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Quel freddo mattino di gennaio partimmo per un servizio che ci avrebbe portato ad Erice.

Erano anni che non andavo e stavo tornando con gioia. Il candore della neve imbiancava le alture e percorremmo lentamente la strada ammirando il fiabesco paesaggio.

Alla fine degli stretti tornanti fermai l'auto nel grande spiazzo. Entrammo da Porta Trapani, pochi metri e ci trovammo davanti la magnifica Chiesa Matrice dedicata alla Vergine Assunta e al suo possente campanile un tempo usato come torre di vedetta.

Imboccammo una delle strade che conduce a Piazza Umberto e di tanto in tanto ci fermavamo ad ammirare i deliziosi negozietti e le botteghe artigianali stracolmi di ceramiche, tappeti, borse e i più impensabili ricordini del Borgo.

Nina, la fotografa che mi accompagnava per quel servizio disse:

-  Non ero mai stata ad Erice, e non mi aspettavo tutto questo freddo. Ma siamo a 750 metri di quota e si possono fare delle foto molto belle. Se il cielo si mantiene limpido, si gode di uno spettacolo unico e dalle rupi si può vedere l'Etna.

- Non mi dire?

- Si, è così

Nina dal gran freddo tirò su il cappuccio del giaccone e cominciammo ad avere fame.

- Si, ti porto in una pasticceria dove andavo sempre con la mia famiglia. Potrai gustare le Genovesi alla crema, dolci di pasta frolla con su lo zucchero al velo, i Bocconcini di Erice, dolcetti di pasta reale con dentro marmellata di cedro al liquore, ed i famosi Mustaccioli, biscotti fatti da un'antica ricetta delle suore di clausura.

- Bene, andiamo. Per fortuna non ho problemi di linea.

Camminando per andare in pasticceria mi guardavo intorno. Erice aveva mantenuto le caratteristiche del borgo medievale con le sue strade lastricate, le sue case in pietra, i cortili con i giardini e i castelli medievali e neo-gotico.

Dopo avere gustato i buoni dolci uscimmo dalla pasticceria di Maria Grammatico, soddisfatte.Guardai Nina che stringeva in mano due Mustaccioli e sorrideva.

- Questi mi servono nel caso mi dovesse venire fame.

- Beata gioventù.

- Non conosco il borgo, mi racconti qualcosa.

- Certo. Erice pare sia stata fondata da esuli troiani che si unirono alla popolazione autoctona e poi hanno dato vita al popolo degli Elimi. Un generale cartaginese la fortificò e fondò con alcuni ericini la città di Trapani.

Quando vi giunsero i Romani lo scelsero come luogo dove venerare la Venere Erycina.

Gli Arabi spopolarono la cittadella. I Normanni la chiamarono Monte San Giuliano e la ripopolarono e costruirono palazzi, chiese e conventi. Anche gli spagnoli edificarono monasteri influenzando la vita cittadina e diedero vita alle rappresentazioni dei misteri.

- Cosa sono i ‘misteri’?

- È una processione che si celebra il Venerdì Santo, con statue lignee e una croce. Tutta da vedere.

Ora andiamo al castello normanno di Venere arroccato su di uno strapiombo. Il suo nome viene dai resti di un tempio pagano, dedicato della dea Venere, sui cui è stato costruito.


La vista che si gode dalle mura è fantastica. Tutta la vallata: il maestoso monte Cofano, l'azzurro mare con le isole Egadi ed a volte le isole di Ustica e Pantelleria.

- Mi stai descrivendo il castello delle fate?

- Non ho ancora finito, poi andremo nei Giardini del Balio che si estendono intorno al castello e da lì vedremo la Torretta Pepoli, ora divenuta un importante centro culturale. Se saremo fortunate vedremo l'abbraccio di Venere.

- Cos’è?

- L’abbraccio di Venere è la nebbia che sale lentamente dal mare, raggiunge il castello e lo avvolge in un magico abbraccio d'amore.

- Fantastico

- C'è tanto altro da vedere: Porta Spada, il Quartiere Spagnolo. Vedrai resterai affascinata dai luoghi.

Alle sedici avevamo completato gli incontri della giornata e, abbastanza infreddolite, andammo in albergo.  Da dietro i vetri della finestra della mia camera guardavo la nebbia salire dal mare e per un po' entrai nella magia come quando ero piccina.

Ad un tratto mi presero i ricordi e mi rividi con tutta la famiglia a gustare le paste della signora Maria, a scattare foto dalle torri smerlate del castello, a passeggiare nei Giardini del Balio e a girovagare tra i tanti negozietti e pensai a quella sacca comprata tantissimi anni fa.

Erice dei castelli, degli strapiombi, delle antiche mura, della grande bellezza del mare e della montagna.

Erice regina del silenzio protetto dalle sue torri e dalle sue mura, dal suo cielo grigio azzurro che ci fa sognare tra le braccia di Venere.

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Oltre ai Caetani e ai Colonna, la terza antica famiglia che ha inciso molto sulla storia di Roma è la famiglia degli Orsini.

Come per le altre due famiglie la grande espansione territoriale ed economica avvenne con l’elezione a pontefice di uno della famiglia, in questo caso fu papa Niccolò III nel 1287.  Anche se già c’era stato papa Celestino III Orsini nel 1191.

Decine di feudi passarono agli Orsini, nel Lazio del Nord ma anche in Abruzzo e più tardi in Campania e Puglia.


A Roma erano tre le sedi degli Orsini: c’erano gli Orsini “de Monte”, residenti in Monte Giordano (ora Palazzo Taverna), gli Orsini “de Campo”, con il palazzo a Campo de Fiori sul Teatro di Pompeo, e gli Orsini “de Ponte” sistemati in Castel Sant’Angelo.

Mentre i Colonna parteggiavano spesso per l’Impero (o per i francesi) contro i pontefici, gli Orsini furono quasi dalla parte dei pontefici.

Nel 1365 gli Orsini cedettero Castel Sant’Angelo allo Stato Pontificio e poi nel Seicento ci fu una riduzione delle loro proprietà: cedettero il palazzo a Campo de Fiori e nel 1688 anche l’attuale Palazzo Taverna.

Nel Settecento tornarono in auge, in quanto nel 1724 fu eletto il terzo papa Orsini, Benedetto XIII, ben 450 anni dopo Niccolò III.

Faceva parte del ramo di Gravina di Puglia e tornando a Roma la famiglia dovette acquistare una nuova sede di prestigio. Allora il palazzo costruito nel Medioevo sul Teatro di Marcello diventò il nuovo palazzo Orsini, fino al 1870 quando passò ai Caetani di Sermoneta.

Mentre una parte del palazzo Orsini Taverna è ora affittabile come sede per manifestazioni ed eventi, gli appartamenti sul Teatro di Marcello hanno diverse funzioni e proprietà un po’ misteriose.

Il Teatro di Marcello era stato creato da Augusto nel 15 a.C. e dedicato al nipote. Rimase in funzione fino al 420 d.C. e poi divenne un cumulo di macerie e il luogo ideale dove recuperare marmi, colonne e capitelli.

Dal 1361 fu acquistato dai Savelli e divenne Monte Savello. Nel 1519 questi diedero incarico a Baldassarre Peruzzi di costruire il palazzo sulle arcate del teatro. L'edificio passò nel 1712 agli Sforza Cesarini, nel 700 agli Orsini e nel 1870 ai Caetani.

La principessa Vittoria Colonna abitò dal 1922 nel palazzo sul Teatro di Marcello. Infatti quando si era separata dal marito Leone Caetani, e questi era andato a vivere in Canada con Ofelia Fabiani e la figlia Greta, lei si trasferì in quella che è la più bella sopraelevazione abusiva della storia dell'architettura.

Ci rimase fino al 1954 quando morì a 74 anni, creando intorno a sé un circolo culturale, in cui passarono anche Gabriele d'Annunzio ed Eleonora Duse.

Mentre questi palazzi degli Orsini hanno avuto una storia travagliata, il Palazzo Colonna fu sempre della stessa famiglia, ancora oggi proprietaria e che in piccola parte lo abita.

A Palazzo Colonna si trova la meravigliosa Galleria, ricchissima di dipinti e visitabile il sabato mattina.

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Fratte Rosa, un borgo delle Marche dove tornare a vivere

Fratte Rosa è piccolo gioiello incastonato in un territorio disseminato di antichi borghi. Siamo nella Valle del fiume Cesano, sulle colline pesaresi, e Fratte Rosa incanta il viaggiatore che si trova a visitarlo per la prima volta.
È il luogo dove si vuole tornare per apprezzare ancor di più la sua natura, la sua storia e le sue tradizioni.
E qui di storia da raccontare ce n’è!

“per i Frattesi presenti tu sei il rifugio
per quelli che ritornano di tanto in tanto un’oasi
per quelli che sono lontani “un nostalgico sogno”


Così scriveva la nostra Laura Cesarini (dal libro Rivorrei la mia Vita) e queste semplici parole, dal significato profondo, racchiudono tutto il senso di appartenenza ad un paese. Anzi, per meglio dire al PAESE, un luogo unico e speciale sotto molti aspetti.
Le sue origini risalgono al medio evo quando, per sfuggire ai saccheggi e alla invasione dei popoli barbari, la popolazione della antica città romana di Suasa è stata costretta a rifugiarsi sulle colline vicine costituendo un tessuto fatto di piccoli borghi, tutt’ora splendidamente ben conservati.
Fratte Rosa ha subito prima l’influenza dei monaci classensi di Ravenna durante il periodo della Repubblica della “Ravignana” e, nel corso del Rinascimento, è stato un territorio conteso dalle potenti famiglie dei Malatesta e dei Della Rovere.
Un paese dalla bellezza incontaminata, a circa 419 di quota, con una vista sugli Appennini che è unica e magica soprattutto all’ora del tramonto. Ma il panorama arriva anche verso il mare permettendo di esplorare tutto il territorio marchigiano a 360°.
Fratte Rosa ha preservato e conservato nel corso dei secoli la sua tradizione primaria della terracotta.
Grazie al suo terreno ricco di argilla, sin dalle sue origini sono stati prodotti utensili d’uso per cucinare, cuocere, conservare. La ceramica d’uso fatta con i colori della terra è conosciuta ed apprezzata ovunque ed è ambasciatrice di tradizioni molto antiche nel mondo.
La Fratte Rosa che conosco, il mio luogo d’origine, ha attraversato purtroppo periodi difficili dovuti al suo lento ed inesorabile spopolamento. Una caratteristica soprattutto delle zone dell’entroterra.
Le vecchie botteghe artigiane dedite un tempo alla lavorazione del legno, del cuoio e del ferro, sono oggi solo delle porte chiuse, invecchiate dall’usura del tempo.
Purtuttavia, nel corso di tempi recenti, ho assistito ad un rifiorire delle attività paesane.
I giovani anziché abbandonare i loro luoghi di nascita, decidono di investire il loro futuro nel borgo dedicandosi ad attività ricettive, facendo risaltare il prezioso patrimonio eno-gastronomico locale.
Nei tempi difficili che stiamo tutti vivendo, sento molto evocare la necessità di un nuovo umanesimo e l’invito a tornare nei piccoli borghi, magari lavorando da casa.
Senza nulla togliere alla vita delle città, sicuramente caotica ma anche rassicurante dal punto di vista lavorativo e dalla grande disponibilità di servizi, ritengo ci sia la necessità di rallentare i tempi della nostra esistenza, riscoprendo aspetti umani e di vita dimenticati risucchiati dal vortice della modernità.
La vita nel piccolo borgo è semplice, scandita da ritmi a misura d’uomo, dove la solidarietà e la convivenza sono ancora le basi fondamentali della quotidianità di ognuno.
Il “salto di vita” dalla città al borgo non è poca cosa.
Si tratta di mondi e realtà opposte l’una all’altra, ne sono certa, ma il nostro piccolo borgo (come tutti gli altri) può rappresentare davvero una opportunità per una esistenza nuova per noi e le generazioni che verranno.

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Castellammare del Golfo vivere e amare il mare in Sicilia

Quel giorno il caldo era insopportabile, così decidemmo di fermarci a Castellammare del Golfo per poi proseguire il nostro viaggio al tramonto. Gianni, il nostro operatore, sorridendo esordì:
- Che coincidenza, mia madre è di Castellammare e, quando ero piccolo, ci trascorrevo tutte le estati con i miei nonni materni nella loro casetta di campagna, poco distante dal mare…
- Allora conosci bene il posto.
- Con i nonni, i miei fratelli e i miei cugini, la sera sedevamo sotto un grande Carrubbo ad ascoltare storie su Castellammare del Golfo. La nonna narrava di madonne e di miracoli.
Il nonno, invece, raccontava la storia e le leggende del territorio aggiungendo, anno dopo anno, nuove avventure e nuovi personaggi.
- Dai racconta.
Gianni sembrava indeciso ma, preso dalla nostalgia, cedette.
- Castellammare è adagiata sulle pendici del monte Inici e sorse come porto della potente Segesta.
Greci, Romani, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi approdarono nelle limpide acque del suo golfo. Tutti questi popoli hanno lasciato un segno della loro presenza.
Gli Arabi costruirono un bastione fortificato su di uno sperone di roccia.
I Normanni ampliarono la struttura creando una vera fortezza alla quale si poteva accedere dalla terra ferma attraverso un ponte levatoio di legno.
Negli anni a venire, Castellammare, divenne baronia e uno dei più importanti porti commerciali legato all'esportazione del grano.
- Ma tu quando da piccolo venivi a Castellammare stavi ad ascoltare solo quello che raccontavano i tuoi nonni oppure andavi in giro?
- La mattina andavamo tutti al mare poi, nel tardo pomeriggio, noi ragazzi gironzolavamo alla ricerca dei luoghi di cui narravano i nonni.
- Racconta, racconta.
- Vabbè. (Certo)
- Uno dei luoghi preferiti era la chiesetta della Madonna della Scala costruita su di uno sperone di roccia prospicente sul porto. Una sera, la nonna ci narrò la storia della pastorella e noi tutti ci incuriosimmo a tal punto che andavamo spesso in quel luogo, con la speranza di trovare qualcosa come la ragazzina.
- Tuo nonno cosa raccontava?
- Il nonno raccontava del Castello a mare, dicendo che forse era stato costruito dagli arabi. Un pomeriggio d'agosto ci portò a visitarlo.
Entrammo in una delle torri e salimmo una maestosa scala a chiocciola.  Ma il suo orgoglio paesano veniva fuori quando parlava del maniero di Calathamet edificato accanto alle sorgenti termali.
- Gianni quali sono i luoghi ai quali eravate più legati?
- Qui la costa è molto bella. Vi sono spiagge sabbiose e calette rocciose e lì noi ragazzi, accompagnati dal nonno, andavamo la mattina presto alla ricerca di conchiglie e piccoli molluschi. Con la nonna andavamo al Santuario di Maria Santissima del Soccorso e ogni volta ci raccontava una storia di fede e leggenda.
- Quale storia?
Gianni non si fece pregare e raccontò.
- La leggenda narra che durante la guerra tra spagnoli e inglesi, un bastimento spagnolo inseguito da cinque navi inglesi si rifugiò nel porto di Castellammare. Dal castello furono sparate molte cariche di cannone che fecero arrabbiare gli inglesi che risposero al fuoco alimentando una feroce battaglia.
I castellammaresi terrorizzati chiesero soccorso alla Madonna che apparve sul porto con una schiera di Angeli, a tale visione divina gli inglesi fuggirono terrorizzati.
- Con il nonno andavamo in giro a visitare le torri di avvistamento: quella di Scopello, quella nella baia di Guidaloca e di Bennistra e strada facendo ci raccontava le storie di brigantaggio di alcuni uomini che vivevano nel territorio.
Mi ricordo di un certo Turriciano, ritenuto un bandito dalle forze dell'ordine ma mitizzato dal popolo come un eroe coraggioso che aiutava gli indifesi e i bisognosi.
- Che bei ricordi!
- Si, ho tanti bei ricordi. Oggi sono felice di questa sosta a Castellammare, sono tornato indietro negli anni e ho ricordato con voi le mie radici.
Eravamo già in macchina, guardai il nostro operatore emozionato per avere raccontato alcuni episodi della sua infanzia e per avere rivisto il luogo delle sue radici.
Il mio sguardo si fermò sul golfo.
Il mare azzurro intenso, le spiagge color dell'oro e gli scogli bagnati dalle onde brillavano sotto gli ultimi raggi del sole. Per alcuni minuti mi persi nella bellezza del paesaggio, ripensai ai ricordi di Gianni: il castello, il porto, le torri, gli eroi e tutti i popoli che vissero in questo territorio bellissimo e unico.
Mi rivolsi a Gianni:
- Chi ha vissuto e vive in questi meravigliosi posti, in questo golfo può ben dire di vivere in un paradiso terrestre.
- Già, allora posso ben dire di avere le mie radici in paradiso.

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Una pioggerellina leggera scendeva sui vetri dell'auto. Ad un tratto il bagliore di un fulmine e il rombo di un tuono mi fecero trasalire.
La pioggia si stava trasformando in temporale e ritenni prudente trascorrere la notte in uno dei paesi della vallata. Non so perché scelsi Villafranca Sicula.
Entrai in paese e subito ebbi una sensazione positiva. Parcheggiai l'auto nei pressi di un bar, scesi ed entrai. Il locale era semi vuoto e chiesi se potevano indicarmi un alberghetto, un B&B, dove trascorrere la notte.

La giovane al bancone mi sorrise e mi disse che non c’erano alberghi, ma potevo trascorrere la notte dalla zia Giuseppina, in ha una casa molto grande che aveva trasformato in pensioncina.
Ringraziai la ragazza dai lunghi capelli neri e dallo sguardo magnetico, ordinai un chinotto e chiesi l'indirizzo della zia Giuseppina.
Nonostante la pioggerellina andai a fare un giro in paese. Avevo percorso poche decine di metri quando mi trovai davanti ad una chiesa e vi entrai senza indugio.
La struttura cinquecentesca era a tre navate con la forma di basilica. Il silenzio e la penombra del posto mi portarono in una dimensione mistica che non provavo da tempo. Raggiunsi l'altare maggiore, alzai lo sguardo e vidi un quadro con dipinto il volto di Maria intenta a vegliare il suo bambinello.

Sedetti su un banco, socchiusi gli occhi e istintivamente dissi una preghiera. Alcuni minuti dopo li riaprii e con mia grande sorpresa accanto a me era seduto un bimbo di circa dieci anni.

- E tu chi sei?
- Giovanni. Io sono il nipote del parroco. Tu chi sei?
- Io sono una giornalista, mi ha portata la pioggia.
- Quanto ti fermi?
- Domani vado via.


Giovanni alzò la mano verso il quadro:

- Conosci la storia di questa Madonna? Tutti conoscono la Madonna del Mirto.
- Ma io non sono di qua.


Con una espressione seriosa iniziò a raccontare che questa Madonna si trova in questa chiesa perché l'ha voluto Lei. Era scivolata dalle mani di un monaco che tornava a Burgio nel suo convento, ed è andata a posarsi su di una siepe di murtidda (mirto).
Il monaco era tornato a prenderla, l'aveva riportata in convento, ma lei è tornata sulla siepe di murtidda.
Erano venuti degli uomini da Burgio e da Lucca con un carro di buoi per riprenderla, ma neppure i buoi riuscirono a spostarla. La Madonnina voleva restare a Villafranca, così dopo tante sciarrie (liti) e chiacchiri (discussioni) il quadro è rimasto nella Chiesa Matrice.
Ogni anno, i primi di agosto, Burgitani, Lucchisi e Villafranchisi appaciati (riappacificati) fanno grande festa a Maria di lu Mirtu (Maria del Mirto).

- Grazie Giovanni, che bella storia.
- Se vuoi ti racconto un po' del mio paese
- Certo, con piacere.


Uscimmo dalla chiesa, l'aria era fresca e non pioveva più. Giovanni iniziò a raccontare del suo paese.

- Villafranca fu costruita dai principi Alliata nel XVI secolo e poi beneficiata dal barone Musso nel XIX secolo. Noi ci troviamo nel corso principale con la Chiesa Matrice, il Palazzo degli Alliata e una Torre con un orologio a pendolo e tre campane in bronzo coniate a Burgio.
Abbiamo anche le chiese San Giovanni, di San Giuseppe e del Carmine. Il municipio si trova nel vecchio convento dei Francescani.
- Bravo Giovanni. Parlami del territorio.
- Vuoi saper come campiamo? Una volta in paese c'èrano i vuttara (bottai), i firrara (fabbri), i siddrara (sellai) e chiddri ca facinu i cannistri (quelli che fanno i canestri).
Le donne ricamavano i loro corredi e quelli delle signorine ricche di città, impreziosendoli con merletti all'uncinetto, al tombolo e al chiacchierino. Gli uomini (uomini) coltivano la terra a frumento e gli agrumeti, i pescheti, i vigneti, gli uliveti e i mandorleti.
Domani mattina ti faccio mangiare il pane cunsato della mia mamma, impastato con la farina del nostro frumento e con l'olio delle nostre piante di biancolilla.
- Davanti a questo invito stai pur certo che partirò dopo aver mangiato il pane cunzatu di tua madre.


Mentre parlavamo il rintocco dell'orologio segnò le venti.

- È tardi, debbo andare a cenare. Questa sera minestra di cavolicelli, salsiccia arrostita e per finire cubbaita preparata dalla mia mamma con le nostre mandorle.
- Cubbaita? Anche nella mia famiglia si preparava questo dolce con le nostre mandorle.
- Che bello, abbiamo una cosa in comune, la cubbaita. Domani ti faccio mangiare anche quella. Ciao.



Guardai quello scricchiolo di uomo allontanarsi e non potei fare a meno di apprezzare il suo spirito di intraprendenza. Non dimenticherò mai il suo sguardo fiero mentre narrava, a modo suo, la storia del suo paese e dei suoi abitanti.
Villafranca dei vecchi mestieri, degli agrumi, del buon olio, degli antichi grani, della buona frutta e delle mandorle, già, le mandorle della cubbaita.
Villafranca dai tanti sapori e dei tanti profumi da vivere con la semplicità del piccolo Giovanni.

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Ho sempre amato le storie che la Città di Cagli racchiude negli Archivi della Curia Vescovile, nella sezione atti criminali.

Vicende di amore, violenza o passione che rendono Cagli stessa ancora più affascinante. Tra queste l’amore fra Lucia e Vincenzo.

Era il 22 gennaio del 1826 quando un giovane medico di nome Vincenzo Piccinini fa il suo ingresso in Cagli varcando l’arco di Porta Massara in sella al suo cavallo.

Fin da subito la bellezza della città, le sue vie strette, le sue chiese e il soprattutto il Torrione Rinascimentale (vero simbolo della città) lo impressionano favorevolmente, al punto di avvertire nell’aria una sorta di malia di cui non capisce ancora la matrice.

La sua immaginazione romantica lo porta a pensare che Cagli sia dotata di due nature: l’una, esteriore, dolce e aggraziata, che rimanda all’idea di una tradizione connessa all’etica religiosa, l’altra, criptica e sensuale, quasi a richiamare un’anima trasgressiva e passionale.

Dopo pochi mesi Vincenzo si è già conquistato una buona reputazione.

Il 22 ottobre egli è chiamato a Palazzo Ugolinucci per visitare il nobile signor Nicola, ricco proprietario del Palazzo. Durante la visita accade l’incontro fatale tra Vincenzo e Lucia, la figlia del nobile.

Lucia non è soltanto bella, ma dal suo sguardo, dai suoi gesti, e da tutto il suo incedere traspare una personalità forte e decisa che coniuga il rispetto della tradizione con il rispetto di sé. E una volontà di realizzarsi secondo il proprio desiderio.

Vincenzo l’ama appena la vede, ed è ricambiato da Lucia che si infiamma subito per il giovane medico.

Ma dopo un primo bacio focoso, inusuale per l’etica dell’epoca, Lucia gli dice di dimenticarla perché lei ha promesso di sposare un collega di Vincenzo, certo Francesco Leonardi.

Vincenzo, pazzo d’amore, le chiede di venire il giorno dopo nella Cappella del Lapis all’interno del Duomo, dove lui le avrebbe detto quello che avrebbe escogitato durante la notte per risolvere la cosa ed essere entrambi felici.

Nel frattempo, Vincenzo si convince che l’unico modo per aggirare l’ostacolo del fidanzamento di Lucia sia quello di mettere tutti davanti al fatto compiuto mediante il cosiddetto “matrimonio clandestino”. 

Il matrimonio clandestino è quella dichiarazione, espressa davanti a due testimoni e al curato ignaro e colto di sorpresa, che si è reciprocamente marito e moglie.

Vincenzo confida a Lucia il suo piano e, vedendola fortemente contrariata, cerca di convincerla che questo è l’unico modo di risolvere la questione.

Lucia è talmente innamorata che finisce per accettare consegnandosi al destino, sperando che non fosse troppo malevolo.

La sera del 15 dicembre dell’anno 1826, Vincenzo e Lucia in compagnia di due testimoni, Giuseppe Patrizi e Battista Fabbri, si recano alla casa parrocchiale di don Gaspare Carpineti, il parroco della chiesa di San Bartolomeo.

Bussano al portone e, con la scusa che Vincenzo deve conferire con il Curato per cose della massima importanza, si fanno introdurre nella camera del Curato dove questi è in letto.

Immediatamente i quattro circondano il letto del Curato e Vincenzo rivoltosi a questo e ai testimoni dice “Questa è mia moglie”, e Lucia dice “Questo è mio marito”.

Il tutto accade in un attimo e don Gaspare non ha il tempo di dire nulla. 

Poi, passata la sorpresa, don Gaspare si rivolge ai due testimoni dicendo:

“Siate anche per me testimoni, poiché io non approvo questo matrimonio, ma anzi lo riprovo come clandestino, e proibito dalla Chiesa”.

Quindi con tono serio e grave accusa Vincenzo e Lucia di aver commesso un’azione “indegna, piena d’irreligione, e d’infamia, e intimò al primo la pena di carcere e all’altra che di non uscire di Casa, perché doveva esser messa in luogo di sicurezza”. 

Il giorno dopo, il 16 dicembre, il sacerdote parroco di San Bartolomeo di Cagli si reca avanti la “Sua Signoria Illustrissima, e Reverendissima Monsignor Vescovo di Cagli” e denuncia ufficialmente l’accaduto.

Per ordine del vescovo il dottor Vincenzo è tratto in arresto e, mentre i carabinieri lo stanno ammanettando, Lucia gli si getta al collo disperata.

Vincenzo la guarda sorridendo, una calma profonda e ristoratrice gli è scesa nell’animo.
In breve tempo tutta Cagli canta la canzone di Vincenzo e Lucia.

Una canzone a due facce, come le due facce di Cagli, quella tradizionale e quella trasgressiva. C’è chi biasima i due giovani, auspicando per loro una dura punizione, e c’è chi invece abbassa la voce su note più dolci, sul canto del cuore, sul terreno della poesia e del miracolo d’amore.

Ma questo è proprio lo spirito di questa città.

La sentenza del vescovo è temperata dalle due anime del popolo e perciò non troppo severa:

“… Decreta che la Nobil Donna Lucia fosse a modo di custodia condotta nella Casa del Nobil Uomo Carlo Ugolinucci, suo cugino, da cui fosse ben guardata e custodita, né potesse sortire senza un espresso ordine del vicario.

Ordina, che i Testimoni, in tutto il tempo della Messa Cantata in giorno festivo nella cattedrale, dovessero stare in ginocchioni in mezzo alla chiesa uno per parte con una candela accesa in mano, onde così riparare lo scandalo dato a tutta la Città etc. … 

Ordina, che il Signor Dottore Vincenzo Piccinini si ritirasse in questo Convento di Sant’Andrea de’ Padri Riformati di Cagli a fare i Santi Spirituali esercizi ad nutum, e lo multa di scudi 100, non comprese le spese di cattura etc. processo etc. e qualunque altra potesse competere a questi Ministri della Curia Vescovile …”

Scontata la pena, i due innamorati, così come aveva previsto Vincenzo, si uniscono in matrimonio con rito regolare e vivono felici la loro vita in Cagli.

 

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Video-pillole sul turismo - parte 84

Pesaro o New York?

Oggi parliamo insieme al nostro amico, il Conte Nani, di Pesaro. Una delle città più romantiche del mondo, dove lui vive e lavora ormai da anni con il suo Alexander Palace Museum che noi abbiamo avuto il piacere di visitare in più occasioni.

Nani ci racconta di come un giorno, una signora ‘facoltosa’ entrata in un’agenzia turistica chiese dove poteva passare una vacanza in tranquillità e in un posto non troppo affollato. Pensate, dopo aver scartato New York e il resto del mondo, scelse proprio Pesaro! 

Perchè?

Leggete insieme a noi la sua bellissima storia!

#italianisuperanotutto #IlFuturoNelleNostreRadici #pesaro #newyork #contenani

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