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Sono nata in Sicilia 50 anni fa, e ho trascorso gli ultimi 23 lontano da lei.

Non immagini mai che un giorno potresti sentirti un turista nella terra in cui hai mosso i primi passi.


La terra dove vive ancora la tua famiglia, dove hai frequentato la prima scuola a Catania e hai avuto il tuo primo amore.
Appartengo a quella generazione che pensava ancora che il tuo paese e l'Europa, o qualsiasi altro continente per quello che conta, siano due cose molto distinte.
Sono stata la prima generazione di Erasmus, sono tornata in Sicilia e ho pensato che tutto avrebbe dovuto essere diverso perché avevo vissuto in modo diverso per la prima volta nella mia vita.
Ho sposato uno straniero, sono andata a vivere in un altro paese e all'improvviso, un'estate, mi sono resa conto che non ero così diversa da tutte quelle persone che atterrano con me in un charter per le vacanze estive all'aeroporto di Catania.
Ero diventata un turista con alcune connessioni fortunate con il posto e con le persone.

Anche i miei figli sono nati all'estero, quindi ho deciso che avrebbero avuto la possibilità di vedere il meglio della Sicilia, dimenticando la sua vita quotidiana.
I miei genitori non sono mai stati grandi viaggiatori, tutto quello che sapevo sulla mia isola era la mia città natale, i luoghi in cui ho trascorso la mia infanzia e quelli in cui sono andata con le gite scolastiche.
Non sono sicura di essere stata molto più avanti dei miei figli in termini di conoscenza della Sicilia.

Ho usato "Take it Slowly" come compagna in questa scoperta della Sicilia ed è stata davvero un'esperienza straordinaria.
Ho visitato luoghi e angoli che non avevo mai esplorato prima, i miei ragazzi hanno imparato cose nuove, abbiamo provato alcune sfide entusiasmanti e per tutto il tempo abbiamo pensato che ci siamo trovati benissimo.
Dubito che, se non avessi mai lasciato la Sicilia, mi sarei presa il tempo di intraprendere questo viaggio di scoperta.
Non vedrai mai le cose nella loro proporzione e nei loro dettagli reali finché non sei abbastanza lontano.
La distanza mette le cose in prospettiva.
Grazie alla mia ‘compagna di viaggio’ per ricordarmi quanto la Sicilia è bella e ricca: a volte hai bisogno di aprire gli occhi per sapere che avevi tutto ciò di cui avevi bisogno proprio di fronte a te.
 

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taralli pugliesi
Pane, Pizza e Taralli del forno di Sant'Angelo dei Lombardi

Mia madre al forno di Annita ci capitava almeno un paio di volte al mese.
Quando dovesse andarci me ne accorgevo la sera precedente, poiché mi comandava di passare dalla fornaia per farmi dare un panellino di criscente, la pasta cresciuta, il lievito madre che era alla base della lievitazione naturale del nuovo impasto e che ogni cliente doveva ritirare per lasciarne altrettanto prima di infornare.
Benché fossi un maschietto, mi piaceva osservare mia madre.
Avevo imparato che dopo aver amalgamato il lievito occorreva attendere che l’impasto fermentasse per il tempo necessario.
Di solito per favorire la lievitazione badava a ricoprire il tutto con una coperta di lana, così da tenere l’impasto al caldo.
Quando finalmente tutto era pronto, sistemava la scanata, le panelle, su un’asse e reggendola sulla testa finalmente si dirigeva al forno.

Le volte che ci andavo pure io, potevo assistere ad un rito che sapeva di magico.


Prima di vedere sparire le panelle nella bocca del forno la mamma praticava con la lama di un coltello un leggero taglio a forma di croce sulla crosta delle panelle.
Seguiva una preghiera biascicata a mezza voce e una benedizione impartita con la mano destra, a mo’ di un prete che sparge l’acqua santa.
Anche il pane era santo per la cultura del tempo, cosicché, se per caso ne fosse caduto a terra un pezzo, bastava farsi il segno della croce e lo si poteva mangiare.
Dal forno di Annita non usciva solo pane.


Quando il fondo di mattoni era bello caldo, dietro lo sportello che chiudeva la bocca si poteva trovare di tutto, dipendeva dalla stagione: dai taralli dolci per la Pasqua alle ciambelle con le frittele, dalle pizze ripiene di ricotta e salame alle teglie di costolette di agnello con le patate s’infornavano.
Ogni volta che portava a cuocere il pane, mia madre ne approfittava per portare anche la pizza col pomodoro che lei stessa aveva preparato, mettendo da parte un poco di pasta.
Per abitudine, nel frattempo che il forno a legna raggiungesse la temperatura ideale per cuocere il pane, Annita le pizze le cuoceva per prima.
Era allora che nei vicoli vicini andava spargendosi un profumo inconfondibile: l’effluvio stuzzicante che emanavano le pizze col pomodoro, con il profumo del basilico.
Una fragranza assai più intrigante del buon odore del pane cotto, che già di per sé riversava oltre la porta del forno.
Nei giorni che precedevano la Pasqua la giornata della vecchia fornaia era un vero tour de force.
Per infornare arrivavano da ogni parte del paese, anche persone che non erano propriamente clienti abituali. Annita, però, era molto franca con loro:
«Se posso ti accontento volentieri, ma prima devono infornare quelli che vengono sempre al mio forno!».


Nella cottura dei taralli, dolci o rustici che fossero, occorreva che Annita fosse sempre molto vigile, senza lasciarsi distrarre dal chiacchiericcio che persisteva comunque.
Per intanto i tempi erano molto più rapidi di quelli del pane, ma poi occorreva tenere le teglie ben distanti dalla fiamma, che altrimenti avrebbe bruciato la crosta superiore lasciando crudo l’impasto.
E se così fosse capitato a rimetterci sarebbe stata pure lei, che non avrebbe più avuto il compenso pattuito per quella cottura e avrebbe dovuto faticare per allontanare il fumo che nel frattempo aveva invaso il locale, fissandosi sulle pareti che da poco aveva fatto imbiancare con la calce viva.
Sento ancora il pane nel naso e nel palato!

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Le comari al forno, storie di Sant'Angelo dei Lombardi

Lo ricordo il forno di Annita in via Forno. Che originalità!
Era più che altro una stamberga buia, annerita da spessi strati di fuliggine accumulatasi sulle pareti durante anni e anni di un’attività tramandata da generazioni.
Il terremoto dell’Irpinia del 1980 ne fece macerie indistinguibili.
Non era l’unico forno di Sant’Angelo dei Lombardi, ma certamente era il più antico. Non era restato chiuso nemmeno durante gli anni di guerra.
Nessuno ha mai saputo come avesse fatto, ma la fornaia era riuscita a sopravvivere anche con le tessere annonarie e il contingentamento della farina che aveva interessato ogni famiglia del paese.
L’antro della fornaia era anche il luogo dove le donne del vicinato, e non solo quelle, s’incontravano non solo per infornare ma anche per fare quattro chiacchiere tra femmine.

E per questo oltre al pane si sfornavano anche confessioni, dicerie e cicalecci fini a se stessi. Insomma, era la bottega del pettegolezzo tra comari!


E già, perché tutte le donne in paese tra loro si chiamavano commara. Che poi lo fossero per davvero aveva poca importanza.
Annita sapeva sempre come alimentare i pettegolezzi, mentre rinfocolava la fiamma aggiungendo fascine e ciocchi di faggio.


Cercava di essere attenta, però, che le chiacchiere non scivolassero (cosa abbastanza facile, per la verità) in malignità, calunnie, insinuazioni, diffamazioni, macchinazioni.
Non sempre ci riusciva, però, cosicché le ciarle spese attendendo che il pane cuocesse a puntino andavano spesso ad alimentare dicerie e sospetti più o meno veritieri, più o meno leciti.
Come quella volta quando si sussurrò che la figlia della commara Gina all’altare era arrivata incinta già di qualche mese, infangando la bianca virtù dell’abito nuziale. Insomma un autentico peccato mortale!
«Certamente la mammana potrà dire che si tratterà di un parto settimino…», disse commara Carmela, prontamente ripresa da commara Memena che aggiunse compunta: «Non è la prima e non sarà neppure l’ultima a restare prena prima di andare in chiesa!».
«Il vestito, però, le stava proprio bene… Sembrava una principessa»,


soggiunse la fornaia, per alleggerire la conversazione e immaginare di salvarsi l’anima.
«Sì, la principessa Taitù!», chiosò sarcastica commara Peppinella, i cui rapporti con la mamma della sposa erano notoriamente logori a causa di precedenti incomprensioni.
L’illazione, però, quella volta non passò senza conseguenze.
Venuta a conoscenza che si erano fatti pettegolezzi sulla figlia, l’indomani irruppe nel forno di Annita la mamma della sposa che, mani ai fianchi e piglio deciso, si disse pronta a raccontare vita, opere e miracoli sul conto di tutte quelle loquaci comari.
E, se non fosse bastato, anche delle loro figlie, delle nuore e delle mamme delle mamme fino alla settima generazione.
«Gesù, Gesù… come se la conoscessimo ora a Peppinella!», esplose infine, prima di sbattersi alle spalle la mezza porta che divideva il forno dal vicolo.
Questa era Sant’Angelo dei Lombardi. E questo in modo diverso è ancora la vita nel nostro paese.

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Video-pillole sul turismo - parte 66

Quanti sono i buoni motivi per visitare Bracciano? Sono infiniti e vi sorprenderanno veramente!

Insieme ad Isabela abbiamo intrapreso un viaggio in questo splendido borgo sul lago a nord di Roma.

Con Isabela facciamo un giro nel centro storico, con i suoi vicoli che portano all’immenso Castello Odescalchi, sede di eventi esclusivi e ancora oggi testimonianza di una grande storia.

Passiamo per le botteghe, i ristorantini di prodotti tipici come il lattarino fritto...fino al lago con tutte le attività che gli amanti della natura potrebbero mai desiderare. Una riva poetica dove poter fare prendere il sole o acque limpide dove tuffarsi e navigare in stile con il windsurf o un più semplice pedalò.

Un mare (o lago) di emozioni da vivere anche con una visita ai borghi che costeggiano il lago di Bracciano, magari da raggiungere a piedi o in bici per gli appassionati di trekking e MTB lungo gli antichi sentieri etruschi...ma non finisce qua!

Un nuovo appuntamento per il nostro contest #ilFuturoNelleNostreRadici

#bracciano #IlFuturoNelleNostreRadici #discoverplaces

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Video-pillole sul turismo - parte 65

Storie e ricordi di un’infanzia passata a Pedara…

Con Antonio Moschetto scaviamo nelle memorie di un’infanzia tutta Siciliana, passata nelle dolci braccia della città di Pedara. Magari non l’avrete mai sentita nominare, ma ancora oggi rimane sulla bocca e nei pensieri di Antonio e dei suoi amici.

Si incontrano per ricordare le loro scorribande, ma anche per parlare di futuro, e di cosa si può fare per il loro amato paese.

E Antonio lascia parlare i giovani del futuro della loro città mentre ‘per evitare di sentirmi straniero nel mio paese, ho fatto un giro nei ricordi, usando la bicicletta delle mie sensazioni’.

Il futuro è veramente nelle nostre radici, ma è anche nei giovani e in chi non smette di pensare a nuovi modi per valorizzare il proprio paese.

Un nuovo appuntamento per il nostro contest #ilFuturoNelleNostreRadici

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Ho sempre pensato che la mia Pergola avesse tanto da raccontarmi: storie altisonanti di letterati, partigiani, cantanti, pittori, soldati di ventura.
Persone che hanno dato lustro alla nostra Pergoletta santa, che sono entrati nella Storia con la ‘S’ maiuscola, e hanno portato un po’ di noi nel mondo.
Ma nel tempo ho prestato ascolto anche alle storie raccontate dai vecchi, quando riuniti a crocchi, su sedili improbabili, mi snocciolavano aneddoti legati alla loro vita passata o mi narravano storielline maliziose, dette a mezza voce con gli occhi brillanti di gioventù.
[caption id="attachment_118718" align="center-block" width="750"] Pergola - foto Fabrio Ceccarani[/caption]
Altre volte, distrattamente, mi accennavano a pettegolezzi più o meno piccantini, a me che ero una monella come tanti che scorrazzavo fra vicoli e cantoni.
Di questi inconsapevoli narratori, ne trovavi sempre qualcuno, salendo dalle Birarelle verso San Francesco.
E la mia Pergola trova sempre qualcosa da raccontarmi anche con gli odori e i profumi, quando chiudendo le persiane di sera il profumo del fiume sale fino alla mia finestra e mi inebria.
Un profumo umido e forte, un profumo di acqua e terra, a rammentarmi che imperterrito il fiume Cesano passerà comunque sotto il ponte, davanti alla Chiesa delle Tinte, che io lo voglia oppure no.
Che l’acqua correrà lo stesso verso il mare scendendo dal Monte Catria, incurante di me o di qualsiasi altro pergolese, e che girata l’ultima ansa accoglierà il suo fidato amico Cinisco e insieme arriveranno all’Adriatico.

Profumo di fiume che si fa stordente, quando a primavera, acacie, gelsomini e sambuchi si uniscono al suo atavico e primordiale odore.


Odori che cambiano con le stagioni.
Quando a Carnevale il fritto dolce delle Cresciarelle e dei Castagnoli, e l’aroma del miele fuso della Cicerchiata, saturano l’aria e impregnano i vestiti punteggiati di coriandoli.


O quando, a Pasqua, ogni casa profuma di Crescia col formaggio, e le finestre aperte spandono nella via un effluvio di golosità e tradizione.
O ancora quando, in autunno, passando davanti alle case del cantone, durante la cottura dei Biscotti col Mosto, è impossibile non indovinare cosa si stia preparando.
O la domenica mattina, quando senti l’inconfondibile fragranza del sugo di carne in umido per le tagliatelle, o quello di una teglietta di pasta al forno che si contende la cottura con un bel pollo arrosto.
E se all’ora di pranzo ancora non sei rientrato a casa, udire il familiare acciottolio di forchette e coltelli, a infilzare e a tagliare nei piatti, rumori prosaici e poetici insieme, ti fa benedire il tetto che ti aspetta e sorridendo allunghi il passo.
Girando per la mia Pergola, posso ancora sentire o immaginare odori lontani.
Quelli della mia infanzia quando mille botteghe esponevano la merce sui banconi o negli scaffali. Quando si faceva la spesa con la sporta e chiedevo a mamma di comprarmi i biscotti al miele di Snoopy al Botegone.
[caption id="attachment_119682" align="center-block" width="750"] Pergola - Foto di Marco Spadola[/caption]
Mentre passando davanti alle chiese, a volte chiuse, puoi percepire, insieme al medesimo odore stantio delle case vecchie e disabitate. Un sentore d’incenso a ricordarci che la fede ha sempre accompagnato la vita di noi pergolesi e che in nome di questa abbiamo fatto grandi cose, costruito luoghi di culto degni di nota, dalle architetture varie e variegate che nemmeno i numerosi terremoti hanno mai piegato totalmente.
Perché sì, Pergola può elencarti tutti i sommovimenti che Madre Terra le ha riservato e che ha subìto, con tenacia quando è rimasta in piedi imperterrita, con qualche graffio quando ha ceduto qualche muro, con le crepe quando lo scuotimento è stato ben incassato.
La mia città non ama lo strepito, quello lo lascia agli altri; a volte sembra restia al rinnovamento, per poi scoprirsi più moderna di quello che credeva.
La mia città ricorda la ricchezza di un tempo, ma speranzosa va verso il futuro, incerto come tutte le cose di là da venire. Non ha dimenticato la sofferenza e l’abbondanza, i rovesci grandi e piccoli e le vittorie, semplicemente non ne fa sfoggio, se le tiene per sé.
Pergola ha sempre una storia da raccontare, se si ha la pazienza di aspettare il momento buono, la curiosità di andare oltre l’apparente decadenza, e la voglia di capire il perché delle cose e del carattere degli abitanti.
Come una vispa nonnetta, sbucinando (cercando) nel sinalone (grembiale) tirerà fuori piccoli tesori e grandi meraviglie.
E te li donerà con un sorriso da giovane sposa, facendoti una carezza sul viso come una mamma amorosa, e inizierà dicendo: C’era una volta…
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Il grande giardino pullulava di vita, quella mattina di giugno. Il sole brillava alto e in cielo era tutto uno stridere di rondini.
Siamo a Sant’Agata li Battiati, nel 1969.
Sul largo viale che conduceva alla Fine del mondo - ovvero il punto oltre il quale era vitatissimo andare - i bambini si rincorrevano, gridando.
Anche loro, come rondini si muovevano disordinatamente, sudati e con gli occhi brillanti. Gli alberi grandi stormivano appena per una brezza leggera.
Sullo sfondo, l’enorme carrubo secolare si mostrava in tutta la sua maestosità, seppur contorto e curvo per la vecchiaia. Ai suoi piedi, i frutti caduti emanavano un odore intenso, che stordiva perfino le mosche.

Grosse lucertole si nascondevano fra le pietre. Due di esse improvvisarono una lotta: a morsi, a colpi di zampe, con le code saettanti, finché una delle code rimase lì, sul selciato, a muoversi e vibrare come cosa ancora viva.
Una pala di ficodindia cadde dal muretto e rotolò ai piedi della piccola statua della Madonna del Rosario, nascosta nella nicchia di lava.
Un gruppetto di fragoline selvatiche occhieggiava, lì nei pressi della lavanda profumata, quella sicula, antica, con le foglie esili e strette. La macchia violetta dei primi agapanthus fioriti brillava in un angolo ombroso, accanto alla grande aspidistra.
Lei era rimasta indietro, ferma a guardare la frenetica attività di un formicaio, incantata dall’andirivieni di mille e mille soldatini neri, carichi di larve e pezzi di ape morta.
Alzando lo sguardo, vide la scala che portava laggiù, giù, sotto terra. Il “rifugio”, lo chiamavano quelli che si ricordavano la guerra. Mentre gli altri improvvisavano una battaglia di pigne in fondo, alla Fine del mondo, lei decise che il momento era arrivato.

Certa di non essere vista, con piglio garibaldino si avviò. Appoggiata la mano alla ringhiera arrugginita, sentì un brivido freddo lungo le spalle. Dal basso, dal buio della scala di pietra arrivava un odore forte di umido e di terra.
Senza scoraggiarsi, scese piano i gradini sconnessi e quando uno tremò sotto la pressione del suo piede, ebbe un attimo di esitazione.
Inghiottendo la paura continuò a scendere, cercando di adattare la vista all’ombra, allo scuro improvviso, finché arrivò alla fine della scala.
Da lì, non si sentiva quasi alcun rumore. L’atmosfera era densa, ovattata. Una grande ragnatela pendeva dal tetto della grotta e una lama di luce filtrava da un buco, lassù.
Accostate alle pareti di pietra c’erano ancora due sedie rotte a raccontare che lì sotto, durante la guerra, donne e uomini e vispi ragazzini magri avevano cercato rifugio dalle bombe.
Concentrandosi, le sembrò di sentirne le voci, i racconti e di udire le nenie di preghiere bisbigliate, come quelle che la nonna mormorava ogni pomeriggio.
Addentrandosi e muovendosi piano (per non disturbare il Grande Mostro coperto di muffa che sicuramente la aspettava, in agguato) si forzò a esplorare quell’antro.
Piano piano, a piccoli passi. Vide un mucchietto di vermi (che schifo!) e un cumulo di foglie marce portate dal vento e poi…  niente, nella grotta non c’era niente.
Con un sospiro di sollievo e un tremito, la tensione si allentò di botto.
Non c’era niente, nonostante quello che raccontavano, ma lei aveva avuto il coraggio di scendere e guardare con i suoi occhi. Soddisfatta, risalì la scala ed emerse di nuovo alla luce di quella calda e tersa mattina di giugno.
Sotto il portico, sulla tavola, trovò il pane caldo condito con l’olio buono e il sale.

Accanto, Merlina preparava la coppa con l’acqua e le erbe profumate, la salvia, il basilico e il rosmarino.
Lasciata fuori di notte, l’acqua con quelle erbe avrebbe raccolto la brina del primo mattino.
Sarebbe servita a lavarsi il viso l’indomani, il giorno di San Giovanni.

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Video-pillole sul turismo - parte 64

Pergola delle meraviglie…

Una storia che ci riporta nella bellissima regione delle Marche dove Eleonora ci racconta del suo paese Pergola, che abbiamo avuto modo di conoscere anche insieme al suo sindaco nell’intervista di Claudia Bettiol.

Un borgo di 6000 abitanti, fatto di storia e di cose semplici che solo i nostri borghi Italiani riescono a donare alla nostra vita.  Un’indipendenza scandita da colori e profumi meravigliosi, Eleonora ci racconta che ogni giorno a Pergola ha un odore ben preciso.

Quello dei loro dolci tipici delle feste, dell’allegria frizzante che tutti condividono oppure dei fiori a seconda delle stagioni.

Un borgo speciale anche per un gruppo di sculture in bronzo dorato di origine romana…. Ma non vi diciamo di più.
Pergola per Eleonora è uno scrigno di emozioni, e per noi è anche un paese tutto da conoscere con testimonianze storiche preziose, come i bronzi dorati Romani, e tanto altro ancora!

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