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Cara Villarosa,
la tua gente se n'è andata, sei rimasta da sola e abbandonata. Ma ti porterò per sempre nel mio cuore.
È triste vederti giù, la chiusura delle miniere ha costretti i tuoi figli a fuggire via.
Ancora oggi i tuoi figli scappano, ma non scappano da te Cara Villarosa, scappano dalla fame e dalla miseria in cerca di lavoro.
Ricordo la maestosa festa patronale, le tante bancarelle lungo il tuo corso principale, le luci per le strade e il profumo dello zucchero filato.

Ero piccolo, ma mi stavo già affezionando a te e alle tue feste.
Ricordo quando in estate la gente si sedeva fuori. Nessuna poltrona, soltanto sgabelli e sedie apribili di legno.
Mentre la nonna raccontava le sue avventure al mercato io giocavo per le tue vie a nascondino. Quanti bei nascondigli che mi hai fatto scoprire, non mi catturavano mai!
Ricordo quando quella stessa nonnina che si sedeva fuori la sera, la mattina mi portava con sé al mercato e mi comprava le caramelle o le patatine, o le palline di Natale quando era dicembre.
Ricordo quando correvo in bicicletta nella tua diga.
Diga, che brutta parola, il tuo è un magnifico lago, se pur artificiale, e la flora e la fauna che vi abitano farebbero invidia a qualsiasi "Diga" del mondo!
Oggi il tuo laghetto è lasciato a sé stesso, un tempo c'era un chioschetto, una strada ben asfaltata e dei cartelli informativi sulla flora e la fauna.
Ora... Il silenzio.

Cara Villarosa,
come ti sei ridotta, avevi un cinema BELLISSIMO. Quanto ho sognato da piccolo affinché lo riaprissero. Volevo vedermi "Cars" o "Toy Story" nel mio paesino con i miei amici. E invece...
Il tuo treno-museo è mozzafiato, unico in tutta Europa. Alle elementari ho scattato tante di quelle foto che ho perso il conto: presepi antichi, attrezzi da minatore, attrezzi da contadino, ecc.…

Tanto ero innamorato che un mio compleanno, se ti ricordi bene, l'ho festeggiato in un vagone del treno-ristorante. Strambo non credi?


Villarosa mia, la tua torre dell'orologio è piccola ma ha il cuore grande perché è il simbolo di tutto il paesino. Mi piangeva il cuore quando le tue campane hanno smesso di suonare, dopo un anno sono state aggiustate e il mio cuore è tornato a sorridere.

Chissà a quanti rintocchi è arrivato il tuo orologio.
Le tue chiese non sono cattedrali, ma non importa. Sono bellissime lo stesso, abbine cura, ogni pietra racconta una storia diversa e avvincente.
Nessuno ci può capire. Solo i tuoi figli ti apprezzano veramente per quello che sei, nessuno sa quanto può essere grande l'amore che abbiamo verso di te.
Come noi non possiamo capire fino in fondo cosa provano i nostri fratelli di Villapriolo, il tuo fratellino minore.
Il Duca Notarbartolo, il tuo papà, ci ha fatto il regalo migliore del mondo: ci ha regalati il paese della pace, dell'aria pulita e di campagna.
Ero piccolo e tutto mi sembrava meraviglioso, cara Villarosa, ma ora sono un po' più grande e presto toccherà anche a me lasciarti.
Sei bella sì, ma appartieni al passato e non puoi offrirmi più niente per il mio futuro.
Resterai sempre nel mio cuore. Abbi cura dei tuoi palazzi, delle tue chiese, dei tuoi piccoli boschi e della tua umile storia contadina e mineraria.
Infine abbi cura della tua stazione, la stessa dove un giorno partirò come fecero i nostri nonni e bisnonni abbandonandoti per sempre.
Io però tornerò, cara Villarosa, è una promessa.
Viva Villarosa!

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La terapia del tartufo, così la chiamo io, è una vera e propria esperienza a contatto con l'energia della natura.
Ho la fortuna di vivere e lavorare in uno dei posti più belli dell’Italia, la Gola del Furlo nelle Marche. Un passaggio fra le montagne degli Appennini dove fra pareti rocciose a strapiombo scorre il fiume Candigliano.
Su queste rocce la prima strada l’avevano costruita i romani con la Via Flaminia che arrivava fino a Fano.

Da bambina frequentavo il Furlo con mio padre e mangiavamo le tagliatelle al tartufo seduti al tavolo sotto la finestra, nell’angolo della saletta adiacente all’entrata del Ristorante AnticoFurlo, un’immagine indelebile nel mio album dei ricordi.
La sorte mi ha riportato a continuare questa storia d’amore per il cibo, di amore per le tradizioni e le cose autentiche.
La terapia del tartufo fa parte di questo amore per la terra.
La tartufoterapia è un evento esclusivo che però possiamo praticare quasi tutto l'anno tranne nei mesi di maggio e settembre.
Si! perché questo elemento meraviglioso, che nasce nelle terre italiane e in particolare ad Acqualagna, è presente in diverse forme e sapori, tutto l'anno.
La regione Marche è un territorio che incanta per i paesaggi mozzafiato, le morbide colline, la poesia e il colore acceso della ginestra, il profumo del mare Adriatico. Non per niente ha ispirato il più grande poeta italiano: Giacomo Leopardi.
Questo territorio è ricco di bellezze naturali e di storia. I contadini dell'entroterra, i pescatori della costa e gli artigiani, mantengono vive le antiche tradizioni. Proprio come quella del tartufo, ed è proprio questo il valore aggiunto della nostra incontaminata regione.
[caption id="attachment_124315" align="center-block" width="1024"] I tartufi sono veramente rari, perché la loro crescita dipende da fattori stagionali oltre che ambientali.[/caption]
La ricerca del tartufo, che vede solitamente protagonisti il tartufaio e il suo cane è un'attività che richiede tanto tempo, pazienza e passione.
Il vero interprete è il cane che detta il passo e i tempi muovendosi fra gli alberi e annusando alla base dei tronchi.
Una passeggiata per il bosco, insieme all'esperto cavatore e il suo cane, cogliendo tutte le sfumature del verde, vi farà scoprire e imparare i segreti di raccolta di questo meraviglioso fungo ipogeo.
Poi, dopo la cerca del tartufo, aiutiamo le persone ad apprendere il suo utilizzo in cucina o addirittura assaggiarne la prelibatezza con un pranzo o una cena presso il nostro ristorante proprio all’ingresso della gola.
Il Ristorante ad Acqualagna Antico Furlo è un punto di riferimento per gli intenditori con i nostri menù a base di tartufo fresco tutto l'anno.
Questo storico ristorante si trova a pochi km da dove avviene la ricerca del tartufo, nella Riserva Naturale Gola del Furlo dove è presente la tartufaia più antica delle Marche.

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Erano i favolosi anni ’50.
Avevo circa 4 anni e la musica era la mia grande passione. La batteria, trovava molto spazio tra i giochi e gli studi, sì certo, perché a 2 anni già suonavo!!
La Sicilia raccontava di un dopoguerra che aveva già espresso la sua forza nell’autonomia e il ricordo di una terra di vinti, miseria e violenza. La democrazia camminava verso il progresso: così come ci raccontavano Levi e Sciascia.

La nostra famiglia si era spostata per un periodo nella provincia catanese per il lavoro di mio padre, cassiere presso il Banco di Sicilia. In quel periodo lavorava a Zafferana Etnea, la patria del miele dell’Etna, della pizza Siciliana, delle foglie da thè e di tante altre squisitezze.
Zafferana è un paesino in collina alle falde dell’Etna ed è considerata la “Perla dell’Etna”, una cittadina dal nome arabo. Prende il suo nome dal variopinto pistillo che, in un terreno così fertile come quello vulcanico, a tutt’oggi regala un’emozione allo sguardo durante la sua fioritura. Nonché un grande profumo alla barocca cucina siciliana.
Era estate, ricordo luglio, la stessa estate che nel pomeriggio ancor oggi vede affluire le persone dalle stradine sulla piazza Umberto I, dopo che la calura ha rinchiuso tutti i sui abitanti in casa. Tutti al belvedere ad ammirare l’orizzonte, lì dove il mare abbraccia il cielo.
Allora, come oggi, la gente si sedeva al bar a godersi il fresco e rinfrescandosi con la “cremolata”, che oggi chiameremo gelato. Allora veniva servito in una coppa di metallo e aveva la consistenza più morbida del “pezzo duro”, il gelato artigianale siciliano a due gusti di origine araba. Ma più densa della granita.
Le persone occupavano il bar fino a tarda sera, così il proprietario del Bar Salemi, che aveva conosciuto mio padre in banca, gli chiese di far esibire me e mio fratello Juzzo durante i fine settimana, rispettivamente alla batteria e alla fisarmonica.

Io avevo 4 anni e Juzzo 12!
E, incredibile ma vero, avevamo anche chi veniva a prendere i nostri strumenti e li montava…. Suonavamo le canzoni di Sanremo degli anni ’50, i cosiddetti “cubani”, che di musica cubana non avevano proprio nulla perché era musica afroamericana, lo swing.
Swing … nostra grande passione e la musica che trasmetteva la radio!
Non ci posso ancora credere dopo 70 anni … ci pagavano 500 lire a testa a sera ed in più bevanda analcolica e la mitica pizzetta!!!!
Fummo un’attrazione!
La gente ballava in piazza fino alla fine al ritmo trascinante di due ragazzini che realizzavano un sogno, come pochi!
Da lì più avanti sarebbe nato il “Trio Primavera”, “Cesare Bruno ed il suo quartetto”. Erano tempi pionieristici e il successo arrivò a livello provinciale e regionale partecipando a trasmissioni radiofoniche per ragazzi e programmi televisivi.
Fino ad incidere un disco!!!!
Non dimentichiamo che siamo sempre negli anni’50!
La musica ci portò fino al 1961, quando nascono i “Kamels” con Pippo Ciavola al pianoforte, Salvino Comes al basso, Juzzo al vibrafono e fisarmonica ed io, detto Kim, alla batteria!
L’ottimo consenso di pubblico e di critica ci fece arrivare alla fine degli anni ’60 con l’ultima band “I Cuccioli”!

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Non esistevano i treni Alta Velocità e non esistevano neanche i voli low cost.
Non usavamo internet, non sapevamo cosa fossero la banda larga e la connessione superveloce.
Non si chattava, né si passava il tempo su Facebook e Instagram.
C'era però una piccola casa in un borgo delle Madonie, Polizzi Generosa, in cui vivevano delle persone care, le quali, ogni estate, aspettavano l'arrivo dei parenti romani.
Ogni anno, quando si avvicinava il periodo estivo, aumentava di giorno in giorno l’attesa dell’incontro.

Io e la mia famiglia a preparare la partenza, i nostri parenti a organizzarsi per il nostro arrivo.


In particolate io e mio padre eravamo i responsabili della "gestione tecnica" del viaggio. Si doveva andare alla Stazione due mesi prima della data prevista per la partenza, sperando di riuscire a prenotare il contingente dei posti a sedere messi a disposizione.
Questo poteva anche comportare il dover tornare più volte in biglietteria finché, io e papà, potevamo tornare trionfanti a casa con la conferma delle "prenotazioni dei posti”.
Il viaggio in treno aveva qualcosa di "epico" perché in estate quei treni erano pieni di persone che avevano lasciato i loro paesi, le loro terre, per andare a cercar fortuna in altro luogo. Ma non potevano mancare all'appuntamento estivo nel tornare nei luoghi natii.
Viaggi che spesso comportavano lunghi spostamenti, soprattutto dalla Germania, dal Nord Italia (in particolare Torino) con dispendi economici.
Erano gli anni delle "valigie di cartone", degli assalti per prendere i posti a sedere che rimanevano a disposizione, dei treni superaffollati.
La mattina del giorno in cui saremmo dovuti partire, entrava in azione mia madre per preparare quello che ci saremmo dovuti portare con noi per il viaggio in treno.
Panini preparati in casa nelle ore precedenti la partenza, acqua, copertine per la notte, asciugamani e saponette per poterci quantomeno rinfrescare il viso al risveglio.
Non mancava mai il thermos per poterci prendere un buon caffè durante il lungo viaggio (si partiva da Roma alle ore 17.00 per arrivare a Palermo alle ore 10.00 del giorno successivo) accompagnato da un profumo familiare.
Affacciato al finestrino del treno (allora non esisteva l'aria condizionata), ero affascinato da tutto il movimento di persone che transitavano sui marciapiedi in attesa della partenza.
A un certo punto si sentiva il rumore delle porte dei vagoni che cominciavano a chiudersi, il semaforo da rosso diventava verde, il Capostazione fischiava.
Il treno cominciava a muoversi lentamente, mentre qualche passeggero che si era distratto nel comprare l’acqua prima di salire in treno, lo rincorreva, riuscendo a salire lo stesso.
Per raccontare tutti i ricordi legati al viaggio in treno, dovrei scrivere un intero volume per descrivere le mille storie vissute a bordo di questi treni. Le notti passate spesso a chiacchierare nei corridoi, l'alternarsi di persone che salivano e scendevano.

Si arrivava a Villa San Giovanni (ultima stazione in Calabria) la mattina presto.


Dopo una sosta di circa mezz’ora per attendere l’arrivo del traghetto, il treno era costretto a fare delle manovre di entrata e di uscita, finché era suddiviso in tre tronconi.
Ancora oggi, in attesa del ponte che dovrebbe unire la Calabria alla Sicilia, questa procedura è rimasta inalterata.
Al termine di queste operazioni si poteva scendere dai vagoni, che nel frattempo erano posizionati sui binari interni al traghetto, e i viaggiatori potevano salire sui ponti esterni.
Nel frattempo c’erano persone che erano in fila al bar per la colazione, i più temerari si mangiavano di prima mattina degli arancini non certo light.
Questo era il momento più intenso dal punto di vista emozionale: per me bambino era come se stessi partecipando a una "piccola crociera", ma per mio padre e per tutti quelli che stavano tornando nella loro terra nativa, era qualcosa di "magico", di "spirituale".

Li vedevi completamente immersi nei loro pensieri guardare estasiati la loro terra d’origine che si stava avvicinando.
Su molti visi, compreso quello di mio padre, era facile vedere scorrere delle lacrime.
Dopo le fatiche della notte, arrivava il momento più "turistico" di questo lungo viaggio in treno.
Da Messina a Palermo il treno costeggiava tutta la Costa Nord della Sicilia e quindi era un tripudio d’immagini, di scorci marini, una carrellata di sensazioni ed emozioni.
Milazzo, Capo d'Orlando, Patti, Santo Stefano di Camastra, Cefalù, Altavilla Milicia. Pescatori che tornavano da notti in mare, contadini che iniziavano la giornata nei campi, i primi bagnanti in spiaggia, navi che si vedevano all'orizzonte, le persone che dalle terrazze delle case ci salutavano.
Quando si entrava nella galleria che precede l'arrivo a Cefalù, mia madre cominciava già a metterci in moto per prepararci alla discesa, ed io non volevo staccarmi dal finestrino... mancava ancora un'ora all'arrivo.
Arrivati a Termini Imerese, oppure a Palermo, dipendeva da chi ci avrebbe condotto a Polizzi Generosa, dopo i primi intensi abbracci e i primi pianti, iniziava la parte più impegnativa e anche quella più trepidante.
Finché non fu inaugurata l'attuale autostrada, ci attendeva un viaggio in macchina di circa tre ore, inerpicandoci per strade statali e provinciali che portavano verso Polizzi.
Curva dopo curva, ci si avvicinava alla meta.
La strada verso il paese lambiva le campagne sottostanti, le persone che erano in strada ci riconoscevano e ci salutavano.
A un certo punto in lontananza s’incominciava a vedere il nostro paese: quell'immagine che ogni volta che torni è sempre la stessa, eppure è come se ogni volta fosse la prima.
 
L'entrata in paese era un tripudio di saluti
Quando dalla Piazza del Belvedere, punto d’ingresso nel centro cittadino, imboccavamo il corso per gli ultimi metri che ci separavano dalla nostra casa, era come il maratoneta che entra nello stadio per percorrere gli ultimi passi della sua lunga maratona.
Ad attenderci non c'era però il pubblico dello stadio, non c'erano le medaglie d'oro.

Il premio di quel viaggio erano i parenti, gli amici, i vicini che si erano radunati vicino a quella casa per aspettare i "romani".


Lascio immaginare a voi cosa fosse il momento in cui si scendeva dalla macchina e tutta la stanchezza del viaggio si dissolveva nel calore degli abbracci, nell'emozione delle lacrime.
C'era quasi una sorta di "tragedia greca" in tutto questo.
Un caos di abbracci, baci, strette di mano, in cui non capivi più chi stavi salutando: il parente, l'amico, il passante che si era fermato.
La casa della mia famiglia era già piccola per ospitare chi normalmente ci abitava. Ancora oggi sono qui a chiedermi come riuscisse a ospitare anche noi, che non eravamo certo una famiglia di poche persone, a cui si aggiungevano amici che ci venivano a salutare e spesso si fermavano a pranzo o a cena.
Quella casa non aveva i confort che oggi andiamo cercando per rendere "esclusiva" la vacanza, ma nonostante questo ci stavamo bene lo stesso.
 
Non ci si lamentava se l'acqua fosse troppo fredda o troppo bollente, se il materasso fosse adatto per la postura, se l'armadio non fosse capiente, se si stava stretti a tavola.
Quando era il momento del pranzo, c'era chi si sedeva sugli scalini della scala interna, chi si attrezzava di fuori e non ci disturbavano i vicini che passavano, anzi erano accolti nella nostra casa, condividendo il piacere della vicinanza.
Altro momento che non dimenticherò mai era la "prima passeggiata" nel corso principale.
Chiunque abbia vissuto i ritmi di un paese sa benissimo che c'è tutto un rituale che generalmente inizia intorno alle ore 18.
Dopo una prima pausa alle ore 20 per la cena, si riprendeva alle 21.30 e si proseguiva fino a notte inoltrata.
Dopo aver smaltito la "prima sbornia" di emozioni con le persone più vicine, ci si doveva preparare alla "discesa in campo".
A quei tempi il paese era un posto che d'estate si riempiva di gente proveniente da ogni luogo e il corso principale si andava riempiendo di persone che si riunivano per passeggiare.
La nostra casa aveva il vantaggio di essere posta nel centro del paese.
Una discesa di pochi metri, ci separava dal corso principale e quindi avevamo anche una percezione visiva del flusso di persone che cominciava a passeggiare.

 
Ci stava un momento d’indecisione che precedeva la prima passeggiata.
Mentre eri lì a pensare sul da farsi arrivavano le prime voci di persone che ci avevano riconosciuto e c’invitavano a fare una passeggiata insieme.
Era il momento in cui si rompeva ogni indugio e si andava.
La prima passeggiata era soltanto la prima di una delle ripetute camminate andata e ritorno tra le due principali piazze del paese.
Era abituale iniziare andando sotto braccio con il primo amico, al quale si aggiungevano man mano altri amici. Finché il corso era pieno di tanti piccoli gruppi che s’incrociavano, e spesso si univano tra di loro a formare gruppi ancora più numerosi che si distribuivano tra la strada, i bar, le piazze.
Chiunque t’incontrava per la prima volta ti abbracciava e ti chiedeva: "Quando siete arrivati, quando partirete, sei venuto da solo o con chi sei venuto?".
Non era un interrogatorio di polizia, era solo un atto di cortesia e di rispetto verso l'ospite.
A quell’epoca non c'erano i telefonini a distrarci da questi semplici, intensi gesti di amicizia e di affetto.
Le giornate di vacanza scorrevano tra momenti di festa in casa e in strada, grandi mangiate senza stare a preoccuparsi di colesterolo, d’ipertensione, tanto c'era la felicità a fare da contrappeso ai rischi della salute.
Non si parlava di biologico, ma in realtà si pranzava e si cenava con i veri prodotti della natura, dal contadino direttamente in tavola.
Si passavano intere giornate nelle campagne sottostanti, accolti dai proprietari che mettevano a disposizione le loro case per ospitare le persone.
Si mangiava, si ballava, ci si divertiva con le cose genuine, anticipando la moda degli agriturismi, diventati poi una delle esperienze di vacanza più apprezzata.
Mi ricordo anche che mi piaceva girare da solo alla scoperta dei vicoli, delle piazzette, delle fontane, delle chiese, e dei palazzi storici di cui è pieno Polizzi Generosa.
In uno di essi: "Palazzo Notar Nicchi”, a ridosso della nostra piccola casa, ebbi modo di entrare grazie a dei parenti che ci lavoravano come camerieri.
Rimasi affascinato dalla mobilia, dagli arredi, dalle ceramiche e ricordo un pianoforte bellissimo.
Pur se bambino, potevo camminare per le vie del paese in totale tranquillità.
Non c'erano i rischi di essere investiti da un "pirata della strada", non avevi paura di fare brutti incontri.
Le persone che abitavano nel paese sapevano chi ero, e quindi non mi sarei mai trovato in difficoltà.
Mi divertivo a passare davanti alle case, sentire il bisbiglio delle donne sedute sugli usci delle case, i loro visi dietro quelle tende ricamate.
Ci sono tantissimi altri ricordi nella mia mente.
Le trasferte per seguire la squadra di calcio locale, quando andava a giocare nei paesi vicini seguita da cortei di auto e di furgoni pieni di tifosi.
Le feste religiose, che ancora oggi sono momenti di alta intensità.

La Sagra delle Nocciole con la sfilata dei carretti siciliani lungo il corso da cui bellissime ragazze in costume folcloristico lanciavano sacchetti con le nocciole, vanto di questo paese.
La Festa del Patrono San Gandolfo, con relativa attesa di conoscere quale sarebbe stato l'artista che avrebbe tenuto il concerto nel palco posto nella Piazza del Belvedere.
Ricordi indelebili che ancora oggi a distanza di anni restano i ricordi più forti, pur se ho avuto modo di visitare nel mondo tante città e tanti luoghi.

In questi ricordi c'è l'infanzia, la famiglia, l'amicizia, il rispetto delle persone, il sano vivere, la semplicità di un gesto.


Non posso non terminare questo racconto, ricordando che da lì partì mio padre, subito dopo la seconda guerra mondiale per venire a prestare il servizio di leva a Roma dove conobbe mia madre.
Un incontro che dette vita a una lunga storia di amore.

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Chi è stato ad Enna ha potuto ammirare quanto sia stata importante la presenza di Federico II che qui ha costruito uno dei castelli più difficili da espugnare.
In questo castello, per ben due volte, si riunì il parlamento del Regno Svevo. Federico II era colto, potente, astuto e moderno.
Ha combattuto il papato per promuovere la sua idea dell’ordine del mondo. Stati Nazione con re connessi in una sorta di federazione al cui vertice c’era l’imperatore.

E Federico II amava la Sicilia.
Era naturale che la Sicilia lo ricordi sempre, e che ad Enna sia nata una settimana di eventi e un Premio in suo onore.
L'evento ha finito per coinvolgere la città trasformandola in un laboratorio di talenti e di scambi culturali all’insegna dell’evasione e del bel tempo trascorso con amici.
Le manifestazioni si svolgono nei siti storici più caratteristici di Enna: la Torre di Federico, il Castello di Lombardia, la Porta di Janniscuro, i quartieri medievali e il centro storico. Questo consente ai turisti di lasciarsi sorprendere dal ricco patrimonio della città e di poterla gustare fino in fondo.
Le rievocazioni storiche, il Palio dei giochi medievali, le degustazioni di antichi sapori, la giostra dei cavalieri e l'imponente corteo con l'incontro tra il Castellano e l'Imperatore Federico II, ricostruiscono una scenografia di altri tempi e fanno rivivere tradizioni, gusti e costumi.
La dedica a "Federico II e il Sogno Europeo" è la più appropriata.
L’imperatore, noto come Puer Apuliae, Stupor Mundi, Sol Sine Nube, era nato a Jesi nel 1194 e dimorò in Sicilia rendendo l'isola un crocevia delle correnti culturali del Mediterraneo.

L'imperatore svevo aveva vedute tanto libere e innovatrici da apparire estremamente originale e anticonformista ai suoi contemporanei.


Aveva intuito che gli Stati Nazionali erano ormai divenuti troppo autonomi perché un imperatore a loro "estraneo" potesse imporre facilmente la sua supremazia. Allora immaginò e cercò di realizzare qualcosa di nuovo: una sorta di Confederazione fra Stati nazionali guidati ciascuno dal proprio sovrani ma uniti sotto la direzione dell'impero.
Per questa ragione, la Comunità Europea considera Federico II un suo ideale "fondatore".


La Settimana Federiciana è organizzata dall'associazione "Casa d'Europa", con Cettina Rosso, Maria Renna e Giuseppe Castronovo, con il supporto della città di Enna.
Per maggiori informazioni si può andare sul sito www.casadeuropaenna.it o scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Seguiteli anche sui social!

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Il paese di Calamonaci nasce alla fine del XVI secolo con gli abitanti della Nuova Terra concessa con atto del 1574 da Carlo D’Aragona al barone de Termini nel 1582.
Un paese relativamente recente anche se l’origine del nome Calamonaci viene dal periodo saraceno e Kal-at-Munach vuol dire Fortezza di fermata o di sosta.
Ma a partire dal 1582 arrivarono persone provenienti da diverse località (Corleone, Burgio, Palazzo Adriano, Sciacca, Villafranca) che portarono con loro diversi bagagli di tradizioni che hanno caratterizzato il paese che oggi conosciamo.

Il fiore all’occhiello del paese di Calamonaci è senza dubbio la festa del patrono San Vincenzo Ferreri, un domenicano nato a Valencia in Spagna chiamato l’angelo dell’Apocalisse.
Le origini della devozione a San Vincenzo risalgono al 1584, quando Bernardino de Termini Ferreri, figlio del fondatore del borgo, aveva chiesto e ottenuto la bolla di fondazione dell’arcipretura. In quella occasione si era vincolato ad erigere una chiesa dedicata proprio al santo spagnolo.
Attraverso questo passaggio la casata nobiliare faceva una operazione di autopromozione politico-simbolica per cui scelse un santo considerato di “famiglia”. Una scelta che verrà ripetuta nel nuovo centro di Casteltermini, fondato sempre dai Termini Ferreri nel 1629.
Negli anni successivi, il feudo di Calamonaci fu venduto al barone De Spuches che ampliò urbanisticamente il paese.
Si venne a creare una contrapposizione tra le famiglie del primo nucleo abitativo (insediatosi a partire dal 1574) e le nuove zone create dai De Spuches.
Una contrapposizione che si condenserà attorno ai simboli di identificazione della devozione: San Michele e San Giovanni.
Le due fazioni, Sammichilara e Sangiuannara (la cui appartenenza viene tramandata di padre in figlio), enfatizzano la loro sfida ancora oggi durante i festeggiamenti in onore di San Vincenzo Ferreri.
Una competizione che si gioca con cori, danze dei simulacri (le cosiddette rigattiate) portate in spalla dai fedeli e con la stupefacente gara a base di petardi e giochi pirotecnici.
La festa di San Vincenzo negli anni ha subito dei cambiamenti, legati soprattutto al periodo dei festeggiamenti e alle modalità di svolgimento degli stessi, ma non ha mai perso lo spirito della tradizione e l’esaltazione della devozione per San Vincenzo, San Giovanni e San Michele.
La devozione per San Vincenzo Ferreri non si racchiude soltanto nei tre giorni canonici di festa. Infatti durante l’anno, ogni martedì un gruppo di fedeli si riunisce per percorrere “u giru di li santi” (le vie che di solito vengono attraversate durante le processioni) per chiedere una grazia con l’intercessione del Santo.

“U viaggiu di Sammincenzu” si svolge recitando un rosario cantato in onore al Santo stesso. Eccone un estratto:
“San Vicenzu è lu gran santu e di dio amatu tantu.
Un angilu calatu e di Diu l’annamuratu.
La sciamma di l’amuri san Vincenzu lu protetturi.
O san Vincenzu, ch’è lu gran pinitenti, ch’è lu veru ‘nnuccenti, amatu di Gesù.”
("San Vincenzo è un grande Santo e da Dio amato tanto.
Un angelo disceso e di Dio innamorato.
La fiamma dell'amore San Vincenzo il protettore.
O San Vincenzo che è il grande penitente, lui che è il vero innocente, amato da Gesù.")


Grazie alla festa di San Vincenzo Ferreri, il paese di Calamonaci è noto in tutta la Sicilia e quindi conosciuto e apprezzato a livello internazionale.
Non solo per la festa e i giochi pirotecnici (autofinanziati dai cittadini), ma anche per l’accoglienza riservata ai turisti e il decoro cittadino.

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