Video-pillole sul turismo - parte 78

Un nuovo appuntamento per il nostro contest #ilFuturoNelleNostreRadici

Incontri Siciliani ad alta quota…

Torniamo alla grande con le splendide storie che parlano di Sicilia, oggi insieme alla nostra amica Betty Scaglione Cimò che ci racconta di un incontro molto particolare che ha avuto durante un suo viaggio di ritorno nella sua Sicilia da Berlino.

Sull’aereo una delle sue vicine di bordo era una donna Siciliana di Caltabellotta, che con il suo dialetto stretto e emozionato comincia a parlare con Betty del suo paese.

Un incontro che ha permesso a Betty di ricordare questo borgo di “Santi ed Eroi”, la sua storia, tradizioni e bellezze, che le hanno permesso di raccontarlo a noi oggi...

#italianisuperanotutto #IlFuturoNelleNostreRadici #Caltabellotta #Berlino

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Nel 2015 abbiamo avuto la gioia di visitare Sciacca, nella punta orientale della Sicilia. Un posto che ci ha sorpreso con alcune storie inaspettate
Eravamo venuti per assistere al matrimonio di una nostra nipote, che dal lontano Messico era arrivata a Sciacca per sposare un Saccense (nome dato agli abitanti di Sciacca).
Durante il nostro soggiorno ci è piaciuto molto l’amabilità della gente del posto. Passeggiando per le strade abbiamo goduto la bellezza architettonica della città e la vista del porto dalla piazza.
Per non parlare delle sue chiese: Basilica Madonna del Soccorso, Basilica San Calogero al Monte, San Nicolò la Latina e la Chiesa delle Giummarre dove abbiamo visto il busto del comandante del dirigibile Francese Dixmude…
Dixmunde, che strano nome e che strano luogo per una statua.
Chiediamo informazioni e Angela, la titolare del Garibaldi Relais dove alloggiavamo, ci racconta la storia di Jean Du Plessis.
Il Dixmude era un dirigibile tedesco della classe Zeppelin, costruiti per andare a bombardare New York.
Il dirigibile poi era passato alla Francia come parte del pagamento dei danni della prima guerra mondiale. Con questo passaggio era stato ribattezzato col nome del villaggio belga Diksmude che era stato lo scenario di una battaglia del 1914.
Di ritorno dalla Tunisia, l'aeromobile fu colpito nel viaggio da un fulmine e precipitò nel Mediterraneo al largo di Sciacca. Nella sciagura perirono 50 uomini d'equipaggio.

Era la notte del 21 dicembre 1923 e Padre Arena fu il primo a riconoscere il corpo del comandante, il conte Jean du Plessis de Grenèdan.


Venne recuperato da pescatori saccensi cinque giorni dopo il disastro e, nella tasca del comandante, venne trovato un biglietto che fa apparire tutto come un miracolo.
Il comandante si rivolgeva alla Madonna con la preghiera che in caso di morte il suo corpo non fosse mangiato dai pesci.
Il sacerdote instaurò rapporti di amicizia con le autorità francesi, e con le famiglie
delle vittime, e fece erigere una colonna votiva al Viale delle Terme con in cima la madonna di Notre Dame de Fourviere.
Abbiamo scoperto una città ricca di storia e aneddoti che sicuramente hanno arricchito il nostro soggiorno.
Ma non vogliamo dimenticare di menzionale la cucina locale che merita attenzione e rende piacevole il soggiorno… quello che ci è piaciuto di più sono stati i cannoli, le pizze, i gelati e i salumi.
È importante ricordare che Sciacca è vicina a posti meravigliosi come Agrigento, Selinunte, Monreale e la città di Palermo.
Veramente è stata una esperienza indimenticabile e che ci ha fatto ritornate due anni dopo.
Vogliamo ringraziare a Angela de Michele, il Signore Gulino e la famiglia Segreto per la loro ospitalità, e spero presto di nuovo a Sciacca.
 

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Mi chiamo Antonio e nel 1993 ho rilevato l’azienda da mio padre Marcello chiamandola “Il Merlo”, dal soprannome usato in famiglia.
La mia famiglia Carrarini da ben tre generazioni si occupa di vino, dalla coltivazione dei nostri terreni a San Vito Romano e Olevano Romano fino alla ideazione dei vini e alla loro produzione.

Tutto iniziò tanti anni fa in una casa colonica nelle campagne in una località che si chiama Fagnano, e poi abbiamo costruito una nuova casa e cantina negli anni 1960 proprio nel paese di San Vito Romano.
Ancora ci trovate qui, all’ingresso del paese, e non potremo vivere in nessun altro posto lontano dalla nostra cantina.

I vigneti di circa 2 ettari, invece, sono esposti a sud e si estendono su un territorio collinare in località Cascaglione, che è anche il nome di uno dei vini rossi, ad un’altitudine di circa 350 metri. I terreni sono limo argillosi di terra rossa, mediamente compatta, e sono caratterizzati da forti pendenze (30%) avvicinandosi ad una viticoltura eroica.
Non aspettatevi sontuosità, la nostra è una piccola azienda dove la vigna, la cantina e l’organizzazione distributiva sono svolte completamente a livello familiare.
Però abbiamo una nostra filosofia e vinifichiamo uve autoctone come Bellone, Ottonese, Cesanese alle quali si aggiungono varietà nazionali come Malvasia e Moscato.
Il sistema di allevamento è per i nuovi impianti a cordone speronato e guyot, mentre ‘a pergola’ per i vecchi impianti che risalgono agni anni ’70.
All’interno della cantina, dove c’erano le vecchie cisterne in cemento ho creato una bottaia con circa 14 barrique dove affido le mie migliori produzioni ad una maturazione in legno esclusivamente di rovere francese.
Durante queste tre generazioni abbiamo fatto tantissime prove, il sistema di produzione e di allevamento della vite non è più lo stesso, ma la passione è sempre rimasta la stessa.
Ci sono dei vini ai quali sono particolarmente attaccato e che credo rappresentano meglio il nostro modo di vivere e, quindi, i miei ideali di viticoltura.
Il primo si chiama Vecchi Filari, un vino bianco ottenuto da uve Malvasia, Bellone e Ottonese. Sono uve autoctone e qualche volta difficili da trattare ma prende il nome dai filari antichi piantati dalla famiglia. Alcuni sono stati sostituiti mentre quelli da cui viene il vino sono quelli originali.
Lo faccio fermentare in acciaio ma poi matura in barrique di rovere francese con batonnage e sosta sui lieviti per circa 12 mesi. Ha una bella gradazione alcolica di 14,5 gradi e colore giallo oro. Al naso è complesso con prevalenza di frutti esotici. In bocca è pieno, rotondo.
Il secondo vino completamente da uve autoctone è il Cascaglione ottenuto da sole uve Cesanese. Siamo nell’area vicina alla Cesanese DOC e faccio anche parte della Strada del Cesanese di Olevano Romano con la quale promuoviamo il nostro territorio e il nostro ‘nettare’.

Per queste uve, la vendemmia avviene in leggera surmaturazione e la fermentazione in acciaio con ripetuti rimontaggi e una lunga permanenza sulle bucce. Poi la maturazione parte in barrique e parte in acciaio per arrivare all’assemblamento prima dell’imbottigliamento.
Ha una gradazione 15 gradi e un colore rubino con riflessi granata. Al naso è vinoso con leggero sentore di ciliegia mentre in bocca giustamente tannico con una piacevole rotondità.
Infine quello a cui sono più affezionato, il Marcello ’27 che ho dedicato a mio padre. Viene fatto da sole uve di Moscato bianco vendemmiate molto mature, quasi disidratate.
Una leggera macerazione sulle bucce prima della fermentazione che avviene in acciaio e un successivo affinato sui lieviti con batonnage per circa un anno. Il sapore è morbido, avvolgente, rotondo e ha una elevata è alcolicità di 15,5 gradi.
Il profumo con note di miele è complesso e riporta piacevolmente alla tipicità del vitigno.
È un compagno ideale per amichevoli conversazioni o momenti di meditazione. Con calma per la sua gradazione.
Sono fortunato.

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Ho visitato ieri con Piera la bellissima mostra di Raffaello presso le Scuderie del Quirinale a Roma e, ovviamente, mi sono soffermato sulle opere che ritraevano mele.
Il 6 aprile 1520 moriva, a trentasette anni, Raffaello Sanzio, il più grande pittore del Rinascimento.
A distanza di 500 anni (nonostante la pandemia), la mostra racconta la sua storia con un percorso che illustra a ritroso l’opera del grande Maestro da Roma a Firenze, da Firenze all’Umbria, fino alla nativa Urbino.
Un percorso eccitante e fantastico che consiglio a tutti di intraprendere.
Oggi, quindi, parliamo d’arte ma con il solito richiamo alla nostra passione: la mela.
Fra i tanti e famosi quadri presenti nella mostra, mi soffermerò su due di essi.
Il primo è un dittico che Raffaello dipinse nel 1504 composto da due tavole: il Sogno del cavaliere, proveniente dalla National Gallery di Londra, e la seconda tavoletta è Le tre Grazie.


La prima tavola, Sogno del cavaliere, è interpretato anche come Ercole al bivio e forse connesso al poema Punica di Silio Italico. La seconda parte, conservata presso il Museo Condé di Chantilly in Francia, la avevo scelta per la copertina del mio libro “Benvenuti ad Avalon in agro di Ortona dei Marsi”.
Inutile dirvi che è fra i miei preferiti.
Il secondo quadro è, invece, il Ritratto di giovane con mela, un olio su tavola appartenete alla collezione della Galleria degli Uffizi di Firenze che Raffaello dipinse nel 1504.

L’opera raffigura un nobile giovane, identificabile con Francesco Maria della Rovere, designato ad erede del ducato di Urbino dallo zio Guidobaldo da Moltefeltro.
La mela d’oro che il giovane regge con la mano destra allude simbolicamente alla futura carica temporale.

Così si esprimeva Giorgio Vasari nel 1568. “E nel vero che l’altre pitture, pitture nominare si possono, ma quelle di Raffaello cose vive: perché trema la carne, vedesi lo spirito, battono i sensi alle figure sue e vivacità viva vi si scorge”.


E non aggiungo altro di quello che questo immenso artista ci ha lasciato in eredità.
Semplicemente magnifico!
Devo dire che le mele di Raffaello Sanzio sono decisamente molto più belle di quelle del nostro meleto di Ortona dei Marsi.
Ma le nostre sono più buone!

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C’era una volta un giovane uomo che con la guluppa in spalla percorreva a piedi le tipiche strade bianche delle Marche per andare al lavoro.
La guluppa era il famoso pasto senza il quale non si scendeva sotto terra.
Comprendeva l’acetello, l’acqua con aggiunta di aceto che dissetava e pure disinfettava, la panzanella, espressione massima del recupero degli avanzi fatta di pane secco bagnato d’acqua-aceto, con un po’ d’olio, aglio e pomodoro.
Infine c’era la fila, il pane dove al posto della mollica c’era una frittata, d’estate fatta con le foje o erbe di campo e d’inverno, con verdure e patate.
Erano i primi anni del ‘900 e questa è l’immagine che ho costruito nella mia mente di mio nonno Luigi mentre si recava alla miniera di zolfo di Cabernardi, per immergersi nelle viscere della terra ed estrarre il cosiddetto oro giallo.
Si trattava di un lavoro durissimo ed ogni giorno questi uomini, poco più che adolescenti, rischiavano la vita.
I ricordi tramandati raccontano che quando l’urlo della sirena vibrava tra le colline, le famiglie temevano per i loro cari al lavoro sotto terra: era il segnale di qualche incidente accaduto nelle gallerie.
Nonostante questo, tutti si ritenevano fortunati ad avere un lavoro pagato e sicuro.
La società Montecatini, responsabile delle estrazioni di zolfo nelle miniere, aveva costruito quello che oggi chiameremmo un “welfare aziendale” per i lavoratori, offriva loro gli alloggi, corredati di legna per scaldarsi, corrente elettrica e un orto per le necessità familiari.
Fu così che 100 anni fa nacque Cantarino, un villaggio ai piedi del Monte Rotondo creato dal nulla per i minatori.

Siamo nel cuore delle Marche, nel comune di Sassoferrato, e qui mio nonno Luigi, una volta sposato con mia nonna Anna, ebbe in assegnazione una casa e crebbe mia madre e le altre due figlie, lavorando per 30 anni in miniera.

Al raggiungimento dei 25 anni di lavoro ebbe un riconoscimento e la medaglia: non era da tutti arrivare a questo traguardo!


Nel frattempo, nel mondo si susseguirono eventi straordinari: ci fu il ventennio fascista, la tristemente famosa crisi economica del 1929 e la seconda guerra mondiale, durante la quale le miniere di zolfo furono addirittura incendiate.
Nonostante le grandi difficoltà mia madre “imparò il mestiere” di sarta, allestendo un piccolo laboratorio nel soggiorno di casa e insegnando, a propria volta, l’arte del cucito alle ragazze del posto.

Il dopoguerra e la chiusura delle miniere nel 1959 alimentarono l’emigrazione dei giovani, ma mio nonno Luigi e mia nonna Anna, ormai in pensione, rimasero a Cantarino.
Quando mia madre conobbe mio padre emigrarono nel nord d’Italia per lavorare.
Il legame coi nonni però rimase sempre vivo e io e mio fratello scrivevamo letterine ai nonni e trascorrevano immancabilmente a Cantarino, dove abbiamo costruito amicizie e relazioni durate nel tempo, tutte le vacanze estive.
Il forte legame con questi territori è stato trasmesso anche ai nostri figli nati tra gli anni ‘90 e il 2000 che, nonostante vivano e lavorino altrove e siano cittadini del mondo, si ritrovano a Cantarino all’insegna di queste origini comuni che comprendono valori e conoscenza del passato.
In questi ultimi 20-30 anni è stato bello vedere come questi luoghi, a me tanto cari, siano stati di nuovo messi al centro di una visione più ampia, riconoscendo loro il giusto valore legato alla storia, alla cultura, alla natura.
Una delle iniziative più sentite è il Palio della Miniera di Zolfo, una sfida tra contrade che rinnova la memoria degli antichi mestieri e del duro lavoro di scavo in miniera.
Si è avversari in gara, ma poi l’amicizia e la complicità la fanno da padroni.
Oggi l’impegno costante e instancabile di chi vive in queste zone ha permesso la nascita del Museo della Miniera di Zolfo ed il Parco Archeo Minerario di Cabernardi, di cui anche Cantarino fa parte con il suo piccolo tassello di storia.
 

Foto di copertina di Sassoferratoturismo.it


 

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Scorcio di Lucca Sicula
Scorcio di Lucca Sicula

Pensavo di annoiarmi a Lucca Sicula con l’arrivo dell’autunno, ma la fine ottobre porta già un’altra festa: quella del pregiatissimo olio extra vergine d’oliva.
Un olio che delizia il palato e l’olfatto dei visitatori con una estasi dei sensi, grazie al suo profumo fresco e intenso, forte e deciso.
All’interno della sagra si svolgono incontri, visite ai frantoi e degustazioni di prodotti tipici come le muffulette, il pane cunzatu con olio e sarde, e anche formaggio, olive, vino, salumi e ricotta.
Questi mesi da quando ho iniziato a lavorare a Lucca Sicula sono passati in fretta.
È già arrivata la primavera, con i suoi colori che riscaldano il cuore e lo riempiono di emozioni. Apro il finestrino e il profumo di zagara dei verdeggianti aranceti mi investe in pieno. Lo respiro profondamente.
Dopo un’ora e mezza di viaggio arrivo a scuola e posteggio la macchina.
Nel cortile c’è grande fermento. Gli alunni discutono animatamente, sembrano elettrizzati, si sbracciano, gridano e urlano: “Viva San Giovanni!”  “Viva San Michele!”. Con lo sguardo serio li invito ad entrare in classe, chiedendo di lasciare in pace i Santi.
Durante la ricreazione, mentre prepariamo la spremuta con le gustosissime arance appena raccolte in un agrumeto vicino al paese, (ce ne sono tanti in questa zona) i bambini mi tempestano di domande.

“Maestra, nel tuo paese si fanno le ‘rigattiate’?” “Chi si Sangiuannara o Sanmichilara? (Che sei di San Giovanni o di San Michele?)”.


Io li guardo con aria strana e non capisco nulla.
Alcuni si sbottonano il grembiule mostrandomi le felpe rosse con l’immagine di San Giovanni, altre le felpe azzurre con l’immagine di San Michele. Sono i colori della festa di Pasqua.
Vedo i loro occhi che brillano di eccitazione e comincio ad intuire qualcosa.
Poi all’uscita di scuola, un collega mi invita a restare a Lucca Sicula per le vacanze, spiegandomi la ricca tradizione folcloristica in occasione della Santa Pasqua.
Dopo il commovente Ncontru tra la Madonna e Gesù Risorto, nella grande Piazza Vittorio Emanuele, dominata dall’antico Palazzo Lo Cascio del XVIII secolo, inizia la processione per le vie cittadine.
I Lucchesi si dividono in due comitati organizzatori: i “Sangiuannara”, cioè i devoti di San Giovanni che si radunano davanti alla Chiesa Madre, e “Sanmichilara” ovvero i devoti di San Michele che si riuniscono davanti la Chiesa del Rosario.

I due gruppi fanno a gara durante le “rigattiate”, ossia le corse in piazza con i simulacri dei Santi.


Ogni comitato ha la sua musica tradizionale eseguita da una banda. Le statue dei due Santi sono addobbate con ornamenti floreali e vengono fatte correre da giovani e meno giovani.
La festa si chiude con i suggestivi fuochi d’artificio organizzati dai due comitati.
Mi chiedo: “Ma sono matti a far ballare i Santi?”  “Certo, sarebbe bello rimanere qui e vedere questa festa!” penso ad un tratto.
“Ma chi lo comunica ai miei?”.
La macchina fa i capricci e non vuole mettersi in moto. Mi avvio verso il centro a piedi. Il caldo comincia a farsi sentire.
Mi fermo in piazza e mi avvicino alla fontana dove è collocata La Primavera, la statua marmorea di colore biancastro che raffigura il corpo di donna.
Mi bagno la fronte, alzo lo sguardo e osservo il tappeto di colori rosso e blu formato dagli addobbi di Pasqua. Uno splendido colpo d’occhio!
Basta! Ho deciso! Resto qui a Lucca Sicula!
Fatelo anche voi!
Sceglietevi una festa tradizionale e organizzate una gita fuori porta in questo tranquillo paesino siciliano accogliente e aperto ai visitatori.
Foto di Copertina da Wikipedia

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La prima cosa da sapere è che anche Chengdu ha aderito al contest #IlFuturoNelleNostreRadici.

La seconda è che è la città dei Panda.

La prima volta che andai a fare il visto per prendere parte ad una delegazione di operatori italiani organizzata da OBOR e dal CPAFFC (Chinese People's Association for Friendship with Foreign Countries), l’operatore dell’ambasciata mi ha subito chiesto:

“Andate a vedere i Panda, vero?”.

“Certo!”, non volevo certo deluderlo e dirgli che saremo andate a vedere i cavalli.

Prima di entrare nel dettaglio dell’importanza di Chengdu nella storia cinese attuale (in questi giorni compare spesso al telegiornale), diamo alcuni numeri sulla città.

Chengdu è una città di circa 17 milioni di persone ed è la capitale della Provincia del Sichuan, più o meno sotto l’altopiano del Tibet.

Da qui ogni 6 ore parte uno dei lunghissimi treni che collega la Cina con l’Europa e in particolare si ferma a Duisburg in Germania.

Visitare il porto ferroviario di partenza è una vera esperienza tecnologica.

Molti si ricordano questa provincia per il terribile terremoto di qualche anno fa di cui non si vedono più tracce. Anzi la città e la provincia sono in pieno fermento edilizio e le costruzioni nascono come funghi.

Altri conoscono il Sichuan per la sua cucina e il suo pepe, annoverati fra il patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco e Chengdu è la capitale cinese della gastronomia.

Non a caso Slow Food ha una sua Arca del Gusto e la ha scelta per il suo incontro internazionale di cucina. Dopo questo incontro la Cina ha deciso nel 2017 di costruire 1000 città Slow dove preservare le produzioni tipiche e la cucina locale.

E quando la Cina decide una cosa, poi la realizza.

Un’altra cosa che la Cina ha deciso, e che con il COVID ha accelerato, è la creazione di quartieri dedicati all’arte in ogni città.

Quello in costruzione a Chengdu si chiama Tianfu ed è una vera e propria città satellite di 200.000 abitanti piena di gallerie d’arte, musei, università e accademie d’arte.


E anche di centri equestri…

Si perché Chengdu è stata per anni una delle città più importanti per il commercio dei cavalli fra Cina e Tibet. Da qui passava la famosa Via del Te e dei Cavalli con la quale i cinesi si approvvigionavano di cavalli in cambio del tè prodotto nel Sichuan. Il te serviva per rompere i grassi della ricca dieta delle popolazioni del Tibet.

A Chengdu è nato, o perlomeno ha avuto il suo massimo sviluppo, lo sport del polo già poco dopo l’anno mille . Veniva praticato come allenamento militare ma poi era diventata uno spettacolo di corte al punto tale che esistevano delle vere e proprie sartorie per le divise dei cavalieri .

Oggi Chengdu è ancora la capitale degli sport equestri cinesi e si tiene ogni anno una tappa dei Campionati Mondiali di Salto, oltre a numerosi altri eventi internazionali.

Nel nostro viaggio abbiamo anche visitato un centro equestre per principianti posto al terzo piano di un centro commerciale, il più grande dell’Asia. E quindi del mondo.

Un’ultima storia ... Chengdu è famosa per il teatro tradizionale dell’Opera del Sichuan chiamato Face Changing perché gli attori possono cambiare decine di maschere facciali in pochi secondi durante lo spettacolo. Da non credere, bisogna solo andare a vedere.

Questa è la Chengdu che ha aderito al nostro contest e non vediamo l’ora di leggere le sue storie.

Ebbene si, Chengdu è anche la città dei Panda!

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Alcune volte sembra che ci dimentichiamo la regione Marche per poi farci sorprendere positivamente.
Ogni volta è la prima volta, e ogni volta ci godiamo la loro incredibile bellezza.
Questa estate sono in vacanza nella Riviera delle Palme, nel sud della regione ai confini con l'Abruzzo (altro scrigno di gusti).
Sono a San Benedetto del Tronto dove le olive ascolane (dal nome della vicina Ascoli Piceno) si incontrano con gli arrosticini di pecora abbruzzesi.
Un lungomare tra i più belli d'Italia: 5 chilometri di passeggiata che vanno da Porto d'Ascoli (che dagli anni '60 è parte integrante del nucleo urbano di San Benedetto del Tronto) fino al centro città costeggiata da una pista ciclabile.
Siamo al mare e qui la cucina di pesce la fa da padrona. Dobbiamo ricordare che San Benedetto del Tronto è il primo porto pescherecci delle Marche, la cui costruzione risale al 1907.
Esiste un piatto che è il simbolo della cucina del luogo ed è il Brodetto alla Sanbenedettese, una sorta di zuppa di pesce con la particolarità dell'uso dell'aceto e dei peperoni.
Altre ricette tipiche che si possono guastare nei locali di questa zona sono le Trippe di Rana Pescatrice con Fagioli Cannellini, e la Coda di Rospo in Potacchio.
Questa volta ho voluto preparato la Coda di Rospo in Potacchio seguendo la ricetta del cuoco del ristorante La Gioconda.
Per prima cosa spieghiamo un po’ di dialetto marchigiano dicendo che il potacchio è una salsa con il pomodoro che ha la particolarità di essere aromatizzata con abbondante rosmarino.
Mentre la coda di rospo non ha nulla a che fare con principi e principesse ma è un pesce che viene chiamato in vari modi nelle diverse regioni italiane. Anche perché i pesci hanno la stessa forma ma un sapore diverso a seconda del mare e del fondale in cui vivono.
Il suo nome deriva da una pinna che agisce come una ‘canna da pesca’ per le sue prede. E con la sua grande bocca è capace di ingoiare qualsiasi cosa.
Quella del Mar Adriatico ha carni sode e un gusto delicato, perfetto proprio per questa ricetta.

Ricetta della Coda di Rospo in Potacchio


Si prende una padella e si prepara un fondo con aglio, olio e peperoncino. Si lascia insaporire e si aggiungono i rametti di rosmarino e, poco dopo, la polpa di pomodoro.
Si lascia cuocere bene la salsa e quando è quasi a fine cottura si aggiunge la coda di rospo.
Si lascia cuocere non tantissimo perché questo pesce ha una polpa tenerissima ma una cottura prolungata la renderebbe stoppacciosa.
Con la salsa che avanza potete condire una pasta e avrete un altro piatto buonissimo.
Il vino? Ho bevuto una Passerina di Ciu Ciu, da non scordare!
 

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