Mare-di-Novembre.jpg

L'alba sul mare di Ognina.
La notte che tramonta.
Un nuovo giorno chiusa tra quei quattro muri. La solita monotonia di ogni singolo giorno della mia vita.
Le onde che battono sulla costa.
Passo in macchina sul lungomare guardando fuori, indossando un maglione, desiderando solo il sole sul viso, il calore di Sicilia, e un arancino al pistacchio.
Stare in macchina vedendo fuori senza guardare, focalizzandosi solo sui problemi della giornata.
E poi quel momento di buio in cui c'è solo il mare. La quiete e l'onda.La bianca candida spuma invernale e l'infinito blu dell'estate ormai lontana.

Il porticciolo di Ognina, una cartolina anche d’inverno, della mia Catania, tanto bella quanto caotica, antica e sconosciuta.
In ogni stradina, anfratto, portone un pezzo di storia.
Rumore di antichi passi alle 2 del mattino in Piazza Università, nel silenzio di un mercoledì sera in cui non c'è nessuno.
In cui c'è solo il soffuso rumore di voci incontrollate nella storia di quelle nere pietre laviche.
La mia piazza Teatro Massimo, con la sua unica antica bellezza e il suo unico profumo.La mia costa, dove il mare è inquieto come il mio amore per questa città.
Catania ti lascia qualcosa dentro.Non ti liberi mai della sensazione di mancanza per quei luoghi, per quegli edifici, per quella pietra, per quel mare.
Quell' agitato mare di novembre.
Quel meraviglioso mare che ti resta nell' anima.

powered by social2s
I-Borghese-e-Paolina-Borghese-5-1024x685.jpg

La fortuna della famiglia Borghese iniziò nel 1605 quando il Cardinale Camillo Borghese, di origine senese ma nato a Roma, nel 1552 venne eletto Papa con il nome di Paolo V.

Paolo V Borghese guidò lo Stato fino al 1621 e fu un personaggio dinamico e abbastanza positivo, anche se aiutò molto nipoti e parenti.

Lo stemma di famiglia comprende l’aquila e il drago, stemma che troviamo ripetuto centinaia di volte nei palazzi e nelle ville che acquisirono a Roma e nel Lazio.

Paolo V fece realizzare l'acquedotto dell’Acqua Paola, riattivando l’acquedotto romano da Bracciano a Roma che termina con la famosa Fontana sul Gianicolo.

Fece completare dal Maderno la facciata di San Pietro con la sua firma in grande evidenza, e la Cappella Borghese in Santa Maria Maggiore, che sarà la tomba di famiglia.

Uno dei personaggi più famosi è stato suo nipote Scipione Borghese (1577-1633), che venne nominato Cardinale nel 1605, acquistò il Palazzo Borghese iniziato dal Vignola nel 1560 e iniziò la costruzione della grande Villa Borghese.

Fu protettore delle arti, in particolare commissionò varie opere al Bernini e creò quella stupenda collezione d’arte custodita nella Galleria Borghese.

Un altro nipote sposò Camilla Orsini e dal 1640 i Borghese rilevarono feudi da Savelli, Colonna ed Orsini, allargandosi ai Castelli Romani, a Palombara, Artena, Bomarzo, fino a Sulmona.

Nel 1803 un discendente della famiglia, il principe Camillo Borghese sposò Paolina Bonaparte sorella di Napoleone.

Lei aveva 23 anni quando sposò il principe ed andò ad abitare a Villa Borghese. Era un matrimonio unicamente di interesse, e infatti Paolina continuò a fare la sua vita libera con un gran numero di amanti.

Nel 1805 il Canova le fece la famosa statua nuda, nel 1825 morì a 45 anni per una malattia tropicale.

Purtroppo a seguito di questo matrimonio molte opere d'arte della collezione Borghese finirono al Louvre.

Il 20 settembre 1870 quando i bersaglieri entrarono dalla Breccia di Porta Pia si trovarono dentro a Villa Paolina, villa che lei aveva acquistato dopo la separazione dal marito.

Nel 1885 una crisi finanziaria costrinse la famiglia a vendere molti terreni e immobili e nel 1901 lo Stato italiano rilevò Villa Borghese, con gli 80 ettari di parco, con tutta la Galleria e le opere contenute.

Nel 1907 un altro principe Scipione Borghese realizzò l'incredibile impresa del Raid Pechino-Parigi. Insieme a lui l'autista meccanico e il giornalista Barzini fecero 16.000 km in due mesi con l'auto Itala.

Nel Palazzo Borghese ora c'è l'Ambasciata di Spagna.

powered by social2s
Taormina-2.jpg

Viene a prendermi ad Acicastello.
Non lo vedo dall’8 marzo. Mi chiede dove voglio andare.
Penso ad un luogo non troppo lontano da casa. Il mio pensiero va subito a Taormina.
Ma non è possibile! Allora propongo Acireale e il centro storico barocco, il borgo di Santa Caterina con la Piazza del Belvedere nascosto da vie strette o Santa Maria La Scala e il porticciolo sotto la Timpa.
Lui non è convinto e rilancia.
[caption id="attachment_121008" align="center-block" width="1024"] Allora io mi faccio coraggio e dico Taormina![/caption]
Non vedeva l’ora che lo dicessi. Imbocca l’autostrada e in un fulmine siamo in galleria.
Usciamo dal buio e difronte si presenta lei. Incastonata sulla collina, illuminata come una collana indossata da una bella donna, da vivere ogni giorno. Sempre perfetta per ogni stagione.
Un gioiello che non stanca mai.
Anzi, vederla adesso è come prendere una boccata di aria fresca. Mi sembra incredibile.
Dopo tanto tempo chiusi. Ho qualche dubbio, ci fermeranno, non abbiamo neppure le mascherine. Ci faranno la multa.
Rischiamo.
Guardinghi iniziamo la nostra passeggiata. Camminiamo giù per la stradina che scende a sinistra verso l’Hotel San Domenico.
All’improvviso vedo una luce.
È la cucina di un ristorante. Chiediamo di poter mangiare. Solo una pizza per oggi.
Ci accontentiamo prendiamo due birre e ci sediamo sugli scalini della porta.
La più buona pizza mai mangiata. Lasciamo dietro di noi gli avventori gentili e attraversiamo corso Umberto arriviamo alla Piazza IX Aprile con il belvedere sul mare.

Continuiamo a camminare ma non incontriamo nessuno. Le vetrine sono spoglie con manichini svestiti e le strisce ad X.

Gli rivolgo una domanda: Ma non ti sei accorto che siamo soli? Strano non c’è proprio nessuno. Nemmeno Polizia e Carabinieri.


Per un giorno Taormina è tutta nostra.
Che regalo unico e irripetibile.
Non succederà mai più!

powered by social2s
Articolo-Chiesa-San-Nicol---a-Sciacca-3-224x300.jpeg

E’ la chiesa più antica della città di Sciacca, fa risalire la sua fondazione tra il 1100 e il 1136.

Fu fondata dalla Contessa Joseta, amabilmente chiamata Giulietta Normanna, che era la figlia del conte Ruggero D'Altavilla.

Di lei si narra una romantica storia. Alla corte di suo padre si strugge d'amore per suo cugino Roberto di Basville ma questo matrimonio non "s'adda fare", sembra infatti che fosse proibito sposarsi tra consanguinei.

Tra leggenda e storia, si narra che i due innamorati organizzano la fuitina e trovano riparo presso la Rocca Sant'Elmo a Sciacca, chiamata poi "Rocca della Regina".

In un anfratto, secondo storie orali tramandate, Giulietta mise al mondo un bambino ma erano indigenti e vivevano di stenti.

Un frate eremita del Monte San Calogero, informato della storia, ebbe pietà dei giovani amanti e decise di farsi da intermediario alla corte del Conte Ruggero che concesse il perdono.

Con previo assenso papale i due innamorati coronarono il loro sogno con il matrimonio.

Giulietta ebbe in dote la città di Sciacca e ne fu la regina.

Da consapevole e illuminata regnante continuò la fondazione di luoghi di culto cristiani fondando tre chiese: San Nicolò la Latina, Santa Maria di Valverde detta delle "Giummare" e la cattedrale dedicata a Santa Maria Maddalena.

Forse proprio per espiare il peccato di concubinaggio.

San Nicolò sorge nel quartiere arabo del Rabato cuore della comunità islamica. L' architettura è una commistione originale di elementi arabi e normanni, e non si esclude che alla costruzione abbiano partecipato maestranze arabe.

La pietra usata è un tufaceo conchigliare dalle speziate sfumature ocra che in diverse ore del giorno nella facciata regala sorprendenti riverberi di luce.

L'ingresso ti catapulta come d'incanto in antiche atmosfere. Vuoi la luce voluta quasi crepuscolare che illumina solo gli altari e le croci dipinte, vuoi le nude mura tappezzate da rari stralci di affreschi. Si respira una sobria e semplice aria di spiritualità.

Percorrendo la pianta a croce latina ad unica navata e posando l'occhio in alto si notano gli elementi architettonici arabi nei doppi archi a sesto acuto dell’altare centrale, la semi-cupola, le finestre strombate che rimandano alle tipiche aperture delle moschee.

Il soffitto a capriate è in stile bizantino e un tempo era interamente dipinto. Per fortuna due delle sue mensole conservano una traccia inequivocabile e, fra le decorazioni dipinte, si nota lo scudo crociato dei templari! Un possibile passaggio dei mitici cavalieri?

Protagoniste indiscusse sono le croci dipinte.

La croce originale della chiesa è un’autentica rarità risale al XII secolo ed è annoverata tra le più antiche della Sicilia. Lo stile è un felice connubio di elementi bizantini, toscani senza scartare probabili influenze locali, ed emana luce "calamitosa".

Un’altra particolare croce è bifacciale, provenie dalla chiesa delle Giummare e nei riti pasquali la si faceva roteare: sul davanti si vede il Cristo Patiens e nell'altra faccia il Cristo Risorto in posizione pantocratica.

La croce risale al XV secolo e nel suo stile si mescolano impronte stilistiche bizantine, senza escludere probabili influenze spagnole vista la presenza in loco degli aragonesi.
In un secondo tempo, nel XV secolo la chiesa si collega ad una attigua una cappella privata, si ipotizza cimiteriale, poi diventata sagrestia.

Qui è conservato dopo un accurato restauro un affresco la cui iscrizione lo colloca nel 1419 eseguito da un pittore "che venne da Pisa".

È raffigurata una crocifissione con Maria, Gesù e Giovanni e i tre personaggi sembra abbiano epoche diverse come mai? Ipotesi aperte...

Un’apertura degli addetti ai lavori in occasione di sondaggi di studio su una parete ha riportato alla luce il volto affrescato di una probabile Santa Scolastica. Si pensa che la parete sia posteriore per cui la cappella era sullo stesso piano a diretto contatto con la chiesa.

La chiesa di San Nicolò la Latina è davvero uno scrigno che si apre alla sorpresa di chiunque voglia apprezzarne i suoi preziosi gioielli.

Foto di Lucia Stefanetti
powered by social2s
Caltabellotta.jpg

Mia moglie Josephine e io abbiamo deciso di portare la maggior parte della nostra famiglia più stretta in Sicilia due anni fa.
Eravamo in nove, il padre di mia moglie era messinese e sua madre era di Caltabellotta.
Siamo stati prima a Messina per alcuni giorni e poi a Sciacca per una settimana. Era solo a trenta minuti di distanza dai nostri cugini di Caltabellotta.
[caption id="attachment_120982" align="center-block" width="1000"] Panorama di Caltabellotta[/caption]
È stata una delle esperienze più incredibili della nostra vita. Prima di tutto Sciacca è incredibile, ma voglio condividere con tutti la nostra esperienza durante il soggiorno al Garibaldi Relais.
Dal momento in cui siamo arrivati, siamo stati trattati come una famiglia. Il posto è immacolato. Ogni mattina la colazione era deliziosa.
Onestamente ci siamo sentiti come se fossimo in famiglia.
Ricordo quando mia figlia, che è un'incredibile cantante, cantò nella tromba delle scale mentre noi e i nostri ospiti godevamo della sua bella voce.
Ricordo di aver cenato con i nostri ospiti Angela, Epi e Mario.
Ricordo che lo chef usciva e cantava per noi.
Ricordo mio genero Patrick che suonava la chitarra a tavola e mia figlia, Francesca che cantava.
Ricordo la splendida spiaggia di Sciacca quando ci siamo sdraiati sul Mar Mediterraneo.
Soprattutto, ricorderò sempre l'amore e l'affetto che ci hanno mostrato i nostri ospiti.
Sembrava davvero di stare in famiglia. La cosa sorprendente è che oggi siamo ancora una famiglia anche se siamo a quasi 5.000 miglia di distanza.
Se avremo la fortuna di tornare in Sicilia, alloggeremo sicuramente allo stesso posto. Sono persone belle, amorevoli e premurose.
Sono il vero spirito italiano!
 

powered by social2s
Articolo-Alessandria-4.jpg

In tarda mattinata arrivò ad Alessandria della Rocca il giovane ricercatore dell’Università di Palermo per poter approfondire gli studi su due statue lignee del Settecento che si trovano nella chiesa Madre.
[caption id="attachment_120973" align="center-block" width="680"] Foto di iCastelli.it[/caption]
Prima di avviarci, ci siamo gustati un aperitivo all'interno della villa comunale, o più propriamente, del Parco delle Rimembranze, tra il Monumento ai Caduti della Grande Guerra e gli alberi di leccio. Un albero ogni alessandrino caduto in guerra.
Dalla terrazza abbiamo ammirato il panorama del lago, chiamato diga Castello, con i ruderi della roccaforte del IX secolo che fu il simbolo del potere prima della fondazione del nuovo borgo di Alessandria della Pietra.
Il giovane ricercatore iniziò a chiedermi notizie circa le origini del comune e cos'altro avremmo potuto vedere.

Prontamente iniziai: "Alessandria della Pietra è stata fondata da Carlo Barresi nel 1570 e proprio quest'anno ricorre il 450 dalla licentia populandi che lo stesso ottenne".
Mi accorsi, però, che quelle notizie stereotipate erano riduttive per l'interlocutore che avevo davanti.
Mi fermai un attimo e decisi di procedere diversamente: ebbi la strana impressione, poi rivelatasi certezza, che quel giorno sarei stato più io che lui ad arricchire la mia curiosità storico-artistica.
Ci avviammo verso la chiesa Madre, edificata nel 1610 sulle rovine della chiesetta dedicata a San Nicola, primo protettore del paese.
Una volta entrati il suo sguardo si posò subito sul gruppo scultoreo settecentesco raffigurante la Madonna del Carmelo con in braccio il Bambino ed inginocchiato San Simone Stock.
Iniziò a farmi notare che, anche l’autore con tutta certezza era il palermitano Girolamo Bagnasco.
E qui cominciai ad essere incuriosito da tanta sapienza.
Passammo all’altare settecentesco e convenimmo che doveva essere di autore locale, così come le grandi tele poste ai lati ed in fondo alle navate laterali. Mentre quella sopra il fonte battesimale era stata dipinta dal Provenzani.
Si soffermò poi ad ammirare la statuetta della Madonna della Rocca, eletta patrona di Alessandria dopo il prodigioso ritrovamento nel Seicento. Una piccola statua alta appena cm 60 in marmo che raffigura la Vergine Maria con il figliolo avvolta in un manto fregiato e panneggiato.
Continuammo il nostro percorso giungendo alla chiesa del Convento dove attualmente è custodita la statua di san Giuseppe: quella per cui lui era venuto.
Si fermò davanti quell'opera d'arte, recentemente restaurata: si trattava verosimilmente di opera di scultore siciliano della fine del XVII o inizi del XIX secolo.
La statua era molto bella: il volto delicato del santo e del Bambino, il dolce sguardo di entrambi, la sinuosità del mantello che lo avvolgeva, i colori.
Tutto rende questa scultura lignea un'opera d'arte di un certo spessore.
Si soffermò lungamente ad ammirarla dopo di che lo invitai ad alzare gli occhi verso la cantoria dove era collocata una tela secentesca.
Mi disse che sicuramente doveva essere qualcosa di veramente importante.
Eh si. Si trattava di Elisabetta Barresi che in quella tela “somigliava alla medesima”, come scriveva uno dei suoi discendenti, il Principe di Resuttano, nel 1672.
La barunissa, protagonista dei miei tre romanzi giallo-storici, era una donna fervidamente religiosa, grande benefattrice, politicamente ed intellettualmente astuta, donna in affari.

È a lei che si lega indissolubilmente la storia di Alessandria della Pietra che, sotto la sua investitura, conobbe il suo massimo splendore.


Passammo poi per la chiesa del Carmine, l'esempio più fine e più classico dell'arte barocca ad Alessandria della Rocca. Infine arrivammo al Collegio di Maria sul cui unico altare si trova la statua lignea dell’Immacolata Concezione.
Il professore la osservò attentamente e disse che proveniva dalla scuola napoletana dalle fattezze e dai lineamenti dei volti.
Mi ha spiegato come per tutto il Settecento era continuata l’importazione di statue lignee dalla Campania e che anche da noi ci dovevano essere stati forti contatti e scambi con Napoli, che non vennero meno neppure quando l’Isola passò dalla dominazione spagnola a quella dei Savoia.
Si trattava di un’opera veramente singolare e di una bellezza unica.
Una statua della Madonna Immacolata avvolta in un manto azzurro e posta su una nuvola, con alcuni angeli che la guardano estasiati mentre Lei schiaccia con il piede il serpente tentatore.
Il tempo è volato e c’era ancora tanto da vedere: le necropoli sicane, i palazzi baronali, la Turri e tanto altro.
Ma la sensazione più strana è stata l’impressione che il visitatore fossi stato io.
Per un giorno aveva guardato quelle opere d’arte a me familiari con occhi diversi, grazie a quanto il giovane ricercatore metteva in risalto.
Era come se non li avessi visti prima di allora.
In effetti fu un completarsi a vicenda e lui me lo confermò. Fu un continuo alternarsi, quasi una gara per mettere in risalto io la storia del paese e lui a parlare di artisti locali e di botteghe napoletane.

Foto di Copertina da iCastelli.it
powered by social2s
trivigliano-in-Fiore-spazio-curato-dallAvis-23-giugno-2012-147-1024x768.jpg

Un luogo magico, rilassante, dal grande respiro. La valle tra Fiuggi, Trivgliano e Fumone è chiamata “la piccola Svizzera”.
Trivigliano era anticamente chiamato “tribillianum” (tre torri) e il borgo è tutto arroccato attorno alla torre del castello del 1100 sulla sommità di una collina coltivata ad ulivi da una parte e a bosco dall’altra.
La vista spazia nelle valli incorniciate dai monti di Campocatino e della Monna da una parte e sul lago di Canterno dall’altra sino a Fumone e ai Monti Lepini.
Un vero gioiello della natura!
Solo quindici anni fa la scoperta del paradiso ciociaro: Trivigliano, il suo borgo, la sua gente.
Ci arrivo per amore e non riesco più a staccarmene.
Decido subito di onorare il territorio organizzando “Trivigliano in Fiore al Solstizio d’Estate” invitando giornalisti di testate nazionali e ospiti autorevoli dalla capitale e dalle regioni vicine.


Obiettivo: coinvolgere un’umanità sensibile e rispettosa della bellezza del luogo e del paesaggio.
Trovo un grande supporto nelle associazioni, confraternite e congregazioni locali, i cui membri sono pieni di sapienza, laboriosi e determinati. Ma soprattutto amore per il loro paese.

E’ a loro che si deve il grande successo.  Gente meravigliosa che dona tempo per mantenere vive le tradizioni.


Ricordo il gruppo che ogni anno prepara il magnifico Presepe Vivente, o quello che al Corpus Domini si occupa dell’infiorata tra le vie del borgo, l’Avis, il gruppo giovani...il coro... la prestigiosa Banda...


E non ci fermiamo più e andiamo oltre i confini, in Polonia. E’ sempre incredibilmente partecipato il gemellaggio organizzato in onore di Santa Oliva che è protettrice di Trivigliano e della città di Legowo (Danzica). Qui, nella grande cattedrale dedicata a Santa Oliwa, c’è il più grande organo di Europa con 8.000 tubi sonori decorati con angeli musicisti.
[caption id="attachment_47841" align="center-block" width="750"]Trivigliano- Chiesa di Sant'Oliva by Bettiol Trivigliano - Chiesa di Sant'Oliva by Bettiol[/caption]
Insomma un popolo di giovani e meno giovani pieni di vitalità e amore per il proprio borgo...
A Trivigliano ho conosciuto persone speciali come Elisa che, dopo il corso di erboristeria da Sarandrea a Collepardo (altro posto da conoscere assolutamente), ha iniziato un orto con piante officinali dai profumi che rapiscono.
Ma anche Ivan che con le sue capre che si nutrono nei nostri prati della ‘piccola Svizzera’, ogni giorno produce ricottine, caciotte, stracchini.
Per non parlar di Donatella che si occupa di pecorino variamente condito, al pepe al peperoncino e tanto altro, e di Ennio ed Emanuela che hanno aperto un’azienda agricola di allevamento e vendita di carne di maiale .... poi Claudia, Regina e tanti altri nuovi amici.

Maria Grazia Toniolo triviglianese d’adozione affascinata dal borgo, scoperto per caso, lo descrive con queste parole:
“Immaginiamo un antico villaggio posto sul cocuzzolo di una collina circondato da boschi e vedute panoramiche, chiuso entro le sue antiche mura, ma aperto sul belvedere del lago, fatto di scale, scalette, affacci improvvisi, portoni fioriti, vitigni che si piegano a pergola. Non lo potremmo chiamare giardino? Allora “giardino” potrebbe essere definito un luogo protetto che comunica serenità, pace, armonia...”


Sento che sta aumentando la consapevolezza di quanto “piccolo è bello” e che la rinascita dei piccoli borghi ci riporterà valori e tempi di vita più sani e umani.
Sento che torniamo tutti ad essere delle persone, e non dei numeri, e che questa è la migliore vita che possiamo vivere.
E forse serviva la crisi per farci riavvicinare a tanta bellezza e al senso della vita. Ma ora che lo abbiamo ritrovato non lo lasceremo certo.
Almeno io non me ne andrò!

powered by social2s
Articolo-giardino-di-Pedara-1-1024x687.jpg

Pedara, un paesino alle falde dell’Etna ci vede villeggianti sin dalla fine degli anni ’60.
La mia famiglia trascorreva tutte le estati e le domeniche mattina nella villetta fuori paese a coccolare quelle piante di cui durante la settimana si prendeva cura il giardiniere.
I miei ricordi d’infanzia lasciano spazio nella mente a molti sprazzi come le cene tra parenti, che si alternavano ad amici perché nella villetta si trovava un posto sempre a tutti, pur trattandosi di una piccola casetta.

Gli ospiti li vedevamo arrivare spesso senza essere attesi con la stessa scusa. Eravamo in una vita che ci vedeva “sopravvivere” senza l’invadenza della comunicazione telefonica, anche perché le case di campagna non avevano telefono.

Ma vivevamo sani e comunque felici, e gli amici avevano la stessa scusa: “siamo venuti a raccoglierci due fichi”!


Benedetto albero ci ha donato i suoi frutti, dolcissimi e grandi, senza mai ricevere in fin dei conti tante cure. Fino ad un paio di anni fa, quando una colonia di forzute formiche decise un bel mattino di abbatterlo… che pena, che dolore e che paura!!!

Ma un ramo sopravvive già innestato per le future generazioni!
Settembre, le ultime due settimane prima dell’inizio della scuola.
Ricordo nitidamente la seconda domenica, quella che coincideva con il Gran Premio di Monza per intenderci. Dopo l’attenzione di tutti alla partenza, alla prima chicane erano tutti già appisolati tra il venticello che soffiava dalla finestra della sala da pranzo.
Dormivano sul divano verde a quadri che ha ospitato tanti, ma tanti amici, finendo i suoi giorni trionfalmente solo qualche anno fa dopo aver conosciuto l’ultima generazione!!
L’aria ormai era quella settembrina, fresca ma non fredda, la mia preferita, che aveva lasciato alle spalle quella afosa e secca del mese di agosto. Mi ricordo che fin all’età di circa 5 anni, cercavo di scappare senza riuscire mai ad arrivare al cancello a piedi, se lungo il viale una lucertola mi passava davanti….
La stessa domenica di settembre coincideva con la festa di Maria SS. Annunziata patrona di Pedara, e la sera precedente andavamo in giro a mescolarci tra i pedaresi che, orgogliosi della loro festa molto sentita, si raccontavano tra bancarelle e concerti della banda.
Intanto, ragazzini gioiosi, saltavamo sulle giostre o degustavamo un semplice zucchero filato, ambito e desiderato da tutti i bimbi alle feste di paese.
Il rientro a casa, a piedi, era faticoso, perché aveva il sapore amaro di qualcosa di concluso. Ma pur sempre avevamo un sereno sentimento di grande libertà che la troppo grande città di Catania non permetteva, se non nel quartiere dove vivevo.

La vacanza si chiudeva con l’immagine del nonno, e poi di papà, che innaffiava le piante tra lo splendido color fucsia, giallo, bianco variopinto della bella di notte che si apriva per lasciarsi ammirare.
Un tramonto con il meraviglioso odore del gelsomino che raccontava la quiete di quegli scorci di fine estate.
 

powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.