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Era questa la litania che il 24 giugno, terminate le scuole e appena iniziata l’estate, dava inizio alla novena alla Madonna delle Grazie, ovvero alla Madonna di Santa Maria del Piano a Lioni.

“Oh Mamma delle Grazie,
che in braccio porti Grazie,
a te vengo per Grazie,
oh, Maria, fammi Grazie!”


Sul ponte dell’Ofanto, alle sei e trenta del mattino, mi incontravo con le donne del paese devote a Maria e, durante il cammino che ci portava alla chiesa, recitavamo il rosario, intervallandolo con la popolare preghiera pronunciata con pia convinzione.
Giunte sul sagrato dell’antico luogo di culto, prima che iniziasse la messa, mi riposavo sul sedile in pietra sotto la grata della finestra sinistra, a sentire il rintocco delle campane e ad odorare l’aria tiepida che sapeva di fieno fresco, di latte appena munto e di gigli odorosi.

Intorno, solo la calma e la voce di qualche contadino che, dall’alba, aveva iniziato il lavoro della mietitura.
Sant’Elisabetta e Maria stavano sull’altare, al lato destro. Parlavano.
Con volto sereno. Ai lati della chiesetta, in una delle nicchie laterali, mi incuriosiva la statuetta lignea della Madonna Incoronata di Foggia, che, seduta tra i rami di un albero, sembrava osservare i fedeli.
 
 

Dopo la messa, ascoltata con partecipazione devota, tappa obbligatoria era da “Maria de Savino” e “Peppo de Scanola”, sotto l’albero di gelso rosso accanto al pozzo diroccato.


Per me, era un rito legato all’infanzia.
Maria, scattante, alta e sempre asciutta, prendeva un lenzuolo, che tutti tenevamo per i lembi, e cominciava a scuotere l’albero. Dai rami, come per magia, cadevano i gelsi.
Io, non resistendo al profumo e all’odore di dolce, mi precipitavo a mangiarne quanti più ne potevo. Sotto, era il pozzo.
Mi piaceva osservare quel secchio di ferro precipitare sul fondo e, toccando acqua, emettere un tonfo sordo, profondo. La catena si lanciava nel vuoto, verso il buio.

Dall’alto, si vedevano leggeri i riflessi dell’acqua fresca, in cui, di notte, si specchiava la luna… Non mangio gelsi da anni.


E da anni non vedo alberi di tale frutto che evoca l’oriente.
Non so se l’albero e il pozzo siano ancora lì, dove io immagino che siano, sulla sinistra prima della casa di Maria, tornando a Lioni.
Però, nelle prime sere di luglio, quando anche a Genzano l’aria sa di grano e, nella campagna più aperta è possibile incontrare le lucciole, mi piace pensare che tutto sia rimasto immobile, a Santa Maria “Gnano”.
Che dai robusti rami della pianta di gelso, mossi da qualcuno, cadano quei dolci frutti che sanno d’antico e che il secchio, cigolando ormai arrugginito, continui a precipitare nel pozzo, incontrando l’acqua e portandola a galla.
Proprio come oggi, a distanza di anni, riaffiorano e salgono i ricordi dai meandri nascosti e tortuosi dell’anima mia…

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Pensate stia parlando di un imprenditore edile? Sbagliato!

Tony Malizia è uno dei maggiori costruttori di ponti culturali fra Italia e Canada coinvolgendo tanti giovani dalle due sponde dell’oceano.

E costruisce anche di macchine per le industrie alimentari.

Ma come si diventa costruttori di ponti culturali?

Tutto inizia quando Tony lascia un territorio meraviglioso ma molto povero, la Val di Comino, per andare in Canada. Ma non riesce mai a scordare Settefrati e il suo Santuario della Madonna di Canneto.

[caption id="attachment_47270" align="center-block" width="750"]Settefrati- Santuario Madonna del Canneto by Tonino Bernardelli Settefrati - Santuario Madonna del Canneto by Tonino Bernardelli[/caption]

Una valle che sembra uscita da un quadro di Leonardo da Vinci, dove ogni altura ha un suo castello, dove il vino è profumato, il grano è alto e il formaggio è una vera delizia.

Ma la valle si trova proprio dietro la montagna dell’Abbazia di Montecassino e la Linea Gustav e la seconda guerra mondiale avevano portato fame e il bisogno di andare a cercare spazi altrove.

Durante la battaglia di Montecassino, sua madre era incinta di 7 mesi e aveva già 2 bambini e 1 bambina. Suo padre muore da vittima civile proprio durante gli ultimi giorni della ritirata dei Tedeschi da Montecassino attraversando la nostra Valle di Comino

[caption id="attachment_107605" align="center-block" width="750"] Tramonto su Settefrati by Tonino Bernardelli[/caption]

La storia di Tony: dalla Val Di Comino al Canada

L’arrivo a Toronto in Canada è quasi da manuale. Legge un annuncio in cui cercavano tecnici e manda la sua candidatura al consolato. Preso in meno di 30 giorni.

Aveva 21 anni e già una moglie e la figlia Diana, mentre poi Eddie nascerà in Canada.

Tony aveva studiato e la sua bravura, unita ad una educazione tecnica tradizionale italiana nell’Istituto San Lorenzo di Aversa, lo mette subito in risalto e lo rende sempre più prezioso.

Lavora nel settore delle macchine alimentari e da tornitore arriva ad essere capo-reparto e nel 1970 è già Production Manager.

Le sue alte capacita tecniche fanno crescere rapidamente l’impresa fino a triplicare il fatturato. La ditta viene venduta ad una grande multinazionale Americana (la Cherry Burrell) che progetta, costruisce e distribuisce equipaggiamento per l’industria alimentare in tutto il mondo.

Tony si ritrova fra i manager chiave e in breve tempo è promosso a Plant Manager, responsabile di tutto il reparto di ingegneria e manufattura. A 26 anni, inizia così un’altra fase della sua carriera nella progettazione impiantisca manageriale.

Ma sapendo del suo spirito indipendente, per non lasciarlo andare via gli offrono azioni nella società e Tony diventa direttore, azionista e membro del consiglio di amministrazione fino al 1984, quando i suoi soci decisero di vendere la ditta.

Subentra un’altra multinazionale, molto piu grande, e dopo un breve periodo è nominato Vice Presidente e responsabile per tutte le operazioni di progettazioni per l’industria alimentare e per la produzione in Nord America.

Una posizione di grande responsabilità che lo porta a dirigere oltre allo stabilimento di Toronto anche quello in Wisconsin, USA e lo proietta a livello internazionale come membro della task force ‘fusioni e acquisizioni’ del gruppo.

Ha raggiunto il livello più alto mai sognato, ha una splendida carriera, ma Tony ha un desiderio ed un sogno ancora più grande. Vuole creare una impresa speciale che parte dalla progettazione per arrivare alla costruzione e all’impiantistica di apparecchiature meccaniche per l’industria alimentare, farmaceutica e petrolchimica.

Rende il suo sogno noto ai responsabili della società dando un giusto preavviso e nel 1988 all’eta di 44 anni crea la ADM Stainless Inc che si può leggere come acronimo del suo nome o di quello della moglie e dei figli. Oggi la società è amministrata da suo figlio Eddie con il supporto amministrativo della figlia Diana

Quando decide di mettersi in proprio, allora inizia a costruire i suoi ponti. Ma prima un’altra storia e un incontro particolare.

Parlando con Tony, circa i suoi incontri nel suo mondo industriale ci racconta la sua ammirazione per Callisto Tanzi, un gigante dell’industria del latte nel mondo e il fondatore della Parmalat.

Si erano incontrati come un industriale e un fornitore di processi industriali e da questo era nata una collaborazione e un rispetto reciproco che portò vantaggi tecnici e finanziari ad entrambi.

Il primo incontro era avvenuto alla fiera del latte di New Orleans dove nacque una intesa e una cooperazione che portò la Parmalat in Nord e in Sud America con impianti di processi di alta qualità costruiti dalla ADM Stainless Inc.

Un traguardo che porterà ad una grande credibilità mondiale e alla proposta di fusione della ADM con il mondo Parmalat. Fusione che Tony riuscirà a deviare restando indipendente ed essenziale.

Forse è proprio questo connubio fra intuito commerciale e sapienza tecnologica che fece crescere il gigante del latte nella prima fase della sua storia, nel continente Americano, prima che l’ubriacatura finanziaria distruggesse tutto.

Tantissimi imprenditori come Calisto Tanzi hanno apprezzato la grande e sempre innovativa qualità dei macchinari e le novità che ogni giorno la ADM Stainless di Tony apporta con idee e soluzioni tecniche. Una ricerca di perfezione totale riconosciuta come “Solution Providers”. Oggi Eddie e Diana sono già al servizio creativo di quelle industrie dove lo spirito di innovazione tecnologica non può mancare.

Ma torniamo al costruttore di ponti. Fra Settefrati in Val di Comino e la comunità di italiani in Canada.

Subito, appena arrivato in Canada, Tony è il co-fondatore del Comitato Pro Settefrati per promuovere le tradizioni della Valle di Comino e per i devoti della Madonna di Canneto, un santuario che ogni anno vede circa 60.000 persone da 3 regioni andare in pellegrinaggio a Settefrati durante il mese di agosto.


Nel 1968 il comitato Pro Settefrati (fra cui il giovane Tony di 24 anni nelle vesti di segretario del comitato) con la cooperazione e il supporto del famoso Settefratese Domenico Vitti, fanno costruire una copia della statua della Madonna. Questa permette di replicare il pellegrinaggio da Settefrati a Canneto presso il Monastero di Mary Lake dei Padri Agostiniani a circa 50 km a nord di Toronto.

Il Monastero si trova in un’area di oltre 320 ettari con un lago ed un paesaggio che ricordano emozionalmente un poco la Valle di Canneto a Settefrati. Un ottimo posto pere fondere cultura, tradizione e religione nell’animo dei devoti della Madonna di Canneto.

Gli anni passano, aumentano le generazioni nella famiglia e nascono nuove esigenze. I piccoli non sono più italiani emigrati ma sono canadesi con radici italiane. Il comitato Pro Settefrati diventa la Canneto Society inc, con la speranza di allargare gli orizzonti, ma questo non avviene perché le visioni, la cultura e le tradizioni si sono confuse con quelle Nord Americane.

Le loro visioni e i sentimenti nei confronti dell’Italia sono diversi ma Tony vuole che i giovani Italo Canadesi, sappiano trarre forza e vantaggio dalle radici italiane e, in particolare, della Valle di Comino.

Allora nel 2018 Tony, con il sostegno totale della comunità, decide di prendere il controllo della Canneto Society avvicinandosi ai giovani Italo/Settefratesi/ Canadesi di seconda e terza generazione per risvegliare in loro il desiderio di riscoprire le loro origini e l’amore per il luogo di provenienza.

In Italia i ragazzi non si sentono veramente a casa, ma la forza viene dalla intersezione di Canada e Italia e bisogna gettare un ponte fra le due culture. Un ponte nato dalla fusione delle due culture, fra le quali la originale Valcominese dovrà sopravvivere e fecondare.

Sorpresa: l’80% degli iscritti alla Canneto Society appartiene alla 2° e 3 ° generazione. Il ponte interculturale, intergenerazionale, interspaziale.
Il ponte per il futuro.

Ed ora sta a noi osservare chi attraverserà questo ponte dalle due sponde, e magari raccontare qualche storia per aiutarli a penetrare nella nuova cultura. Cultura Canadese per i ragazzi italiani e cultura italiana per i ragazzi canadesi.

Per questa sua attività di costruttore di ponti italo-canadesi e per la sua valorizzazione e promozione di Settefrati, Tony Malizia ha ricevuto il Premio Town Ambassador di Settefrati.

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L’albero, tagliato a metà da un muretto, nasconde parte del paesaggio che sto ammirando.

Mi trovo in un posto dove di alberi ce ne sono pochi. Questo albero, che non mi consente una visuale completa di quello che ho di fronte, è uno di quei pochi che è riuscito ad attecchire in questa zona.
E pensare che, qualche centinaio di metri più a valle, di alberi ce ne sono a migliaia: sono i boschi della fascia mediana del vulcano più alto d’Europa.

Il mio albero solitario è riuscito a crescere fra le vecchie lave che il vulcano ha eruttato in migliaia di anni e io voglio, in questo momento, che faccia parte di quello che la mia vista sta trasmettendo al mio intero sentire.


Conoscendo quello che vedrò, avverto i primi brividi di piacere.
Qui dal costone in cui sono, faccio ancora qualche passo affinché quell’albero si sposti un po’ e mi permetta così, suscitando sensazioni sempre più intense, di ammirare nella sua completezza un immenso spettacolo che la natura ha creato: la Valle del Bove a Zafferana Etnea.


Ci si arriva percorrendo un sentiero che parte da Monte Pomiciaro, che dapprima si insinua in mezzo ai boschi di castagno, quindi, man mano che gli alberi si diradano, si inerpica fra le vecchie lave ricoperte di muschi e licheni, fino a che queste diventano nude e aride.
Qui il sentiero, tracciato dagli innumerevoli passi dei visitatori, avanza stretto fino ad essere il divisorio di due costoni. Il sentiero, oggi leggermente appiattito, e i due costoni rimandano ad un’immagine che evoca un mondo rurale ormai scomparso: siamo giunti sulla schiena dell’asino.
Quindi appena l’albero lascia libera la visuale, sulla mia destra si apre improvvisa la valle che, ad ammirarla ti costringe a sederti, ti fa immergere in quella natura diventando così un tutt’uno con essa.


Brividi di piacere e sensazioni di pace assoluta ti pervadono.
Serbatoio naturale di lave fuoriuscite da quel versante del vulcano, rappresenta un sicuro sbarramento al correre del magma verso i centri abitati vicini. Questa immensa conca si formò quando una parte dell’Etna collassò sprofondando per centinaia di metri.
Le sue pareti, spesso irregolari, prendono il nome di serre come quella chiamata delle Concazze. Questa, invece, che culmina con la schiena dell’Asino, è più regolare delle altre e viene chiamata serra del Salifizio (scorpione).
Riprendo il cammino e mi accingo a raggiungere il punto finale del sentiero sormontato da una croce di ferro. Lì mi siedo e il mio sguardo spazia a 360 gradi, ammirando la maestosità del luogo.
Quindi si spinge oltre.
Dopo il grigio delle lave vecchie e il quasi nero di quelle più giovani, ecco il verde dei primi pini, poi quello più fitto dei castagni ed infine il mare che brilla da lontano di un azzurro intenso.
La costa si svolge sinuosa fino ad intravedere Taormina e, ancora più lontano, il continente con i primi rilievi della Calabria. Mi giro e le lave, inerpicandosi e diventando sempre più indefinite, sfumano in un blu-grigio che è il colore dominante del vulcano visto da lontano.
Ogni volta che raggiungo questo posto è come se lo vedessi per la prima volta. Qualcosa appare cambiato, colgo qualche particolare nuovo o che non avevo visto, ma ogni volta si rinnova quella stessa sensazione di pace e tranquillità interiore.
Questo è un luogo dell’anima, quasi una medicina, o meglio, una droga, della quale non si può farne a meno. Purtroppo devo patire lunghi periodi di astinenza ma, ogni volta che torno in Sicilia, la mia dose è sempre a portata di mano ed io avido ne approfitto sempre.
Rimango un tempo indefinito a godere di questo spettacolo, facendo mio un verso del mio poeta preferito: “e il naufragar m’è dolce in questo mar”.
Poi sazio di quel cibo per la mente, riprendo il cammino verso casa, dando un silenzioso e speranzoso arrivederci alla mia valle.
 

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È sempre stato il mio sogno, decorare la ceramica in stile siciliano.
Un giorno, grazie ad una mia amica, vengo a sapere che ad Aci Sant’Antonio un maestro decoratore di ceramica tiene un corso per un gruppo di amiche nel museo del carretto siciliano.

Si narra che Aci Sant’Antonio deve la propria origine da Jachium, misterioso insediamento di origine greca del quale oggi non si hanno più tracce.
Una ridente cittadina situata tra il mare e le pendici dell’Etna, e si presume sia stata fondata nell’anno 1169 da un nucleo di abitanti che, a seguito di forti scosse di terremoto, lasciarono la zona costiera per ritirarsi in queste contrade ricche di boschi.
Aci Sant’Antonio si vanta di essere la città del Carretto Siciliano, ed è proprio il suo museo ad esso dedicato, una delle maggiori attrazioni da visitare.
Questa tradizione iniziò a svilupparsi già dal XVIII secolo, periodo molto fiorente nell’ambito commerciale.

Nacque così l’arte del Carretto, dalla costruzione alla ricca decorazione, espressione artistica portata al massimo livello dal maestro Domenico Di Mauro venuto a mancare recentemente all’età di 103 anni.
Tramite la mia amica Marinella, chiedo di potere accedere al corso di decorazione. È così che inizia la mia avventura.
Appena entrata nel museo, l’emozione è grande quando vedo un carretto siciliano messo a riposo tra le balle di paglia dopo una vita di onorato lavoro nei campi.
Per un attimo vado indietro nel tempo e mi rivedo bambina nella mia assolata campagna sul carretto siciliano, con mia nonna Sara e la dolce Nina, che poi tanto dolce non sembrava quando si imbizzarriva al passaggio di qualche rara auto.
Il sorriso di Salvo, fiero allievo del grande maestro già citato, mi riporta al presente, e vengo accolta come fossimo amici da sempre.
Il mio sguardo si posa sulle pareti ricoperte di ceramica e sul tavolo già pronto per la lezione, così inizia il mio viaggio tanto desiderato.
Pian piano, lezione dopo lezione, con la guida di Salvo, tra il chiacchiericcio e le risate con le amiche, realizzo i miei primi lavori.
La prima volta che assisto all’apertura del forno, lo stupore è grande, i colori brillano, sono pieni di energia, vien voglia subito di mettersi al lavoro per ripetere infinite volte la magia.
Adesso, dopo questa quarantena, non vedo l’ora di tornare al museo, il mio Don Turiddu da completare mi aspetta, con le mani sui fianchi e lo sguardo fiero perso nell’orizzonte della vita.

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La voglia di uscire, di caricare tutto e tutti in macchina e di ricominciare a viaggiare.
La radio che canta una canzone diventata per noi simbolo di rinascita, “Viva la libertà”. La cantiamo insieme felici, allegri mentre per la prima volta dopo tantissimi giorni usciamo fuori dai confini del nostro paese.

Non abbiamo più il nostro olio per cucinare e allora la direzione può essere solo una: decidiamo di andare a Vico nel Lazio per comprare l’unico olio che il nostro palato conosce e riconosce.
Mamma mi racconta che quando era piccola come me suo nonno la portava sempre lì, in quel paese così piccolo ma così bello.
La portava a passeggiere dentro quelle mura, tra quei vicoli che custodiscono ancora oggi tanti bei ricordi, quei ricordi che mamma mi racconta con gioia ogni volta che camminiamo nelle strette e pulite stradine di Vico per andare a ricercare la casa dove il mio bisnonno è nato.

Ogni volta puntualmente ci perdiamo ma alla fine percorrendo in lungo e in largo, da una porta di ingresso all’altra il paese, riusciamo sempre a trovare quella piccola casetta fatta di pietra bianca.
Solitamente il giro è sempre lo stesso, arriviamo cerchiamo un posto dove mangiare, andiamo a controllare che il nostro uliveto sia sempre in ordine, compriamo il buonissimo e insostituibile Olio Ernico, salutiamo i nostri parenti e poi si riparte per tornare a casa.
Oggi è stato un giorno diverso, abbiamo deciso che per mangiare avremmo dovuto trovare un posto speciale all’aria aperta che potesse accoglierci in una giornata così speciale.
[caption id="attachment_117846" align="center-block" width="750"] Foto di Luciano d'Abbruzzo[/caption]
Mamma si è ricordata che aveva sentito parlare da un suo caro amico con entusiasmo e passione di una Oasi Naturale che si trovava proprio nel territorio di Vico nel Lazio.
Il tempo di una telefonata e pronti raggiungere quel posto così speciale e iniziare una nuova scoperta.
Abbiamo parcheggiato la macchina e ci siamo incamminati tutti e quattro con zaini in spalla verso la nostra destinazione.
Abbiamo camminato ben 2 chilometri su un sentiero incantato di bellezza e natura, si sentivano solo le nostre voci, la nostra allegria, la nostra felicità accompagnate dal suono degli uccelli, dal canto del cucù e dal saluto di qualche viaggiatore che come noi è in cerca di un posto speciale!


Luciano, così si chiama l’amico di mamma, ci aveva detto che dovevamo percorrere solo 1 chilometro per arrivare da lui, ma noi abbiamo continuato a camminare per molto di più fino a che ci è venuto in mente che forse avremmo potuto sbagliare sentiero.
Perché davanti ad un bivio indecisi se girare a destra o a sinistra abbiamo lasciato la scelta a papà confidando nel suo istinto di grande topografo.
Abbiamo affrontato una lunga salita che non ci portava da nessuna parte così abbiamo chiamato Luciano che ci confermava che la strada era sbagliata!!
E allora si caro papà avevamo ragione noi, ancora una volta!
Si torna indietro, la mia sorellina è felice perché’ per lei che ha solo 4 anni quella salita era veramente molto faticosa e la discesa sicuramente più facile da affrontare.

Finalmente stiamo per arrivare, in lontananza vediamo un piccolo asinello che cammina in quel meraviglioso e curato bosco. Poi un gallo che canta e il cane che abbaia per avvertire che degli ospiti stanno per arrivare.
Luciano ci sta aspettando per accoglierci da buon “buon guardiano del Bosco” per farci gli onori di casa e per presentarci tutti gli abitanti di quell’oasi incantata, l’Oasi degli Ernici.
Ci lascia a mangiare in famiglia.
Inizia il nostro pranzo al sacco, mamma è super organizzata ma io noto una cosa particolare, un gatto nero che arriva a darci il benvenuto.
Spero che il detto non sia vero, e spero che quel gatto non ci porti sfortuna. Per non sbagliare mi metto silenziosamente alla ricerca di una coccinella così da provare e bilanciare la storia del gatto nero.

Mamma e papà continuano a ripetermi di scordarmi di quel gatto nero … ma ecco che inizia a tuonare.
In tutta fretta rimettiamo in ordine e riprendiamo con passo veloce la discesa verso la macchina, ora il bosco ci protegge come un grande ombrello contro i goccioloni che cominciano a scendere sempre più forti.
La mia sorellina sale in braccio a papà, io corro velocemente accanto a mamma, i teli che dovevano servirci per sdraiarci sul prato ci avvolgono per non bagnarci, ma alla fine cosa vuoi che sia... è solo acqua e anche questa fa parte di quella natura che tanto ci è mancata.
Appena usciamo dal bosco smette di piovere e riesce il sole, ma ormai è tardi siamo tutti e quattro bagnati fracidi ma felici.
Ma alla fine avevo ragione io, il gatto nero non ci ha portato proprio fortuna. O forse sì questo ancora devo deciderlo!
Con oggi il nostro futuro inizia una nuova pagina e noi abbiamo deciso di scriverla con il cuore, partenendo dalle nostre radici!
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Video-pillole sul turismo - parte 53

Oggi andiamo nel borgo di Sorano, una Città del Tufo. Un paese Toscano a confine con il Lazio nella zona dove la geologia si è divertita a creare paesaggi particolarissimi.

Sorano, come Civita di Bagnoregio, è un borgo costruito su una roccia di tufo che ‘galleggia’ sull’argilla. Le costruzioni in tufo si fondono con le rocce e danno vita ad un paesaggio veramente unico. 

La storia che ci racconta Angelo è fatta di emozioni, riti giovanili e ricordi preziosi di una vita semplice e tranquilla vissuta in uno di borghi più belli d’Italia.

Ma è anche la storia di un rito di iniziazione in cui i giovani imparano a superare le proprie ‘paure’ e a crescere.

Pensare alla sua storia fa venire a galla tantissimi ricordi comuni della nostra gioventù, e siamo felici di poter condividere il suo racconto con i nostri lettori.

Una testimonianza di amore verso proprio paese e di come i nostri piccoli borghi riescano a farci crescere in un’indipendenza che è tutta Italiana.

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#italianisuperanotutto #IlFuturoNelleNostreRadici

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Video-pillole sul turismo - parte 52

Tramonti da 10 e lode A Danta di Cadore!

Sono tante le cose che ci emozionano di un paese, per Rosaria sono i tramonti.

Originaria di Paliano, Rosaria ha deciso di raccontarci delle sue vacanze passate nel piccolo borgo di Danta di Cadore in Veneto.

Immerso in una zona di montagna, tra le tante meraviglie che le ha offerto in questi anni di villeggiatura ci sono stati i suoi tramonti, che ogni sera le permettevano di tirare fuori il telefonino per una foto.

Le sue foto sono veramente splendide e ci fanno vedere come, anche se viviamo sotto lo stesso cielo, i nostri occhi e il nostro cuore riescano sempre a dipingere emozioni diverse.

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#italianisuperanotutto #IlFuturoNelleNostreRadici

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Scordia ti investe con un caldo afoso e intenso: è un paese della piana di Catania in cui sono stata la prima volta per ragioni di lavoro.

È stato come precipitare nei racconti verghiani: il paesaggio è arso, assolato, dipinto di giallo come i girasoli di Van Gogh che mi fanno ripensare a “Vita dei campi”.
La piazza San Rocco con la sua pietra calcarea fa da cornice all'omonima chiesa Madre che si presenta in stile barocco siciliano.
Nel 1628 contemporaneamente al suo palazzo, il principe Antonio Branciforte fece costruire la chiesa dedicata a San Rocco, patrono del paese. Al tramonto i contorni della chiesa, la piazza e la statua del Santo posta al centro, assumono una luce rosata.
Aggirandomi per Scordia, mi colpisce la bellezza austera di piazza San Francesco, con il suo convento dei frati riformati e l'annessa chiesa di Sant’Antonio.
Poi il panorama del Vallone Cava, color ocra con dei cespugli verdi di macchia mediterranea in mezzo al letto del torrente dove un tempo le donne andavano a lavare i panni.
Si respira un'atmosfera verghiana tra le viuzze e i palazzi ottocenteschi come i palazzi Paolì, De Cristofaro e la magnifica residenza principesca del palazzo Branciforti ormai vetusta.
[caption id="attachment_117754" align="pull-left" width="225"] Foto di Giovanni Verga (1)[/caption]
Lungo la prosecuzione di via Guglielmino, si affacciano antiche costruzioni, le cosiddette Case Cancellieri, che facevano parte della dimora dei signori del Casale di Scordia Suttana prima che questo divenisse principato.
Con Antonio Branciforte è avvenuta la "rifondazione" grazie alla “licentia populandi” concessa dal viceré spagnolo, nel 1628, e nasce ufficialmente il paese di Scordia.
Queste casette piccole che si sporgono sul vallone mi ricordano la Canziria e mi sembra improvvisamente di poter scorgere uno dei personaggi di Giovanni Verga.
Si possono ammirare due foto scattate dal ‘vate’ dal treno in movimento nell'atto di attraversare Scordia, in direzione di Vizzini, che ritraggono due località sopraelevate della città degli agrumi.
[caption id="attachment_117757" align="pull-left" width="225"] Foto di Giovanni Verga (2)[/caption]
Il libro è conservato nella locale Biblioteca comunale intitolata al pittore Giuseppe Barchitta, e ospitata nel bellissimo palazzo tardo-settecentesco Vecchio-Maiorana.
A Scordia ritrovo le mie origini, in una delle vie, scopro il palazzo Alonzo appartenuto al mio bisnonno Gesualdo, un notabile del paese, più volte sindaco del paese.
E nella mia mente riecheggiano i racconti talvolta insoliti sui miei importanti zii.
Infine, scopro una chiesetta in pietra calcarea, Santa Maria Maggiore in piazza Regina Margherita, costruita sulla vecchia chiesa quando Scordia era solo un casale, si hanno le prime notizie della sua esistenza nel 1308.
Distrutta dal terremoto del 1693 fu ricostruita per l'iniziativa dell'inquisitore del Regno di Sicilia don Matteo Imperia, mio avo!

Il mio ritorno a Scordia per motivi professionali, ha segnato felicemente la mia vita, perché proprio in Biblioteca, al palazzo Vecchio-Maiorana ho sposato il mio affascinante bibliotecario.
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