dolore e morte e per chi come me soffre di "Wanderlust" sono tempi ancora più duri.
[caption id="attachment_117037" align="center-block" width="960"] Mussomeli by Arturo Di Simone[/caption]
In attesa, quindi, di tempi migliori ho pensato che nella mia bella Sicilia e nella mia bella Mussomeli  avrei potuto concedermi una piccola avventura a km zero.
E così il 4 maggio, primo giorno della fase 2 del lockdown, ho indossato gli amati scarponi da trekking e ho raggiunto uno dei posti più carichi di suggestioni che conosca: il centro storico medievale della cittadina in cui vivo.
[caption id="attachment_117031" align="center-block" width="960"] Mussomeli by Arturo Di Simone[/caption]
È una sorta di Medina, un dedalo di viuzze che scende giù dolcemente dal quartiere della cinquecentesca chiesa Madre fino al quartiere di San Giovanni.
Sono quartieri poco abitati e i segni dell'abbandono sono evidenti ma si respira una bellezza direi primordiale.
Tutto diventa slow, il tempo non esiste più e le vecchie pietre dei muri e dei basolati sembrano respirare e puoi sentirne la voce.

Sì, le pietre parlano e se apri il cuore ti raccontano la storia, tanta storia che da qui è passata.


Puoi vedere la vita che una volta qui scorreva lentamente. Puoi vedere il sudore e le rughe sui visi dei contadini e puoi sentire l'allegro vocio dei bambini.
[caption id="attachment_117040" align="pull-left" width="199"] Mussomeli by Arturo Di Simone[/caption]
Puoi vedere la partenza dei disperati che con la valigia di cartone lasciavano la propria casa ed il loro cuore per cercar fortuna in terre lontane.
E allora sento l'aria che entra nei polmoni, sento il cuore che batte e se chiudo gli occhi sfumo lentamente le immagini del passato ed inizio a vedere in una sorta di rendering il futuro che mi auguro possa animare queste stradine e questi vicoli. Vedo un quartiere abitato, fiori alle finestre, botteghe artigianali, piccoli negozietti, gente che passeggia e vedo turisti che col passo lento dei viaggiatori attraversano queste stradine intrattenendosi con la gente del luogo.
[caption id="attachment_117043" align="center-block" width="799"] Mussomeli by Arturo Di Simone[/caption]
Sì, è questo il futuro che immagino, rigenerazione urbana, ospitalità diffusa, home restaurant e turismo esperienziale.
I nostri borghi sono scrigni preziosi, racchiudono il nostro passato e aspettano solo di diventare il nostro futuro, ne sono convinto.
#celafaremo

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Jorge Mario Pedro Vargas Llosa è premio Nobel per la letteratura e, durante la sua breve permanenza in Sicilia, espresse il desiderio di visitare Sciacca con alcuni amici.
Ben lieta di trascorrere una giornata con un premio Nobel, organizzai un percorso storico, culturale e artistico. L'indomani lasciammo l'albergo di buon mattino.
Giunti a Sciacca chiesi al nostro autista di sostare in piazza Carmine. Prima tappa la chiesa di Santa Margherita.
Entrammo e subito il maestro Vargas Llosa venne rapito dalla regalità della decorazione barocca, poi alzò lo sguardo e dopo avere esplorato il magnifico tetto a cassettoni mi disse: “magnifico e regale, grazie”.

Uscimmo dalla chiesa e mi affrettai a mostrargli la porta laterale che si ammira da via Incisa. Il maestro ammirò a lungo la porta per la sua elegante imponenza e per la discordanza stilistica, decantando la grande armonia realizzata dal maestro Gagini.
Alcuni siti storici e architettonici erano chiusi, e siamo stati costretti ad ammirarli solo dall'esterno senza perdere della magia di Sciacca. All'inizio di corso Vittorio Emanuele, Llosa e gli altri ospiti ammirarono palazzo Steripinto, palazzo Scaglione e il complesso monumentale del Fazello.
Percorremmo lentamente via Giuseppe Licata e corso Vittorio Emanuele tra chiese e palazzi curiosando nei vicoli alla scoperta di tesori nascosti.
Di tanto in tanto guardavo il maestro Llosa e gli altri cercando di capire i loro stati d'animo e in tutti potevo percepire gaiezza e compiacimento per quella passeggiata culturale-artistica a Sciacca.
Lentamente scendemmo via Garibaldi e ci dirigemmo in piazza Angelo Scandaliato, o meglio, a “lu Chianu di San Numinicu” (il piano di San Numincuu). A passi svelti il maestro Llosa si diresse alla ringhiera, si affacciò e subito con espressione gioiosa chiamò tutti noi: “venite, venite qui si gode uno spettacolo divino”.


Mi avvicinai alla ringhiera e guardai il mare, brillava sotto i raggi del sole come un'immensa e preziosa acquamarina.
Eravamo stanchi e accaldati e decidemmo di sedere in un bar per bere qualcosa di fresco. Era d'obbligo fare gustare loro una granita di limone sulla terrazza dell'antico Caffè Scandaglia.
Quando il maestro ebbe tra le mani la sua brioche con granita, iniziò a gustarla con un cucchiaino, ma subito gli dissi: “maestro la brioche qui si mangia a morsetti non con il cucchiaino”.
Lui ridendo rispose:
“ah, bene; la mangerò a morsi, ma tu mi devi fare una foto”.

Risposi: “certo, con piacere”. Mentre gustavamo la granita e ci godevamo la vista del mare, il rintocco delle campane della chiesa madre attirò l'attenzione di tutti.
Raccontai loro della devozione dei saccensi verso SS. Maria del Soccorso e il maestro espresse il desiderio di andare a rendere omaggio alla Vergine Santissima e così andammo in Basilica ad omaggiare la beddra Matri di lu Succursu (bella Madre del Soccorso).
Continuammo la nostra passeggiata a Sciacca mentre gli ospiti erano sempre più incuriositi e festosi.
Quando il sole era già molto alto e caldo, stanchi, soddisfatti e molto accaldati ci incamminammo verso il pulmino per rientrare in albergo.
Fu allora che il premio Nobel Mario Vargas Llosa mi poggiò paternamente un braccio sulle spalle e mi disse:
“grazie cara Betty per questa giornata, grazie per averci permesso di visitare questa bellissima città, grazie per averci mostrato una delle perle del Mediterraneo”.


In quel momento sentii dentro di me l'orgoglio di essere figlia della mia terra, di amare il mio paese, spesso trascurato e dimenticato dal potere.
J.W. von Goethe, Edoardo Sanguineti, Pietro Germi e Mario Vargas Llosa sono tra gli uomini illustri che hanno visitato Sciacca. Tutti, andando via, hanno lasciato un pezzetto del loro cuore.
A Sciacca  i palazzi, le chiese, le piazze, le scalinate, i vicoli e i cortili creano un percorso architettonico-storico-culturale che silenziosamente ha scritto la storia della Sicilia nei secoli.
Non sarò io a elogiare la mia Sciacca, sarà il visitatore che l'amerà come noi non sappiamo amarla.

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Il fiore del narciso è uno dei simboli di Rocca Priora al quale il comune dei Castelli Romani dedica una festa a maggio e che ha ispirato l’artista Mario Robazza nella creazione della Fontana del Narciso proprio all’ingresso del centro storico.
Ma Narciso nell’arte ha avuto tanti altri significati e il fiore prende il suo nome dal mito di Narciso, il bellissimo figlio del dio fluviale Censo e della ninfa Lirope. Il suo nome deriva dal greco "nàrke" che significa torpore: un nome profetico.
La madre chiese all'indovino Tiresia il destino riservato al figlio e il vaticinio fu un enigma: Narciso sarebbe vissuto finché non si fosse conosciuto.
Appassionato di caccia, Narciso percorreva instancabilmente montagne e boschi finché si incontrò con la ninfa Eco che s'innamorò perdutamente di lui. Narciso rifiutò l'amore di Eco, e si allontanò per non farsi più trovare.
Eco si consumò d'amore e divenne un'ombra della quale non rimase altro che la voce.
Ma Nèmesi la terribile dea della Vendetta che puniva gli errori e le dolcezze degli uomini, sdegnata dalla indifferenza di Narciso ebbe pietà della povera Eco e volle vendicarla. Guidò Narciso sulla sponda d'una fonte le cui acque limpide e terse gli rimandarono come in uno specchio la sua immagine.
Narciso si innamorò della sua l'immagine riflessa e non trovò più la forza di staccarsene, tanto da morire di dolore quando si accorse di non poterla possedere. Narciso morì consunto dal suo vano e ridicolo amore e fu trasformato dalla dea vendicatrice nel fiore che conserva il suo nome.
Il mito di Narciso compare nelle Metamorfosi di Ovidio ed è stato ripreso nel Rinascimento nella reinterpretazione del tema di Francesco Bacone, come monito alla vanità.
Questa figura mitologica ha poi avuto una notevole importanza nella cultura tedesca, in autori come Herder e Hamann, i quali hanno reinterpretato la figura di Narciso in chiave romantica.
L'amore per sé stessi divenne oggetto di studio per la scienza medica nascente: la psicoanalisi.
Vediamo ora alcuni dipinti che raffigurano il mito di Narciso.

Tre artisti, un unico soggetto: Narciso secondo Waterhouse, Caravaggio e Dalì


[caption id="attachment_117006" align="center-block" width="750"] Narciso (1903 – Walker Art Gallery) di John William Waterhouse - (c) Google Cultural Insitute[/caption]
John William Waterhouse
La punizione di Nemesi colpisce la superbia e l’arroganza nascoste sotto la bellezza superficiale di Narciso facendolo imbattere in uno specchio d’acqua dove per la prima volta vede la sua immagine.
Uno scenario fiabesco, shakespeariano, dove è descritto alla perfezione il triangolo di sguardi Eco-Narciso-Acqua e la malinconia della giovane ninfa che non vede ricambiato il suo sguardo e il suo sentimento d’amore.
Caravaggio
[caption id="attachment_117003" align="pull-left" width="248"] Il Narciso di Caravaggio (1598 – Palazzo Barberini) (c) Galleria Nazionale d'Arte Antica - Palazzo Barberini[/caption]
Un ritratto solitario su uno sfondo cupo dove ciò che emerge è solo l’immagine di Narciso. È completamente assorto nella contemplazione e noncurante dello spettatore.
Le sue vesti medievali, anacronistiche, sono riflesse dettagliatamente in tutti i loro particolari nello specchio d’acqua.
Caravaggio coglie il momento esatto in cui Narciso prende coscienza dell’impossibilità di ricongiungersi alla sua immagine.
Nella sua opera c’è tutta la solitudine e la sofferenza di chi, alla ricerca della perfezione impossibile, allontana l’imperfezione dell’affetto umano.
Salvador Dalì
[caption id="attachment_117000" align="center-block" width="730"] La Metamorfosi di Narciso (1936 – Tate Modern) - (c) Salvador Dali, Gala-Salvador Dali Foundation/DACS, London 2016 / Photo (c) Tate[/caption]
Mentre Caravaggio rappresenta la solitudine, Salvador Dalì inscena il doppio, risultante dal riflesso speculare.
Il pittore descrive la trasformazione dal corpo morente in fossilizzazione ad una nuova creatura, i cui lineamenti trasparenti diventano via via più opachi e materializzano il doppio.
È una rinascita rappresentata dalla natura polisemica dell’immagine, dove il corpo dell’individuo assume la forma di una mano che stringe un uovo da cui emerge un fiore: Il narciso.
La sua natura carnosa, forte e delicata al tempo stesso, dipinta da un colore bianco o giallo appariscente alla vista fa luce sulla personalità di Narciso.

La Fontana del Narciso di Mario Benedetto Robazza


[caption id="attachment_36274" align="center-block" width="750"] Fontana del Narciso Rocca Priora - Robazza by Chiara Rufini[/caption]
La Fontana del Narciso che si specchia nell’acqua si trova al centro del paese di Rocca Priora ed è un’opera in bronzo che il Maestro Mario Benedetto Robazza ha donato al comune.
L’opera costituisce il fulcro del Museo Diffuso Cittadino, un vero e proprio percorso artistico dedicato totalmente allo scultore e dislocato per le vie dell’intero paese.
Si parte dalla Fontana Buero, un suntuoso cavallo rampante in marmo resinato collocato all’entrata del paese sulla Via Tuscolana, e si prosegue come in una sorta di artistica “caccia al tesoro”, con le stazioni bronzee della Via Crucis che si inerpicano lungo tutti i vicoli del centro storico fino ad arrivare alla Chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo.
Percorrendo questo itinerario, si incontra poi la Fontana “Il Trionfo del Bene” situata alle porte dell’Antico Borgo Medievale e che originariamente era parte di un grande portone bronzeo proveniente dalla casa-museo dell’artista.
Si conclude sulla cima più alta di Rocca Priora, dove è situato il Museo Benedetto Robazza .
Tornando alla Fontana del Narciso, è interessante notare che l’artista ha scelto di autoritrarsi nel soggetto maschile del Narciso. E questa è un dettaglio che ricorre anche in molte altre opere tra cui il volto del Conte Ugolino nel Fregio L’Inferno di Dante.
La presenza del cavallo è estranea al mito originario, ma il cavallo è un soggetto estremamente caro al maestro Robazza. Simbolo di fierezza e forza, il cavallo è colto in un gesto di impeto, e sembra fuoriuscire da una roccia su cui il giovane Narciso dolcemente si adagia.

Il mito è richiamato dalla presenza dell’acqua della fontana, simbolo dello stagno in cui il ragazzo fatalmente deciderà di specchiarsi e perderà la vita.
Il volto, così come lo sguardo del fanciullo, appaiono infatti abbassati in uno stato d’animo malinconico, quasi profetico della sua imminente fine.
Mario Benedetto Robazza, La Fontana del Narciso che si specchia nell'acqua
 

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