Video-pillole sul turismo - parte 69


Un grande traguardo per un grande progetto!

Siamo arrivati al 100esimo articolo pubblicato all’interno del nostro sito www.discoverplaces.travel per il contest #IlFuturoNelleNostreRadici.

Un traguardo che ancora una volta è solo una tappa di un contest che iniziato quasi per gioco durante i tempi più bui del COVID e poi è diventato una realtà che ha coinvolto amici, professionisti e fotografi da tutta Italia...a breve da tutto il mondo!

Collaborazioni che coltiveremo con cura negli anni per prossime sorprese!

Intanto il contest è ormai diventato il nostro marchio di fabbrica, un modo diverso per valorizzare i territori, e il paese più bello del mondo: l’Italia

Grazie a tutti quelli che hanno scritto, fotografato e collaborato con noi...a presto tante novità ancora in cantiere!
#italianisuperanotutto #IlFuturoNelleNostreRadici #100articolo

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Il Campidoglio è il colle che sovrasta il Foro Romano.

Dal tempo dei Re c'era sul colle il Tempio di Giove, mentre alla base venne edificato in epoca repubblicana il Tabularium, l'archivio dello Stato.

Nel medioevo fu costruito un palazzo fortificato in cui, dal 1150 e fino ad oggi, si insediò il potere civile della città: Senato e Comune.

Questo palazzo che prima guardava verso il Foro Romano allora fu girato verso la piazza e la città.

Nel 1534 papa Paolo III Farnese diede incarico a Michelangelo di sistemare la piazza ed i tre palazzi che la compongono, ponendo al centro la statua dell’imperatore Marco Aurelio e ai lati le statue dei Dioscuri con i cavalli.


Questa operazione, realizzata con grande maestria, fu fatta anche in vista della visita ufficiale dell'imperatore Carlo V che avverrà nel 1536.

La statua di Marco Aurelio era stata realizzata nel 176 d.C. e prima si trovava in Laterano. Oggi l’originale è protetto nel museo mentre nella piazza è stata sistemata una copia da alcuni decenni.

Le due statue romane dei Dioscuri con i cavalli furono ritrovate nel Circo Flaminio e sono state sistemate qui nel 500, mentre i due leoni egizi furono posti alla base della scalinata.

A fianco della scalinata è stata sistemata nel 1911 la statua di Cola di Rienzo, un personaggio nato nel 1313 con una esemplare collegata alla Roma del medioevo.

Era il periodo in cui la sede del Papato era stata spostata in Francia, ad Avignone, e le famiglie baronali, soprattutto i Colonna, gli Orsini e i Savelli, erano arroccate nei loro palazzi e castelli e facevano quello che volevano contro ogni legge.
Cola di Rienzo, intelligente e anche colto, andò dal Papa in Francia e poi nel 1344 tornò a Roma iniziando a tenere discorsi al popolo affinché cacciasse i baroni e si rimettesse ordine in città.

All'inizio ebbe un grande successo e divenne Tribuno del Popolo. Ma dal 1337 fu preso da manie di grandezza e il popolo, sobillato dai baroni, gli si rivoltò contro e dovette fuggire a Praga, da Re Carlo.

Si dedicò agli studi, per poi essere inviato dal Re come Ambasciatore presso il Papa ad Avignone nel 1353.
Dapprima il Papa lo arrestò ma poi Cola di Rienzo lo convinse e si fece rimandare a Roma con cento uomini di scorta.

All'inizio fu ben accolto dai romani, ma solo per poco tempo perché quando iniziò a voler imporre tasse, il popolo, sobillato dai Colonna, si ribellò e assalito il Campidoglio lo uccise nell'ottobre 1354.

Agli inizi del ‘900, Cola di Rienzo fu giudicato un precursore del Risorgimento e nel 1911 gli fu dedicato quel grande viale che porta il suo nome e la statua ai piedi del Campidoglio.

Nei due palazzi laterali della piazza del Campidoglio hanno sede i Musei Capitolini, il più antico museo del mondo, fondato da Sisto IV nel 1471 e aperti al pubblico sin dal 1731.

I due palazzi sono collegati da una galleria sotterranea e offrono una superficie espositiva complessiva di 13.000 mq.

Vi sono esposte collezioni di sculture romane raccolte da vari pontefici, ma anche opere egizie e dipinti, oltre all’originale della statua di Marco Aurelio.

Ancora oggi il Palazzo Senatorio è sede del Comune di Roma e l’ufficio del Sindaco ha il balconcino che affaccia sul Foro Romano.
 

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Panorama di Picinisco by Bernardelli
Panorama di Picinisco

Ogni estate per raggiungerla percorrevo l’autostrada adriatica. L’anno scorso decisi di andare ma di cambiare la strada.
È quello che ogni tanto si fa anche nella vita, e ci permette di scoprire cose, luoghi, sensazioni persone nuove.
Così decisi di andare in Puglia percorrendo l’Autosole dandomi come tappa per spezzare il lungo viaggio, Montecassino.

Sono una appassionata della 2 guerra mondiale e da poco avevo letto un libro ambientato in quei luoghi, teatro di guerra con il culmine del bombardamento dell’abbazia benedettina.
Volevo vedere i luoghi ove passava la Linea Gustav.
Arrivata a Montecassino in un assolato pomeriggio di luglio rimasi incantata dei luoghi conosciuti nei libri di storia, così belli, verdi con dolci declivi e ordinati filari di vigne e frutteti.
L’Abbazia di Montecassino, se pur ricostruita maestosa e serena, e la campagna attorno così verde e lussuriosa con in seno i tanti cimiteri di guerra.
Visitai l‘abbazia di cui ancora conservo il ricordo e che consiglio di visitare per la sua misticità e per il ricordo della storia del nostro paese.
Terminata la visita, avevo programmato di fermarmi in un paese non molto distante, Picinisco.
La mia scelta era stata dettata dall’aver appreso che li vi era un hotel diffuso dove poter dormire.


E così attraversato un altro pezzettino sconosciuto del nostro paese, tra vigne e campi di granturco e pendii collinari, sono arrivata verso il tramonto a Picinisco.
Una vera sorpresa!
Questo antico borgo di circa 1.000 abitanti nella provincia di Frosinone, si adagia tra il confine del Lazio dell’Abbruzzo e del Molise ed è a 700 metri di altezza nella Valle di Comino all’interno del Parco Nazionale d’Abbruzzo, Lazio e Molise.
È stata un incanto che mi ha fatto tornare indietro nel tempo.

All’arrivo sono stata accolta dai proprietari dell’hotel diffuso tra più palazzetti: una coppia di simpatici e gentili avvocati di Edimburgo, i cui bisnonni erano andati ai primi del ‘900 in Scozia a far fortuna.
Per accedere all’hotel occorre transitare per una Porta detta degli Orologi, considerato che il borgo si è sviluppato all’interno della cinta muraria posta a difesa del castello, di cui conserva le caratteristiche dell’impianto medievale fortificato.
Dalla Porta degli Orologi si percorre via Maggiore dove si trovano alcuni palazzi nobiliari di interesse e da lì si diramano viuzze con case e piazzette in un’esplosione di colori grazie a balconi e giardinetti fioriti.
Gerani cadenti, margherite, rose, ortensie, profumi dicono le anziane e distinte signore che verso sera annaffiano.
Una poesia. Niente macchine ed un ovattato cicaleccio tra un balcone ed un altro.
Mi sono ritrovata in un mondo che credevo perso, la pace, la signorile bellezza e la cura delle viuzze e dei fiori.



Ritornata all’hotel con vista sulla sottostante vallata di ulivi e vigne, un aperitivo sulla piazzetta antica sotto l’arco con vista sulla sterminata pianura e sul gruppo montuoso delle Mainarde, con il patron dell’hotel.
Praticamente si conoscevano tutti e tutti parlavano in inglese, i bambini, gli anziani, i giovani.
E si perché il mio patron John mi ha spiegato che d’estate a Picinisco tornano tutti gli inglesi e gli scozzesi nipoti e figli degli Italiani Picinisco emigrati in massa nel ‘900 nelle terre d’Albione.
E poi in quella piazzetta con quella vista sotto un platano a berci lo spritz, John mi racconta un po’ di storia. Terra di conquista dei sanniti e poi dei romani. Poi normanni, svevi, angioini, aragonesi, francesi, spagnoli e poi coi Borbone e infine l’arrivo dei briganti.
Ma si stava facendo giusto l’ora di cenare e così mi sono avventurata per uno street-food laziale in un delizioso chalet quasi montano dove chi ama i formaggi di fossa va a nozze. Me ne sono fatta dare 2 forme di pecorino stravecchio. E poi pane e pasta fatta dalle anziane signore. Un altro mondo.
Pace, tranquillità, bellezza, storia, un certo non so che. Questa per me è stata Picinisco.
Poi la mattina mi sono avviata verso la Puglia senza prima fermarmi nell’antico borghetto i Ciacca dei nonni che l’avvocato John ha restaurato e ove ha fatto una magnifica cantina di produzione vinicola all’avanguardia di Maturano salvando così una vite autoctona che altrimenti si sarebbe estinta.
Questa è la cosiddetta Italia Minore!
Luoghi profumi saporì che ci riportano ad un’arcadia dimenticata ma che esiste.
Se potete visitate questi luoghi!

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Senti qua. Sbatto il naso oggi su una specie d'Urlo di Munch.
Littizzettooo!, direte voi subito!.
Macchè.
La faccia è l'altrettanto orripilata e sdegnata epperò furbetta d'una giovincella stile appunto Minchia-Sabry. La nostra "raga", avvolta da solita serpe tatuata al collo, si gonfia spericolata di vene e contro-vene e auto-scatti e frasi d'aiuto.
"Zzzo èèè la traasgreeessioooneee... stupitemi ggeeentee... stupitemi, se vi riesce!", implora la tapina.
Mi commuovo. Penso potrebbe essere mia figlia! (per quanto...), ma comunque, pare lì per lì che c'abbia bisogno d'una mano la raga: che so, magari due sole paroline di speranza.
Tento allora subito l'approccio paterno.
Dico che forse...un tentativo si potrebbe pure abbozzare, che ci si potrebbe stupire proprio da Noi, cioè nel senso del Di Noi da soli... no maledizione! e... volevo dire stupire lei ammmia, tanto a dire...cioè lei tra di noi. Nulla.
"Stupitemi, mooraliistiddimmeerdaa!!. Traasgressioone! insiste. Fine.

Vado al mare.
A fondo spiaggia, appoggiato coi suoi legni in acqua, emerge uno di quei bei cavalletti da disegno. Proprio a fianco, Lui!; il Pittore.
Piccolo, robusto e una barbaccia che gli incornicia il magnifico volto siculo.
Spalle e tela rivolte al mare, vestito da testa a piedi, l'uomo si guarda dietro, di fianco, attorno e dipinge e dipinge e dipinge.
Poi indugia. Osserva quei tratti di pennello, quei colori che impiastrano la tavolozza lì poggiata.
Nessuno che s'osi avvicinarsi a quel cavalluccio marino dalle zampette ben bene immerse nella bagnata sabbia della stupenda spiaggia di Timpi Russi.
In più, l'artista non aiuta gran che.
Dallo scoglio dov'è seduto, ci sbircia con l'aria severa di chi non vuol far comunella. Mica è ritrattista lui! Riguarda estasiato l'acqua lui!: le bianche boe più al largo e due vecchie barche là ammuffite.
Il posto è per lo più inaccessibile per via di scogli che ne impediscono il bagnetto e gli scostumati, pur curiosissimi, ben si guardano.
Il paesaggista, intanto aspira e s'ispira; annusa l'aria salmastra che lo circonda e ridipinge e ridipinge e ridipinge.
Non resisto. Basta! Vado mi dico, Ci vado.
Salgo su quella pietra scivolosa e, unico privilegiato, osservo la telaccia. Magnifica! Rimango fulminato.
L'isolano non fa una piega. Mi guarda serafico e fa l'occhiolino. M'avvicina allora un manipolo di curiosi e io me ne rimango lì muto. Faccio segno che non posso dire...che ho giurato a quello...
Mica sono scemo!
Mica ce lo vado a dire a 'sto bel pezzo di spiaggia, di tutto il popò di Natura Morta, di tutto 'sto bel quadro di cesti di pigne e castagne, adagiato su una sedia impagliata e con dietro pennellato uno sfondo montano non malaccio di vette innevate, abeti e, credo, pure un camoscio.
Minchia, Sabryyyy!.

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Quando nel 1974 la chiesa Pieve Collegiata dedicata a San Giovanni Apostolo ed Evangelista di Santa Maria a Monte (Pisa), all'estremo ovest del gruppo collinare toscano delle Cerbaie, fu sottoposta ad importante restauro, nelle sue soffitte fu recuperata una tela.

[caption id="attachment_120337" align="center-block" width="1002"] Foto di Simone Massetani[/caption]

Dopo un sommario restauro, fu collocata sopra la nuova nicchia che accoglieva l'urna con le reliquie della Beata Diana, una santa del luogo vissuta tra il XII e XIII secolo.

La tela, delle dimensioni di 300 centimetri per 200, in quell'occasione fu attribuita ad anonimo del XVII secolo.

Dal sommario esame dell’opera è già possibile rendersi conto che il dipinto è stato ritoccato più volte. Gli elementi pittorici che esprime si prestano comunque ad una datazione: XVII secolo.

L’opera raffigura la Beata Diana di fronte al Cristo Risorto in un tripudio di angeli. Agli inizi del 1980 la stessa tela rischiò di essere distrutta quando fu lambita da un incendio, riportando per fortuna modesti danni.

L’opera tuttavia ha avuto finora scarsa considerazione, in quanto nessuno aveva colto la similitudine con la metà superiore della grande pala (720 x 423 cm) dipinta dal Guercino tra il 1622 ed il 1623, che raffigura il seppellimento di Santa Petronilla. L’opera è ospitata nei Musei Capitolini a Roma.

Il confronto tra le due opere è sorprendente: non solo la scena raffigurata è sovrapponibile nella sua presentazione, ma ci sono anche molti particolari che coincidono.

Nella tela di Santa Maria a Monte, seppure di dimensioni inferiori, è riproposta la scena della glorificazione della santa, che in questo caso è la Beata Diana "inginocchiata davanti a Cristo che l’accoglie in cielo”.

Tra i personaggi che partecipano all'evento, la beata appare come soggetto tecnicamente meno curato, quasi a fare ipotizzare un successivo intervento di adattamento della scena.

Si rileva poi come il limite superiore della tela dia l'impressione di non essere quello originario, in quanto presenta la brusca interruzione di alcuni elementi come l’incompletezza dell’ala dell'angioletto che sorregge la corona floreale sopra la testa della Beata.

Il raffronto delle due opere, la loro coincidenza cronologica sollecitano ad un'analisi più puntuale da parte degli studiosi in modo da definire in che rapporto sta il Seppellimento di Santa Petronilla dei Musei Capitolini di Roma con la tela della Collegiata di Santa Maria a Monte.

Le ipotesi possono essere diverse.

Una in particolare merita un approfondimento: la tela potrebbe essere opera di un “copista” di Guercino. L'artista infatti fondò una vera e propria scuola a Cento (città natale dell’artista), frequentata inizialmente dai primi collaboratori del giovane Guercino, e si costituirono i suoi incisori e copisti "ufficiali”.

Tra loro possiamo ricordare Pietro Desani, Pietro Armani, Paolo Antonio Barbieri, Giuseppe Maria Galoppini, Bartolomeo, Cesare, Ercole e Lorenzo Gennai, Matteo Loves, Francesco Riva, Cesare Scala, Benedetto Zalone, attivi proprio nel XVII secolo, specie nell'Italia settentrionale e centrale.

Vogliamo dunque sperare che quanto segnalato susciti l’interesse degli studiosi, in modo da approfondire gli aspetti che abbiamo sunteggiato.

In questi casi ci può stare tutto. E intendo davvero… ”tutto

Foto di Copertina di Simone Massetani
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8 Lug: #IlFuturoNelleNostreRadici parte 68

Un miracolo che unisce Sicilia e Calabria…

Avete mai sentito parlare del miraggio della Fata Morgana?

In questo video andiamo alla scoperta di questo fenomeno magico, ma alquanto naturale, insieme a Marcello. Partiamo dal lungomare di Reggio Calabria, dove ogni anno in certe condizioni, sembra quasi connettersi a Messina, togliendo la distanza creata dal mare e dai confini terreni.

Uno spettacolo unico, che potrebbe essere un’attrattiva turistica fantastica molto suggestiva...noi adesso non vediamo l’ora di vederlo!

Un nuovo appuntamento per il nostro contest #ilFuturoNelleNostreRadici

#italianisuperanotutto #IlFuturoNelleNostreRadici #reggiocalabria #fatamorgana

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Non so a quanti di voi è capitato, trovandosi sul lungomare di Reggio Calabria, di guardare verso la Sicilia e vedere, restando sbalorditi e allo stesso tempo affascinati, un particolare miraggio.
La città di Messina con le sue case era come riflessa sul mare e appariva vicina, tanto vicina, da poter essere quasi toccata allungando le braccia.

Un’illusione, in realtà una magnifica illusione che gli antichi chiamarono della Fata Morgana.
L’illusione è spiegabile scientificamente come un fenomeno di rifrazione della luce, che in determinate condizioni atmosferiche consente di assistere a questo “inganno” visivo.
È uno spettacolo suggestivo che può essere ammirato solo in particolari condizioni atmosferiche.

Si tratta di un fenomeno di rifrazione della luce che, proiettando sul mare la dirimpettaia città di Messina con le sue case e i suoi monti, da l'impressione che le due sponde possano essere toccate allungando la mano.


Gli antichi, affascinati ma sicuramente anche spaventati per quello che vedevano, non riuscendo a darsi una spiegazione hanno utilizzato il mito, quello appunto, della fata Morgana.


Morgana, che secondo la leggenda era la sorellastra di re Artù e aveva scelto la Sicilia come dimora. Con i suoi poteri traeva in inganno i naviganti determinando il fenomeno che dava l’impressione che Messina fosse vicinissima.
Ma così, però, non era.
Per noi, oggi, quel fenomeno ottico, che a volte riusciamo a vedere restando “ammaliati”, ha una spiegazione scientifica.
Ma riesce ancora a meravigliarci rapendo il nostro sguardo e riportando alla mente Morgana.
La fata che, gelosa della sua isola, fa materializzare con la sua “magia” le case della dirimpettaia città di Messina, su questo mare che sembra un lago racchiuso com’è tra le due sponde.  
Foto di Copertina da Wikipedia
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Pantelleria la riconosco dai suoi profumi.
Beh... certo... qualcuno mi potrà dire che sono di parte, ma non è vero.
Ho girato la mia splendida Sicilia in lungo e in largo, anzi tutta Italia!
Ci sono nata quasi per caso ma certamente per fortuna.
Se dovessi nascere di nuovo non vorrei poterlo fare in altro luogo che non sia lei... Pantelleria!


L'esplosione di gioia di un dio sottomarino.
Una perla nera, preziosa ma da scoprire come le donne di un tempo passato che celavano le loro forme per lasciarle scoprire a chi le sapeva amare.
Così, Pantelleria non si concede al turista distratto ma a chi si inoltra nelle sue viscere, chi si inebria dei suoi profumi intensi che non esistono in nessun'altra parte del mondo.

Se fossi incappucciata la riconoscerei dal suo profumo.


Ti accoglie aspra quasi sospettosa, con le sue lastre di lava con le sue rocce taglienti quasi infide.

Rocce che tentano di scoraggiare l'avventura che ti rapirà l'anima quando ti avvolgerà con le sue acque termali insospettate, con i suoi colori che non esistono in nessuna tavolozza.
L'ospitalità dei Panteschi veri! Che amano accogliere e non essere invasivi e che difendono i propri valori, la propria cultura che vive nei loro dammusi incredibili.
I dammusi …. quasi fortezze inespugnabili di serenità. La loro storia fatta di lavoro estenuante ricompensato dal pregio delle sue uve, dei suoi capperi conosciuti in tutto il mondo.

E non vi parlo del suo lago, della sua montagna, del suo mare, delle sue grotte.
Pantelleria si può solo vivere ed amare senza condizioni, non può essere descritta!
Non ci ritorno dal 1993, ho 74 anni ma rimane il mio punto d'arrivo.
 

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