Video-pillole sul turismo - parte 37

#ilFuturoNelleNostreRadici

Una lingua particolare, e un carattere a dir poco scoppiettante…Questa è Segni e i segnini.

A volte l’amore per un paese è condiviso, e certe storie ci aiutano a risvegliare anche nostri ricordi nascosti. Insieme a Nicoletta Massini andiamo, o meglio torniamo a Segni. Un fantastico borgo vicino Roma immerso nella natura e nelle bellezze dei Monti Lepini. 

Un paese che è uno scrigno di tradizioni custodito da persone scoppiettanti che parlano una lingua loro. Segni è questo ed altro. Le mura ciclopiche, le antiche porte perfettamente conservate e un ninfeo da poco riportato alla luce. 

Malgrado tutto questo Segni è poco valorizzata, dai suoi abitanti e da un circuito turistico superficiale. Nascosta nell’ombra di altri borghi che possono offrire meno, in termini di storia e esperienze. 

Una passeggiata a Segni non è una semplice visita, ma una vera e propria esperienza che invitiamo tutti a provare!

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Video-pillole sul turismo - parte 36

Oggi andiamo a Livorno insieme a Claudio Degrate, un caro amico che ha condiviso con noi la storia della sua “Nuova Venezia”.

Livorno è una città di mare, antica, famosa e innovativa già da tempo immemore. Insieme a lui abbiamo assaporato un po’ della sua storia, dei suoi personaggi e la goliardia che caratterizza il popolo Livornese.

Abbiamo potuto respirare l’amore per una città che non tutti conoscono ma che vogliamo andare a visitare di persona dopo aver letto questa storia.

Una città e un porto dove per secoli in pace hanno convissuto e hanno lavorato insieme persone, culture e religioni diverse.

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Il mio rapporto con la storia della mia città e del territorio comincia negli anni ‘70 del secolo scorso, precisamente nell'autunno del 1971 quando conobbi il mio carissimo amico Mauro Incitti. 
Ha inizio da un campo arato con un paio di scarponi da campagna ai piedi ed una busta in mano.

Mi rimane impressa nella mente quell'immagine mia e di Mauro arrancanti tra le zolle fresche a raccogliere "cocci" antichi. Auguro a chiunque a provare quella sensazione di brivido nel prendere su un frammento che diviene in quel momento il tuo contatto con il passato.

La consapevolezza di una presenza di antico che tu stai contribuendo a far rivivere. 
Nel mio cammino di ricerca mi sono reso conto quell' intimo rapporto personale con la storia non poteva rimanere fine a sé stesso ma andava condiviso con gli altri, quindi divulgato nella forma più corretta possibile. 
Iniziammo con una organizzazione di volontariato chiamata inizialmente ‘sezione di Colleferro del Gruppo Archeologico Ernico', poi divenuta ‘settore Tolerino del Gruppo Archeologico Latino e Toleriense del Gruppo Archeologico Romano’ ed infine ‘Gruppo Archeologico Toleriense’. 
L’evoluzione di questi nomi già da una indicazione della evoluzione che abbiamo fatto come gruppo e come città.
A proposito, per quei pochi che ancora non lo sapessero, il nome Toleriense viene dal nome antico del fiume Sacco: Tolerus.
Dovremo essere orgogliosi delle nostre radici che sono lunghissime e affondano nelle generazioni.
In oltre trenta anni, nelle fila del gruppo sono passate numerose generazioni di Colleferrini. Per parafrasare un noto testo di Mario Capanna: "Formidabili furono quegli anni" fatti di impegno, sacrificio, ricerca archeologica.
Eravamo mossi da un irrefrenabile desiderio di conoscere e far conoscere a tutti la storia di questo territorio. 
Mi ricordo l'affanno e la testardaggine di voler rendere giustizia al racconto storico, per cui io quindicenne e Mauro Incitti diciottenne ci trovammo impegnati a confrontarci con il testo di Aldo Colaiacomo: Lineamenti per una storia di Colleferro.  


Almeno per quella che era la parte antica del racconto. 
Provavamo anche un senso di responsabilità nei pacifici confronti di idee con Aldo Colaiacomo: eravamo generazioni a confronto. E così siamo cresciuti anche noi.
Oggi tutto questo mi fa sorridere ed allo stesso tempo mi spinge a riflettere sulla comunicazione. 
Nel mio approccio con la storia e l'archeologia del nostro territorio ho sempre pensato che la ricerca dovesse essere affiancata da una sana divulgazione per dare informazione esatta e una comunicazione non inquinata dal sensazionalismo e dalla voglia di apparire a tutti i costi. 

Se nel passato si avevano limitate fonti informative oggi è triste veder circolare nella nostra città alcune produzioni letterarie prive di annotazioni e riferimenti, frutto solo di una personalizzata interpretazione dei fatti storici. Ma questa è una nuova, vera battaglia che ha visto scendere in campo anche l'Archivio Storico Innocenzo III di Segni ed in particolare il mio carissimo amico Alfredo Serangeli.
Per fortuna, e per tenacia che è alla base della fortuna, ho trovato fondamentali alleati prima nel Gruppo Archeologico Toleriense, e poi nel Museo Archeologico Comunale del Territorio Toleriense di Colleferro. Divulghiamo la storia e le ricerche attraverso scavi archeologici, convegni, mostre ed eventi anche con le scuole. Abbiamo realizzato i due volumi sul Castello di Piombinara e la collana degli "Studi e ricerche sull'Ager Signinus" per gli appassionati. 

Il divertimento è stato divulgare a tutti con la collana Museoracconta. Abbiamo fatto uscire due pubblicazioni che già dal titolo esprimono lo stile: "Colleferro sottosopra" e "Leonardo da Cromagnon", con il contributo di bambini di una terza elementare che hanno inventato la storia di un bambino Sapiens.
Animazione è anche l’organizzazione di mostre temporanee che fanno tornare le persone a trovarci al museo, una sorta di appuntamenti fra amici per rinsaldare i rapporti e allargare la rete di contatti. Così ci cimentiamo anche in contenuti multimediali, modellini e rappresentazioni dal vivo. 
Spero che in questi anni tutta la nostra passione e il nostro impegno abbiano contribuito a formare un'identità storica del nostro territorio. 
Un territorio strano e anomalo che per anni è stato dominato da una città moderna, nata intorno ad una fabbrica che oggi è la Città Morandiana. Una città formata da abitanti che rappresentavano un ibrido di provenienze, tradizioni e culture. 
Una Città che va nello Spazio.
Un territorio che però aveva un vissuto anche dalla preistoria al medioevo... e la sinergia storica tra questi mondi sembra iniziata. Il collante è il Museo Archeologico.
Che poi il destino ha voluto che si trovi all’interno della vecchia area industriale!
Tutto torna.
Più lavoro e più mi ritrovo nella frase di Piero Angela:
«Faccio divulgazione scientifica da quasi cinquant'anni, e ogni volta è sorprendente rendersi conto che più escono cose dalla scatola della conoscenza più se ne creano dentro, in continuazione, di nuove». 


Foto di Museo Archeologico Comunale del Territorio Toleriense

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Santa Corona, dal nome molto familiare, è protettrice delle pandemie e pestilenze e patrona del piccolo borgo di Canepina che la festeggia ogni anno con una spettacolare processione.


In questo periodo tutta l’Italia è provata dalla pandemia del coronavirus.
Noi canepinesi nei momenti più difficili della quotidianità e non, ci affidiamo alla nostra Santa Protettrice: Santa Corona.
[caption id="attachment_115525" align="center-block" width="750"] Statua di Santa Corona - Foto di Pietro Minella[/caption]
Un nome che è custodito nel cuore di tutti i Canepinesi, e poi gridato con gioia durante i nostri solenni festeggiamenti, intonando il più forte “Viva Santa Corona!”.
Ora che lo sento un po’ sulle bocche di tutti, e non per i sentimenti di festa e gioia che condividiamo ogni anno nella nostra comunità, mi fa strano.
Corona è una santa poco conosciuta, invocata contro le pestilenze, e la devozione di noi canepinesi per la nostra patrona ha origini antichissime. Si è scoperto infatti da alcuni documenti storici che la nostra chiesetta dedicata a Santa Corona, esisteva ed era già curata con devozione nel Trecento, dagli abitanti del nostro antico paese.
La sua storia è in gran parte avvolta nel mistero.
Storie e racconti ci dicono che fu vittima di un lungo martirio per mani di soldati Romani o pagani. Fu costretta ad un supplizio doloroso e crudele, legata piedi e mani a due palme dai suoi aguzzini, venne giustiziata lasciando strappare il suo corpo dalla forza di due alberi. 
I simboli del suo martirio sono ancora oggi riconoscibili nel nostro stemma Comunale, che porta l’inconfondibile “Corona” e le due palme.

La Festa di Santa Corona è la festa religiosa più importante del nostro paese, non solo perché è la Patrona di Canepina, ma anche perché i festeggiamenti coinvolgono intere famiglie con un misto di orgoglio e di fede.
I festeggiamenti per noi sono importanti, e mentre i riti religiosi sono rimasti immutati e rispettati fino all’ultima virgola, la parte folkloristica della fiera che segue la processione è sempre ricca di novità.

Le bancarelle, i pranzi a base di ceciliani e maccaroni, gli spettacoli.
Tutto viene studiato ad opera d’arte dai nostri comitati in carica, eletti ogni anno proprio il giorno della festa, che collaborano con la parrocchia per unire i due aspetti nel modo più rispettoso e divertente possibile.
Questa Santa occupa un posto grandissimo nel cuore di ogni canepinese fin da piccoli.
Essendo canepinese so cosa si prova, vedo il ‘fiume umano’ che accompagna la statua per le vie del paese durante la solenne processione. L’emozione che si sprigiona quando l’immensa macchina trasportata dai devoti Canepinesi deve fare il suo passaggio nello stretto arco per entrare finalmente nella Collegiata.
Un passaggio che richiede la forza di tutti i suoi “facchini” e che, una volta superato nel silenzio e attenzione degli spettatori che rimangono con il fiato sospeso, sprigiona per tutte le vie del borgo il grido di “W SANTA CORONA!!!”.
Un’esperienza spettacolare che per raccontarla bisogna viverla, e che non smette di emozionarmi ogni anno che vi partecipo. 
La festa è l’appuntamento più atteso da noi Canepinesi, che purtroppo quest’anno a causa di un maledetto virus non avverrà.

Conosciamo la fatica che ogni anno i membri del comitato fanno per portare avanti questa tradizione. La fatica dei gruppi di volontari che preparano la tradizionale infiorata per il giorno della processione, i commercianti e ristoratori che si prestano ad accogliere turisti e amici nei loro locali.
Un anno di preparazioni e di sforzi che ora sembrano svaniti nel nulla.
E’ in momenti come questo che come Canepinesi dobbiamo pensare proprio alla nostra Santa. Una giovane donna molto coraggiosa e piena di fede, che malgrado le torture e i supplizi è riuscita a darsi forza in un momento in cui la fede poteva non trovare posto.
Adesso è il momento di non perdere la speranza, di abbracciare le nostre tradizioni e di prendere forza dalle emozioni che abbiamo vissuto insieme durante negli anni passati. Quei bellissimi momenti dove la sua macchina dorata splendeva sotto il sole insieme all’amore dei portatori e dei fedeli che l’accompagnavano nel suo cammino.
Torneremo a vederla, e sarà per tutti noi un bagno di applausi e lacrime.

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Dalla finestra potevo vedere la montagna di Segni, avevo sei anni, e un giorno mio padre tornando a casa mi presentò un suo amico segnino dall’aria simpatica e gioviale.



Quando quel simpatico signore cominciò a parlare, mi accorsi che non riuscivo a comprendere una parola di quello che diceva, in quanto pronunciava suoni che non avevo mai sentito prima di allora.
Tramite un linguaggio “iniziatico” (il dialetto segnino), incominciava la mia avventura in un nuovo territorio che mi portava alla conoscenza della sua popolazione e della sua storia.

Segni, circondata da una vasta area montana e collinare, offriva numerosi mondi da esplorare.


Boschi con querce secolari entro cui fantasticare di poter incontrare elfi e fate. Vasti prati in cui raccogliere more, cogliere fiori, cercare funghi in un’estenuante caccia al tesoro. Castagneti entro cui rovistare, per fare una raccolta di prelibati marroni e con un po’ di fortuna, riempire un canestro di funghi porcini.
L’avventura umana era altrettanto sensazionale perché, con tanta natura, potevo conoscere il mondo agricolo e montano di Segni costituito da boscaioli, allevatori, maniscalchi, cantori, legati tutti alle antiche tradizioni e ai mestieri tipici della comunità montana.


Amavo ascoltare i racconti dei boscaioli e dei contadini narrati in quel dialetto così colorito, di cui potevo ormai distinguerne i suoni e i significati. Ascoltavo i canti locali, “gli stornelli”, che narrano scenette spiritose, argute e talvolta piccanti, tratte dal vivere quotidiano del popolo segnino.
Ma Segni aveva sempre delle sorprese e delle rare bellezze da farmi scoprire.
Un giorno, volendo esplorare il borgo antico, avevo deciso di risalire la montagna evitando di percorrere la strada urbana interna e, avviandomi lungo un sentiero impervio tra i cespugli selvatici lontano dai suoni e dai rumori, d’improvviso mi appariva davanti agli occhi, in tutta la sua maestosa presenza, la bianca, ciclopica, Porta Saracena!
 Mi sembrava che tra i cespugli si nascondessero le ninfe inseguite dai fauni e che da un momento all’altro potessi veder volare un Ippogrifo!
Da quell’imponente opera costruita con blocchi di pietra calcare, sormontata da una coppia di architravi, costituiti da monoliti lunghi 3 metri, iniziava la cinta muraria che risaliva tutta la montagna e la circondava in un circuito maestoso.
Camminare lungo le mura di Segni è un viaggio nel tempo e nella storia.
Percorrendo il sentiero si è spesso affiancati dal vuoto, perché la china della montagna è scoscesa e giù in fondo c’è la valle che separa Segni dagli altri paesi. L’opera muraria era stata edificata come fortificazione a scopo difensivo, Segni era una zona di frontiera che controllava gli assi viari che da Roma portavano al sud, passando attraverso la Valle del fiume Sacco.
Come un grande ventaglio Segni mi apriva un nuovo scenario, quello della Storia, mettendo a disposizione di tutti il suo museo archeologico e un gruppo di ricercatori che hanno portato alla luce diversi scoperte di alto valore.

E un gioiello preziosissimo incastonato nella storia secolare di Segni: un Ninfeo!
Il Ninfeo mi è apparso in tutta la sua bellezza come un miracolo, con le sue nicchie e la sua ambientazione con decorazioni a mosaico rustico che ricorda una grotta. Al centro del prospetto principale, in una cornice formata da gusci di telline, una scritta in lettere greche formate da perline di blu egiziano e la firma di colui che lo progettò: l’architetto Quintus Mutius.
La raccolta dell’acqua è sempre stata un’emergenza per Segni che ha provveduto incastonando nella montagna grandi cisterne, vasche e bacini, funzionali alla vita del paese.
Queste opere con la loro forma circolare, sono un ornamento aggiuntivo alla morfologia del paese e alla sua estetica. Sull’antica Acropoli, a fianco del tempio della dea Giunone Moneta, appariva maestosa la Cisterna romana.
Oggi la sua rotondità non raccoglie acqua ma accoglie i suoi abitanti nei giorni di festa come in un’arena adibita a spettacolo.


La millenaria necessità di raccolta dell’acqua è ben testimoniata dalla presenza del grande bacino circolare detto “la Fontana” nell’area delle sorgenti, dove ancora oggi sgorga acqua. Un luogo appartato, dove in un enorme specchio d’acqua di forma circolare si riflette un cielo antico di giorno e un universo stellato di notte.
Tutti i viaggi iniziatici portano a una trasformazione e la vita piena che ho vissuto a Segni nel corso degli anni, mi ha portato a scegliere di vivere nella casa in cima alla collina, di fronte alla montagna, che tanti anni fa mio padre aveva costruito con l’aiuto del suo amico segnino.

La montagna di Segni, decorata dal mosaico costituito dalle tante casette del borgo antico, si staglia ora interamente davanti ai miei occhi.
La sua sagoma a volte mi ricorda quella di un gigante che riposa accovacciato sulla vasta piana del Sacco.
Altre volte al tramonto, tingendosi di colore ocra, mi ricorda le antiche medine dei paesi orientali.
Infine, nel buio profondo della notte, quando sulla grande montagna si accendono tantissime luci, Segni mi appare in tutta la sua magnificenza, come un’immensa nave illuminata a festa, pronta a proseguire il suo viaggio secolare nel tempo.

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Nel 1495 papa Alessandro VI Borgia decretò che la “Terra di Magliano”, giudicata «popolosa e abbastanza a modo», divenisse sede della “Diocesi di Sabina”. La chiesa di San Liberatore, patrono della città, fu elevata a Cattedrale.


A fine ‘500 le reliquie del santo furono trafugate e, non riuscendo a ritrovarle, ne furono accettate altre provenienti da Montefiascone.
Con una piccola, ma forse non trascurabile differenza, che le ossa del braccio erano di San Liberato e non di San Liberatore. È così che ha avuto inizio una bizzarra diatriba, che per certi versi non è terminata ancor oggi.
[caption id="attachment_115497" align="center-block" width="750"] Facciata delle Cattedrale [1][/caption]“DIVI LIBERAT(or)I(s) AEDES”, così scrisse il lapicida sui tre architravi delle rispettive porte della Cattedrale dei Sabini [foto n. 1].
[caption id="attachment_115488" align="center-block" width="750"] Cattedrale, porta centrale [2][/caption]Non può sfuggire, sopra la porta centrale [foto n. 2], l’evidente asimmetria negli spazi tra le ultime quattro lettere LIBERAT(or)I(s) [foto n. 3], indice di un intervento successivo a correzione della scrittura originale della parola.
[caption id="attachment_115491" align="center-block" width="750"] Dettaglio della porta centrale [3][/caption]Che il lapicida avesse commesso un errore e l’avesse corretto successivamente?
A tutta prima sembrerebbe di sì, ma quando si entra nella chiesa è possibile leggere sul porfido dell’altare maggiore che il tempio era consacrato ad onore e gloria di San Liberato.
La lapide, in questo caso, “parla” senza lasciare dubbi, ma il dubbio invece si insinua nella mente di chi vorrebbe conoscere se il sontuoso tempio fosse stato veramente dedicato a San Liberatore, vescovo e martire, oppure a san Liberato.

I più antichi documenti testimoniano che la chiesa fu sempre dedicata a San Liberatore.


Nel 1582 avvenne un fatto incredibile: tutte le reliquie del Santo Liberatore furono rubate! Perché, da chi, nessuno l’ebbe mai saputo, e il reato restò impunito per tutti questi secoli, senza soluzione.
A meno che... i sospetti non cadano sugli abitanti dei paesi più vicini che mal avevano digerito lo spostamento della sede della Diocesi di Sabina da Vescovio a Magliano in Sabina.
Al di là della disputa, di certo i maglianesi non potevano sopportare di restare privi di reliquie del loro protettore, senza di esse veniva meno la difesa divina della città.
E allora, dove andare a prenderle altre se non ad Arria, presso Ariano Irpino, paese di origine del Santo? Inutilmente però, perché da Arria, per ragioni di cui si è persa la memoria, mai furono inviate altre reliquie, che pure si conservano nella chiesa di Benevento (chiesa di Santa Sofia).
Che fare? In qualche modo si doveva sopperire a tanta mancanza.
Così il Vescovo, i Canonici e gli Agostiniani del convento di Magliano si rivolsero ai monaci agostiniani di Montefiascone, i quali senza indugio inviarono un braccio intero, corredato da documenti per dimostrare l’autenticità (come era consuetudine).
[caption id="attachment_115500" align="center-block" width="750"] Interno Cattedrale, altare con abside[/caption]
Solo che il braccio non era quello di San Liberatore ma di San Liberato.
Per questa sostituzione di reliquie, dalla fine del 1500, nei documenti ufficiali pontifici la cattedrale dei Sabini diventava così di San Liberato e non più di San Liberatore.
Le cose restarono così fin quando un luminare in campo liturgico, il Vescovo di Sabina, cardinale Nicola Ludovisi Albergati (1677-1681), non sollevò la questione davanti alla Sacra Congregazione dei Riti. Questa, inaspettatamente, nel 1679 decretò che il titolo talvolta dubbio fosse aggiudicato a San Liberato, per buona pace del partito dei conservatori.
Ma questi ultimi non desistettero, e tornarono alla carica. Il cardinale fu allora costretto a chiedere aiuto addirittura al papa Innocenzo IX. Il papa, dietro consiglio del cardinale Girolamo Casanate (1620-1700), il 30 settembre 1679 emanava un Breve col quale imponeva di venerare come titolare della chiesa e come patrono della città San Liberato.
I sostenitori di “Liberatore” non chiusero la partita.
Anzi con maggior lena iniziarono un’opera sotterranea con memoriali, suppliche e altri scritti pur di riportare la questione davanti alla Sacra Congregazione dei Riti.
Finalmente nel 1735, grazie al cardinale Antonio Felice Zondadari senior (1665-1737), questa dichiarava di doversi restituire il culto del martire e vescovo… San Liberatore... e non a San Liberato completamente sconosciuto», prorsus ignoto, cioè inesistente! San Liberato, chi era costui? Mai esistito.
È curioso pensare che per circa 150 anni un santo sconosciuto abbia potuto usurpare un titolo ad un altro Santo, che aveva il nome di Liberatore, quando con questo nome si deve identificare San Eleuterio o Liberatore, Vescovo dell’Illiria, venerato in molti paesi e città dell’Italia meridionale e centrale.
[caption id="attachment_115494" align="center-block" width="750"] Porfido dell'altare maggiore nella Cattedrale [4]  [/caption]Ecco, quindi, come si spiega la contraddizione di trovare ancora scritto sul porfido dell’altare maggiore [foto n. 4] la dedica a San Liberato, e sull’architrave della porta centrale, inserite con indubbia abilità le lettere 0 - R - S, per restituire il tempio al legittimo titolare, cioè San Liberatore.
Ma se oggi chiedete a un maglianese chi è il protettore di Magliano a tutta prima (poi si correggerà) vi risponderà Salliberatu, ovvero San Liberato!

Foto di Maurizio Mola
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Mele_della_valle_del_Giovenco-1024x701.jpg

Nel 2016, il ministero ha pubblicato il corposo Atlante dei fruttiferi autoctoni italiani dove catalogava dettagliatamente il patrimonio della biodiversità (naturale e coltivata) che caratterizza il nostro Paese. 


Per quello che mi interessava, l’Abruzzo ha 13 differenti “cultivar” autoctone di melo con almeno 5 varietà di mele (gelata, limoncella, panaia, paradisa e zitella) che rivestono un ruolo storico-culturale del nostro territorio regionale. 

Il termine autoctono deriva dal tardo latino “autochton” e significa originario del luogo stesso in cui vive, in cui si sviluppa e nel nostro caso si riferisce a una pianta che si è originata ed evoluta nel territorio in cui si trova. 
L’atlante valorizza anche la nostra Valle del Giovenco descrivendola come “ambito in cui la frutticoltura della regione ha sempre avuto e conservato un rilievo considerevole”.
In più ci ricorda come “fino agli anni ’60 del secolo scorso, data la vicinanza con Roma, si era sviluppato un fiorente commercio di mele e pere invernali che rifornivano la capitale”. 

In particolare, “la frutta acquistata dai commercianti romani era immagazzinata nelle cantine del paese e sono ancora vive le testimonianze, soprattutto delle donne che la accudivano nel corso dell’inverno, la manipolavano per verificarne la maturazione, eliminare i frutti guasti, provvedere al confezionamento e all’allestimento dei carichi per la spedizione di quei frutti pronti per il consumo”. 


[caption id="attachment_115261" align="center-block" width="886"] Maurizio nel suo Meleto[/caption]
Devo confessarvi che mi ha molto inorgoglito l’immagine fotografica prescelta dagli autori dell’atlante per descrivere la valle in cui si rappresenta il nostro meleto con il profilo dell’abitato di Ortona sullo sfondo.

La mela limoncella (la più famosa delle mele ortonesi, con un caratteristico gusto asprigno), la mela cerina (detta anche zitella, per la tardiva maturazione ma estremamente serbevole), l’appia (molto gustosa e con proprietà antinfiammatorie), la mela pianuccia (appiattita ai poli), la mela cipolla (di grossa pezzatura con un retrogusto simile al sapore della cipolla) e la mela granettona (simile alla renetta ma di maggiore pezzatura), sono solo alcune delle varietà che caratterizzano il territorio ortonese e qualificano il prodotto della campagna. 
Nel 2017, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha pubblicato il volume “Frutti dimenticati e biodiversità recuperata: il germoplasma frutticolo e viticolo delle agricolture tradizionali italiane. Casi studio: Lazio e Abruzzo”, in cui trova spazio una specifica e dettagliata scheda riguardante la limoncella della Valle del Giovenco. 
La mela limoncella è un frutto di pezzatura media, medio-piccola, allungata, cilindrico-conica o tronco-conica, quasi sempre asimmetrica, con un peduncolo medio-corto, grosso, inserito in una cavità profonda e stretta, quasi acuta e una cavità calicina semi-aperta, poco profonda e pieghettata. 
La buccia della limoncella ha un colore giallo a maturità, leggermente ruvida, con poche lenticelle emerse. Il frutto si raccoglie a ottobre, molto serbevole, si consuma da novembre a marzo anche se conservato a temperatura ambiente (comunque in ambiente fresco). 
Caratteristico è il suo progressivo appassimento durante l’inverno che la rende man mano acida, senza diventare farinosa. 
Nel suo libro “Ortona dei Marsi, frammenti … “, Giancarlo Antonangeli ci ricorda le ben note proprietà curative delle mele:

“Ad Ortona dei Marsi fino a pochi anni fa le proprietà officinali delle mele erano utilizzate essenzialmente per la cura delle affezioni bronchiali che affliggevano bambini e vecchi." 


Ad esempio, ai mocciosi raffreddati e febbricitanti si faceva sorbire un decotto di mele Appie, Pianucce ed ènnas’ (anice – Pimpinella asinum – per le sue proprietà sedative ed espettoranti) dolcificato con abbondante miele di marrubio. 
E li si metteva a dormire con – ‘n matnij call’ ‘n bepp’ – un mattone di argilla riscaldato sulla brace e posto, avvolto in un panno di lana, direttamente sul petto dell’infermo. Al mattino i sintomi di costipazione erano pressoché scomparsi”.
Mi piace, infine, ricordare che la nascita e lo sviluppo delle città rinascimentali doveva seguire precise regole: un terzo della superficie doveva essere città, un terzo giardino e un terzo campo in modo tale da raggiungere l’autosufficienza alimentare e, quindi, la tranquillità delle persone. 

Il fatto che il nostro meleto di Ortona sia una propaggine del giardino e della casa mi mette in una condizione di coerenza con questa impostazione di pianificazione dei luoghi del vivere umano.  
Quest’armonia mi piace.
Nel 1305, Piero de’ Crescenzi scrisse un trattato sull’agricoltura e descrisse quello che secondo lui doveva essere un giardino ornamentale che “all’animo desse diletto” e che, “appresso, conservasse sanità del corpo” in quanto “la complessione del corpo sempre s’accosta e conforma al desiderio dell’animo”. 
Ecco, dunque, le sue indicazioni:

“Il verziere desidera avere l’aere libero, e la troppa ombra genera infermilade. Ancora non devono essere i predetti arbori nocivi, si come il noce e certi altri. Ma debbono essere dolci e odoriferi in fiori, e allegri in ombra, si come sono le viti, i meli, i peri e gli allori e i melograni e i cipressi e simiglianti”. 


Ortona, arrivo…

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Video-pillole sul turismo - parte 35

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Radici nuove e antiche che si connettono

Oggi parliamo del Museo Archeologico Comunale del territorio Toleriense di Colleferro, insieme al suo direttore Angelo Luttazzi, un caro amico e una persona che dell'archeologia ha fatto la sua vita.

Un museo insolito, che unisce il passato di un territorio molto antico, quelle Toleriense, con la storia una città moderna che non ha più di cento anni. Il fascino di due mondi che occupano un territorio ricco di sorprese. 

Angelo oltre ad essere il punto di riferimento della comunità di Colleferro, con il suo amore per l’archeologia riesce a coinvolgere grandi e piccoli in attività archeologiche che trasformano uno scavo, un pennello e un paio di cocci in emozioni.

Sono testimonianze delle nostre radici lontane e inestimabili.

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