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Mi chiedo, cosa rappresenta per te il Pesce Spada?

Ricordando la mia infanzia, nei sobborghi di Melbourne, cresciuta come figlia e nipote di emigrati Siciliani.

Mia madre Sarina era solita cucinare il pesce spada su una 'brasa di legno', mio ​​nonno Gioacchino (a molti emigrati veniva dato un nome che gli australiani erano in grado di pronunciare e lui era noto come Jack) spaccava la legna, mentre mia madre Sarina preparava 'u samuriggio', nonna Carmela coglieva i limoni freschi dal nostro albero.

Nel frattempo mio padre Salvatore (Sam) andava al mercato locale del pesce e comprava il pesce spada fresco.

Questa era un'occasione speciale per celebrare qualche festa. Infatti mio padre pescava durante la settimana con il suo compare, anche lui un pescatore, e portavano altri pesci come platesse, aguglie e calamari.

Così il pesce spada era un’occasione molto speciale nella nostra famiglia. Ho scoperto più tardi nella mia vita adulta il perché.

Mio nonno materno era un ‘ingegnere del tonno’, lo chiamavano Rais Stefano Salmeri e pescava con tanti pescatori nel paese di Milazzo.

In Sicilia era chiamata "ngonia del tono" di Milazzo, un piccolo angolo dove andavano a pesca tutti i pescatori locali. La baia era il posto dove tutti i tonni entravano per deporre le loro uova, quindi c'erano sempre molti tonni che venivano in questa baia durante la stagione.

[caption id="attachment_124906" align="center-block" width="864"] Picture by Beth Jennings[/caption]

Il pesce spada ricordava a mia madre Sarina la sua casa e la sua famiglia che aveva lasciato per venire in Australia.

Mi chiedo che tipo di cibo ti ricordi la tua famiglia? O casa? Quali ricordi lontani della tua infanzia hai ritrovato nel cibo?

Ora molti anni dopo mi sento molto emozionata, come se fosse un riflesso più profondo della vita che oggi guardo con lenti diverse.

Quando mia madre Sarina preparava il suo "samuriggio", come lo chiamava lei, per me era come un condimento ma per lei era la ricetta di sua madre.

Spremeva i limoni del giardino, e aggiungeva un filo d'olio extravergine di oliva un po' di sale, pepe e l'origano fresco di nonno Gioaccino che coltivava nel piccolo giardino sul retro. Poi, quando arrostivamo il pesce spada, lei aggiungeva questo "samuriggio".

[caption id="attachment_124900" align="pull-left" width="200"] Picture by Beth Jennings[/caption]

Ci riunivamo fuori intorno al fuoco che scoppiettava vivacemente e vedevo mia madre andare in estasi. Guardando indietro, chissà cosa aveva provato come figlia che lasciava i suoi genitori per andare in un posto strano e che non li avrebbe visti per altri 20 anni.

Poi, tornare a casa a Milazzo con due figli non essendo più quella signorina che era partita a 21 anni per tornare dai genitori a 41 anni con un'altra vita.

Questa era la mia immagine di quello che penso che accadde, dato che mia madre non parlava molto, e mentre guardo indietro credo sia stato molto doloroso come ‘aprire un barattolo di vermi’, come diciamo in Australia.

A 20 anni sono andata a Milazzo per restarci un anno, il 1980, e quando ho attraversato il "mercato" ho visto il pesce spada! Con le teste tutte in mostra come i re del mare!

Mi mancava mia madre a casa in Australia.

Ho sentito un po’ di quello che forse aveva provato lasciando tutto per venire in una nuova terra senza conoscere la lingua e trovando un'altra cultura al di fuori di ciò che sapeva.

Il pesce spada mi ha ricordato mia madre Sarina e i tempi della mia infanzia. Avevo la stessa età di mia madre quando è partita, ma io ero tornata a stare a Milazzo per un anno.

Sono passati molti anni e vengo in Sicilia e faccio un tour ogni anno, porto le persone a vedere la mia terra natale e quella dei miei antenati. Infatti mi sentono parlare della Sicilia così tanto che vogliono venire con me.

Ora la mia famiglia è tutta morta e tutto quello che ho sono i ricordi che mi tengono in vita, proprio come quello del fuoco che arrostiva il pesce spada molti anni fa.

È divertente come il pesce spada possa innescare questi ricordi della vita.

Passeggiare per Capo Mercato con i miei clienti mi riporta i ricordi della mia famiglia e di chi erano prima che mia madre venisse in Australia.

Il pesce spada è ancora lì, mostrato come il re che è, e mi chiedo se i gusti sono cambiati? Mi ricordo un gusto diverso da quando ero giovane, ma il samuruggio è ciò che lo rende assolutamente delizioso!

Lo cucino per i miei clienti anche in Australia per mantenere vivi i ricordi, molte volte per avere quello sguardo che aveva mia madre Sarina. Mi chiedo se qualcuno dei miei figli veda quello che provo e se continuerà anche nelle loro vite?

So che il pesce spada è un legame con i miei clienti perché quando guardano il pesce spada gli viene in mente la loro esperienza con me in Sicilia.

Anche loro avranno storie da raccontare ai loro amici e familiari.

Ognuno ha una storia da raccontare, diversa l'una dall'altra, per noi figli di migranti il cibo è molto legato ai ricordi e le emozioni sono forti come quelle del momento in cui siamo stato introdotti a questi sapori.

Saltano fuori immediatamente per ricordartelo.

Qualcosa di semplice come il pesce spada può evocare ricordi del nostro passato o esperienze nella nostra vita.

È divertente pensare che il pesce spada possa essere il viaggiatore nel tempo dei ricordi.

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Il bellissimo borgo di Santa Maria a Monte, nel Valdarno Inferiore in provincia di Pisa, sabato 17 ottobre scorso ha reso omaggio a Vincenzo Galilei, padre di Galileo.

Vincenzo è stato un musicista di talento e un musicologo dalle impareggiabili doti.

L’occasione è stato il quinto centenario della nascita di Vincenzo, avvenuta proprio a Santa Maria a Monte nel 1520. Qui infatti Giovanni, il bisnonno di Galileo, nel 1472 aveva deciso di trasferire la famiglia da Firenze, appartenente all’antica nobiltà fiorentina, forse a seguito di un tracollo economico.

Nel centro del Valdarno Inferiore, la famiglia Galilei trovò la sua giusta dimensione inserendosi nel contesto sociale.

Michelangelo, il figlio del capostipite e nonno di Galileo, ebbe ruoli importanti nella vita civile di Santa Maria a Monte. Tra il 1532 ed il 1537 ricoprì più volte la carica di Capitano del Popolo, incarico che durava tre mesi e consisteva nell’affiancamento del Gonfaloniere nell’amministrazione del paese.

Poco si sa dei primi anni di Vincenzo Galilei. Probabilmente avrà cantato nel corio della chiesa da ragazzo e deve aver appreso una grande abilità nel suono del liuto da insegnanti competenti. Infatti già nei suoi primi anni da adulto si era conquistato una reputazione come un abile liutista.

Intorno alla metà del Cinquecento Vincenzo si trasferì a Pisa dove svolse la professione di maestro di musica e, forse per arrotondare i guadagni, anche quella di mercante di tessuti.

Nel 1562 convolò a nozze con la giovane Giulia Ammannati, da cui ebbe sette figli, tra cui Galileo nel 1564.

Nel 1574 la famiglia Galilei fece ritorno a Firenze e Vincenzo Galilei ebbe così l’opportunità di inserirsi in quel formidabile contesto culturale.

Si impegnò specialmente per ripristinare un equilibrio tra musica e poesia proprio attraverso la musica vocale ad una sola riga. Mentre scriveva opere polifoniche, tendeva a favorire la musica per un solo cantante accompagnato dal liuto, di cui come abbiamo già detto fu grande interprete.

Con l’aiuto di Giovanni de’ Bardi, iniziò gli studi musicali a Venezia con Gioseffo Zarlino.

Nel 1568 Galilei pubblicò il suo primo importante trattato di musica teorica, il Fronimo. Circa due anni dopo produsse alcuni arrangiamenti di canzoni con accompagnamento di liuto, che modellò per i propri scopi di esecuzione. Era anche un ottimo cantante di basso.

Morì probabilmente alla fine di giugno del 1591 e la sua sepoltura avvenne quell'anno il 2 luglio a Firenze.

A riconoscere la statura musicale del “padre... del padre della scienza” è intervenuto Eugenio Giani, Governatore della Toscana. Insieme al sindaco Ilaria Parrella di Santa Maria a Monte, ha scoperto una lapide su quella che fu la casa natale di Vincenzo Galilei.

Quindi hanno inaugurato presso il Museo Casa Carducci un percorso espositivo temporaneo intitolato “Commuovere sé stesso in altrui. Vincenzo Galilei e la musica degli affetti”. In questo spazio sono state accolti alcuni elementi che rimandano alle principali opere del musicista.

Tra l’altro vi possono ammirare documenti provenienti dall’Archivio Storico e che entrano per la prima volta a far parte di una mostra.

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Marco Fedi
Marco Fedi

Melbourne, in Australia, è una delle città più ricche di italianità fuori dall’Italia. Moltissimi italiani nel corso dell’ultimo secolo la hanno scelta come città di adozione e ne sono stati ammaliati nel profondo.
Questo è quello che è successo a Marco Fedi che ha lasciato la bellissima città di Ascoli Piceno in Italia per amore di una splendida ragazza australiana, che è ancora oggi sua moglie.

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Novembre 2001. Erano trascorsi dieci anni dalla morte di mia madre.

Durante quei dieci lunghi anni non avevo ancora aperto il baule dove Lei aveva riposto parte del mio corredo, quello antico, tramandato dalle donne della nostra famiglia.

Quel mattino mi feci trasportare dalla nostalgia e pensai bene di “far prendere aria” alla biancheria della nonna.

Sollevai il pesante coperchio e la prima cosa che vidi fu una scatola in legno dipinta. La presi e la tenni stretta tra le mani. Era molto bella, aveva l'odore secco e morbido del legno di cedro, ma non avevo idea di cosa contenesse.

Poggiai la cassettina sul marmo grigio della toletta, sollevai il coperchio e sotto un foglio di carta velina blu, ragionevolmente scolorita, vidi alcune lettere legate da un nastro di raso tricolore, due fazzoletti da taschino, una penna stilografica e una foto che ritraeva una lapide funeraria in marmo con su inciso il cognome della famiglia di mamma.

Strinsi le lettere tra le mani e una miriade di pensieri mi confuse la mente.

Finalmente trovai il coraggio di aprire e leggere le lettere. 

Ero tesa, curiosa ed emozionata. Subito andai a guardare la firma del mittente.

Chi firmava le lettere era il fratello della mia mamma, quell'adorato fratello nato e vissuto e morto a NY, che lei non aveva mai conosciuto.

Lessi solo una lettera, e non tutta, mi sentivo un'intrusa.

Riposi, dopo averlo rilegato, il pacchetto in uno dei cassetti del mio comodino dove già tenevo, religiosamente conservati, dei piccoli oggetti appartenuti ai miei genitori ed agli zii.

Quel giorno, dentro di me nacque il forte desiderio di sapere di più dello zio e di tutto quello che era accaduto in America dopo la partenza del nonno. Immediatamente andai a prendere un vecchio album dove mamma aveva raccolto le foto della sua famiglia.

Mi sedetti, le guardai attentamente, una per una. Cosa cercavo? Cosa speravo?

Sui loro volti, nei loro sorrisi e nei loro occhi cercavo un aiuto per dipanare i miei dubbi, ma soprattutto cercavo la famiglia.

Quelle lettere mi dicevano che al di là dell'oceano c'erano altre radici della famiglia della mia mamma. Dopo avere consultato alcuni documenti, andai alla ricerca degli esecutori testamentari dello zio.

Un meticoloso lavoro vanificatosi nel momento in cui seppi che queste persone erano tutti deceduti da alcuni anni. Delusione e amarezza non mi fecero desistere, avrei continuato la ricerca.

Sentivo un forte richiamo verso quelle radici americane. 

Una calda mattina di fine giugno, casualmente mi trovai a transitare nei pressi dell'abitazione della mia amica Lina e decisi di andarla a trovare, ma non era in casa.

Un'anziana vicina mi suggerì di cercarla nella palazzina accanto:

- Arrivau Lucia di l'America, Linuzza è a sò casa (È arrivata Lucia dall’America, Lina è a casa sua).

A casa dell'americana ricevetti un'affettuosa accoglienza, conoscevo tutti tranne che Lucia perché era sempre vissuta a NY.  Dopo una decina di minuti Lucia si rivolge verso di me:

- Tu lu sai che li tuoi parenti miricani sono vinuti a cercarvi l'anno passatu e che ci hannu detto che della vostra famiglia non esisteva più nessuno? (Lo sai che i tuoi parenti americani sono venuti a cercarvi e gli è stato detto che non c'era più nessuno di voi vivo?)

Nell'udire quella frase ebbi uno scatto indignato.

- Cosa? Tutti morti? Chi è stato questo idiota?

Subito intervenne la sorella di Lucia:

- Non devi arrabbiarti con noi, ha commesso l’errore l’impiegato dello stato civile. Tu non vivi qui e quel poveretto si riferiva ai tuoi zii, che in effetti sono tutti morti.

- Ho l'impressione che voi sapete molte cose. Cerco i miei parenti in America da anni, ma non sono riuscita a trovarli. Potete aiutarmi?

Le due sorelle e Lina in coro annuirono. Parlò per tutti Giovanna:

- Io e Lucia abbiamo incontrato i tuoi cugini un mese prima di tornare, erano molto dispiaciuti di non avervi trovato. Tuo cugino Paul è il nostro medico a NY. 

- Ditemi di loro, quanti sono, come si chiamano, dove vivono…

Giovanna riprese a parlare:

- Sono tre Maria, Paul e Joseph e sono medici come il loro padre, due vivono a NY, uno ad Atlanta Ti cercano. Ti diamo il numero di telefono di Paul e così puoi parlare con lui. Tu parli miricanu (americano)?

- No, ma so cosa fare!

Uscii da quella casa con la testa che mi pulsava, salii subito in auto. Volevo fare partecipi mio marito e le mie figlie di quanto avevo saputo e di quanto fossi contenta.

Lungo il tragitto per arrivare in campagna pensai a quanto fosse strano il destino, avevo per anni cercato i miei parenti, loro stessi ci avevano cercato senza trovarci ed ora ho un numero di telefono con il quale posso comunicare con loro.

Non parlo l'inglese e chiesi aiuto ad una mia amica nata e cresciuta a Londra. La stessa sera telefonammo a NY. Sentire la voce di mio cugino Paul che pronunciava il mio nome e che mi chiedeva come stavo mi emozionò tantissimo e scoppiai in un sommesso pianto.

Ero felice per avere ritrovato le rimanenti radici della famiglia. Dopo quella telefonata, con i miei cugini oltre oceano, iniziò un intenso rapporto epistolare. Un pomeriggio arrivò una telefonata internazionale.

- Ciao, sono Virginia, tua cugina e chiamo da NY.

Ancora una volta provai la stessa grande emozione nel sentire qualcuno della mia famiglia lontana.

Un giorno ricevetti da mio cugino Paul l'albero genealogico della famiglia aggiornato con tutti i nostri nomi. L'esserci ritrovati destò in noi un forte desiderio di incontrarci.

La vita spesso dà delle gioie, ma stabilisce i tempi con il suo calendario, e ancora non aveva scritto quel giorno. In questi anni eventi belli, ma soprattutto, poco belli, hanno impedito che questo accadesse, ma sicuramente hanno fortificato le nostre radici ‘lontani, ma sempre vicini con il cuore’.

Virginia, Paul e Joseph (Maria ci ha lasciati da qualche anno) sono la mia famiglia lontana. Siamo legati dalle radici dei nostri avi e spero tanto che queste radici possano volare alto e finalmente ci si possa incontrare.

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A febbraio di ogni anno, le persone a Suzhou iniziano a pensare a quando e se i loro fiori di prugna sono sbocciati in un mare profumato di fiori candidi, quasi come cime innevate.
Sono stato in questa città diverse volte.
Proprio come suggerisce il nome, i fiori che sovrastano le sue numerose colline ricordano la neve fresca, tranne per il fatto che irradiano una fragranza elegante e potente, a differenza della neve calma e pura.
Ho pensato che questo apprezzamento che ho per i fiori di pruno, potrebbe forse rappresentare la ricerca dell’essenza dell'elegante stile di vita di Suzhou, o almeno così pensavo. Ma tutto è cambiato quando ho ricevuto un libro di poesie sui fiori di pruno, intitolato "Poems in Fragrant Snowy Sea".
[caption id="attachment_124811" align="center-block" width="1024"] Una raccolta di poesie su questo fragrante mare innevato.[/caption]
Come ha detto l’editore di questo libro, Fan Xiaoqing, è un incontro tra poesie e fiori di prugna, una straordinaria combinazione di vivide emozioni del presente e del passato, collegate dalla bellezza di questi fiori.
Poesie e fiori di prugna insieme. Una cosa veramente bella.
Ciò che mi colpisce di più, però, non è una poesia o un'immagine, ma il libro stesso. Soprattutto la sua produzione.
Quando ho visto il libro, all'inizio sono stato attratto dal colore della copertina. Il bianco del terreno è evidenziato da un blu profondo, che ricorda il viola bluastro della “carta azzurra” della mia infanzia. Questo è il risultato di un'idea creativa del designer Zhou Chen, che utilizza la tradizionale tecnologia di stampa cinese per rendere questo sottile effetto di questo cianotipo su carta.
Con lo sviluppo della tecnologia di stampa digitale, l'artigianato tradizionale è diventato gradualmente obsoleto. Gli ci vollero quasi due mesi per trovare la giusta macchina per il progetto, nella casa di un vecchio cittadino di Suzhou. "Questo è quello che mi piacerebbe avere, il colore di ogni immagine non è facile da bilanciare, è diverso ogni volta che la stampi con questa macchina", una citazione di Zhou sul suo processo di stampa.
Zhou ha ricordato che quando ha intrapreso il suo lavoro artistico nel 1992, ha iniziato disegnando schizzi in un'azienda di design. Disegnava prima su carta pergamena e poi doveva stamparla poiché non c'erano computer né tecnologie di stampa digitale. A casa sua c'è ancora un quaderno di fiori di pruno degli anni '80, anch'esso stampato con la tecnologia che ricorda. Così, quando è stato invitato a disegnare la copertina per la raccolta di “Poems in Fragrant Snowy Sea”, ha trovato un modo innovativo attraverso il tradizionale quaderno e la propria esperienza lavorativa. Le illustrazioni principali nel libro non sono opere fotografiche come quelle che vedi oggi, sono dipinti tradizionali cinesi di fiori di pruno realizzati da un pittore di Suzhou: Su Wen.
Così è l'immagine dell'autore delle poesie, dipinta nello stile classico della pittura cinese, qualcosa che rende l'effetto più poetico e mette in risalto la solennità dei fiori di prugna.
“La poesia è un'arte che appartiene al tempo stesso. Spero di riflettere il concetto di tempo in questo libro ed esprimere il regno poetico creato dalla bellezza visiva e dal design speciale del processo di stampa fotografica cianotipica. Se un giorno questa tecnologia di stampa scompare, il libro sarà estinto, registrato solo nella storia.”
Il tempo è un concetto importante nei libri. Può essere trovato in quasi tutti i tipi di libri che ha progettato e in molti dei libri più belli in Cina, tra cui Acqua di Suzhou, Zhouzhuang unico, Vene della città di Taichou, Note di Yangcheng, Impressione del giardino persistente, Incisione a inchiostro del ghiacciaio freddo e Freddo Ghiacciaio.
[caption id="attachment_124814" align="center-block" width="1024"] La carta del libro “Portrayal of Old Businesses in Jiangsu”, selezionato come il libro più bello del 2019, proviene dal tipo di carta usato per confezionare gli snack nei vecchi negozi, ruvida, croccante e rilegata da chiodi di carta. I numeri di pagina sono i numeri di Suzhou raramente visti, tradizionalmente usati dai negozianti per segnare i prezzi.[/caption]
Sebbene il libro sembri estremamente ruvido e rustico, sembra una bellezza originale. Ad esempio, i chiodi di carta sulla copertina erano nascosti sotto, ma ora diventano una decorazione speciale del libro, come fiori appassiti ed eterni.
Zhou Chen è nato a Suzhou.
I libri che ha disegnato sono anche romantici e graziosi grazie allo stile del suo studio. Nella forma di rilegatura del libro “Cold Glacier”, ha utilizzato lo stile di assemblaggio di una pagina di album di pittura tradizionale, completa di un segnalibro tradizionale, che rende l'esperienza di lettura più elegante quasi come un rito.
Quando ha preso questo libro per partecipare a una mostra intitolata “Infinite Books” durante la Milano Design Week, un progettista di mostre ha detto che poteva provare una sensazione di infinita meraviglia, una connessione con il tempo e lo spazio solo guardando e toccando il libro.
Ai suoi occhi, un libro è come un film o un dramma. Le parole e le immagini sono gli indizi. Il processo di lettura è pieno di rime e diverse spaziature hanno funzioni diverse.
“Se i libri di carta fossero gli stessi di prima, non sarebbero diversi dai libri digitali. I libri di carta sono il simbolo di un tempo passato. Non sono solo pubblicazioni banali.
Dovremmo allargare i nostri orizzonti e collocarli nella dimensione del nostro tempo e spazio in continuo mutamento, cioè quando potremo trovare il miglior punto di osservazione per apprezzare la loro arte ”.
Quando prendo in mano il libro di “Poesie nel fragrante mare innevato” e tocco le pagine di carta azzurra, mi sembra che i perseveranti fiori di prugna stiano sbocciando attraverso i lunghi rotoli del tempo, teneri, ma pieni di forza.

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In Cina, ci sono molte testimonianze della pratica di produrre lo zucchero. Un processo che iniziò in antichit, esponendo le canne da zucchero al sole per produrre lo "Shimi" (un sottoprodotto non raffinato dello zucchero ricavato dagli antichi cinesi, utilizzando la polpa di canna da zucchero), e un altro chiamato "Shatang". Queste tecniche di produzione dello zucchero erano state documentate sin dalle dinastie Qin (221-207 aC) e Han (206 aC-220 dC).
Durante la dinastia Tang (618-907 d.C.), l'industria dello zucchero, nata originariamente in India, fu introdotta in Cina attraverso la Via della Seta. Ecco perché la sua produzione e il suo utilizzo hanno ottenuto un ampio sviluppo in Cina.
Durante la dinastia Ming (1368-1644 dC), la Cina ha aperto la strada alla produzione di zucchero semolato, quello che più comunemente consumiamo oggi, decolorando le paste attraverso un processo chiamato "decolorazione dell'acqua del fango giallo". Questa tecnologia è stata introdotta in seguito nel resto del mondo insieme al commercio della canna da zucchero.

La storia dello zucchero a Guangzhou


I climi favorevoli per la crescita della canna da zucchero avevano spinto la produzione di zucchero a Guangzhou. Una città famosa per la sua produzione, che ha caratterizzato questa città cinese fin dall'antichità.
Prima dell'introduzione dei macchinari nella lavorazione dello zucchero di Guangzhou, i buoi erano soliti svolgere la maggior parte del lavoro, tirando un mulino a pietra che serviva per spremere le canne da zucchero per produrre il succo che veniva poi bollito in pentole e trasformato in zucchero.
Durante le dinastie Ming (1368-1644 d.C.) e Qing (1644-1911 d.C.), lo zucchero artigianale a Guangzhou fu il primo ad essere commercializzato a livello nazionale grazie al suo sistema commerciale ben sviluppato ed esportato nei mercati d'oltremare, cosa resa facile dall'intensa attività del grande porto di Guangzhou.
Lo sviluppo dell'industria dello zucchero ha visto anche il suo crescente utilizzo nella vita quotidiana del popolo cinese, quindi si sono formate usanze uniche che lo utilizzavano o lo celebravano.
Un tipico esempio è la "dolce prugna", utilizzata nel rito del matrimonio.
Tradizionalmente, la sposa usa lo zucchero per trasformare le prugne acide in dolci, simboleggiando la "svolta della sua vita". Dopo il matrimonio diventerà più dolce e armoniosa. Anche l'alcol di zenzero, ottenuto facendo bollire lo zenzero con lo zucchero di canna e conservandolo in un barattolo, fa parte di un rito per celebrare e benedire la nascita di un neonato.
Per la gente di Guangzhou, lo zucchero non è solo cibo, fa parte della loro cultura.

Nel 1934, a Guangzhou furono introdotti strumenti e tecnologie dall’Europa. In quel periodo fu fondata la Shitou Sugar Plant, uno dei primi zuccherifici meccanici su larga scala nella Cina continentale.
Da allora, la produzione dello zucchero nel Guangdong è passata gradualmente dall'essere fatto "a mano" a una produzione completamente meccanizzata.
Lo stabilimento di zucchero Shitou sopravvisse alla seconda guerra mondiale, assistette al successivo restauro e ricostruzione della città, abbracciò la gloria degli anni '80 e alla fine del XX secolo pose fine alla sua dolce attività di produzione di zucchero, lasciandosi dietro edifici industriali vuoti per essere sostituito dal fenomeno della rigenerazione urbana.

Oggi, la terra in cui si trova lo stabilimento Shitou Sugarcane è stata a lungo priva di rumori delle macchine. Le erbacce che crescono dilaganti intorno al laboratorio di alcolici costruito con la tecnologia europea è l'unica eredità rimasta, una testimonianza del suo passato.
L'ascesa e la caduta della pianta sono strettamente legate alla vita dei suoi lavoratori e delle generazioni successive. Chen Yi, un veterano di questa fabbrica di zucchero, non poteva nascondere il suo orgoglio quando mi parlava della sua gloria. È stato un operaio in questa fabbrica dal suo periodo di massimo splendore alla recessione e infine alla sua demolizione.
Oggi vive ancora nel vicino condominio dei dipendenti fornito dallo stabilimento. Non è solo un luogo di lavoro per lui, ma anche un magazzino pieno di ricordi.
Il destino di un altro zuccherificio a Guangzhou, è una storia completamente diversa.
L'impianto di zucchero Zini, costruito nel 1953, è stata la prima fabbrica di zucchero su larga scala progettato e commissionato in modo indipendente dalla Repubblica popolare cinese dopo la fondazione del paese.
Anche questa fabbrica è nata in splendore, testimone degli alti e bassi del settore: dal suo splendore e alla sua recessione alla fine degli anni '90. In seguito l’interruzione di tutta la produzione di zucchero.
Fortunatamente la fabbrica non è stata demolita. All'inizio del 21 ° secolo, l'impianto una volta abbandonato è stato trasformato in un parco industriale dedicato alle tecnologie innovative, artigianato tradizionale, creatività culturale, industria, educazione artistica e industrie del tempo libero.
Se osservi la fabbrica dall'altra parte del fiume Pearl, puoi trovare il paesaggio industriale stratificato, con banchine lungo il fiume, tetti spioventi accatastati e camini torreggianti che puntano verso il cielo. Entrando nello stabilimento, ti travolge con i suoi enormi edifici industriali e ti sentirai scoraggiato dal suo avvincente impatto visivo.

I principali edifici di produzione dello zucchero, tra cui il molo, l'officina di raffinazione, l'officina della pressa, l'officina della produzione di energia, l'officina di confezionamento e il magazzino dello zucchero, sono ancora ben conservati.
Questi edifici sono tutti collegati da un sistema ferroviario.
Gli edifici sono ancora una testimonianza vivente del trasferimento della conoscenza tecnologica dall'Europa alla Cina.
Mentre cammini tra queste stanze, puoi quasi ricreare nella tua mente le scene e i ricordi del processo di produzione dello zucchero. Sullo sfondo potente e solenne degli imponenti edifici della fabbrica, dei camini e delle estese tubature.
I decenni di lavoro di questi zuccherifici riflettono gli ideali e le convinzioni di tutte le generazioni di lavoratori industriali che si sono assunti le proprie responsabilità sociali, si sono sforzati di fare il meglio per la loro comunità, con il loro spirito “go getter”.
Queste scene di lavoro e vita in simbiosi con questi zuccherifici hanno instillato un profondo senso di identità e di appartenenza a tutte le persone delle comunità costruite intorno a loro. Oltre ai lavoratori dello zucchero, i residenti a Guangzhou hanno un'alta considerazione per lo zucchero. Lo zucchero e le bevande di marca sono stati un ricordo familiare collettivo per diverse generazioni di questa città.
Sebbene la "dolce causa" sia ormai il passato per Guangzhou, l'eredità lasciata dall'industria dello zucchero è una testimonianza vivente dell'attaccamento dei lavoratori di queste industrie e degli abitanti delle città. Una vera estensione di dolci ricordi per questa città.
 

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Ogni volta che sento il rumore delle onde che si infrangono dolcemente sulla riva, la mia mente mi riporta al molo di Anguillara Sabazia, e inizio a ricordare.
Ricordo il silenzio che accompagna quelle piccole onde nelle giornate invernali, capaci di cullarti l’anima. Perché Anguillara fa così: ti guarisce lo spirito.
Da piccola le feci una promessa: “Ogni volta che sarò giù di morale, verrò a trovarti al tramonto.”

Poi quella promessa è diventata un appuntamento fisso, soprattutto in autunno, quando il sole si poggia sul lago e il cielo si tinge di rosso, quasi come se fosse imbarazzato dinanzi a tanto splendore.
A due passi da quella tavola blu c’è il paese che si specchia ogni giorno nel lago, a vederlo sembra un dipinto.
Che poi Anguillara non è più un paese, ma una città, ed è qui che si trova il suo punto forte: si divide in due.
C’è la città, la parte vivace e rumorosa, piena di negozi vari, e poi c’è il paese che dà l’illusione di essere in tutt’altro luogo. E’ il centro storico, che non è altro che una collinetta piena di vecchie case affacciate al molo e di vicoli stretti composti con soli sanpietrini.

Ogni volta che ho il fiatone mi vengono in mente le passeggiate per quei vicoli, tutte scale e salite che portano in cima. Qui si trova La Collegiata, la chiesa più importante di Anguillara, da dove ci si può affacciare vedendo tutto il molo con la sua passeggiata che va a formare un angolo retto.
Quando vedo il sole sorgere mi vengono in mente i pescatori, e i colori dell’alba mi riportano ai carnevali di quando ero bambina, con i carri dai mille colori in una piazza piena di gente che balla e ride, ed è bello sapere che dopo venti anni è ancora così.
Quando mi affaccio a un balcone penso alle famiglie che vivono nel centro storico da generazioni, e, come ogni paese degno di chiamarsi così, ricordo gli anziani che al minimo suono di voce si affacciavano al balcone per darti il buongiorno.
E quando avevano l’impressione di conoscerti chiedevano puntualmente: “Di chi sei figlio tu?”
Ricordo gli odori che sentivo venire da tutte quelle cucine e mischiarsi, creando aromi meravigliosi, mi facevano venire voglia di andare a pranzo da nonna.
Ricordo le sagre di paese di ogni estate, quanto impegno si metteva per far sì che tutti fossero contenti e quanto ne andavano fieri gli Anguillarini di quelle sagre, sacre tradizioni popolari, con il molo illuminato da quei pochi lampioni e le tante bancarelle.
Ricordo quanto giocavo da bambina, tutte le partite a pallone, e quanto mi piaceva correre a piedi nudi sulla spiaggia, libera, senza pensieri, con i raggi del sole che mi accarezzavano la pelle.

Ricordo di quando guardavo il lago, circondato da altri paesini e tante colline collegati da un’unica strada, mi sembrava che dopo non ci fosse nient’altro, solo quel piccolo paradiso.
Ricordo l’odore della pioggia sull’asfalto bagnato nei primi giorni caldi e il profumo dei fiori quando la primavera bussava alla porta, ricordo il canto degli uccellini che mi svegliava tutte le mattine e mi faceva sentire come se fossi dentro una fiaba.
Anguillara mi ha lasciato un dono prezioso, evitando di farmi perdere quella parte dell’uomo indispensabile per potersi sentire tutt’uno con il mondo: mi ha insegnato ad amare e rispettare la natura e tutti i suoi esseri viventi.

Mi ha insegnato che la bellezza sta davvero nelle piccole cose, che basta un attimo, basta guardarsi intorno per riassaporare la felicità.


Mi ha insegnato ad amare le stelle e ad ammirare il lago vedendo sparire tutto ciò che lo circonda nel buio della notte, per poi tornare il mattino dopo.
Mi ricorda che anche se ci sono momenti nella vita in cui vedo tutto nero, e mi sembra come se non ci fosse niente intorno a me, il mattino dopo, quando aprirò gli occhi, il sole sarà tornato a splendere.
Ho imparato camminando per quei vicoli, con il fiatone e la stanchezza di chi non riesce più ad andare avanti, che per quanto dura è la salita, una volta arrivata in cima, ciò che ho lasciato dietro di me non varrà niente in confronto a ciò che ho davanti. Posso guardare tutta la strada che ho fatto da una nuova prospettiva, perché ogni cosa vista dall’alto diventa più bella.
Quel paesaggio in cima alla collina mi fa apprezzare tutte le volte in cui mi sono fermata per riprendere fiato, capendo che va bene cadere e disperarsi, delle volte, quello che conta è non arrendersi mai, per poter dire: “Ne è valsa la pena.”
Io sono cresciuta passeggiando per Anguillara Sabazia, e ad ogni mio passo crescevo sempre un po' di più, fino a diventare una piccola donna che, comunque, quando vede il cielo tinto di rosso mentre il sole sta andando via, torna quella bambina che correva a piedi nudi sulla spiaggia senza pensieri, accarezzata dai raggi del sole e cullata dal suono delle onde.

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Michael Cavalieri
Michael Cavalieri

“E' in Sicilia che si trova la chiave di tutto”, così scriveva Johann Wolfgang von Goethe.

Io, invece, nelle verdi valli joniche dei Monti Peloritani ho trovato le radici di due siciliani: Agatino e Michael Cavalieri.

Uno sguardo al Mungibebbu e un altro all'azzurro mare della costa calabra e lascio la valle d'Agrò dove ho incontrato il grande spirito della sicilianità.

In questi magici luoghi ogni abitante mostra con orgoglio le sue profonde radici e ama narrare quelle degli antenati.

Accosto il volto al finestrino dell'aeromobile, guardo giù e vedo milioni di luci che illuminano un vastissimo territorio, allora, capisco di essere arrivata nella Città degli Angeli, Las Vegas.

Trascorrono altri venti minuti e poi incontro Michael Cavalieri, una bella figura, bruno, dallo sguardo intenso, da vero figlio della Sicilia.

Riesco a stento a nascondere l'euforia e ripeto a me stessa incredula: sono nel cuore dell'industria televisiva e cinematografica degli Stati Uniti!

Sento che la stanchezza sta prevalendo su tutto, ma, nonostante ciò, da casa di Michael riesco a vedere il Monte Lee con la monumentale scritta “Hollywood”, poi, finalmente arriva il sonno ristoratore.

Ho sempre amato e raccontato volentieri il cinema americano; questa volta non narrerò di film, bensì di Michael Cavalieri, un attore italo-americano.

Con Michael parleremo del suo film “Ritornato”, del suo amato nonno Agatino e di quelle profonde e solide radici che lo legano alla terra dei suoi avi: la Sicilia e ancor di più a Limina, un delizioso paesino adagiato ai piedi del monte Kalfa.

L'alba ci vede già in viaggio per Santa Monica. Le azzurre acque dell'Oceano Pacifico ci accolgono con alte onde spumeggianti.  Noi andremo a fare la nostra chiacchierata al Santa Monica Pier Aquarium.

- Michael tu sei nato a NY e fai parte della generazione di italo-americani discendenti da quegli uomini e quelle donne che lo scorso secolo hanno lasciato la loro terra per l'America. Vuoi raccontarmi di te?
 
Michael poggia una mano sul capo come a volere rassettare oltre ai capelli i suoi ricordi e poi inizia a parlare.

- Ho perso mia madre a causa del cancro e qualche anno fa anche mia sorella. Quelle morti mi hanno trascinato nella solitudine e nella disperazione. In quei periodi terribili, di grande dolore, ho pensato sempre a mio nonno materno Agatino Alibrandi, cercando nel suo ricordo la forza di andare avanti.

La mia modesta famiglia è originaria di Limina un paesino in provincia di Messina. Da lì, nonno Agatino ventenne, parlando solo il siciliano, partì per il nuovo Continente in cerca di una vita migliore. In America lui ebbe una lunga discendenza, ma anche tanta sofferenza.
Nonno Agatino è sempre stato il mio solo grande mito, lo adoravo, finché lui fu in vita io ho avuto una guida, lui era il mio porto sicuro.

Da ragazzo ero un'atleta e sognavo di diventare un calciatore, a ogni buon conto, il mio sogno si è infranto con i miei tanti infortuni. Per un dato periodo ho lavorato a Wall Street a NY, non immaginavo lontanamente che il destino avesse in serbo per me il mondo della celluloide.

- Michael, i critici americani ti definiscono un attore di grande talento, uno che appassiona, insomma, uno che buca lo schermo. Negli States sei famoso e hai lavorato e lavori con attori di spessore, ma il grande amore per nonno Agatino ti ha portato a girare un film a Limina.
Il film ”Ritornato”, di cui sei produttore e regista celebra un tuo ritorno alle radici. Ne vuoi parlare?
 
- Si, certo. Durante i periodi di grande dolore ho sempre pensato ai miei parenti in Sicilia, non ho mai scordato le mie radici di siculo-americano e ne sono sempre stato orgoglioso.

Ho sentito forte il desiderio di andare in Sicilia a Limina e cercare i miei parenti, ritrovare la mia famiglia e soprattutto le mie radici. Sono andato per la prima volta nel settembre del 2011 e subito mi sono sentito a casa, in famiglia. 

Camminando per le strade percepivo la presenza del nonno, mi sentivo protetto e sereno. Durante la mia prima permanenza nel paese, ho elaborato il dolore e sono riuscito ad accettarlo.

Ogni giorno conoscevo nuovi parenti e sentivo rafforzare le mie radici sempre di più in quella splendida terra di Sicilia. Quando ho maturato l'idea di un film sul nonno casualmente ne ho parlato con Fabrizio Sergi e insieme abbiamo iniziato a sviluppare il progetto.

Sono consapevole che la mia storia è simile a quella di tanti giovani siculo-americani che non conoscono le loro radici oltre l'oceano. 
Con il film “Ritornato” spero tanto che queste nuove generazioni vadano alla ricerca del passato delle loro famiglie e ricostruiscano un forte legame con la terra d'origine.

Il “Film “Ritornato” è stato girato grazie ad una borsa di studio dei registi Antony e Joe Russo, anche loro oriundi siciliani di Longi, e dalla National Italian American Foundation.

È stato girato a Limina e nei dintorni.

Protagonista maschile Michael, mentre sua moglie Maria ha recitato nella parte della fidanzata Sophie. Le comparse sono tutti liminesi e aspettano l'uscita del film con grande ansia.

Usciamo dall'Aquarium e ci incamminiamo verso il molo. Michael parla e gesticola da autentico siciliano mostrandomi le bellezze del posto, ma io sono distratta.
Il mio pensiero vola lontano, a quel sottile ma fortissimo legame che unisce il vecchio e il nuovo continente, a quelle profonde radici seminate da nonno Agatino e ora rinsaldate da Michael.

Spero tanto che tutti i giovani italo-americani vadano alla ricerca delle loro radici e ne siano fieri come lui. Arriviamo sul molo, davanti la Route 66 che fa da collegamento con Chicago, quando sta per iniziare il tramonto.

Il sole appare come una immensa palla di fuoco che lentamente scivola nelle profonde acque dell'oceano Pacifico, la natura, anche questa volta ci regala uno spettacolo sbalorditivo. Michael si gira lentamente:

- Bello vero?

- Bellissimo

- Io amo molto di più i tramonti della mia Sicilia, della mia Limina.
Lo guardo e sorrido! Il ricordo di nonno Agatino, di mamma Maria e di tutta la sua famiglia è troppo radicato nel cuore del mio amico.

Radici profonde che sanno d'amore infinito per la terra dei padri.

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