Sciacca-Angela-De-Michele-1.jpeg

È tra le perle della Sicilia, affacciate e bagnate dal Mare che fu "Nostrum" il Mediterraneo. Un mare che nel Medioevo era chiamato Mar di Barberia, quando vi scorrazzavano in lungo e largo corsari e briganti.
[caption id="attachment_116171" align="center-block" width="955"] Sciacca - Foto by Angela De Michele[/caption]
Questa perla è Sciacca.
La città che perde le sue origini nella notte dei tempi. La città secondo la tradizione di Cocalo il re dei Sicani. La città del Monte Kronio, considerato dai Greci montagna sacra per essere portatrice di salute e far star bene grazie alle terapie termali già in uso in quelle lontane epoche.
Possenti vapori acquei vi fuoriuscivano: erano le mitiche Grotte di San Calogero, un luogo di ristoro, di venerazione e pellegrinaggio per secoli e secoli.
Asceti, viandanti, devoti, pellegrini, ricchi patrizi nell'era romana fino ai tempi del Vicereame di Spagna.
Certo Sciacca non è solo ricordata per il termalismo, Sciacca è il Carnevale di Sicilia che dà gioia e vita per le strade e le piazze per quasi due settimane con particolari sfilate di carri allegorici e meravigliose maschere carnascialesche.
Sciacca  è famosa nell’arte della ceramica tra le più pregiate in Italia e nel Mediterraneo. Una tradizione che fece scuola per poi rifarsi a quella greca-romana quando l'argilla veniva lavorata a mano per farne anfore, orci e vasellame.
Varie dimensioni e capienza usate per i commerci e la conservazione di liquidi, in particolare olio e vino che venivano coltivati nell'entroterra e poi smerciati nelle Provincie romane.
Oggi quella arte rimane nella lavorazione delle maioliche e della ceramica artistica celebre in tutto il mondo.
La città conserva monumenti con opere inestimabili nelle chiese: dalla Basilica Maria SS. del Soccorso a Santa Margherita alla Chiesa del Collegio a San Domenico al Carmine alla Madonna dell'Itria, patrona della Sicilia, a Sant’Agostino.
Il tempo non è riuscito a portargli via i castelli quello storico dei Perollo fatto erigere da Gilberto, il genero di Ruggero re di Sicilia, e quello vecchio dei Luna, acerrimi nemici dei primi che scrissero nel sangue pagine tremende nella storia d'Italia.
Se oziate in giro per la Sicilia è immancabile una sosta a Sciacca la Città di Tommaso Fazello il più grande storico siciliano del XVI secolo.
A presto a Sciacca.

Foto di copertina by Angela De Michele


 

powered by social2s
origini della Città Morandiana
origini della Città  Morandiana

Prima di iniziare a parlare di rigenerazione urbana, sarà opportuno chiarirci sul significato di città, in modo da evitare fraintendimenti rispetto agli obiettivi che vogliamo raggiungere.

[caption id="attachment_117466" align="center-block" width="750"] Le origini - Archivio multimediale "Città Morandiana"[/caption]

Oggi intervenire sul tessuto urbano significa ripensare la sua struttura fisica, nell'ottica delle esigenze del vivere contemporaneo e di una visione del futuro, soprattutto tenendo conto dei suoi caratteri identitari e connotanti.

La città, ontologicamente, non è. La sua fisicità è solo una parte del suo esistere, in quanto organismo complesso. L'altra parte, la più importante, è la comunità grazie alla quale la città vive, cresce e assume una sua riconoscibile identità.

Questo principio, più filosofico che tecnico, è il presupposto dei nostri progetti per lo spazio pubblico. Ed è opportuno che la politica accetti il confronto, avendo il coraggio di fare sintesi tra le tesi che arrivano dallo studio ai più alti livelli della ricerca scientifica e le pulsioni provenienti dalle comunità insediate.

[caption id="attachment_117469" align="center-block" width="750"] Nascita della Fabbrica - Archivio multimediale "Città Morandiana"[/caption]

Il progetto dello spazio pubblico, diventerà, così, concreta occasione di un piano di rigenerazione urbana e non si ridurrà alla solita, sterile operazione di maquillage. Al contempo, sarà, per la comunità, strumento di crescita sociale, culturale, economica, di coinvolgimento, di partecipazione attiva, di coesione e inclusione sociale. La comunità ritroverà, nella città, la sua identità e i tratti connotanti del suo appartenere ad essa.

In questo modo è nato il progetto Ri-Gymnasium per Colleferro , per il quale, la chiave è stata la riscoperta, la tutela e la valorizzazione, del nucleo originario di fondazione, la Città Morandiana, su cui si sta costruendo un nuovo modello di sviluppo, per la città e per il comprensorio.

[caption id="attachment_117481" align="center-block" width="750"] Piano Morandi - Archivio multimediale "Città Morandiana"[/caption]

Il caso della Città Morandiana di Colleferro

Colleferro nasce dalla spinta del governo Giolitti che ha la necessità di sviluppare l’industria bellica italiana e, dunque, promuove investimenti privati per la realizzazione di fabbriche di esplosivi.
[caption id="attachment_117472" align="center-block" width="750"] Fabbrica BPD - Archivio multimediale "Città Morandiana"[/caption]

Da questo impulso, nel 1912 nasce la società B.P.D. Bombrini – Parodi Delfino. La sede della fabbrica è l’area della stazione di Segni-Paliano a sud di Roma, un importante centro di comunicazione che ancora oggi è al centro di qualsiasi intervento di rigenerazione.

[caption id="attachment_117478" align="center-block" width="750"] La comunità - Archivio multimediale "Città Morandiana"[/caption]

L’attività imprenditoriale della B.P.D. grazie all'intelligenza e alla lungimiranza di Leopoldo Parodi Delfino, unisce all’espansione produttiva quella sociale, rivolta ai lavoratori della fabbrica. Per certi versi un anticipatore di alcuni imprenditori illuminati come Adriano Olivetti

Dopo la Prima Guerra Mondiale le produzioni di Colleferro iniziano a diversificarsi, si amplia l’area produttiva e cresce il numero dei lavoratori impiegati. Alla fondazione, nel 1916, del primo villaggio operaio liberty di Michele Oddini, segue nel 1935 la nascita del nuovo Comune di Colleferro.

Leopoldo Parodi Delfino affida al giovane Ingegnere Riccardo Morandi la progettazione del Piano di Fabbricazione della nuova città: nasce la Città Morandiana.

Morandi qui lavorerà fino agli anni ’70, sperimentando l'uso del cemento nelle sue estreme e nuove applicazioni, tra cui il precompresso e il Telaio Morandi, essendo colui che

«Ebbe la ventura di realizzare il sogno di Le Corbusier: quello di costruire un’intera città, Colleferro» (M. Orazi).

Riccardo Morandi dirà: «Sono entrato nel campo dell'architettura dalla porta di servizio, a un certo momento gli altri si sono accorti che facevo architettura».

[caption id="attachment_117487" align="center-block" width="750"] Piazza Italia - Archivio multimediale "Città Morandiana"[/caption]

Il centro del Piano Morandi è rappresentato da Piazza Littoria (oggi Piazza Italia), uno spazio dove si ritrovano gli elementi tipici della Città di Fondazione: il porticato, la casa del fascio e il municipio. La chiesa di Santa Barbara, disegnata dallo stesso Morandi, spostata dalla piazza e inquadrata in una prospettiva estremamente suggestiva, è caratterizzata dal pronao e dalla torre campanaria, realizzati in conglomerato di cemento lavato.

L’aspetto monumentale e rigido del cuore civico cittadino, si ammorbidisce sinuosamente nello sviluppo del piano urbanistico che, nella parte residenziale, segue l’orografia del terreno con elementi formali riconducibili alla città giardino inglese.

[caption id="attachment_117490" align="center-block" width="750"] Chiesa di Santa Barbara - Archivio multimediale "Città Morandiana"[/caption]

Colleferro è sintesi delle Città di Fondazione del ‘900, urbanisticamente nasce come Villaggio Operaio Liberty, con abitazioni e servizi primari per le maestranze, e si sviluppa negli anni ’30 diventando Città Aziendale, con un linguaggio tipico dell’architettura razionalista e della Città Giardino.

L'intervento di Ri-Gymnasium

Abbiamo cominciato costituendo le reti di imprese, concepite con legami stretti alla pubblica amministrazione, necessarie a supportare il progetto Colleferro '900, con il quale comunicare la bellezza complessa dello spazio urbano.

Una azione volta all’esterno ma anche ad alimentare la percezione del valore del nucleo di fondazione tra i cittadini residenti.

Con “Colleferro '900” la città ha conquistato il titolo di Città della Cultura della Regione Lazio 2018 e il nucleo di Fondazione è diventato Complesso Monumentale Città Morandiana.

[caption id="attachment_117493" align="center-block" width="750"] Mercato - Archivio multimediale "Città Morandiana"[/caption]

Questo lavoro sulla ricerca identitaria e sulla comunicazione ha visto protagonisti il Sindaco Pierluigi Sanna e l'intera amministrazione comunale, in una visione condivisa e ad ampio spettro. Grazie alla condivisione ha innescato un processo di rinnovata consapevolezza e di orgoglio, nei cittadini residenti e in chi arriva da fuori, rispetto alla percezione del valore e della bellezza della città.

Tutto ciò, unito ad un lavoro coerente sulla qualità fisica dello spazio urbano e delle strutture che ne sono parte, ha consentito a Colleferro di essere dichiarata Capitale Europea dello Spazio 2021.

powered by social2s
Danta-di-Cadore-Rosaria-Moroni-1-1.jpg

Immaginate un paesino di montagna con le seguenti caratteristiche: non turistico, piccolo quanto basta ma ben organizzato. Un sogno.

Danta di Cadore si riassume in circa 500 abitanti, una chiesa, una scuola, un negozio che vende tutto, un bar e un albergo dove gustare la migliore pizza che io abbia mai assaggiato.
Tante località di montagna lottano contro lo spopolamento e le difficoltà di vivere in un luogo dove la natura condiziona la vita delle persone e rende complesse alcune attività, come ad esempio frequentare le scuole superiori o l’università per i giovani.

Raggiungere il luogo di lavoro per molti significa valicare quotidianamente un passo montano con qualsiasi condizione meteorologica, scendendo dai 1400 metri di quota di Danta per poi risalire fino ai 1600 m del Passo Monte Croce Comelico per raggiungere la Val Pusteria. La sede di numerosissime attività ricettive ed economiche che danno lavoro a cadorini e comelicesi.
Per chi la sceglie per vivere il tempo libero, Danta rappresenta un’esperienza unica e peculiare per la sua posizione geografica.
Adagiata su un altopiano a 1400 metri di quota, è immersa nelle foreste del Comelico e da qui si vedono molto da vicino le cime dei gruppi montuosi che la contornano, tra cui i Monti Brentoni, il Monte Aiarnola (che è l’ultimo avamposto delle Dolomiti di Sesto) e le Marmarole con il maestoso Antelao.


Infine, si vede la cresta carnica di confine con l’Austria con alcune delle sue cime: il monte Cavallino, le crode del Longerin, il Monte Palombino e, in lontananza, il Monte Peralba da cui nasce il fiume Piave.
Questi monti sono tutti diversi ,ognuno con un suo proprio ambiente naturale e con rocce che le danno colori e sfumature diverse: dolomie, granito, calcare, sedimentarie.
Boschi di abeti, larici, faggi con una notevole biodiversità di cui sono testimonianza le torbiere, gli ambienti umidi montani dove è possibile ammirare la ricca flora che li caratterizza.
Un ricco menù per chi voglia approfondire l’osservazione, magari con l’aiuto di qualche semplice libro guida per imparare i nomi e le proprietà dei più comuni fiori, frutti, alberi, erbe curative che si incontrano lungo il cammino.
Sapreste distinguere il fiore del tarassaco da quello dell’arnica? Sono entrambi grosso modo una sorta di margherita gialla eppure hanno proprietà curative molto diverse.
La posizione geografica di Danta di Cadore e l’elevata quota le permettono di avere un maggior numero di ore di sole al giorno rispetto ai paesi di fondo valle. Un aspetto non trascurabile specialmente in inverno, quando il fenomeno dell’inversione termica rende la temperatura in quota molto più alta di quella a fondo valle.
A Danta è possibile uscire di casa e camminare per chilometri e chilometri su percorsi quasi pianeggianti, alla scoperta delle foreste del circondario lungo i sentieri aperti per la manutenzione dei boschi. I boschi inoltre ospitano numerosi tabiá, una sorta di mini baite di legno di proprietà delle famiglie del paese.
Recentemente durante un’escursione, abbiamo incontrato il gentile proprietario di uno di questi tabià che ci ha mostrato orgoglioso questo ridottissimo spazio pieno di tutti i comfort e graziosamente arredato.
Gli ho chiesto il motivo per cui aveva sentito l’esigenza di costruire il tabià a pochi chilometri dalla propria abitazione nel paese vicino: mi sembrava infatti una curiosa ridondanza.
Lui, che aveva investito tutta la sua liquidazione di una vita di lavoro per costruire il tabiá, mi ha risposto:
”Per noi il tabiá è come la barca per chi vive nei luoghi di mare. Puro divertimento nel costruirla con le nostre mani, decorarla, passarci il tempo libero nel silenzio e nella natura, sperando di ricevere la visita di qualche animale della montagna che viene a curiosare nei pressi...”.


Vi sembra poco?
Scegliere di passare il proprio tempo libero in ambienti montani vuol dire immergersi in una natura incontaminata.
Ma vuol dire anche osservare usi e costumi modellati dalla storia delle genti che hanno abitato nei luoghi della grande guerra: testimonianze che sono continuamente diffuse e coltivate con libri, musei, feste, commemorazioni. Per non dimenticare il passato.
Il senso della comunità è molto forte e per me è di costante insegnamento osservare l’organizzazione sociale delle piccole comunità di montagna, abituate a fronteggiare difficoltà che in città non sono visibili né immaginabili.
[caption id="attachment_117404" align="center-block" width="750"] Nella mia personale classifica delle tante cose che mi piacciono di Danta, al primo posto vanno i tramonti e i loro colori.[/caption]

Come descrivere la meraviglia di alcuni scenari che cambiano repentinamente nel giro di pochi minuti e rapiscono i sensi per la struggente bellezza? Una testimonianza del capolavoro del Creato.


Tavolozze di un autore ignoto e potentissimo in grado di rivelare combinazioni di luce sempre diverse, che è impossibile fermare in una foto.
Mentre provo a condividere qualche mio rudimentale esercizio di fotografia, voi invece chiudete gli occhi per qualche momento e pensate di essere lì…

powered by social2s
Articolo-Piazza-Venezia-by-Filippo-Neri-1-1024x685.jpg

L’Altare della Patria è forse il monumento più fotografato di Roma.

Ormai fa parte essenziale del paesaggio della città, ma è costato la distruzione di un vasto quartiere medioevale e rinascimentale.

Dove adesso c’è l’Altare della Patria c’era fino al 1886 la Torre di Paolo III, oltre al Monastero dell’Ara Coeli e a tante altre costruzioni.

La Torre era stata edificata nel 1535 da papa Paolo III Farnese come sua residenza estiva ed era collegata da un passetto, un passaggio appoggiato su archi, al Palazzetto Venezia.

Nel 1885 fu iniziata la costruzione dell’immenso monumento a Vittorio Emanuele II, che era deceduto nel 1878.

Ci vollero cinquanta anni per completare l’opera che ad ogni modo fu inaugurata nel 1911, anche se incompleta. All’inaugurazione è stata scattata l’incredibile fotografia all’interno della statua equestre del Re, con le maestranze della fonderia che l’avevano realizzata.

Piazza Venezia fu realizzata demolendo vari palazzi, il più importante dei quali era Palazzo Torlonia.

Infatti i Torlonia erano diventati la famiglia più ricca di Roma e forse d’Italia, avevano acquistato nel corso dell’Ottocento molti palazzi e ville a Roma e dintorni, tra cui Villa Albani, Villa Torlonia, la Villa dei Quintili e il Palazzo al Borgo davanti a San Pietro.

Ma la loro sede principale era questa di piazza Venezia, acquistata nel 1807 e trasformata in una reggia, con l’opera dei principali artisti dell’epoca. Stendhal nel 1827 diceva che in questo palazzo del principe Giovanni Torlonia si svolgevano feste più belle e meglio organizzate di quelle di tutti i sovrani.

Qui si incontravano il re di Baviera, il granduca di Russia, il granduca di Toscana, i re Borboni, ecc… Comprendeva un teatro, una galleria d’arte e pare addirittura un piccolo ippodromo. Suppongo che i Torlonia siano stati adeguatamente compensati, essendo in ottimi rapporti con la monarchia.

Invece l’inserimento del monumento in questo luogo centrale della città è stata chiaramente una prova di forza simbolica contro il Papato, che non aveva accettato la presa di Roma.

Palazzo Torlonia, demolito nel 1903, si trovava al centro dell’attuale piazza, mentre su un lato c’era il Palazzetto Venezia, che verrà smontato e ricostruito dove si trova ora.

Negli altri due lati c’erano, e ci sono ancora, Palazzo Venezia, costruito nel 1465 dal veneziano papa Paolo II Barbo come propria residenza.

Il palazzo era diventato poi sede degli ambasciatori di Venezia, finché questa Repubblica è rimasta in vita, e Palazzo Bonaparte, acquistato dalla madre di Napoleone.

Venne demolita anche la casa di Giulio Romano e negli scavi, oltre a tanti reperti dell’antica Roma, a 14 metri di profondità vennero ritrovati anche i resti di un mastodonte, un grande elefante preistorico del pliocenico superiore, i cui resti si trovano in un sotterraneo dell’Altare.

Dal 1932 vennero realizzate la Via dell’Impero e la Via del Mare, completando la demolizione dei quartieri, ma anche recuperando alla vista le vestigia dell’Impero Romano.

powered by social2s
la-lumera-by-Val-di-Noto.jpg

Sono Netina e adoro Noto, il mio paese!
Ci ho vissuto pochi anni ma è sempre stato il luogo dei miei ritorni. Ci andavo in estate e passavo anche dei periodi a casa della nonna.
La nonna ne era felice ed io con lei!
Ricordo un piatto tipico molto antico che lei stessa preparava: la lumera!
La lumera si fa con l’impasto della pizza e si stende sulla teglia facendone traboccare i bordi.
[caption id="attachment_117339" align="center-block" width="707"] Foto di "Prodotti Tipici - Valdinoto.it"[/caption]
Si condisce con salsa di pomodoro e si spolvera con il cacio cavallo. Poi si ripiegano i bordi sulla stessa pizza come a coprirla per metà lasciando il centro ben scoperto e si inforna.
Una volta cotta si decora con un po’ di basilico fresco.
La lumera la si trova nei panifici ma non ha lo stesso sapore della lumera della nonna!
Ci sono luoghi che mi incantano come in una fiaba che sanno di infanzia, di felicità.

Noto è stata distrutta da un terremoto nel 1693 e ricostruita fedelmente utilizzando le stesse pietre, e lo stesso identico stile barocco che la contraddistingue.


Passeggiare per Noto antica è sempre un’emozione che mi porta a ritornarci tutte le volte che posso.

La spiaggia di Noto Marina è una delle più belle della Sicilia. Il mare è cristallino, luccicante e profumato e con il passare del tempo sono sorte strutture turistiche, bar e ristorantini che prima non esistevano.
La campagna è un’esplosione di odori di origano ed erbe aromatiche selvagge. E mi regala uno spettacolo unico nel mese di febbraio quando i mandorli sono in fiore e sembra tutto un ricamo.
Le bontà culinarie, la cultura, le bellissime chiese, i palazzi nobiliari e i caratteristici vicoletti mi fanno sentire orgogliosa di esserci nata.
Nel 2002 è stata riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio mondiale dell’umanità!
Ho vissuto molti anni all’estero ed ogni anno, per le ferie ho sempre trascorso qualche giorno nei luoghi dell’infanzia.
Ho portato amici e conoscenti a Noto.
Ho catturato con la memoria scatti che mi hanno fatto compagnia, tra le bellezze dell’Asia, dell’Europa.
Ma da 6 mesi mi godo i miei ricordi misti alla realtà… ed è un sogno!

Foto di Copertina by "Prodotti Tipici - Valdinoto.it"
powered by social2s
Gradara-4-1024x717.jpeg

Gradara è un sonetto scritto in una lingua armoniosa e fluente. 
Sta lì, poggiata sul suo bozzolo. 
Assopita regina, sospesa tra terra e mare. 
Da una parte ammira le colline marchigiane sgargianti di girasoli, dall'altra il suo sguardo si tuffa nell'orizzonte dell'Adriatico. Declama la sua unicità con parole sontuose. 
[caption id="attachment_117322" align="center-block" width="750"] La storia di Paolo e Francesca, che nel suo castello si amarono di un amore struggente e disperato, ammaliò Dante, che nella Divina Commedia la narrò con l'assordante fragore del suo genio. [/caption]
Gradara è una visione cinta tra due giri di mura merlate, che la proteggono come farebbe un'ostrica con la sua perla. 
E come fecero per secoli i Malatesta, gli Sforza, i Della Rovere. Tutti quelli che combatterono per difenderla. 
Quando si entra dalle sue pesanti porte di legno il mondo resta fuori, con le sue miserie e le sue bugie. 
Qui tutto è incanto, splendore, meraviglia. Le sue stradine, strizzate tra i bassi caseggiati medievali, brulicano di locande, osterie, botteghe. 
Palpitano di una vita che ha in sé i prodromi dell'eterno, le stimmate dell'assoluto. 
Sono il Big Bang della pura bellezza, della capacità dell'uomo di rivaleggiare con gli dèi quando a guidarlo sono ideali alti e nobili. 
La ragnatela di strade e vicoli si inerpica poi verso il castello e la rocca; una visione a sé. Una straripante, fiabesca esaltazione dell'immane talento italico per l'armonia delle forme e dei concetti. 
[caption id="attachment_117325" align="center-block" width="750"] Il castello sembra nascere naturalmente dalla terra che lo circonda, per quanto ne asseconda le geometrie con una naturalezza quasi incomprensibile. Il mastio si arrampica solido, svettando tra le torri e i bastioni che gli fanno da corona. [/caption]
Lassù, solitario, si inebria col profumo della salsedine e degli ulivi. 
Poi, quando scende la notte, chiude le sue finestre come fossero grandi occhi di pietra. Per riaprirli all'alba davanti a uno spettacolo sempre unico e sempre diverso. 
Uno spettacolo che si chiama Italia. 

powered by social2s
Isola del Liri- Castello Boncompagni by Benedicta Lee
Isola del Liri- Castello Boncompagni by Benedicta Lee

Il verde fiume Liri la cinge in un sinuoso abbraccio.
La circonda, geloso di custodire tutto per sé quello spettacolo che una natura generosa ha voluto donarle rendendola unica.
Tra le sue anse, accoccolata, se ne sta un’isoletta amena e gioviale, un dì fiorente e ricca di vita economica e produttiva.
Oggi meno impegnata, leggermente oziosa, ma pronta a nuovi prosperi slanci.

Isola del Liri è così: una città che poco ha della città.
Un paese che niente ha a che fare con un paese.
Non è un borgo né una contrada.


È una lingua di terra che comodamente adagiata guarda tutt’intorno lo scorrere del tempo sempre uguale ma anche diverso.
La “cammnata” tra i due ponti che la delineano conserva il sapore di una dolcevita mai passata di moda.
Gli eventi mondani, le tradizioni tra il sacro e il profano, la sua storia.
E gli occhi di tutti puntati lì, ad ammirare ciò che non ti aspetti anche se da sempre conosci, anche se da sempre sai che esiste.
Maestosa e rassicurante: la cascata.
Chiare, fresche e dolci acque evocando lo stile petrarcano. Il velo di una sposa, volendo rubare un appellativo già riferito ad altri scenari.
Ma ad Isola non serve né questo né altro.
Non serve scopiazzare aggettivi altisonanti, non servono versi poetici per darsi maggior lustro.
Che in fondo la poesia poco ha da aggiungere a ciò che poesia già è.
La sua cascata, affatto paragonabile, è sua e basta. E domina il territorio dall’alto di un tuffo perfettamente verticale nel cuore del cuore della minuta città di Isola del Liri.
Alle sue spalle il castello delle fiabe. Davanti a sé la vita e le sue innumerevoli possibilità.

powered by social2s
Le-ricette-di-nonna-Imma-Libro-200x300.jpg

Dovrei dire che il vero autore è mia nonna Immacolata De Lisio, ma è morta da 35 anni, e in suo onore ho voluto raccogliere le sue migliori ricette. Quelle che mi facevano sognare e che mi facevano aspettare con trepidazione il momento in cui ci sedevamo a tavola. 
Non c’era bisogno di chiedere a mia nonna “che mangiamo? Quanti siamo a tavola?” perché ogni volta ci sorprendeva con qualcosa di unico.
Mia nonna, da buona napoletana, aveva dei punti fermi come quello che “cucinare è un modo di prendersi cura di sé stessi e degli altri”. Tipicamente napoletano: dove il “noi” a tavola è fortemente auspicabile!
La cena, il pranzo o persino la colazione sono momenti di gioco e di accoglienza in cui il cibo è l’elemento di unione. Ogni giorno era una festa, una occasione per imbandire la tavola curando nel dettaglio ogni particolare.
E non importa se a mangiare eravamo sole o se invece c’era tutta la famiglia con amici e parenti, se da 2 diventavamo 10 oppure 20 o addirittura 50 persone.
Ricordo le tavolate sulla spiaggia con pentole di primi piatti, e poi i secondi, e poi i contorni, le creme... Per non parlare dei dolci, dei liquori e al pomeriggio, anche le pizze!
E così, in onore della regina della tavola, ho deciso di raccontare le ricette di Nonna Imma, perché sono state scritte con amore e sono state provate da tutta la nostra famiglia.
Ha trasformato il cucinare in una vera e propria arte con cui prendersi cura delle persone: fatelo anche voi. E vi svelo alcuni segreti e aggiunte che le rendono veramente speciali.
L’amore e la tavola imbandita li dovete mettere voi.

Ricetta degli Gnocchetti alla Don Raffaele


Ingredienti per 5 persone:

    • Farina gr. 400,

 

    • Semola gr. 150,

 

    • Acqua gr. 500,

 

    • 3 cucchiai d’olio,

 

    • Fior di latte gr. 150,

 

    • Parmigiano gr. 50,

 

    • Salsa di pomodoro fresco 



Tutto parte dall’acqua bollente. Prendete un polsonetto, ossia un tegame in rame a pareti tonde, e mettete a bollire l’acqua con due cucchiai d’olio e sale. Se non lo avete potete usare una pentola di acciaio.
Quando l’acqua avrà raggiunto il bollore, gettate tutto d’un colpo la farina e la semola e girate vigorosamente con un cucchiaio di legno per ottenere una bella palla dall’impasto omogeneo.
Lasciate cuocere l’impasto a fiamma leggera per circa 10 minuti fino a che la sentirete sfrigolare. A questo punto potete versarla sul tavolo e, non appena avrà un calore sopportabile, lavoratela con le mani per 15 minuti aggiungendo un altro cucchiaio d’olio.
Ora siete pronti per formare dei bastoncini dello spessore dei grissini che poi taglierete in tanti tocchetti della grandezza di una nocciola sgusciata.
Poiché la pasta non si attacca, vi consiglio di guadagnare tempo formando 4-5 file di bastoncini e tagliandoli insieme per ricavare gli gnocchetti.
A questo punto gli gnocchetti sono pronti e vanno cotti in abbondante acqua salata. Quando, sale a bollore, gettate in un paio di volte gli gnocchetti e tirateli fuori quando dopo pochi minuti saliranno a galla. Usate la schiumarola e sgrondateli bene.
Mettete in un tegame di terracotta una base di sugo (o di ragù) e uno strato di gnocchetti, parmigiano e fior di latte a tocchetti. Poi sugo ancora e continuate con le sovrapposizioni fino ad esaurimento di tutti gli ingredienti.
Passate sul fuoco moderato e delicatamente girate qualche minuto fino a quando il fior di latte comincerà a filare. Servite, sono delicati ed invitanti.
Se preparate una maggiore quantità di pasta, gli gnocchetti cotti potranno essere conservati in un contenitore aperto con la velina plastificata per 4-5 giorni. Metteteli nella parte bassa del frigorifero e, al momento di servirli, versateli per un solo minuto in acqua a bollore. Poi condite.
Ma, soprattutto, poi condivideteli con gli amici e mangiateli.

powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.