Video-pillole sul turismo - parte 58

La Sicilia non si dimentica mai… 

Oggi torniamo a Sciacca con una storia che ci ha commosso fino all’ultima parola, degna di un romanzo d’amore..o d’avventura!

Betty Scaglione Cimò ci racconta del suo incontro con il passato, un giovane ragazzo russo il cui nonno, scappato in Italia durante la Rivoluzione Russa, ha trovato a Sciacca e nella famiglia di Betty la gentilezza a l’aiuto in uno dei periodi più duri della sua vita.

Dalla Sicilia è andato in America, ma non si è mai scordato di Sciacca, ed ha sempre portato nel suo cuore la gentilezza e la bellezza del nostro paese, un amore che ha passato anche a suo nipote.

Una 3° generazione che è venuta a riscoprire le sue radici acquisite in questa piccola città Siciliana.

Una storia veramente bella, che ci fa amare ancora di più il paese in cui viviamo, la sua storia e la nostra Italianità! 

Un nuovo appuntamento per il nostro contest #ilFuturoNelleNostreRadici

#italianisuperanotutto #IlFuturoNelleNostreRadici

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Raccontarvi la bellezza di Bracciano è un piacere superato solo dalla possibilità di scoprirla in prima persona, cosa che vi auguro di fare se mai foste nelle vicinanze.
Ma partiamo dall’inizio.
Ah, no, non temete, non dal vero inizio collocato da qualche parte nel decimo secolo, quando nacque questo borgo, ci vorrebbe davvero troppo. Perché è un borgo veramente antico e ne ha passate molte.
Basta soltanto accennare ai saraceni, la famiglia Bracci, gli Orsini, un paio di papi fra cui Borgia, gli Odescalchi, Tom Cruise ed Eros Ramazzotti.
Ah, magari questi ultimi non sono antichissimi, però hanno contribuito a dare visibilità alla bellissima cittadina scegliendo di sposarsi nel poderoso castello di Bracciano. Cosa che non ha portato loro molta fortuna, ma la colpa non può di certo attribuirsi al posto.
Per apprezzare interamente le meraviglie di Bracciano è necessario avere una “veduta aerea” che meglio vi farà comprendere il gioiello che vi sto decantando.
Situato sulle sponde del lago di Bracciano, incantevole lago vulcanico di un blu profondissimo che, oltre al paese da cui prende il nome, ospita altre due località degni di nota: Anguillara  e Trevignano.
[caption id="attachment_50632" align="center-block" width="750"] Veduta di Anguillara Sabazia[/caption]
Il nostro borgo è posto più in alto rispetto alle sue due sorelle lacustre che si sviluppano lungo lago.
Arrivando da Roma, infatti, il viaggiatore si troverà catapultato in una cartolina che fa bella mostra dell’antico castello e il borgo vecchio in primo piano e lo zaffiro cupo del lago incorniciato dal verde rigoglioso sullo sfondo.
Incastonato a metà strada fra Roma e Viterbo, Bracciano è anche a due passi dal mare e a tre dalla montagna, così da dare modo al nostro viaggiatore di scoprire i tesori della Tuscia, le tombe etrusche di Cerveteri , oppure il Parco naturale di Bracciano-Martignano.

Il castello e il borgo di Bracciano


Il primo, ovvio consiglio per il nostro visitatore è quello di “andare a vedere il Castello di Bracciano”. E quando dico vedere, intendo proprio vedere, non visitare.
Certo, visitare il castello è d’obbligo per il visitatore attento, ma quello che è imprescindibile persino per il più frettoloso dei viaggiatori è vedere il Castello di Bracciano.

Per vedere il castello serve una piccola strategia: se tu, visitatore impaziente e voglioso di scoprire subito tutto, se tu ti avvicini troppo alle mura del castello, se vai sotto le sue imponenti torri, ebbene poco o niente vedrai!
Le mura di cinta, i possenti bastioni, la grandezza complessiva della struttura: tutto sopraffarà il tuo desiderio di ammirare tale bellezza architettonica, in quanto di enorme misura.
Ma allontanati un poco, scendi su Via Principe di Napoli e girati per guardarti indietro: scorgerai un pezzo di bellezza che ti farà capire l’insieme. Oppure vai allo spiazzo che porta all’entrata del castello: dinanzi a te si aprirà la maestosità della natura vicina alla maestria dell’uomo.

Il borgo di Bracciano si appoggia sulle mura del castello, le viuzze strette danno modo al visitatore di andare solo a piedi, altrimenti non potrebbe ammirare le case antiche, i vasi fioriti vicini ai portoni o sulle ripide scale nel labirinto di passaggi fiabeschi che s’incontrano a ogni passo.
E nel borgo, fra ristorantini tipici e finestre aperte sulla strada, tutte le vie portano alla Sentinella, un posto che, come dice il nome, veglia sulla valle e sul lago sottostante.

Il lago di Bracciano


Dal borgo si scende al lago, per toccare con mano le sue acque limpidi e fresche.

Per i più impavidi, la passeggiata a piedi risulterà più impegnativa al ritorno, specie se si prende la scorciatoia chiamata ingannevolmente Via del Riposo.
Per gli amanti della vita comoda, invece, si va in auto. Per passeggiare poi sul lungolago e gustarsi un pranzo in uno dei ristoranti che offrono coregone, latterini e altre bontà di lago.
La spiaggia di sassolini o sabbia ferrosa rende le rive del lago scure, ma l’acqua è trasparente e fare il bagno nelle calde giornate estive è una vera goduria.
Se invece non siete venuti per prendere il sole o fare il bagno, potrete sempre far contente le papere, le oche o i cigni buttando loro qualche briciola di pane.

La fauna è varia, alcuni animali (come questi pennuti sempre a caccia di cibo) sono più abituati alla presenza dell’uomo, altri invece sono più riservati, ma se si ha la pazienza e la tranquillità necessarie, si possono fare incontri interessanti in riva al lago. Per i più sportivi il lago offre un’ampia scelta di attività, fra cui la barca a vela, ma anche il windsurf, il SUP o, più placidamente, la pesca.
Da vicino o da lontano, il lago di Bracciano fa scoprire sempre un lato diverso, mai uguale a sé stesso.

Il territorio di Bracciano


Per il visitatore arrivato a Bracciano non c’è solo il castello e il lago, perché Bracciano fa parte di un territorio pieno di bellezze da scoprire.
Poco lontano infatti troviamo Castel Giuliano, una frazione di Bracciano, un pittoresco posticino dimenticato dal tempo. Proseguendo oltre, a piedi e in tenuta da trekking, si raggiungono le Cascatelle, una serie di corsi d’acqua che piombano scenograficamente fra rocce di altezze inaspettate, in mezzo a una natura dall’aspetto primordiale.
A Vigna di Valle, sempre lungo il lago, troviamo il Museo Storico dell’Aeronautica Militare con una collezione di aerei che hanno fatto la storia del nostro paese.


Se invece si è pronti a una gita un pochino più lunga, a qualche chilometro da Bracciano c’è il lago di Martignano, fratello più piccolo e più selvatico del lago di Bracciano che vale di certo almeno una visita. Sprofondato fra valli più aspre, al visitatore che arriva dall’alto delle colline che lo abbracciano sembrerà uno specchio d’acqua di un blu profondo come quello di una gemma incastonata nella natura.
Poco più a nord di Bracciano c’è un altro posto da scoprire a piedi, magari in compagnia di un amico a quattro zampe che molto gradirà la passeggiata: l’antica Monterano, nei pressi di Canale Monterano. Si tratta di un altro luogo avvolto nel fascino del tempo, set cinematografico di vari film fra cui Ben Hur e Il Marchese del Grillo.
E ora, amici, venite a scoprire Bracciano, le sue bellezze vi aspettano per entrarvi nel cuore e nella memoria. A presto!
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Molte volte il lavoro mi porta a visitare i paesi dell'entroterra siciliano e giorno dopo giorno, scopro che sono piccoli scrigni contenenti gioielli di grande valore. Gioiello tra i gioielli è Bisacquino, un comune vicino Palermo da cui dista 75 km.
Nel suo territorio vissero Sicani, Greci, Romani e Arabi.
Quando arrivai per la prima volta a Bisacquino non sapevo dove e cosa guardare prima: le strade strette, i vicoletti, gli archi, i cortili, le scalinate piccole, grandi e lunghe. Tutto quello che mi circondava mi diede da subito la piacevole sensazione di tornare indietro negli anni, anzi nei secoli.
[caption id="attachment_118378" align="center-block" width="712"] Bisaquino by Loredana Plaia[/caption]
Quando giunsi in Piazza Triona capii di trovarmi nel salotto buono del paese.

Mi guardai intorno ed ebbi la piacevole sensazione che mi stesse accogliendo a braccia aperte. Mi fermai un attimo, roteai su me stessa e con lo sguardo ricambiai l'abbraccio.



Rimasi piacevolmente colpita dalla settecentesca chiesa madre con la facciata ricca di volute e statue. Con un portale centrale arricchito da un timpano spezzato e da colonne laterali decorate che conferiscono l'eleganza unica del barocco siciliano.
Entrai in chiesa ed anche lì fui presa dalla sensazione di grande accoglienza, un'accoglienza di fede e arte. Al centro della piazza vi è una monumentale fontana con quattro mascheroni dalle cui bocche esce perennemente dell'acqua fresca.
Amo scoprire paesi nuovi, amo entrare nello spirito dei luoghi e tornare indietro nel tempo. Con Bisacquino è stato semplice: giorno dopo giorno, camminando per le antiche stradine ho scoperto i suoi tesori.
Subito, in me destarono interesse gli eleganti palazzi costruiti in calcilutite triassica, la pietra locale di calcare quasi puro che viene estratta dalle cave sul Monte Triona.
Tantissime e importanti edicole adornano scalinate, archi e cortili e fondono, ancora una volta, cristianità̀ e cultura. Tutte le civili abitazioni di Bisacquino, accanto alla porta d'ingresso, hanno l'immagine sacra della ”Madonna di lu Vazu”.
Ve ne sono di antiche e di moderne, molte sono in ceramica, altre sono delle piccole statue, tantissimi sono in pittura, e poi riposti in piccole nicchie scavate nei muri.
Un giorno scendendo la scalinata, che da Piazza Triona porta ai quartieri Grazia e San Francesco d'Assisi, sentii un intenso profumo di rose trasportato da un leggero zefiro. Prima mi entrò dolcemente nelle narici, poi lentamente mi avvolse come un mantello di essenze e di oli d'oriente.
Mi fermai, girai lo sguardo, e alla mia destra vidi un grande arco sotto il quale vi era una pregevole edicola raffigurante la Madonna del Balzo.
Sotto l'edicola vi era un altare, con dei vasi stracolmi di rose e poggiati per terra decine di lumini a cera di svariate misure. Rimasi ferma, come incantata ad ammirare quel luogo carico di misticismo.
Mi trovavo nel quartiere saraceno, il più̀ antico del paese, un sito di unica bellezza, consapevole che in quel luogo, tra quelle antiche mura vi sono le radici del passato dei busacquinesi.
Bisacquino, dall'arabo “Bueickin” (padre del coltello) è nota per l'artigianato dei coltelli che hanno due particolari caratteristiche: i manici sono ricavati dalle corna di capre e montoni e le particolari ed estrose serrature in ferro, dette in dialetto “toppe”.
Di grande importanza storico e artigianale sono gli orologi da torre, pezzi unici ideati e costruiti dalla famiglia Scibetta. Da alcuni anni, la vecchia bottega dei geniali ed estrosi artigiani del tempo è stata trasformata in un museo.
Quando visitai il piccolo museo dell'orologio, lo vidi come un luogo di fiaba, e mi lasciai trasportare indietro nel tempo in un mondo fatto di ticchettii e di numeri.

Bisacquino, dal latino “Bis-aqua” (ricco d'acqua).


Dopo avere visitato, chiese, conventi e musei decisi di girovagare per il paese. Il caldo di quel giorno era fastidioso ma poco mi importava, io ero alla ricerca dell'acqua.
Una dopo l'altra vidi e ammirai le bellissime fontane di Bis-aqua. Ve ne sono grandi e piccole, a colonna ed a parete e molte hanno accanto il bevaio. Non le contai ma erano tante, e tutte con l'acqua che scorreva fresca e limpida.
Grande emozione uscitò in me la visita al monumentale Calvario, anche lì un insieme di fede, arte, storia e natura.
Quando pensavo di avere visitato tutto il paese, venivo a sapere di altri siti e subito andavo. Così fu per il campanile triangolare della chiesa di San Francesco d'Assisi, secondo in Italia per la particolare struttura.

A proposito di radici è d'obbligo ricordare un figlio di questa terra: Frank Russel Capra nato a Busacchinu il 18 maggio del 1897 e poi emigrato in America.


Frank Capra è stato un regista e sceneggiatore tra i più̀ importanti del XX secolo, un esempio perfetto di umile emigrante diventato celebrità internazionale. A 80 anni Frank Capra, vincitore di tre premi Oscar, tornò a Bisacquino e volle rivedere la terra che gli diede i natali.
Un'altra radice, o meglio una bulbosa, è la cipolla rosa busacchinara. Dolce e profumata, vanto dei produttori locali che le brave massaie trasformano in marmellata per i palati più raffinati.
Un pomeriggio di fine febbraio, quando ancora la vetta del Triona è coperta di soffice neve, sentii forte il desiderio di salire sul grande monte. Quando giunsi al Santuario, oltre al freddo pungente mi accolse uno strano silenzio ed ebbi la sensazione di non essere da sola.
Era il tramonto, il sole scendeva lentamente dietro i monti e in lontananza vi erano tante nuvole bianche che avanzavano come cavalli al galoppo.

Alzai lo sguardo al cielo e vidi centinaia di volti che mi sorridevano.


Chi erano? Un attimo dopo compresi tutto: erano le antiche genti vissute nella valle, venute a ricordarmi che non erano mai andati via. Fieri custodi di una terra rigogliosa, carica di storia e di cultura.
Subito dopo entrai nel Santuario e mi accolse l'amoroso sguardo della Madonna del Balzo e compresi ancora una volta la devozione del suo popolo.
Storia, arte, fede e tanto altro.
Questa è Bisacquino, città del passato, del presente e del futuro avvolta dalla nebbia del Triona e dal profumo delle rose.

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Prizzi è il nostro piccolo centro del mondo, un antico borgo, un dedalo di piccole case abbarbicate sull’antica Montagna dei Fuochi.
Un luogo dove trovarono riparo i pochi sopravvissuti allo sterminio della città di Hippana da parte dell’esercito romano nel 258 a.C. 
Ancora oggi la montagna “gemella”, la Montagna dei Cavalli, ci ricorda le nostre origini. 

Un popolo di mercanti e filosofi, un luogo snodo commerciale per gli alleati Cartaginesi, che venivano accolti nell’agorà, condotti all’acropoli e infine al teatro greco che sovrastava la Valle del Sosio. 
Prizzi paga i nostri sforzi con magnifici tramonti e un panorama unico nel suo genere. 
Perdersi nel dedalo delle sue piccole “vanedde” (strade curve e strette) e sorprendersi con scorci di verdi foreste incorniciati fra le mura delle case è sempre sorprendente. 
Negli ultimi anni pensavamo che questo fosse il più grande tesoro del nostro piccolo borgo. 

Col tempo ci siamo resi conto che il vero tesoro sta nei cuori delle persone che abitano queste montagne. 


La capacità di accogliere indistintamente chiunque nonostante i pregiudizi. Il primo sguardo storto e incuriosito verso lo straniero che dopo pochi minuti si ritrova circondato da gente che scherza. Che offre un caffè, che prepara un pranzo, una cena, che cede una camera per la notte. 

La mattina dopo lo straniero è “prizzitano”!


Rivede le stesse persone nello stesso bar che sembra non siano mai andate via. Lo salutano anche coloro che il giorno prima non erano presenti perché ormai sono stati minuziosamente informati della novità. 

Il distanziamento sociale ha senza dubbio ridotto drasticamente quel che resta del rapporto umano nelle grandi città, ma non è riuscito mai a slegare una comunità che vive di relazioni sociali quotidiane. 
Nel rispetto delle norme, la gente è rimasta unita e forse ha preso coscienza di questo tesoro invisibile ormai molto raro. Questo modo di essere è proprio uno dei carburanti della ripresa produttiva ed economica. 
Lo afferma anche uno psichiatra americano di Dallas che anni fa durante un viaggio in Sicilia si trovò a passare da Prizzi. Gli fu offerta una cena, poi una camera per passare la notte, poi restò qualche altro giorno.
Molti ormai lo conoscevano e si fermavano a parlare con lui, gli mostravano le bellezze della nostra terra. Durante la Pasqua di Prizzi caratterizzata dalla antica tradizione pagana del “Ballo dei Diavoli”, gli è stato concesso di partecipare alla celebrazione pasquale portando a spalla la statua del santo. 
Ha vissuto da protagonista i gesti della quotidianità della tradizione agro pastorale. A Prizzi abbiamo un turismo esperienziale spontaneo sviluppato dall’istinto e dalla voglia di condividere. 
Oggi a Dave Atkinson è stata conferita la cittadinanza onoraria per avere contribuito ad incrementare forme di integrazione sociale, avendo avviato il progetto di Street Art con artisti di Dallas chiamato “Dallas in Prizzi”. 
Dave ha comprato una casa a Prizzi. Camminiamo con passo lento, corto ma continuo. 

L’autenticità inconfondibile del nostro territorio, ormai da anni attira pellegrini e camminatori lungo antichi sentieri, rotte commerciali e percorsi militari di epoche remote. 
Oggi queste vie che sembrano non aver avvertito il passare dei secoli, si traducono nella nostra epoca come itinerari turistici, vie francigene per pellegrini, sentieri da percorrere a piedi, in bici o a cavallo. 
Un territorio, potremmo dire inesplorato, che ha conservato caratteristiche uniche altrove dimenticate da secoli. Il tempo scorre lentamente, ogni passo è pensato, ogni azione e ogni gesto ha un tempo da rispettare. 

La pazienza di veder crescere un prodotto della terra.


Non mancano esempi di riciclo creativo non voluto. 
Ciò che è rotto si ripara o si riutilizza con uno scopo diverso: se avanza una vite la si conserva. Forse queste persone avrebbero veramente tanto da insegnare alle future generazioni che dovranno fare i conti con le conseguenze di anni di sprechi e inquinamento. 

Le nuove dinamiche sociali si nutrono del turismo sostenibile che porta fra le nostre montagne un numero sempre più̀ elevato di turisti camminatori da ogni parte del mondo.  Oggi viviamo in un contesto nuovo e mai sperimentato prima. 
Da una parte ci sono volti scavati dal vento delle campagne siciliane che con la loro coppola e con la loro umiltà̀ ci insegnano ogni giorno a comprendere il nostro passato a conoscere ogni sfumatura di antichi mestieri, prodotti tipici, usanze, tradizioni, modi di dire che esprimono modi di pensare e di vedere il mondo. 
Dall’altra parte ci sono viandanti con culture, lingue e tradizioni diverse. 

Se un tempo vivere in un piccolo borgo era come vivere in una scatola chiusa, adesso Prizzi ci permette di parlare inglese, francese e spagnolo aprendoci a nuove idee, innescando scambi culturali unici e nuove amicizie. 


Dopo aver girato il mondo, aver fatto esperienze di studio e di lavoro all’estero, abbiamo deciso di crederci e tornare nella nostra terra, per fare da ponte fra il signore con la coppola e il visitatore straniero. Fra il tempo del mulo e quello dell’auto elettrica. 

A Prizzi passato e presente si mescolano e imparano l’uno dall’altro.


Ci piace pensare che il nostro territorio sia un bellissimo quadro che fino ad oggi si poteva solo osservare nel momento catturato dal pittore. 
Noi rendiamo reale quella scena.
Rendiamo possibile vedere un magnifico territorio in movimento con workshop su antichi mestieri e prodotti tipici, turismo esperienziale e trekking.
Il tutto all’interno di quella splendida cornice che non possiamo fare a meno di difendere e amare incondizionatamente. 
In un mondo industrializzato, informatizzato, digitalizzato, noi vogliamo sentire l’odore della terra bagnata. 
Una terra che non vogliamo più bagnare con le lacrime ma col sudore della fronte. 

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Era un giorno di maggio del 1875 quando Alberto Maniscalco, detto Bertu Ammareddu, decise di portare la sua piccola barca di pescatore in quella secca a sud ovest di Sciacca dove si pescava con il palangaro dell’ottimo pesce.


Sembrava un giorno come gli altri, ma presto si trasformò in uno di quei momenti che cambiano la storia.
Agganciato ad un amo emerse dai fondali uno splendido ramo di corallo.
Cosciente di aver trovato un tesoro, Bertu ritornò trionfante alla sua Sciacca e riuscì a vendere agli altri pescatori la posizione del banco di corallo per la somma, per lui favolosa, di 250 lire, l’equivalente di molti mesi di lavoro.

I pescatori di Sciacca accorsero sul posto e, resisi conto che pescare il corallo non era cosa semplice, decisero di chiedere aiuto ai pescatori di corallo di Trapani, da sempre adusi a quel tipo di pesca.
Ma Trapani era punto di passaggio delle barche di Torre del Greco, che ogni anno si recavano nei mari d’Africa per la pesca del corallo. La notizia si diffuse rapidamente ed un numero enorme di barche si riversò nel mare di Sciacca.

Il banco sembrava inesauribile, nonostante l’intenso sfruttamento continuava a fornire ingenti quantità di corallo.


Un secondo banco più grande fu scoperto nel 1878 ed un terzo, ancora più grande, nel 1880. Fino a 2.000 barche giunsero da ogni dove, con un popolo di pescatori di 17.000 uomini.
La pesca con alterne vicende durò fino al 1914 quando, con l’inizio della prima guerra mondiale, i sommergibili tedeschi invasero il Canale di Sicilia rendendo impossibile la pesca.
La quantità di corallo pescata in quegli anni fu enorme, quasi 20 milioni di chili, il doppio del peso della torre Eiffel.
Il Corallo di Sciacca fu esportato in tutto il mondo ed enormi magazzini si riempirono delle quantità invendute facendone crollare il prezzo.
Il motivo di questa immensa ricchezza fu scoperto solo dopo molti anni. Si trattava di depositi di corallo fossile, che estirpato dalle falde dei vulcani sommersi di cui il mare di Sciacca è ricchissimo, si era accumulato, nel corso di migliaia di anni, in profonde sacche in fondo al mare.
Lì, immerso nei fanghi vulcanici, aveva cominciato a fossilizzarsi, divenendo più duro ed assumendo straordinarie tonalità di colore introvabili nel corallo pescato vivo.
Oggi il Corallo di Sciacca, rispettoso dell’ambiente naturale in quanto di natura fossile, è preziosissimo. Divenuto quasi introvabile, viene lavorato da pochissimi laboratori per la creazione di gioielli inimitabili.

La sua storia è indissolubilmente legata a quella dell’Isola Ferdinandea, un vulcano che nel luglio del 1831 emerse dal mare di Sciacca fra boati, fiamme e fumi e che, pochi mesi dopo, scomparve. Infatti era costituita solo da ceneri e fu immediatamente erosa dalle tempeste invernali.
Nelle sue immediate vicinanze fu scoperto il secondo di quei miracolosi banchi di corallo.
Nel 1905, in piena epopea del Corallo, nasceva a Sciacca la gioielleria di Concetta Nocito, moglie dell’ultimo rampollo di un’antica famiglia.
Da lei fu creato un numero enorme di Gulere, le classiche collane formate da trentatré sfere di corallo (quanti gli anni di Cristo) finemente sfaccettate e di dimensioni degradanti.

Oggi, dopo quattro generazioni e centoquindici anni di storia, la gioielleria Nocito è ancora lì nello stesso palazzo di famiglia dove era nata. Laura Di Giovanna, pronipote della fondatrice, è la creatrice di gioielli unici lavorati con la maestria degli antichi maestri corallari siciliani.
Il Museo della Storia del Corallo di Sciacca, frutto di venticinque anni di ricerche ed allestito nei locali dell’atelier Nocito, è pronto a raccontarvi la magia di quella straordinaria epopea.

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Rocca Priora è il paese più alto dei Castelli Romani, una posizione pittoresca che regala al viaggiatore un quadro naturale: l’orizzonte spazia dai monti Prenestini, ai Lepini, dalla valle del Sacco alle meraviglie di Roma!!
Dietro Castello Savelli, il castello medievale della famiglia che ha segnato la storia di Rocca Priora, si apre un panorama che lascia senza fiato: la Piazza del Belvedere, lì dove lo sguardo non conosce confini!

Arrivare sulla cima del paese significa attraversare il piccolo e grazioso centro storico, passare per l’arco ogivale, antica porta d’accesso, e ricordare che proprio lì Mastro Titta, boia papalino, eseguiva le sue impiccagioni.
Ma il viaggio non è solo un viaggio nella storia, il paese vive tra architetture antiche e arte moderna, animato da opere di un importante artista Internazionale, il Maestro Mario Benedetto Robazza.
[caption id="attachment_36238" align="center-block" width="700"] Lungo le vie della cittadina si snoda un vero e proprio percorso artistico: alle porte ci dà il benvenuto il sontuoso Cavallo Bianco, poi la fontana del “Trionfo del Bene” e la Fontana del “Narciso” preparano la strada alle stazioni bronzee della via crucis per le vie del centro storico.[/caption]
Il viaggio nell’arte termina nel museo civico all’interno di Palazzo Giaggi, un elegante edificio dove è esposta la prova d’autore dell’opere più maestosa dell’artista: ”L’inferno”.

Rocca Priora si presenta così, tra le sue bellezze naturali e la sua arte e con una bella storia da raccontare che la lega in modo unico al Commercio della Neve! (Leggi anche)
La sua posizione geografica ha da sempre favorito inverni rigidi che portavano abbondanti nevicate, nasce così l’idea di conservare la neve in pozzi, profonde cavità scavate nel terreno che permettevano di compostare la neve alternata da strati di terra e sabbia così da conservare il ghiaccio.
Il trasporto dell’oro bianco verso Roma, per conservare cibo e medicine, avviene di notte, ed è regolato da leggi ed editti speciali e l’industria della neve tenuta sotto lo stretto controllo dello Stato Pontificio.

La raccolta della neve diventa un’occasione speciale per tutti gli abitanti dagli uomini, donne e bambini, che in quei giorni riescono a guadagnare di più. La fine della raccolta un giorno di festa per l’intero paese: tutti andavano festanti e gioiosi al Santuario dedicato alla “Madonna della Neve” per ringraziarla delle abbondanti nevicate.
Una fede che ancora oggi è viva, e una festa che miracolosamente ogni anno si ripete con la copiosa “nevicata di agosto” che trasforma il viale principale del paese in un tappeto bianco, rendendo omaggio alla Madonna delle Nevi e alla messe bianca che è stata il motore commerciale di Rocca Priora nei secoli scorsi.
La natura ha Rocca Priora ha regalato tante cose speciali, i suoi meravigliosi boschi di castagno, il polmone verde dei Castelli Romani, nati per salvare il paese dalla miseria e dall’abbandono. Tutto nasce con una piccola glaciazione che nel 1709 porta temperature gelide in tutto il continente: gelarono pozzi, fiumi, laghi distruggendo ulivi, alberi da frutto e intere foreste!
I boschi sacri di faggi, leggi e latifoglie di Rocca Priora vengono completamente sterminati e la popolazione inizia ad abbandonare il paese! Meno gente meno manodopera per l’industria della neve!
È necessario riportare abitanti nel paese e allora la Camera Apostolica decide di sostituire gli alberi morti con un albero idoneo al clima che dona frutti migliori, gli alberi di Castagno, e di dare in enfiteusi a chi torna in paese 1000 mq di terreno!
Una nuova identità che da inizio ad un nuovo commercio, quello del legname utilizzato fino a Venezia per realizzare le fondazioni delle case grazie alla sua particolare composizione molecolare che tiene lontano l’umidità, e per confezionare botti per trasportare pregiati vini Spagnoli.
Rocca Priora Narciso
Ma c’è di più, nel mese di maggio la primavera regala un nuovo volto al paese la vallata del si veste di un insolito manto bianco, il Narciso dona al paese una nuova immagine e il suo profumo riempie l’aria di emozioni.
Il narciso nasce spontaneo da un grosso bulbo sotterraneo che regala fiori particolari: una corolla interna gialla-arancione che raccorda petali bianchi incorniciati da foglie rette e lineari.
[caption id="attachment_36274" align="center-block" width="750"] Fontana del Narciso di Rocca Priora Robazza by Chiara Rufini[/caption]
Il fiore si lega alla storia del Bel Narciso, che si specchia nelle acque dell’antico lago Regillo e si innamora della sua stessa immagine e rendendosi conto che il suo sogno d’amore non potrà mai realizzarsi si lascia morire nelle dolci acque. Al suo posto le ninfe giunte per donare al corpo sepoltura, trovano un fiore, il fiore della giovinezza a cui viene dato il nome di Narciso.
La festa a Rocca Priora nel mese di maggio, rende omaggio a tutte le mamme e vicoli, strade e case vengono addobbate con amore e passione dai cittadini.
Esperienze speciali da vivere in ogni stagione, accompagnate da feste e sagre, occasione unica per assaporare i gusti tipico di questo paese in cima ai Colli Tuscolani.
[caption id="attachment_42574" align="center-block" width="750"] Rocca Priora - Scottone[/caption]
In Inverno si potrà gustare lo straordinario gusto dello scottone, un formaggio semiliquido realizzato con amore da un giovane pastore, ultimo di sette generazioni, il dolce natalizio per eccellenza, il pangiallo un impasto di miele, cacao noci, mandorle e nocciole preparato dalle mani delle donne del paese.
In estate sarà speciale godere dell’aria frizzante delle notti roccaprioresi gustando la tradizionale bruschetta e tutti i giorni dell’anno gustare il tozzetto, biscotto locale e elemento fondamentale dei rinfreschi dei matrimoni: la sposa lo donava avvolto in un fazzoletto di cotone a tutti i suoi invitati! Un impasto semplice di uova, farina, burro e nocciola arrivato fino all’Expo di Milano.
Un paese ricco di storia, di arte, di natura di sapori, il più alto dei Castelli Romani che vi aspetta per farvi vivere emozioni speciali!

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Video-pillole sul turismo - parte 57

Il futuro è nelle nostre radici, non abbiamo dubbi, e Chiara riparte da Vico nel Lazio!

Dopo mesi di quarantena, la nostra Chiara Rossi ha portato tutta la sua famiglia alla scoperta delle sue radici più vicine, quelle dello splendido borgo di Vico nel Lazio.

Una cinta muraria immacolata, e 24 torri che ancora oggi sono a testamento di una forza e una cultura irremovibile. Un borgo dove si entra nel medioevo per poi trovare particolari connessioni con l’arte moderna.

Vico nel Lazio è anche custode della natura incontaminata dei Monti Ernici, e di un’oasi meravigliosa, custodita da Luciano d’Abbruzzo il “guardiano del bosco”.

Chiara ha passato una giornata insieme alle sue figlie e a suo marito in questo gioiello di oasi, un’esperienza così bella dopo tanto tempo a casa, che sua figlia Virginia ha voluto raccontare le sue emozioni, di una giornata passata tra presente e futuro.

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Vivere in un paese di appena cinquemila abitanti può essere limitante, ma può anche offrire risvolti inusitati.


Ricordo il giorno in cui ero ancora adolescente e mio padre, seduto al tavolo di cucina, comunicò a mia madre e a me che le Ferrovie dello Stato gli avevano concesso un appartamento ad Ancona.
Lo disse con responsabilità, ma il suo viso non era sorridente e quando mia madre e io, con molta spontaneità e immediatezza, dimostrammo il nostro dissenso a trasferirci nel capoluogo della regione, si rilassò felice.

Avevamo tutti e tre il desiderio di rimanere al paesello, profumato e tranquillo.
Erano gli anni ‘60 e il profumo della campagna che arrivava in Via della Franca, così chiamata dal tempo del Medioevo in cui non si pagava la gabella, deliziava i pomeriggi di noi ragazzini che giocavamo sulla strada.
Le mamme, intanto, ricamavano biancheria a mano radunate a piccole crocchie davanti alle abitazioni.
Il profumo veniva dalla campagna, estesa subito dopo le case, dai fiori spontanei e dalle coltivazioni.
L’atmosfera di serenità, di calma e di allegria si consumava in questi quadretti di vita autentica.
I minuti erano collegati fra loro in modo lineare e sciolto con uno svolgimento logico, fedele a concretizzare una realtà vissuta fine a se stessa.
In tarda primavera e in estate, anche la sera dopo la cena, si tornava sulla strada a scambiare chiacchiere e racconti con i vicini di casa e noi ragazzini giocavamo a rincorrere le lucciole che illuminavano il selciato.
Ci si accontentava di poco ma avevamo tutto: la vita salubre, l’amicizia, la famiglia, il paese che ci proteggeva.
Qualche anno più tardi, il nostro divertimento divenne la passeggiata domenicale intorno al Castello.
Ci si preparava il pomeriggio come se dovessimo andare a passeggiare per il corso principale di una grande città e con gli amici ci si incontrava in piazza, davanti all’arco centrale del Castello per fare giri intorno alle mura.
Il Castello era il fulcro del paese perché i negozi, benché pochi, alloggiavano nelle vecchie stamberghe del maniero rimesse a nuovo e aprivano le loro vetrine illuminate.
Il Castello, unico e grande cimelio di anni passati, il luogo di ritrovo per incontri amichevoli e culturali, il nostro cuore pulsante, il nostro simbolo!
Eppure ha perso il suo alone di mistero perché divenne Comune già dal 1817 (oggi solamente una piccola parte appartiene alla Amministrazione Comunale) e quindi di proprietà privata.
Non ha abbandonato, però, la sua importanza culturale e l’ha tenuta viva soprattutto negli anni ’70, in cui era consuetudine ritrovarsi in piazza, davanti alla facciata principale, per discutere di politica, di società, di cambiamento, di tradizioni, di valori culturali e civili.
Fino a poco tempo fa, noi paesani avevamo anche il nostro polmone verdeggiante, per camminate, merende, trekking fuori porta, un posto molto gradevole, Montedomini.

Una collina di appena 100 metri di altezza, sormontata dalla Villa seicentesca dei Conti Ferretti con annesse due case coloniche ormai scomparse e completamente abbandonata all’incuria dell’uomo!
Trecentosessanta scalini per raggiungere la vetta, fra due file di pini secolari, meta di incontri amichevoli e sentimentali, romantico luogo lasciato, come un regalo, agli abitanti del paese dai Conti Ferretti!
I tempi sono cambiati, il territorio del paese si è ampliato di molto. Gli abitanti non sono più soltanto quelli autoctoni, ma la popolazione è ora eterogenea per provenienza, la zona industriale ormai ci ammorba e il paese è costretto fra strade e autostrade, aeroporto e industrie.
Esiste una volontà palese e silenziosa fra la gente di tornare ai tempi passati, più o meno cosciente della capacità di difendere il valore che un piccolo paese possa offrire ai suoi abitanti.
Siamo al tempo del coronavirus e siamo tornati alle origini della natura.
Mi svegliano gli uccellini al mattino, il loro cinguettio proviene dall’alto dei tetti e dai merli, dagli orti rimasti incolti, dalla piazza ove girano indisturbati come nuovi turisti, increduli di questa nuova realtà silenziosa e nel contempo rigenerante.


L’orologio del Castello risuona liberamente i suoi rintocchi.
Passeggiano gli uccellini che non hanno timore di incontri e cantano, mentre il rosa dell’alba colora i mattoni delle pareti del Castello.
L’aria non è più densa, è tersa ed evanescente e l’odore acre, diffuso fino a qualche mese fa, lascia ora spazio al profumo dei tigli sempre più rigogliosi che circoscrivono la piazza.
È tornata la poesia ed è questa che vorremmo regnasse in paese.
Il lavoro, il correre dietro agli impegni, l’affaticarsi per raggiungere scopi, obiettivi, interessi, luoghi, ci richiama?
Non c’è la nostalgia di una vita affaticante e non sempre piacevole.
C’è invece bisogno di un clima di calore affettuoso e avvolgente, profumato e silenzioso, in cui sia possibile ascoltare i nostri bisogni reali e i nostri sentimenti.

Il cuore deve battere per amore e non per paura o sofferenza, insieme all’orologio di un tempo, ovvero quello che scandisce le ore vissute e non temute.
Le ore che possiamo tenere nei nostri ricordi a sottolineare che un periodo non è stato dissipato quando vissuto teneramente, hanno disciplinato il nostro io interiore, hanno permesso alla nostra vita di conquistare una coscienza umana.
È questo un momento di crisi, speriamo che il vecchio muoia per dare vita al nuovo, ricominciamo dall’inizio.
Ed è con questa volontà che la gente, munita di mascherina, inizia a girare intorno al Castello, fra un negozio e l’altro, parlando a due metri di distanza con una certa circospezione e con buon senso.
Gli uomini semplici sono sempre stati filosofi e possono ancora operare per una nuova concezione del mondo e ridare una nuova luce al paese che non vuole tradirli.
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