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Mentre mi dirigo verso Rocca Priora salendo la “Montagna Spaccata” penso a tutti i ciclisti che la percorsero faticando in bicicletta durante il Giro del Lazio e ricordo l’odore del muschio in inverno quando ne andavo alla ricerca per preparare il presepe.
Camminando tra i castagneti mi tornano alla mente i funghi trovati nel bosco colorato d’autunno e la salita risulta meno faticosa grazie all’aria frizzantina che ristora anche d’estate gli amanti dei sentieri immersi nella natura.
Da un po’ di tempo in tanti percorrono a piedi o in bici il Percorso delle Fonti di cui è ricco il territorio di Rocca Priora!
All’improvviso vedo il paese che sorge arroccato su un alto colle e dai suoi 768 metri di altitudine abbraccio la vista dei Castelli Romani e della Valle Latina.

Secondo alcuni storici qui sorgeva l’antica Corbium, la città latina occupata da Coriolano nel 486 a.C., mentre il suo nome deriverebbe dal medievale Perjura. Infatti nella Cronaca Sublacense si parla di un Castrum Arcis Perjuriae concesso da Agapito dei Conti di Tuscolo alla figlia.
Il documento risale all’XI secolo e testimonia che la storia del paese è molto antica poiché il “castello” apparteneva alla nobile famiglia dei Conti di Tuscolo, come i castelli vicini di Molara e Rocca di Papa.
Poi il castello è passato agli Annibaldi, dopo la distruzione della città di Tuscolo avvenuta nel 1191 d.C.
Oggi il paese è cresciuto dal castello verso la valle accogliendo un po’ alla volta tanti romani e “forestieri”, come li chiamavano un tempo i miei nonni.
Mi raccontavano anche di come i suoi antichi abitanti fossero carrettieri della neve accumulata in pozzi sotterranei e poi portata a Roma sotto forma di ghiaccio, utile a conservare gli alimenti quando non esistevano ancora i frigoriferi.
Ricordo il freddo che provavo da bambina ad agosto nella grotta che era stata scavata sottoterra all’interno della “fraschetta” dei miei nonni. Qui il vino si conservava bene per poi esser venduto ai villeggianti che non mancavano mai nei mesi estivi.
Con il tempo i paesani da contadini e boscaioli si sono trasformati in cittadini di un mondo globale e hanno scoperto cosa vuol dire “comunità aperta”.
Negli ultimi anni sono stati i bambini ad insegnare ai loro papà cosa sia l’integrazione unendo al parco nel gioco roccaprioresi doc e nuovi arrivati.
Molto del merito è stato della scuola Duilio Cambellotti dove già dall’infanzia si educa alla condivisione. È impossibile infatti non ricordare la gioia provata a Natale dopo la recita dei bambini, scambiando “dolci tipici” di famiglie diverse ma uguali, capaci di guardarsi negli occhi e condividere sorrisi!

Il nome stesso della scuola ricorda un artista importante, Duilio Cambellotti, che s’impegnò nel 1912 insieme a Giovanni Cena per creare a Colle di Fuori, nel territorio di Rocca Priora, una piccola Scuola per contadini. Il maestro arrivava da Roma in treno e col suono della campana chiamava a raccolta i bambini per l’educazione.
Ancora oggi si può visitare l’edificio progettato da Alessandro Marcucci e decorato con sei splendide tavole dipinte da Cambellotti, ora conservate nel Museo della Didattica all’Università di Roma Tre.
Al suo interno è collocata la biblioteca che insieme alla scuola è il centro dove si formano i cittadini di questo paese aperto e solidale, con abitanti capaci di interrogarsi ed accogliere; un luogo dove si può continuare a crescere con i valori più sani della comunità civile!

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Arancina Food from Sicily
Palermo e il Mercato del Capo tra gli Schiavoni e Seralcadio

Quel giorno ero contenta, molto contenta: l'indomani avrei iniziato il mio tirocinio in un importante quotidiano della città.
In casa, oltre a me, vi era solo Lucia, la nipote londinese della signora Rosetta. Chiamai la ragazza:

- Ti va di uscire con me?
- Si, volentieri, dove andiamo?
- Al Capo.
- Ottimo, non ci sono ancora andata.


L'antico Mercato del Capo è sito nella parte superiore del quartiere arabo degli Schiavoni, chiamato Seralcadio sotto il dominio dei Normanni, a meno di cento metri da casa.
Il mercato sorge all'incrocio tra via Sant'Agostino, via Beati Paoli e Porta Carini. L'attrazione principale è il cibo da strada, consumato dai palermitani e apprezzatissimo dai turisti.
Scendemmo subito da casa, e, con il solito passo veloce percorremmo via Carini, attraversammo via Voltuno e ci trovammo dinanzi la trecentesca Porta Carini. Lucia si fermò e rimase alcuni minuti a guardarla.

- Dai, svelta entriamo.


Dopo alcuni minuti mi afferrò un gomito:

- Mi sembra di stare in un castello.


Andavo volentieri al mercato del Capo ed ogni volta scoprivo qualcosa di nuovo e di interessante. Dietro le bancarelle si celavano meravigliosi portali di palazzi storici e frontali di chiese barocche, segno dell'opulenza e del potere di un tempo.
Le strade molto strette, in certi punti, diventano dei budelli e costringendo i visitatori a camminare uno dietro l'altro.
Lucia sempre più meravigliata, iniziò a fare tantissime domande e si fermava davanti a tutte le bancarelle. Giunte in via Beati Paoli esordì:

- Mi ricordo che la nonna Caterina mi raccontava la storia dei Beati Paoli, fantastico, io ora sono qui.
- Si, la setta dei Beati Paoli operò, in questi luoghi, tra il seicento e il settecento.


Per l'antica struttura, i vicoli stretti ed i pochi larghi spazzi ricordano un suk orientale e, per questa sua caratteristica, le tante “Putie” (negozi) vengono nascoste dalle bancarelle.
Vidi Lucia ferma ed estasiata davanti ad una bancarella stracolma di aromi, di frutta secca e dolciumi. Più avanti un'altra bancarella aveva delle piramidi di olive nere e verdi, consate, acciurate, grosse, piccole e in salamoia.
Un'altra ancora conteneva pesce secco, salato e affumicato, sardine ed alici sott'olio.
Mentre curiosavamo tra le varie mercanzie, ci giunse un odore di arrosto. Girammo in un vicoletto che ci condusse in uno spiazzo dove degli uomini davanti a delle graticole stavano arrostendo qualcosa.
Lucia incuriosita allungò il passo e non feci in tempo a fermarla, stava parlando con un ragazzo che arrostiva le stigghiola, un altro tipico piatto della cucina palermitana a base di budella di agnello preparate, cucinate e mangiate per strada.
Lucia volle mangiare subito una stigghiola. La trovò di suo gusto e voleva mangiarne ancora, io per distrarla le proposi di andare a mangiare un'arancina. Ci avviammo in una friggitoria che conoscevo bene. Quando entrammo Lucia andò dritta al bancone dove si trovava tantissima rosticceria, poi, si girò verso di me.

- Questo è il paradiso dei buongustai, mangerei tutto.


Paolino, il figlio del proprietario prese un'arancina alla carne e gliela porse.

- Signurì cuminciassi cu chissa ca la porta mpararisu (Signorina mangi questa, dopo si sentirà in paradiso).


Lucia fece fuori l'arancina in pochi minuti, continuò con delle sarde a beccafico e si stava fiondando su di un timballo di anelletti al ragù, feci in tempo a fermarla.

- Vuoi finire in ospedale?
Scoppiò a ridere:
- Smetto, ma, voglio mangiare il dolce.


Uscimmo dalla friggitoria e continuammo la nostra passeggiata. Un incrociarsi di vuci dei banniatura (urla dei venditori) animava tutti i vicoli e invitava massaie e visitatori a comprare la merce che a loro detta era straordinaria.
I colori, le urla, gli odori e la calca fanno parte di questo luogo che sembra aver fermato il tempo.
Eravamo appena uscite dal mercato e Lucia si fermò davanti Porta Carini:

- Grazie, per questa bellissima passeggiata. Quando tornerò a Londra porterò il ricordo e questo pomeriggio e delle radici della mia famiglia.


Lessi nei suoi occhi la felicità e sorrisi.

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Vieni Enzo, ti aspetto!


Così, mio caro Rocco, mi hai chiamato una domenica felice di invitarmi ad un soggiorno davvero speciale a Menfi!
Sapevo che a Menfi avrei trovato tanto da godere e da gustare. Ma non avrei mai immaginato una compagnia così ospitale e calorosa!
Tu eri già pronto e mi aspettavi davanti al Sole, il monumento d’ingresso simbolo della città che propone insospettabili conoscenze e interessanti esperienze!

Burgio Millusio (Borgo Ubertoso), come la chiamarono gli Arabi che per primi la abitarono nel X secolo. Menfi si caratterizzò da subito come terra di Sole, dove Luce e Calore danno sapore alla vita e ai legami sociali.
E come terra dei Fiori.
Infatti qui i principi Pignatelli fondarono nel 1638 la Terra di Menphis, con un voluto richiamo alla antica capitale egizia.
Assieme a Pamela, mi hai condotto a sbirciare tra il moderno dei giardini pensili di Inikon, dove le guglie pietrificate ricordano le onde sismiche del 1968.
E poi un ritorno alla tradizione. Qui la devozione contadina a San Giuseppe si ritrova nelle edicole, nei cortili, accanto agli usci.
Una rarità: l’essiccatoio nella buia cripta dell’Oratorio di Gesù e Maria, col monito affrescato del “Memento mori 1806” e le nicchie di deposizione ai fianchi dell’altare.
Un’esperienza pregna di silenziose riflessioni!
E camminando spensierati, dai tanti forni ci sono arrivati gli odori del pane fragrante e della frutta martorana, nucatuli, stelle fritte e cannoli ripieni di raffinata ricotta.
E poi gli ‘sfinci’ di patate intrise di miele e arancini di riso: indimenticabili ghiottonerie!
Così, amenamente, siamo arrivati dalla vivace via della Vittoria al sereno davanzale di piazza Vittorio Emanuele da cui un’interminata distesa di verdi vigneti sconfina nei litorali fino a Porto Palo.
Proprio dove la vigile torre anti corsara (XVI secolo) invita anche i bambini a rassicuranti e piacevoli immersioni nella placida azzurrità mediterranea.
Nei tramonti rossastri c’è la vicina città di Selinunte, la più occidentale della Sikelìa dove gli dei parlano di miti e di eroi.
Ed ancora germoglia l’appio selvatico (selinon)!
Ma tu, Rocco, ci hai trascinato nella rovinosa realtà creata dal sisma mostrandoci i resti della Chiesa Madre (metà 1600) conservati in una moderna struttura scatolare disegnata da Vittorio Gregotti, e quelli della Torre voluta dall’Imperatore Federico II nel 1239 quale dilettevole solarium.
In questa torre soggiornò Manfredi di Svevia (1258) e dopo varie cessioni è passata definitivamente da Giacomo I al Miles Regius Coraldo Rodolfo Manuele (1287) Barone di Burgiomillusio.
Poi da Nino Tagliavia, conte di Borgetto (1399), è arrivata a Don Diego Aragona Tagliavia Pignatelli che qui ha fondato la nuova Menfi ne Seicento edificando il suo Palazzo Signorile, fra le cui mura è “passata la storia”.
E poi la tua raccolta archeologica del territorio compreso fra i fiumi Belice-Carbo con i fossili pleistocenici di Cava del Serpente ed i reperti del Villaggio di Montagnoli (751-723 a.C.).

Ai piani nobili, la mostra archeologica Dal Villaggio al Palazzo e la collezione d’Arte Moderna di Rita Gallé.
Ricca nelle varietà, stupefacente nelle forme e colori, unica in Sicilia si può ammirare la “Collezione Malacologica” (collezione di conchiglie) che Vanna Rotolo ha raccolto in tutto il mondo per donarla a Menfi.
E prima di un pranzo a base di spaghetti alle uova di pesce, farfalle con salmone e gambero, pesce spada e saraghi arrosto accompagnati dall’immancabile vino fresco Chardonnay, un’abbondante riserva di Nero d’Avola alle Cantine Settesoli, miniere preziose di un territorio eccezionale!
Grazie Menfi, grazie Rocco, un soggiorno che rinnoverò con amici e colleghi!

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Il dialetto Siciliano e la ricetta della Minestra di Tenerumi

Il dialetto Siciliano e la lingua italiana sono nati dal latino medioevale.
Il siciliano è il primo che si espresse come forma d'arte. Una delle porte del duomo di Monreale, quella firmata da Bonanno Pisano (1186), è diviso in quarantadue quadrati (formelle) che riproducono scene bibliche accompagnate da scritte in volgare.
Il grande poeta Dante Alighieri scrisse che

“II volgare siciliano si acquistò fama prima e innanzi agli altri per il fatto che molti poeti indigeni poetavano in siciliano e per il fatto che la corte aveva sede in Sicilia”.


Prima di Dante la poesia era solo quella siciliana.
Egli definì tutta la produzione poetica siciliana col nome di "Scuola Siciliana" e affermò che i primi pionieri in lingua volgare italiana furono proprio i poeti siciliani di questa scuola.
Palermo era la culla della poesia siciliana.
Tra i più famosi poeti di lingua siciliana ricordiamo Cielo D'Alcamo, giullare particolarmente colto di cui si hanno poche notizie che scrisse il celebre componimento "Rosa fresca aulentissima", e Giacomo da Lentini, da molti ritenuto l'inventore del "sonetto" e il caposcuola della lirica siciliana.
La lingua siciliana si espanse anche fino in Toscana dove si formò una corrente di poeti siculo-toscani da cui nacque la scuola del dolce Stil Novo. La loro lingua si affermò come lingua del popolo italiano al contrario del siciliano che fu degradato al ruolo di semplice dialetto regionale.
Ma la conformazione geografica della Sicilia, ha consentito alla lingua siciliana di non subire influenze di confine. Il risultato è l’unicità della lingua siciliana.
Oggi il siciliano è parlato da circa 5 milioni di persone in Sicilia, oltre che da un numero imprecisato di persone emigrate o discendenti da emigrati, in particolare quelle trasferitesi nel corso dei secoli passati negli USA (dove addirittura si è formato il Siculish), in Canada, in Australia, in Argentina, in Belgio, in Germania e nella Francia meridionale.
Il siciliano è oltretutto molto diffuso come lingua familiare e come lingua di dialogo tra amici e… nelle poesie.
Il dialetto siciliano torna in voga di continuo grazie ad autori come Pirandello, Verga, il poeta dialettale Ignazio Buttitta fino ad Andrea Camilleri.

Alunno: “Professù …a mia mi piaci parlari in Sicilianu e no in Italianu cà è na lingua motta” (professore, a casa mi piace parlare in Siciliano e non in Italiano che è una lingua morta).
Professore: “Ti boccio!!!...Comu si rici in Sicilianu?..” (ti boccio… come si dice in Siciliano?)


Per divertirmi un po’ e forse per complicarmi un po’ la vita, voglio descrivere questa ricetta in Siciliano e vi garantisco che non è stato facile.
La minestra di tenerumi è una ricetta tipica siciliana che è possibile gustare soltanto in estate in quanto questa varietà di zucchine, strette e lunghe dal colore verde chiarissimo, producono le foglie dette tenerumi soltanto durante questa stagione. Ci sono cresciuta a Sciacca.
La minestra che viene preparata è una vera bontà!
A questa zuppa di zucchina lunga e foglie di tenerumi si aggiunge del pomodoro fresco saltato in padella con l’aglio detto “pomodoro a picchi pacchi”.
Il formato di pasta che accompagna questa minestra è rigorosamente lo spaghetto spezzato!

Ricetta della MINISTRUNI DI TINNIRUMI
Pigghiati un chilu di tinnirumi, lavatili a duviri e facitili vugghiri dintra ‘na pignata cu l’acqua salata.
A mezza cuttura sculatili e tagghiatili a pizzudda pizzudda.
Dintra un tianu squagghiati cu l’ogghiu d’oliva squagghiati filetti di acciuca salata, mittitici du spigghetti d’agghia sminuzzata, pummarori pilati, Sali e pipi.
O puntu giustu, pigghiati li tinnirumi sminuzzati e jittatili dintralu tianujuncennu n’autru mezzu litru d’acqua o di brodu.
Faciti cociriancora pii cinqu minuti.
A parti priparativi l’attuppateddu o lu spaghettu sminuzzatue, quannu la pasta è quasi cotta, miscatila cu li tinnirumi facennu stari l’ultimu vugghiuni.
Scinniti e mpiattati..
Bonu appititu!


Ricetta della MINESTRA DI TENERUMI
I “tenerumi” sono le foglie ed i germogli della zucchina bianca, sottile e tenera, che si produce in Sicilia ed in particolar modo nel palermitano.
Procuratene 1 Kg, lavateli bene e lessateli in acqua salata. A metà cottura, scolateli e tagliateli a pezzettini.
In un tegame, sciogliete nell’olio d’oliva i filetti di acciuga sotto sale o sott’olio, unite 2 spicchi d’aglio affettati, 500 gr di pomodoro pelato, sale e pepe.
Lasciate cuocere per qualche minuto, poi aggiungete i tenerumi. Diluite tutto con un litro e mezzo di acqua o brodo e continuate la cottura per altri 5 minuti.
A parte avrete lessato la pasta corta che unirete alla minestra, un ultimo bollore e servite caldo.

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È un fresco pomeriggio di inizio agosto. Seduta davanti al mio pc, cerco un’idea per organizzare un nuovo itinerario di visita in occasione della giornata programmata a Burgio per l’indomani da un gruppo di trapanesi.
Mentre osservo la mappa urbana con le strette e tortuose viuzze e gli angusti vicoli, mi rendo conto che questo piccolo paese di nemmeno 3.000 abitanti offre molto più di quello che riesce a contenere.
Per vari anni ho vissuto non lontano da Burgio, precisamente ad Agrigento, e mi ricordo che i primi tempi quando mi chiedevano la mia provenienza rispondevo con voce timida e insicura, ansiosa della reazione dei miei interlocutori che in tono sbigottito e presuntuoso:

“E dove si trova? Sicuramente sarà immerso nel selvaggio entroterra, lontano dalla civiltà!”.


Mi sono serviti pochi anni prima che all’ennesima domanda “da dove vieni?” rispondessi con orgoglioso spirito patriottico:

“da Burgio, un piccolo paese dell’entroterra agrigentino non molto distante da Sciacca e famoso, tra le altre cose, per il suo secolare artigianato artistico rappresentato dalle botteghe di ceramica, dalla fonderia di campane e dalla lavorazione della pietra”.


Un borgo dalle misteriose origini medievali che si incastona nelle due colline di argilla e di pietra calcarea. Proprio come una pietra preziosa si adagia perfettamente all’interno della sua montatura.
Un borgo che stupisce il visitatore che non sa mai cosa vedere prima tra le botteghe ceramiche, la fonderia cinquecentesca di campane, i laboratori di scultura, le innumerevoli chiese decorate in diversi stili, i tre musei (della ceramica, delle mummie e del venerabile Andrea da Burgio), il castello medievale.
Fonderia Virgadamo
Per non dire altro. Se la visita coincide con particolari momenti dell’anno in corrispondenza di alcune manifestazioni, religiose e non, alle quali i Burgitani sono molto legati: la Settimana Santa, il pellegrinaggio del Crocifisso di Rifesi, gli eventi dell’estate, la festa di San Giuseppe o il “Presepinfesta”.
Chiesa di San Giuseppe A così tante cose da visitare e da vivere corrispondono altrettante eccellenze da gustare: dall’olio d’oliva e dalle arance al tartufo e alle fragoline.
E tanti sono i piatti della tradizione che annualmente scandiscono le numerose ricorrenze burgitane come la grabruscia, i taralli, i cuddrureddra cu i ficu, i vucciddrate, la froscia di ricotta, la pasta a’ milanisa. Solo per citarne alcuni.
Dulcis in fundo il nostro bosco, nell’area dei Monti Sicani, scrigno di una diversificata e originale flora e fauna. Le sue insenature offrono l’alloggio perfetto allo scorrere infinito delle acque del fiume Sosio, così chiamato il tratto iniziale del Verdura, meta preferita di ripetuti acqua-trekking estivi.
Tutto questo è concentrato nello spazio di poco più di 40 km2 eppure non basterebbero fiumi e fiumi di inchiostro (per usare un’espressione ormai desueta) per descrivere le bellezze storiche, architettoniche, artistiche, artigianali, enogastronomiche e della tradizione che rendono a buon merito questo piccolo paese dell’entroterra agrigentino la perla dei Monti Sicani.

Un borgo più da vivere che da raccontare!
 

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Rallentai l'auto, abbassai il vetro e respirai l'aria fresca del mattino.
Nonostante mantenessi un'andatura lenta ebbi l'impressione di essere arrivata subito all'Olmo della Dragonara. Adoravo quel luogo dove i rami dei secolari alberi, dalla primavera all'autunno inoltrato, incrociandosi creano un tunnel di foglie dando tanta frescura.

Giunta in paese fermai l'auto davanti l'ingresso del Parco della Rimembranza, scesi, mi guardai intorno. Nuove case si mescolavano ai vecchi edifici ancora da ricostruire.

Il cancello del parco era aperto ed entrai.
Iniziai a camminare nei vialetti pieni di pigne cadute dai secolari pini e mi ritrovai nel terzo cortile del Palazzo Filangeri di Cutò a Santa Margherita di Belice.
Con mia grande gioia vidi che tutto era stato abilmente ricostruito. Scesi la scaletta in conci di tufo e stavo per avvicinarmi al cancello che immette nel magnifico giardino, quando fui fermata da una rauca voce maschile.

- Signù dunni sta ghiennu, cu è lei (Signora, dove sta andando, chi è lei?).


Mi girai e vidi poco distante da me un uomo basso e tarchiato con un sigaro spento che gli penzolava dalle labbra mentre parlava. Feci alcuni passi in avanti, l'uomo si avvicinò guardandomi incuriosito. Nonostante fossero passati molti anni lo riconobbi.

- Vartulu, tu sei Vartulinu, non mi riconosci?
- Certu ca ti ricanusciu, Betì tu si, quantu tempu passau. (Certo che ti riconosco, sei Betty, quanto tempo è passato.) Comu mai si cà? (Come mai sei qua?)
- Nostalgia, ritorno alle radici.
- Sugnu cuntento di viriti, gira quantu voi, fa comu si fussi a la to casa. (Sono contento di averti rivista, gira quanto vuoi, fa come se fossi a casa tua.)


Salutai Vartulinu e continuai la mia passeggiata nei ricordi di un tempo lontano, ma sempre nel cuore. Attraversai il primo e il secondo cortile immersi nel silenzio.
Nel terzo cortile il fruscio delle alte palme mi riportò ai dolci ricordi della lontana infanzia.
Velocemente attraversai il gigantesco portone, salii i gradini della scalinata e mi ritrovai in piazza Matteotti. Rivolsi le spalle alla grande palizzata e mi posi dinanzi la principesca facciata del Palazzo Tasca Filangeri di Cutò, residenza di campagna del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ultimo dei Gattopardi.
Mi spostai di alcuni metri e guardai con grande affetto uno dei luoghi a cui ero maggiormente legata: la Matrice. La struttura nella sua linearità si pone elegante e severa.
Dopo il sisma del 1968 a ricordare tanta bellezza e ricchezza architettonica e decorativa rimangono la parete laterale sinistra e l'abside con il suo maestoso altare centrale.
Sentii un nodo alla gola e non potei trattene i felici ricordi. Mi ritrovai, ancora una volta, intenta ad ammirare gli splendidi decori che arricchivano il sacro luogo.
Intagli e intarsi erano arricchiti da puttini che reggevano corone di frutta e fiori. Le lineari colonne scanalate avevano i capitelli sormontati da foglie d'acanto.
Chi entrava per la prima volta nella chiesa di Santa Rosalia, patrona del paese, aveva la sensazione che l'interno della chiesa fosse tutto ricoperto di pregiati merletti.
Mi allontanai svelta, ma i ricordi mi inseguivano. Velocemente passai davanti la chiesa della Madonna delle Grazie e mi diressi alla villa comunale. Percorsi la lunga passeggiata e finalmente giunsi in uno dei luoghi dell'infanzia: il tempietto neoclassico del Coffee House.
Mi appoggiai, come ero solita fare alla ringhiera, chiusi gli occhi per alcuni secondi, e quando li riaprii godetti di un panorama stupendo che mi emozionò fino alle lacrime.
Sotto di me si stendeva la Valle del Belice.
I vigneti, gli uliveti, i campi di biondo grano, i piccoli laghetti e il lago Arancio mi diedero la sensazione di un enorme quadro dipinto dagli angeli.
Non volevo ricordare! In quella terra erano le mie radici, capii che i ricordi non mi avrebbero mai lasciata e che sarei sempre tornata in quei luoghi della memoria.

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Florences cathedral and skyline at sunset
Firenze, Brunelleschi e la madre di tutte le cupole

Un aneddoto ci rivela quale fosse la considerazione che altre grandi personalità contemporanee a Brunelleschi avessero per la sua straordinaria cupola.

Infatti, come riporta Vasari in procinto di partire per Roma dove avrebbe diretto i lavori per la realizzazione della cupola di San Pietro, Michelangelo avrebbe così commentato rivolgendosi figurativamente a quella di Brunelleschi:

"Vado a Roma a far la tua sorella, di te più grande si, ma non più bella".

C'era quindi consapevolezza, già tra gli ingegni contemporanei, non solo della straordinarietà di un'opera che è la 'summa' delle conoscenze tecniche e teoriche e che ha contribuito a rappresentare quella formidabile epopea che è stato il Rinascimento.

Un altro elemento l'ha resa modello per le generazioni successive: l'impegno e la complessità della sua realizzazione, che ha richiesto uno sforzo organizzativo fondamentale per portare a termine l'opera in tempi davvero ristretti.

Tutto questo si concretizzava proprio 600 anni fa, il 7 agosto 1420.

In quel giorno si apriva ufficialmente il cantiere che avrebbe portato alla costruzione della cupola del duomo di Santa Maria del Fiore a Firenze.

L’impresa avrebbe segnato una serie di modernità che anticipavano il futuro. A cominciare dalla scelta del progetto che avvenne, come diremmo oggi, dopo un concorso di idee.

Ad esso parteciparono, oltre a Filippo di ser Brunellesco, Manno di Benincasa, Giovanni dell’Abbaco, Andrea di Giovanni, Giovanni di Ambrogio, Matteo di Leonardo, Lorenzo Ghiberti, Piero d’Antonio, Piero di Santa Maria a Monte, Bruno di ser Lapo, Leonarduzzo di Piero, Forzore di Nicola di Luca Spinelli, Ventura di Tuccio e Matteo di Cristoforo, Bartolomeo di Jacopo e Simone d’Antonio da Siena, Michele di Nicola Dini, Giuliano d’Arrigo (Pesello).

In un secondo momento, nel 1419, saranno interessati anche Giovanni d’Antonio di Banco (Nanni di Banco) e Donato di Niccolò di Betto Bardi (Donatello).

La realizzazione della cupola fu una grande opportunità di innovazione tecnologica e di organizzazione lavorativa. Il cantiere procedette così spedito che nel 1436 la cupola era completata ed entrava a far parte dello skyline di Firenze con le sue dimensioni incredibili: 45,5 metri di diametro e 116 metri di altezza.

Ma quale furono le innovazioni che permisero questi risultati?

Ve ne furono una serie, ma due strategie costruttive in particolare meritano di essere ricordate. La prima era il vincolo di non impiegare impalcature. Per questo era necessario lavorare su una struttura autoportante. Una sfida rivoluzionaria che richiedeva solide conoscenze geometriche e di tecnologia dei materiali.

Ordire una struttura di siffatta portata senza l'impiego delle armature interne in legno fu possibile facendo ricorso alla costruzione di una doppia calotta: una interna ed una esterna.

L'altra scelta costruttiva stava nell’impiego dei mattoni angolari e, soprattutto, nel sistema murario “a spina di pesce”. Tale tecnica richiedeva l’impiego di elementi orizzontali, alternati ad altri disposti in senso verticale.

Leon Battista Alberti celebrò la cupola struttura posta “sopra è cieli, ampla da coprire con sua ombra tutti e popoli toscani" (sopra il cielo, grande al punto da dare ombra a tutto il popolo toscano).

Mentre Giorgio Vasari annotava: "veggendosi ella estollere in tanta altezza, che i monti intorno a Fiorenza sembrano simili a lei" (si vede cos’ alta che i monti intorno a Firenze sembrano simili a lei).

In realtà la sfida partì prima, nel 1418 quando l'opera del Duomo indisse un concorso di idee per realizzare un progetto davvero formidabile.

Una volta incaricato, Brunelleschi che non aveva proprio un bel carattere, fece perno sull'organizzazione.

Un altro aneddoto svela la sua risolutezza. 

Invitato a presentare il suo progetto, Brunelleschi si rifiutò, proponendo in alternativa una prova di abilità. Avrebbe conseguito la vittoria chi fosse stato in grado di far restare in piedi un uovo su un tavolo di marmo. Così, mentre gli altri concorrenti fallirono, Brunelleschi non fece altro che appiattire il polo inferiore del guscio picchiettandolo sul tavolo.

Poichè gli altri obiettarono recriminando per l’ovvietà della prova, dimostrò come per trovare soluzioni ai problemi bisogna pensare a quelle più ovvie.

Come ha avuto modo di dichiarare Timothy Verdon, grande conoscitore di storia dell'arte e docente all'università di Stanford, la costruzione della cupola fiorentina marcò l'inizio dell'era moderna e segnò l'inizio del concetto moderno di progresso.

Brunelleschi operò in un contesto difficile, come riferisce Vasari, tra sospetti e accuse continue.

Rivela infatti come praticamente ogni settimana giungessero all'opera del Duomo lettere anonime o firmate che attribuivano al Brunelleschi grossolani errori e mettevano in guardia dal collasso strutturale della cupola.

Quando ormai si era prossimi al completamento dell’opera, fu a tutti evidente l’infondatezza delle accuse.

Brunelleschi confidò a Buggiano, suo. figlio adottivo ed erede professionale, di aver visto nel corso di una passeggiata in collina sui colli le vele gonfie e rossastre della cattedrale sospese nel cielo di Firenze ben prima che si mettesse mano all’opera.

Brunelleschi in quell’occasione fece esperienza di quella che gli antichi greci chiamavano “theoreoin”: la capacità di vedere ciò che sarà.

Ed ancora, Brunelleschi, che era solito trascorrere tanto tempo sul cantiere, sosteneva di conoscere ogni singolo mattone impiegato per la costruzione dell’opera.

Affermava infatti che non ce ne possono essere di uguali. Ognuno di essi è fatto per essere collocato nell’unico spazio dove deve stare. La stabilità della cupola è garantita da ogni singolo elemento.
 

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Roma, una mattina come tante e quel gesto quotidiano che si ripete. Qualcuno apre le finestre e osserva “la maestà del Cuppolone”. Mi chiamo Laura e sono nata qui a Roma, in una delle città più belle del mondo dove ho vissuto fino ai miei 25 anni.
 La città che ha accolto i miei genitori, giunti a Roma per trovare lavoro e dove hanno vissuto la maggior parte della loro vita.
Ma quel gesto io non l’ho mai potuto fare perchè abitavo lontano dal ‘Cuppolone’ e me ne rammarico per aver perso ogni mattina un’immagine sicuramente celestiale e maestosa. Però, avrei potuto con lo sguardo andare ben oltre … Giusto duecento chilometri più in là, direzione nord est.
Perché più là c’è una parte del mio cuore.
Il ritmo del suo battito me l’hanno insegnato proprio loro, che mi hanno dato la vita, che mi hanno regalato Roma e soprattutto… Regedano e Stavellina. Due borghi delle Marche a 3,87 km l’uno, 4,30 km l’altra, le distanze dal comune più vicino: Sassoferrato, provincia di Ancona, entroterra marchigiano.
Il mio papà è nato a Regedano, la mia mamma a Stavellina. E poi ci sono io, e so che le mie radici sono qui. Tra queste colline, ci sono le mie origini più profonde.
Qui nel mio rifugio di Regedano, in cui sto scrivendo queste righe, ho trascorso ogni anno i mesi estivi… Qui ho tantissimi ricordi della mia infanzia, dell'adolescenza, della gioventù e dell'età adulta.
Qui, non a caso, è nata mia figlia Serena.
È in questo territorio che le mie radici hanno preso forza, sono cresciute e ... hanno dato frutti.
È qui che il ritmo del mio cuore batte diversamente.
È qui che accelera appena i miei occhi scorgono quel cartello bianco con la scritta SASSOFERRATO.

Qui c’è mio padre che alla “Festa de nuantre” organizzata dalla comunità di Regedano, accompagnato dall’organetto con Nicolò Rossi cantano i loro stornelli in vernacolo…
Quella festa era davvero “de nuantre”, di tutti noi che non potevamo non essere parte di quello stare insieme genuino, semplice e molto speciale allo stesso tempo.
Nicolò Rossi è stato cantore e poeta di questi luoghi magici. Unico nel vedere con gli occhi del cuore e trasformare in parole ciò che filtrava attraverso un sentimento fortissimo. Che non posso che fare mio, anche in queste righe:

“Ogni tuo figlio… seppur lontano non ti può scordare… Ogni villaggio dona calore, ogni sorgente sa dissetare…  Ogni contrada rischiara la mente… Col tramonto si vede una pittura e un panorama immenso e celestiale… Ogni voce somiglia a una preghiera… Gli abeti, i pini e querce secolari, completa l’opera di un grande dipinto di bellezza…”:


Pochi versi presi dalla sua “Sassoferrato terra d’incanto e poesia” bastano a tratteggiare un affresco di questi luoghi incantati che hanno accolto ogni estate me e mia sorella. Trasformando in poetessa anche lei, mia sorella Milena, che in dialetto romanesco ha scritto dei nostri ritorni dalle ferie, del rientro in città dopo aver assaporato:

“montagne che sembrano giganti… la tramontana che frizza dentro il naso… le cose genuine con cui ti abbuffi, in barba a qualsiasi dieta…”.


I versi di chi non si vergogna di non poter raccontare qualche isola dell’Oceano Indiano, ma è orgoglioso di essersi riposato a Regedano!
Se un luogo diventa poesia, è qualcosa di davvero speciale. La nostra Regedano, descritta meravigliosamente ancora da Nicolò Rossi… “Il nostro antico villaggio, di circa sedici famiglie montanare…” che gli uomini lasciavano l’inverno per diventare boscaioli intorno a Roma, per poi rientrare dalle proprie spose, dai vecchi e dai bambini, con il pegno, il dono di quel faticoso lavoro.
Il ritorno alle falde di quel Monte Strega, maestà infinita, che domina la valle, su cui gli abitanti di questi luoghi posero una croce benedetta che protegge le frazioni circostanti.
Quel monte che continua a proteggere la nostra casa e i ricordi del tempo più spensierato della nostra vita.
Ogni volta che ritorno qui, e quel monte appare all’orizzonte preannunciando tutte le emozioni che si riaffacceranno fortissime nel mio cuore, capisco cosa hanno significato questi luoghi, le persone che ho incontrato, la semplicità della vita, le nostre radici.
Regedano, una mattina come tante e quel gesto quotidiano che si ripete.
Aprire le finestre e osservare la maestà del Monte Strega che continua a proteggere i nostri ricordi, che veglia sul nostro presente, che ci fa sperare ancora in un futuro sereno.
Quel monte: il più sacro dei nostri cuppoloni …

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