013b-1890-1024x777.jpg

Insieme alle strade, gli acquedotti sono state le grandi opere di ingegneria con cui i Romani hanno stupito il mondo. Dal 312 avanti Cristo costruirono undici acquedotti per alimentare palazzi, fontane e terme.

Molti di essi seguivano un tracciato simile, più o meno lungo, dalla Valle dell'Aniene, sopra a Tivoli, attraversando Prenestina e Casilina, costeggiando via Latina e via Appia, entrando in città da Porta Maggiore.

Porta Maggiore infatti non era una porta ma un Arco di Trionfo costruito tra il 38 ed il 52 dopo Cristo, quindi ben 220 anni prima di diventare la Porta principale delle Mura Aureliane, per consentire agli acquedotti Claudio e Anio Novus di scavalcare le vie Prenestina (diretta a Praeneste) e la via Labicana diretta a Labico.

Nerone poi fece fare partire da Porta Maggiore l'acquedotto che alimentava la Domus Aurea, passando per San Giovanni.

Anche la Porta Tiburtina è diventata una Porta in seguito, prima era un Arco per scavalcare la strada.

Invece l’Arco di Dolabella è il caso opposto.

Prima era una Porta delle antiche Mura Serviane e poi è diventato un arco per consentire all’acquedotto neroniano di passare la strada.

Gli acquedotti alimentavano i palazzi imperiali e le grandi Terme, ma percorrere 80 Km con pendenza costante, portando fino a 3000 litri al secondo, non sarebbe stato facile neppure con le moderne tecnologie eppure ci riuscirono.

Due acquedotti invece arrivavano da nord, dalla zona di Bracciano, costeggiando la via Aurelia per alimentare Gianicolo e Vaticano.

L'acquedotto dell’Acqua Vergine del 19 a.C. è invece tutto interrato. Partiva dalla Collatina ma entrava da nord passando da Villa Ada, Parioli e Pincio.

È stato restaurato varie volte ed alimentava la Fontana di Trevi, la Barcaccia e piazza Navona. Le tubature passavano a “via Condotti”.

L'ultimo acquedotto antico fu l'Acqua Alexandrina, fatto da Alessandro Severo nel 226 d.C., e ha dato il nome al Quartiere Alessandrino.

Intorno al 530 durante la guerra Gotica gli acquedotti furono interrotti e non funzionarono per 1000 anni, tranne in parte quello dell'Acqua Vergine che continuò ad essere attivo.

Fino a quando Papa Sisto V nel 1585 non fece realizzare l'Acqua Felice, ripristinando vari tratti degli acquedotti Acqua Marcia e Acqua Claudia, dal paese di Colonna alla fontana del Mosè, passando per Porta Furba, Porta Maggiore e Porta Tiburtina.

Nel 1605 poi Paolo V fece realizzare l'Acqua Paola, restaurando la linea da Bracciano fino al Fontanone del Gianicolo.

Ma l'acqua Paola era meno buona, suscitando l'ironia dei romani, che dicevano “vale come l’acqua paola” indicando cosa di poco valore.

Per concludere questa storia bisogna ricordare che l'ultimo Papa Re, Pio IX, fece restaurare l'Acqua Marcia portando l'acqua fino a piazza Esedra, con l'inaugurazione avvenuta nel 1870, soli 9 giorni prima della presa di Porta Pia.

La bella Fontana delle Naiadi di piazza Esedra fu fatta invece 30 anni dopo.

Dal 2017 è visibile un tratto dell’Acqua Vergine, ritrovato sotto alla Rinascente di via del Tritone.

powered by social2s
abamelek1.jpg

Ci sono varie ville storiche a Roma in cui è impossibile o molto difficile accedere, due di queste sono sedi diplomatiche extraterritoriali e quindi molto riservate: Villa Wolkonsky e Villa Abamelek.

Per parlare di Villa Wolkonsky, che si trova vicino alla Basilica di San Giovanni, bisogna raccontare la storia di Zinaida, una principessa e scrittrice russa che ha vissuto quasi sempre a Roma.

Zinaida era nata a Dresda in Sassonia nel 1789, anno della rivoluzione francese, ed era figlia di un ambasciatore russo.

Con il padre girò per l’Europa, e per un periodo visse anche a Torino dove imparò l’italiano.

Poi dal 1806 visse a San Pietroburgo alla corte dello Zar Alessandro, ed era sua amica personale per tanti anni e forse amante. Nel 1810 sposò il principe Wolkonsky, aiutante dello zar, da cui ebbe il figlio Alexander.

Viaggiò molto, a Parigi, Dresda, e in altre capitali, formandosi una vasta cultura e conoscenza delle lingue. Nel 1820 venne a Roma, dove il padre aveva acquistato la grande Villa Wolkonsky davanti a San Giovanni, dentro al cui parco c’è un lungo tratto dell’acquedotto neroniano.

Zinaida iniziò in questi anni a scrivere libri e a creare intorno a sé un circolo di personaggi di cultura. Nel 1822 tornò per alcuni anni a San Pietroburgo, anche perché il figlio era rimasto là, ma nel 25 morì lo zar Alessandro e lei l’anno dopo decise di convertirsi al cattolicesimo.

Lo Zar Nicola non accettò la cosa e Zinaida nel 1829 dovette tornare a Roma, lasciando il figlio in Russia.
Abitava un po’ a Palazzo Poli, quello su cui cento anni prima era stata costruita la Fontana di Trevi, e un po’ a villa Wolkonsky e intorno a lei si era formata una cerchia di intellettuali, tra cui Stendhal, Belli, Donizetti e Gogol.

Nel 1844 morì il marito e lei divenne molto religiosa, si impegnò in opere di beneficenza e non si mosse più da Roma fino alla morte che avvenne nel 1862. Fu sepolta nella Chiesa di San Vincenzo ed Anastasia, davanti alla Fontana di Trevi.

Il figlio Alexander dal 1850 fu ambasciatore per conto di Pio IX in vari Stati e adottò una figlia Nadia, che continuò a vivere nella villa.

Nel 1922 la villa fu venduta al governo tedesco che ci fece la sua ambasciata. Poi dopo la guerra fu requisita dall’Italia e concessa in uso al governo inglese che nel 1951 l’acquistò utilizzandola come sede per eventi e come residenza dell’ambasciatore inglese.

Villa Abamelek è invece di proprietà della Repubblica Russa ed ha un parco immenso di trenta ettari tra il Gianicolo, villa Pamphili e San Pietro.

L'edificio principale è stato costruito a fine Seicento. Nel 1792 la villa fu acquistata, tanto per cambiare, dal ricchissimo Giovanni Torlonia ma dopo, nel 1849, fu danneggiata durante la battaglia che concluse la Repubblica Romana.

Nel 1907 fu acquistata dal principe russo Abamelek e dal 1936 passò all’Unione Sovietica.

Ora è la residenza dell'ambasciatore russo e nel 1998 vi è stata costruita una chiesa ortodossa, accessibile dall’esterno.

powered by social2s
spagna-1024x684.jpg

Piazza di Spagna è indubbiamente una delle più belle piazze del mondo, un capolavoro realizzato nell’arco di 150 anni.  

Il piano urbanistico Sistino, disegnato da Domenico Fontana nel 1585 su incarico di papa Sisto V, aveva previsto il Tridente, ossia le tre strade che partono da piazza del Popolo.

Via del Babbuino, una di queste tre strade, arrivava a piazza di Spagna chiamata così per la presenza dell’Ambasciata di quel paese. In cima al pendio erboso che sovrastava la piazza negli stessi anni era stata costruita la Chiesa di Trinità de Monti, su progetto di Giacomo della Porta e con il contributo del Re di Francia.

Nella piazza arrivava l’acquedotto dell’Acqua Vergine lungo via Condotti (da cui prende il nome), e nel 1620 Gian Lorenzo Bernini, con il padre Pietro, realizzarono la stupenda Fontana della Barcaccia all’incontro dei due triangoli che formano la piazza.

Trecento anni fa i due spazi venivano finalmente uniti dalla splendida Scalinata di Piazza di Spagna. La storia che c’è dietro è poco conosciuta e sintomatica di abitudini che si ripetono da secoli.

Al posto della scalinata c’era un pendio erboso di proprietà dei frati che gestivano la Chiesa di Trinità, pendio che separava la piazza dalla chiesa. Si pensava da tempo di sostituire il sentiero con una scalinata.

Nel 1717 i frati decisero e ottennero il via libera da papa Clemente XI Albani, ma si creò un contenzioso per decidere di chi fosse la competenza di progetto e costi. Arrivarono vari progetti, il migliore era sicuramente quello di Francesco De Sanctis, un architetto romano di 38 anni poco conosciuto.

Ma nel 1721 il papa, già vecchio e malato, morì e la cosa si fermò fino al 1723, quando il nuovo papa Innocenzo XIII dei Conti di Poli dette il via ai lavori.

Prima dell’inizio il progetto fu inviato al Re di Francia Luigi XV per l’approvazione, poiché la Francia si era impegnata a pagare parte dei costi in quanto sponsor dell’opera.

Infatti, si era conclusa una delle tante guerre tra Francia e Spagna e la scalinata era un simbolo di pace perché univa Trinità de Monti, chiesa legata alla Francia, con la piazza dove c’era l’Ambasciata di Spagna.

Dal 1723 al 1726, il De Sanctis completò l’opera e progettò anche i palazzi laterali, realizzando un grande capolavoro in stile Rococò.

La storia non finisce qua perché due anni dopo per infiltrazioni d’acqua crollarono alcuni muri e i frati ingrati citarono in giudizio il bravo architetto, cha amareggiato finirà così la sua carriera

Sulla collina del Pincio ai lati della Chiesa di Trinità de Monti si trovano alcuni edifici ricchi di arte e di storia.

Da un lato c’è la cinquecentesca Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia. Villa Medici ha un parco molto vasto che è delimitato dalle Mura Aureliane, con l’affaccio su via del Muro Torto. È di proprietà della Francia, essendo stata acquistata da Napoleone nel 1803.

Dall’altro lato della chiesa c’è il Palazzetto Zuccari. I fratelli Zuccari erano pittori originari di un paese vicino ad Urbino. Il più grande Taddeo venne a Roma nel 1543, il fratello Federico lo raggiunse nel 1555, quando aveva appena 11 anni.

Nel 1555 Taddeo Zuccari era già conosciuto, aveva infatti decorato con successo Villa Giulia, la villa fuori porta Flaminia di papa Giulio III. Il cardinale Farnese affidò loro l’incarico di affrescare il suo palazzo di Caprarola, a partire dal 1562.

Il loro ispiratore era soprattutto l’altro grande urbinate, Raffaello, morto nel 20. E anche Taddeo morì a 37 anni come il suo maestro, e accanto a lui fu sepolto nel Pantheon nel 1566.

Federico continuò a fare molti dipinti, finché Filippo II lo chiamò a Madrid dove fu pittore di corte dal 1585 al 1588.

Tornato a Roma, visto che il Della Porta stava sistemando Trinità de Monti e Sisto V aveva fatto arrivare l’acqua, pensò bene di acquistare il terreno dove pochi anni dopo iniziò la costruzione del Palazzetto Zuccari.

Questa costruzione, caratterizzata dalle sculture dei mostri sulla porta e sulle finestre, fu la sua abitazione fino al 1609 e poi cambiò vari proprietari fino al 1910 quando fu acquistato da Enrichetta Hertz.

Ora è di proprietà della Germania ed ospita i 160.000 volumi della Biblioteca Hertziana.

Dal 1702 fu l’abitazione di Maria Casimira regina di Polonia, donna colta ma intrigante ed ambiziosa che già era a Roma dal 1699.

La regina, cui si deve l’ideazione del portico balconato, realizzato da Filippo Juvarra nel 1711, aveva creato qui un importante centro culturale, ma dovette fuggire nel 1714 in Francia protetta da Luigi XIV per evitare i creditori.

In questo palazzetto D’Annunzio ambienta il suo romanzo “Il piacere”.

powered by social2s
Articolo-Via-Nazionale-008-1890-1024x757.jpg

Le grandi passioni del cardinale Francesco Saverio De Merode erano le armi, l’urbanistica e le speculazioni immobiliari.

E come spesso è successo nella storia di Roma, dalla bramosia di ricchezza e potere sono nate grandi opere d’arte. Il nostro personaggio era nato in Belgio nel 1820, figlio di un ministro aveva naturalmente studiato dai Gesuiti.

Poi si era arruolato come ufficiale nella Legione Straniera ed era andato a combattere per la Francia in Algeria.

Terminata la breve parentesi della Repubblica Romana, nel 1849 era venuto a Roma e papa Pio IX lo aveva nominato monsignore e ministro delle armi.

Non si occupava certo di religione, i suoi compiti erano quelli di reprimere eventuali ribellioni, nonché di tenere i contatti tra lo Stato Pontificio ed il suo protettore Napoleone III.

Ma l’idea principale di De Merode era quella di ampliare la città di Roma, seguendo l’esempio di quello che il barone Haussmann stava facendo in quegli anni con i boulevard di Parigi.

Convinse quindi il papa, che nel 1866 lo nominò cardinale, a creare la Stazione Termini sui terreni di Villa Peretti Montaldo, unificando le tre linee ferroviarie locali che si stavano realizzando.

Dopodiché acquistò, attraverso alcune società, vari terreni nelle zone adiacenti.

La sua operazione più geniale fu il tracciamento di via Nazionale, per collegare piazza Venezia con la nuova stazione, passando per l’esedra delle Terme di Diocleziano, attraversando la Valle di San Vitale.

Non ancora contento, nel 1871 acquistò vasti terreni in quello che diventerà il quartiere Prati e fece costruire un ponte di ferro per collegare la zona al Porto di Ripetta, ponte che rimase in funzione fino al 1901.

Come spesso purtroppo accade, il De Merode ebbe modo di vedere solo l’inizio dei suoi grandi progetti perché morì nel 1874.

Ma il nuovo governo Italiano decise, subito dopo la Breccia di Porta Pia, di portarli avanti, completando la Stazione, via Nazionale ed il quartiere Prati.

Su via Nazionale furono costruiti il Palazzo delle Esposizioni, progettato da Piacentini, accanto al traforo che passa sotto al Quirinale. Poi il Palazzo della Banca d’Italia, progettato da Gaetano Koch.

Allo stesso architetto fu affidato il compito di progettare gli edifici a semicerchio su piazza dell’Esedra, realizzati tra il 1887 ed il 1894, seguendo la forma dell’esedra delle grandi Terme di Diocleziano.

Pochi giorni prima dell’ingresso dei Piemontesi a Porta Pia e del conseguente crollo dello Stato, papa Pio IX aveva inaugurato l’acquedotto, detto Acqua Marcia, che portava l’acqua fino all’attuale piazza.

Trent’anni dopo tutta l’opera fu coronata magnificamente da Mario Rutelli, nel 1901, con la Fontana delle Najadi.

Le figure femminili in verità suscitarono un certo scandalo iniziale, per cui fu messa una palizzata di legno in cui i ragazzini facevano dei fori per sbirciare, poi per fortuna la ragione vinse.

Su via Nazionale correvano gli Omnibus, prima trainati da cavalli e poi diventati tram elettrici, che collegavano il centro della Capitale con la stazione dei treni.

La Stazione Termini, che si chiama così dalle Terme, era stata iniziata sotto Pio IX e fu continuata dal Regno d’Italia con l’inaugurazione nel 1874.

Questa prima stazione fu attiva fino al 1948, quando venne demolita per costruire quella nuova.

powered by social2s
campidoglio.jpg

Negli ultimi decenni del Cinquecento Roma fu completamente trasformata, soprattutto per l’opera di tre personaggi davvero eccezionali, un marchigiano e due ticinesi: Sisto V, Giacomo Della Porta e Domenico Fontana.

Il primo è il cardinale Felice Peretti, eletto papa nel maggio del 1585 con il nome di Sisto V. Di origine modesta, il cardinale si era distinto per il rigore come inquisitore e per il suo notevole arricchimento.

Si era infatti creato un’immensa tenuta, la villa Peretti Montalto, che occupava l’attuale zona dalla Stazione Termini a Santa Maria Maggiore.

Nei cinque anni di pontificato farà realizzare dai due artisti di origine ticinese, Giacomo Della Porta e Domenico Fontana, un piano urbanistico della città che ancora oggi si legge nel tessuto della città.

A corredo delle trasformazioni urbanistiche, fece realizzare una quantità enorme di edifici e fece completare la cupola di San Pietro, che era rimasta interrotta per venti anni dopo la morte di Michelangelo.

Ma Sisto V si distinse anche per la facilità con cui faceva comminare la pena di morte a chi non seguisse i suoi ordini.

Il secondo protagonista è Giacomo Della Porta, che era soprattutto uno scultore e faceva delle fontane meravigliose come la Fontana delle Tartarughe a Piazza Mattei e quella davanti al Pantheon.

Era allievo di Michelangelo prima e del Vignola dopo, lavorò alla Chiesa del Gesù, al Palazzo del Campidoglio e alla Chiesa di Trinità de Monti. Dopo la morte del papa, progettò Villa Aldobrandini di Frascati per papa Clemente VIII.

Il terzo protagonista è Domenico Fontana, anche lui venuto giovane dal Canton Ticino iniziò a lavorare alla costruzione di Villa Montalto per il cardinale Peretti. Quando nel 1585 il cardinale diventò papa, a lui e al Della Porta venne affidata la trasformazione totale della città.

Fontana, che era soprattutto architetto ed urbanista, progettò la Cappella Sistina in Santa Maria Maggiore, il Palazzo del Laterano, il Palazzo del Quirinale, la parte absidale di San Giovanni in Laterano e il Palazzo Pontificio in Vaticano (quello da cui si affaccia il papa).

Ma le sue opere davvero geniali furono il completamento della Cupola di San Pietro, con Della Porta, e il piano urbanistico Sistino.

Il piano urbanistico di Sisto V era un vero grande piano regolatore, con il tracciamento delle strade rettilinee che uniscono le varie basiliche tra cui via Sistina, via Merulana e via di Santa Croce.

Su questo piano si è sviluppata la città fino al 1900.

Dopo oltre 1000 anni fu ripristinato un grande acquedotto romano, con il nome di Acquedotto Felice, che andava dal paese di Colonna fino al centro di Roma.

Vennero inoltre innalzati gli obelischi, che i Romani avevano portato dall’Egitto, che vennero messi come punti focali dei rettilinei: l’obelisco di San Pietro, quello di Santa Maria Maggiore, quello di San Giovanni, quello di piazza del Popolo.

Nel 1592, anche perché non andava molto d’accordo con il nuovo papa Aldobrandini, Domenico Fontana si trasferì a Napoli dove fece molte opere per conto del Viceré, tra cui il Palazzo Reale a Napoli, fino alla morte nel 1607.

Dal 1580 aveva collaborato con lui anche il nipote, Carlo Maderno, che nel 1608 realizzò la facciata della Basilica di San Pietro per Paolo V.

powered by social2s
Articolo-Torlonia-014-1024x685.jpg

Quella dei Torlonia è una famiglia di nobiltà recente, diventata nell'800 la famiglia più ricca di Roma.   

L'ascesa inizia con Giovanni Torlonia (1755-1829) che culmina in Italia durante l'occupazione francese della città dal 1805 al 1814. 

Era figlio di un mercante francese di stoffe, Tourlonias, arrivato a Roma nel 1750. Questi, con una serie di speculazioni immobiliari, acquisì grandi latifondi, palazzi e ville, e creò la Banca Marino-Torlonia. 

Nel 1814 il Papa lo nominò Principe e la famiglia nell'arco di un secolo si imparentò con le famiglie nobili della città: Colonna, Borghese e Orsini. I loro palazzi e ville erano a piazza Venezia, alla Lungara, a via Salaria, a via Nomentana, a Borgo Pio, a Frascati, a Poli, ad Avezzano ecc…

Tra questi edifici e ville ci sono il palazzo di via della Conciliazione, costruito all’inizio del ‘500 da Andrea Bregno, forse su disegno del Bramante, e donato poi al Re Enrico VIII che ci mise l'Ambasciata d'Inghilterra. 

Sulla tenuta acquistata dai Colonna a via Nomentana nel 1797, Giovanni Torlonia fece edificare Villa Torlonia, nel cui parco fu poi realizzata la famosa Casina delle Civette in stile medioevale eclettico.   

Tra la via Appia Nuova e l'Appia Antica acquistò nel 1809 una grande tenuta che comprendeva la Villa Romana dei Quintili. Questa villa era composta da vari edifici di età Adrianea (intorno al 120 d.C.) di proprietà di due fratelli ricchissimi, i Quintili. 

A suo tempo era talmente bella da far invidia persino all'Imperatore Commodo, che con un pretesto li fece giustiziare e si prese la Villa nel 185 d.C.     

I Torlonia in quest'area trovarono tantissime statue romane con cui arricchirono le loro collezioni. Il quartiere adiacente infatti fu chiamato Statuario a ricordare questa storia.  

Lavorava per la famiglia anche l’architetto romano Giuseppe Valadier (1762 -1839), a cui venne affidata la costruzione di Villa Torlonia a via Nomentana e la sistemazione del borgo di Fiumicino, che era feudo dei Torlonia come il borgo di Ceri.  

Valadier in quegli anni stava trasformando in modo magnifico piazza del Popolo e le pendici del Pincio.

Marino, figlio di Giovanni, sposò una Sforza Cesarini, poi la figlia Maria Luisa sposò un Orsini nel 1923. Nel 1929 Giovanni morì dopo aver contribuito al restauro della Basilica dei SS. Apostoli. 

Il figlio, il principe Alessandro Raffaele Torlonia (1800-1886), sposò nel 1840 una nobile dei Colonna e dal 1855 decise di affrontare un’impresa davvero impegnativa: la bonifica del Fucino.

Questo era uno dei laghi più grandi d'Italia che da 2000 anni si pensava di trasformare in una fertile area agricola. Ci volle un lavoro enorme, iniziato quando la regione faceva parte del Regno di Napoli per passare essere annessa al Regno d’Italia.  

Ci lavorarono 4.000 operai per 24 anni, bonificando 16.500 ettari di superficie con 270 km di strade, e con l’affidamento a 11.000 coloni. Il Re per quest’opera lo nominò Principe del Fucino. 

È molto bello quello che dice Ignazio Silone in Fontamara: 

“In capo a tutti c'è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch'è finito“. 

Poi fu la volta di Leopoldo Torlonia (1853-1918) che è stato sindaco di Roma nel 1887, dopo deputato e poi senatore. Ma nonostante questa presenza, nel 1903 il Palazzo Torlonia di piazza Venezia fu demolito per allargare la piazza ed edificare il Monumento a Vittorio Emanuele.

Un altro Giovanni Torlonia, nipote dell'altro Giovanni e senatore del Regno (1873-1938), nel 1923 fondò la Banca del Fucino e affittò la grande villa sulla Nomentana, con il parco di 13 ettari, al Cavalier Benito che vi abitò dal 1923 al 1943 per un affitto di una lira l'anno. 

La stessa villa che nel 1797 il nonno aveva fatto costruire dall'architetto Valadier.     

Il figlio di Giovanni, Alessandro, ultimo principe del Fucino e scomparso a dicembre 2017 a 92 anni, abitava a Villa Albani dove si trova un museo incredibile di opere d'arte che ora, dopo 260 anni, dovrebbe diventare finalmente visitabile.  

Villa Albani è stata la splendida dimora del cardinale Albani, con un grande parco al centro di Roma, e a metà del Settecento era la culla del Neoclassicismo, con una raccolta di opere effettuata dal Winckelmann.  

Bisogna ricordare infine che c'era il Museo Torlonia a via della Lungara, dalla metà dell'800 al 1979, una delle più grandi collezioni private al mondo con 620 statue greche e romane.   

Il Palazzo è stato improvvisamente ed abusivamente trasformato nel 1979 in un residence di 93 mini appartamenti e le opere contenute finite negli scantinati. Per questa storia è in corso una lunga causa.

powered by social2s
Articolo-Profumo-di-mare-Betty-1-685x1024.jpg

Giugno del 1995, ore 12,30.
Ho fretta di rientrare a casa, sono accaldata e stracarica di sacchetti della spesa. Il tempo di aprire il portone e poggiare nell'androne i sacchetti e sento alle mie spalle la voce di “Cussu Larocca” che mi dice:

“Vinniru a tuppuliari a lu purtuni, dù foresteri, un masculu e nà fimmina. Avianu un pizzinu unni c'era scrittu tri nomi e la strata”.


(Sono venute a bussare al portone due forestieri, un uomo ed una donna. Avevano un biglietto dove vi erano scritti tre nomi ed una strada.)

“Cosa hai detto loro?”
“Chi un c'era nuddru dintra. Tornanu chiù tardu”


(Che in casa non vi era nessuno. Tornano più tardi).
Alle 16,30 suona il citofono. Una voce sconosciuta e dall'accento straniero dice di essere Anatoly Harleth di Boston e di cercare Albertina.

Sorpresa ma tranquilla apro il portone ai miei ospiti sconosciuti. Dopo poco mi ritrovo ad accogliere una strana coppia: lui alto, con i capelli rossicci, gli occhi di un verde intenso e con lo sguardo profondo e serio. Lei bassina, i capelli nerissimi, gli occhi azzurri come il cielo e un sorriso simpatico. L'uomo accennò ad un saluto con un inchino militare e si presentò:

“Sono Anatoly Harleth, figlio di Hannah Harleth Galinova e nipote di Anatoly Galinovic'. Questa è mia moglie Patricia Harleth”.


Guardai entrambi senza sapere cosa dire. Anatoly mi tolse dall'imbarazzo: ”Se ci fai entrare ti spiego tutto”.
Diamine, che sbadata, avevo dimenticato le regole dell'accoglienza. Feci accomodare i due nello studio, un po' confusa, ma con una sensazione piacevole dentro il cuore.


“Questa vostra visita, se non mi sbaglio, ha radici lontane, ma temo di sapere ben poco di questa storia. Mi piacerebbe saperne di più”.
“Si, certo. Sono venuto a Sciacca per visitare la terra dove fu generata mia madre e per incontrare la famiglia che ha accolto i miei nonni fuggiti dalla Russia”.


La mia mente, subito, andò indietro nel tempo e mi rividi bimba con la nonna che mi parlava della Russia, dello Zar e mi consigliava di leggere gli autori russi, da lei amatissimi.
Chiesi agli ospiti se gradivano una bibita fresca. Il loro si, fù un sorriso ed un cenno del capo. Pochi minuti e ritornai nello studio con tre bicchieri pieni di sciroppo di amarena ben ghiacciata.
Mi sentivo serena, con l'arrivo di Anatoly e Patricia forse avrei completato un puzzle iniziato trenta anni prima.

“Anatoly come mai parli così bene l'italiano?”
“Mia madre ha voluto che studiassi in una scuola italiana”.
“Vi gusta lo sciroppo?”
“Molto!”
“Anatoly dimmi, sono tutta orecchi”, ed iniziò a parlare con un sorriso garbato e gli occhi sognanti.
“I miei nonni Anatoly e Caterina fuggirono dalla Russia nell'aprile del 18. Vagarono prima per l'Europa, poi qualcuno li portò in Toscana dove rimasero due anni. Nei primi mesi del 1921 incontrarono altri esuli russi e andarono prima a Napoli e poi, nel novembre del 1921 giunsero in Sicilia, dove li attendeva una importante famiglia.


Il nonno fu accolto come maestro di scherma e la nonna come insegnante di pianoforte.
In quella famiglia rimasero fino al 1924, quando il capo famiglia ebbe un crollo finanziario i miei nonni si trovarono di nuovo in difficoltà.
In quel periodo avevano conosciuto una signora, a detta di mia nonna una grande dama, colta e commiserevole. In preda alla disperazione, decisero di cercarla e di chiederle aiuto.

Giunsero a Sciacca la notte dell'otto dicembre del 1924 e grazie ad una lettera della Badessa delle Benedettine di Santa Maria dell'Ammiraglia furono accolte dalle suore del monastero di Santa Maria dell'Itria.
Lì rimasero due giorni, poi andarono a casa della buona signora che li aiutò. Nel maggio del 1925 partirono da Napoli con il piroscafo Leonardo da Vinci alla volta di New York ed il 31 dicembre nacque mia madre. Nel 1930 si trasferirono a Boston, ma questa è tutta un'altra storia”.


“Anatoly cosa ti ha portato qui da me, cosa posso fare per te?”
“Nulla. Sono venuto per dirti grazie. Quel grazie che mia madre non hanno potuto dire a tua nonna. Sono venuto per sentire il profumo del mare di Sciacca. Nel loro peregrinare i miei nonni hanno incontrato molta gente e visto tanti paesi, ma nel loro cuore hanno sempre avuto Sciacca.
Nonna Caterina, quando ero piccolo, mi raccontava di Sciacca, dei suoi tramonti, del vento che soffia dall'Africa, dell'azzurro mare e del suo intenso profumo. Conosco i suoi palazzi, le sue strade, i suoi cortili.
In famiglia si parlava sempre di Sciacca. Mio nonno, quando ne ebbe la possibilità, comprò tutti i libri che raccontavano di quell'amato paese. La nostra casa di Boston è piena di ceramiche e di artigianato siciliano.
I nostri pasti spesso hanno il sapore della tua terra: pasta con le sarde, caponata, panelle, sarde a beccafico, ova murina, cucchitelle e tante buone pietanze che nonna Caterina ha imparato a cucinare in questa casa. Nonno Anatoly mi raccontava delle grotte sudorifere che si trovano nel monte Kronion, delle acque miracolose dei Molinelli, dell'acqua Santa e dell'acqua solfurea dal forte odore di zolfo.
Mi raccontava la storia di Sciacca, dei Luna e dei Perollo.
Mi raccontava delle sue passeggiate in meditazione in riva al mare che gli ricordavano i pomeriggi lungo la Neva. Ricordava le lunghe salite sul monte San Calogero a mo’ di pellegrinaggio.
Un giorno, già avanti negli anni, mi disse “Io non tornerò più a Sciacca, non sentirò più il profumo di quel mare vai tu per me, quella è una terra benedetta da Dio: il mare dà abbondanti pesci, la terra buoni frutti e gli uomini vivono in pace. Nel 1925 io e tua nonna saremmo voluti rimanere, ma partimmo per l'America per ricongiungerci con i pochi parenti sopravvissuti”.

Ecco, io sono venuto, ho sentito il profumo del mare, ho visto i magici tramonti e ti ho detto un grazie di cuore”.


Guardavo Anatoly e a stento riuscii a trattenere la mia emozione.
Anatoly Harleth tenne fede ad un giuramento fatto al nonno ed alla madre e nel 1995 venne a visitare i luoghi tanto cari ai nonni.
Sciacca: terra benedetta da Dio che rimane nel cuore di chi la vive anche per un solo giorno.

powered by social2s
Articolo-Ritorno-a-Sciacca-Montreal-11.jpeg

L'ultima nostra vacanza, in Sicilia, datava dal 1986.
A quel tempo, avevamo due figli, poi tre anni dopo, nasceva Antonella, ultima di tre figli. Oggi sposata, come gli altri due. Ed è stata proprio lei ad insistere che andassimo in Italia, l'anno scorso, 2019.
Cosi, tra le esitazioni e la forte voglia e nostalgia di ritornare, prenotammo due biglietti aerei Montreal-Roma e poi Roma-Palermo, dove aspettammo un sacco di tempo per la macchina che avevamo prenotato.
Faccio una premessa, io sono siciliana della provincia di Agrigento, precisamente di Cattolica Eraclea. Mio marito è Cosentino. Questa volta scegliemmo Sciacca come nostra meta di vacanze siciliane, anche perché volevo assolutamente andare al b&b della mia amica Angela De Michele.

Quel 4 agosto era tardo pomeriggio quando finalmente lasciammo l'aeroporto e salimmo sulla "nostra" Panda presa a noleggio. Ci avviammo verso Sciacca.

È inutile, ogni volta mi prende una forte emozione, da non poter contenere le lacrime silenziose alla vista di quello splendido panorama che solo la Sicilia sa offrire.


Ci venne incontro Angela, e dopo un'accoglienza calorosa e famigliare come solo lei sa fare, ci fece sistemare nella comodissima camera, dove per prima cosa aprendo la porta si sentiva un profumo di pulito e dove due bianchi cigni fatti con gli asciugamani erano adagiati sul comodissimo letto.
Un soggiorno di due meravigliose settimane passate al mare della spiaggia "Mahili", sotto un sole cocente e le fresche carezze delle onde del Mediterraneo dove trovavo ristoro. L'acqua era limpidissima e gradevole.
A Sciacca, la sera le attività non mancano.
Una splendida cittadina movimentata. La prima settimana ci fu la settimana dell'Azzurro Food, dove si potevano assaggiare le prelibatezze nostrane preparate dai più grandi chef della Sicilia. Il tutto accompagnato di musica con dei bravi artisti.
La seconda settimana ci furono i festeggiamenti di Ferragosto e prima di ciò, la notte di San Lorenzo che passammo in un agriturismo.
Una serata all'insegna del buon cibo, buon vino, bella compagnia e tutto ciò sotto un magnifico cielo di stelle. Memorabile serata.

A Ferragosto, a Sciacca si venera la Madonna del Santissimo Soccorso, altra piacevole ricorrenza che non scorderò mai. Non mi aspettavo di vedere una marea di fedeli... Impressionante la fede e il fervore che hanno i saccensi, molto devoti a questa Madonnina dai grandi miracoli.

Fu tutta una sorpresa per me vedere i cento marinai scalzi che portavano a spalla il Santo simulacro con la statua della Madonna.


Non sono mancati gli scroscianti applausi all'uscita della statua dalla basilica. Mi sono fatta coinvolgere dalla processione durata circa due ore.
Cosa dire della gastronomia di questa spettacolare cittadina? Semplicemente gustosissima, genuina fatta con passione e con prodotti freschi e genuini. La pizza più gustosa la puoi trovare a Sciacca.
Stessa cosa per le arancine e il pesce, e parlando di pesce, come non ricordare la bella serata a casa dei nostri amici Franco e Genny, bravissima cuoca. Tutto a perfezione.
Per non parlare del gelato, la granita, i cannoli e tutta la gamma di dolci e sapori.
Poi, c'è la frutta e non dimenticherò mai la grande scorpacciata di fichi freschi grazie alla generosità dei nostri amici Stefania e Liborio.
Stupenda serata anche da loro.
La cordialità della gente è quasi commovente. Voglio solo raccontare un piccolo episodio.
Un pomeriggio che non andammo al mare, decidemmo di esplorare la città a piedi. Il sole era davvero forte, e questo spiegava le strade deserte.
Io vivendo quasi al polo nord e non essendo abituata al forte calore, ho avuto un piccolo malessere dovuto appunto al calore, e dovetti sedermi su un muretto per riprendermi.
Con mia grande sorpresa, due passanti sconosciuti si mostrarono premurosissimi. Una signora volle offrirmi una bottiglietta di acqua e l'altro signore, dopo di lei, mi mise a disposizione la sua auto per riaccompagnarmi a casa.
Cosa che rifiutai gentilmente ma, ne fui colpita fino alle lacrime.
Ora, guardo le foto e sento già nostalgia della mia terra. Ringrazio la Madonna del Santissimo Soccorso di avermi concesso di fare il viaggio dei miei sogni, e le chiedo di concedermi la grazia di poter tornare ancora una volta prima del mio "ultimo viaggio".
Termino con un verso di una mia poesia scritta in riva al mare, su quella spiaggetta di rimpetto alla casetta, “il tempo potrà cancellare le mie orme ma, non potrà mai estirpare dal mio cuore le mie radici”.

Mediterraneo

 

Respiro carezze di
acqua cristallina
dove raggi infuocati
si riflettono e sono
specchi incantati.
Respirano finanche
sassi di mare
levigati a mo’ di 
confettini multiforme,
sanno di gente genuina
e di storia infinita. 
Mediterraneo, mare mio!
Da qui nacquero 
le mie radici
trapiantate in terre lontane
Terra mia, terra dalle
mille bontà, e di cuore buono.
Come si fa ad andarsene,
e a non tornare più …
Lascio un pezzo del mio cuore
in questo tratto di mare.
Speranzosi i miei sospiri
mentre ti guardo
e mi allontano.
Il tempo potrà cancellare
le mie orme ma, 
non potrà mai estirpare
Le mie radici.
powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.