Quella tenda che è tornata…

“Non si ricordano i giorni.
Si ricordano gli attimi.”
(C. Pavese)


Stamattina, mentre mamma sistemava alcuni oggetti nell’armadio della mia casa di Genzano, all’improvviso, dallo scaffale centrale, è comparsa la tenda bianca a fiorellini arancioni.
Quella che fu confezionata da nonna Annarella nel 1983 per le finestre di quella che Valentina chiamava “la casina”, ossia del prefabbricato donato dai bergamaschi a noi, terremotati lionesi.
Improvviso, il ricordo di attimi lontani.
Il container che ci fu donato era bianco e azzurro, di forma rettangolare, con cucina, due stanze da letto e bagno.
Era arredato in modo semplice ma fine.
A noi, che eravamo bambine, sembrava una casetta accogliente e sicura, anche se umida in inverno e calda in estate.
Era il rifugio, piccolo e sicuro, in cui sognare. Io mi affacciavo spesso dalle finestrelle che immettevano nella parte retrostante del “Villaggio Bergamo”, dove vi erano i containers giallo ocra, dalla forma irregolare.
Lì abitavano Edmondo e le Piccole Sorelle che, con la loro presenza, rendevano le giornate più serene. Amavo osservare la vita che ricominciava a scorrere fuori dall’abitacolo, salendo sulla sedia di paglia e spostando quella tenda, dimenticata e ritrovata stamattina… Mi piaceva guardare fuori, restando dentro, al sicuro.
La finestra era un affacciarsi sul mondo, che riprendeva a pulsare dopo la sospensione del terremoto, ed anche una protezione. Ogni mattina, bevendo latte e Nesquik, ed ogni sera, per osservare le luci dei lampioni, spostavo quella tenda e… guardavo.


Quello che vedevo era il mio stato d’animo.
Anche le giornate fredde erano luminose ed il paesaggio era sempre nitido: gli alberi, i campi, le persone davano l’impressione di una gelida fragilità, come se un semplice colpo di vento o un urto potesse frantumarli di nuovo.
L’aria vibrava, come le nostre vite.
Guardavo dalla mia finestra, oltre quella tenda, un paesaggio che era già dentro di me e “sentivo emozioni che erano già nel paesaggio”.
Anche oggi, dopo trentasette anni, la tenda mi ha fatto provare lo stesso senso di labile stabilità provato da bambina ed il mio pensiero è andato subito a Bergamo, alla “città alpina d’Italia”, tanto distante dall’Irpinia, ma profondamente vicina.
Non so se chiamarla casualità. Non so se è solo uno scherzo del fato.
So di certo che, da stamattina, ho Bergamo nella mia testa.
Ho quegli attimi passati molto vicini.
powered by social2s
Asparagi-di-Canino.jpg

Oggi il nostro viaggio ci porta a Canino, nel cuore della Maremma Laziale, a pochi chilometri dal mare tra le bellezze e le meraviglie delle città etrusche.

Arte, architettura, archeologia, natura ma non solo, il nostro sarà un viaggio nei sapori della terra, per provare il gusto unico dell’Asparago verde di Canino, in provincia di Viterbo.

La produzione agricola dell’asparago a Canino inizia negli anni settanta e da allora rappresenta il fiore all’occhiello della produzione agro alimentare di questa zona.

Una specialità favorita sicuramente dalla posizione geografica e dalla presenza di falde geotermiche con acqua termale con temperatura che varia dai 35° ai 40°.

L’acqua presente nel sottosuolo viene sfruttata per scaldare naturalmente il terreno di coltivazione, anticipando così le condizioni termiche che solo la primavera con l’aumento delle temperature metereologiche può portare. 

Il terreno attorno alla radice dell’asparago, quindi, si presenta caldo e le piante iniziano precocemente la loro crescita. E’ questo il segreto che ci permette di assaporare il gusto di questo pregiato prodotto della terra già nel mese di gennaio.

Questa tecnica del “riscaldamento basale” conferisce agli asparagi un colore verde brillante, con la parte sommitale ben eretta e un gambo tenero che permette di gustare l’asparago nella sua interezza, a differenza degli asparagi provieniti da altre coltivazioni.

Il loro gambo è così tenero e gustoso che nel dialetto locale vengono chiamati ‘magnatutto’ o ‘mangiatutto’.

Il mese di aprile è il mese della maggiore raccolta di questo sorprendente prodotto e vi proponiamo una deliziosa ricetta.

Ricetta della Vellutata di Asparagi di Ivana Moscatelli del ristorante “Da Isolina”

Ingredienti:

Asparagi di Canino

Patate

Cipolla di Tropea

Aglio, Peperoncino e Basilico

Olio di Canino

Per guarnire:

Fettine di pancetta

Pane tostato

In una padella, cosparsa di olio di oliva, stufiamo insieme asparagi e patate tagliate a dadini insaporiti con basilico, cipolla di Tropea e aglio. Aggiungiamo un pizzico di peperoncino, che nella cucina della signora Ivana non manca mai. 

Mettiamo tutto sul fuoco e lasciamo cuocere per 15 minuti. Nel frattempo scottiamo sulla piastra delle fettine sottili di pancetta e tostiamo del pane che conferiranno la nota croccante al nostro piatto.

Passato il tempo necessario della cottura frulliamo il nostro preparato, adagiamolo sul fondo del piatto e serviamolo con la pancetta e il pane.

Per la finitura del piatto, poi, usiamo alcuni asparagi interi.

Una ricetta semplice e gustosa che porta con sé i sapori della terra di Canino.

powered by social2s
Cartoceto-Fulvia-2-1-1024x682.jpeg

È un periodo strano, questo.

Siamo tutti chiusi in casa, abbiamo tempo per riflettere su di noi, i nostri rapporti, il mondo che ci circonda, su quel che siamo e quel che vorremmo essere. Ma non sempre questo è un "passatempo" facile ... comunque, a me ha fatto tornare in mente un periodo della mia vita altrettanto strano e decisivo.


Erano i primi di giugno del 2014 quando scopro che il mio matrimonio, alla soglia delle nozze d'argento, è finito. Sento il bisogno di allontanarmi dalla casa dove avevo passato gli ultimi 20 anni della mia vita. Mio figlio abitava già per conto suo, quindi ci saremmo trasferite io e mia figlia. 


Nessun posto particolare, una ricerca un po’ a casaccio, perchè il periodo e la situazione non permettono una mente lucida. In questi momenti si possono fare svariate esperienze, si possono fare incontri o buoni o cattivi ed io ho incontrato gente meravigliosa!
Mi incuriosisce un annuncio per una casa in affitto a Cartoceto ... dovetti andare a vedere dove si trovasse. L'avevo sentito nominare, ma non avevo un'idea precisa dove fosse.

Verso la fine di agosto mi danno appuntamento per visitare l'appartamento ed insieme a mia figlia vado a vederlo e faccio due scoperte: la prima, che il proprietario di questa casa è una persona interessantissima e disponibilissima.  La seconda, che il borgo di Cartoceto si sviluppa nella sua parte più antica all'interno delle mura di cinta inaccessibili alle macchine.  
Parcheggiamo dunque fuori dalle mura, di fronte alla chiesa parrocchiale Santa Maria della Misericordia, e ci avviamo per strette stradine, scalinate e passaggi pedonali verso la casa da prendere in affitto. 
Scopro così che tutto il paese di Cartoceto è incastonato negli uliveti che diffondono un profondo senso di pace, serenità e tranquillità. Ecco, gli ulivi, dopo il mare la mia più grande passione!
Incontriamo Enrico, il proprietario di casa e scopriamo un gioiellino prezioso: all'interno della cinta muraria, al centro del borgo antico di Cartoceto, praticamente sopra l'antico Teatro del Trionfo, si trova il nostro nuovo nido.
Non abbiamo dubbi nemmeno per un secondo, né io, né mia figlia. 
Un appartamentino incantevole su due piani, con un soppalco e mura di pietra, ristrutturato nel rispetto tra l'antico e il moderno. Un canone d'affitto accessibile nonché la simpatia travolgente e la disponibilità di Enrico hanno fatto il resto. A metà settembre entriamo a fare parte della comunità cartocetana!

Arriviamo in un periodo particolare per il borgo: due anni prima, a causa di insistenti piogge autunnali, era crollata una larga parte delle mura di cinta, rendendo inagibili le abitazioni poste sopra, sfrattando le attività che si affacciano sull'antica piazza e togliendo al paese il suo centro.
Prendiamo possesso della nostra nuova dimora, la arrediamo, la rendiamo nostra e nel frattempo scopriamo ciò che ci circonda. 
La mattina, quando vado al lavoro e il pomeriggio quando torno, incontro un signore dalla barba bianca e dai capelli alla Einstein. Dopo due giorni, lui, curioso chi si fosse stabilito nel suo amato paese, mi ferma, mi saluta e mi da il benvenuto.  Si presenta: Vittorio Beltrami il poeta del formaggio, proprietario dell'antico frantoio davanti al quale passo due volte al giorno. 
Si informa se siamo lì per rimanere o i soliti turisti, che magari comprano casa e poi spariscono per il resto dell'anno. La notizia che abbiamo intenzione di rimanere lo conforta e lo rallegra: il paese deve essere vivo e vissuto!   
Parliamo e mi racconta della sua passione per il suo territorio, del suo amore verso questa terra che da sempre coltiva e rispetta.
Grazie a lui conosco gli straordinari formaggi caprini e pecorini di fossa della sua azienda e imparo che a Cartoceto si fa olio di oliva extra vergine spremuto a freddo sin dal lontano 1300. Che all'apertura delle fosse lui organizza una festa per assaggiare le prelibatezze che vi sono maturate. Festa che viene annunciata dal profumo quando si aprono le fosse. E che finalmente, nel 2004, si era raggiunto il traguardo della DOP per l'olio di Cartoceto, che lui, ancora oggi spreme a pietra. 
Con orgoglio dichiara che a tutt'oggi è l'unica DOP delle Marche!

A novembre veniamo coinvolte e travolte dalla Fiera dell'Olio, che per giorni attira tante persone anche da lontano per assaggiare l'olio nuovo, per curiosare tra gli stand della fiera, dove si propongono prelibatezze di ogni tipo: tartufo, miele, olio, norcineria, formaggi, confetture e tanto artigianato artistico. 
Un folto programma di intrattenimento mobilita tutta la popolazione del borgo che si scopre anche ristoratori e fa assaggiare quanto di meglio le cucine casalinghe riescano a sfornare. Si aprono case e palazzi di rara bellezza che normalmente rimangono chiusi. Tutto il paese partecipa all'evento rendendolo vero e attuale.  
Devo dire che questa realtà così antica, così radicata e comunque così vissuta e partecipata, mi ha colto di sorpresa. Con lunghe passeggiate in compagnia del mio cane, a volte anche abbastanza impegnative per il territorio collinare, ho esplorato Cartoceto e dintorni con grande meraviglia e stupore. 
È un posto che mi ha accolto in un momento particolare, mi ha saputo dare la tranquillità e l'equilibrio di cui avevo bisogno e mi ha fatto riscoprire il tempo dal sapore antico, dallo scorrere lento, dal valore aggiunto.


Ancora oggi che non abito più a Cartoceto, risalendo la via che dirama dall'antica strada consolare Flaminia, la vista del borgo incastonato come un presepe negli uliveti e le colline circostanti, mi da il benvenuto con un profondo senso di pace e gratitudine. 
Sicuramento posso definire Cartoceto il mio posto del cuore.

powered by social2s
Pitta-Pie-Pasticceria-Rio-Verde-1024x576.jpg

Ci siamo addormentati in un mondo e ci siamo svegliati in un altro.


Improvvisamente Vibo Valentia sembra lontanissima. 
Disney è fuori dalla magia, Roma non è più la città eterna, Parigi non è più romantica, New York non si alza più in piedi, il muro cinese non è più una fortezza, e il Vaticano e la Mecca sono vuoti.
Lontano dalla mia Calabria e dal mondo, gli abbracci e i baci diventano improvvisamente armi. Non visitare genitori, nonni, zii e amiche e amici diventa un atto d'amore.
Improvvisamente ti rendi conto che il potere, la bellezza e il denaro non hanno valore e non riescono a procurarti l'ossigeno per cui stai combattendo.
La natura invece continua la sua vita, in maniera rigogliosa riprendendosi i suoi spazi. Mentre noi esseri umani siamo in gabbia.
Il Pianeta ci sta mandando un messaggio: 
"Non siete necessari. L’aria, la terra, l'acqua e il fuoco senza di noi stanno bene. Quando tornerete, ricordate che siete miei ospiti. Non i miei padroni".
Ritorneremo ad incontrarci, ad abbracciarci, a viaggiare ma con un doveroso sguardo diverso rivolto al pianeta e alla natura. 


Ma oggi Vibo Valentia, la mia città natale, sembra lontanissima, quasi irraggiungibile. In questo periodo difficile le origini acquistano un sapore quasi malinconico. 
Mi mancano le passeggiate al castello, che conserva tracce di architettura normanna e sveva. Camminare vicino la cinta delle mura della acropoli di Hipponium, da dove puoi dominare la bellissima Costa degli Dei che si affaccia direttamente sulle isole Eolie. 
Ti sembra quasi di prenderle se allunghi la mano. Eccole, sono proprio di fronte ai miei occhi. Ma solo se li chiudo.
[caption id="attachment_113994" align="center-block" width="750"] Pitta Pie - Pasticceria Rio Verde[/caption]
Tra le tradizioni di Pasqua oltre alla tradizionale "affrontata" non posso non andare con la mente ai profumi della tradizione delle “Pitte Pie”. Dolci di pastafrolla dal delizioso ripieno a base di mandorle, noci, uvetta, marmellata, cannella. 
E altro … a seconda della zona di provenienza e della zia che me li prepara.
L’aggiunta di spezie come i chiodi di garofano e la cannella indicano che questi dolci sono molto antichi, risalgono al periodo della dominazione araba.
Sono dolci in tutto e per tutto squisitamente "femminili": il nome Pitte Pie, che ricorda devozione e religiosità declinate al femminile, probabilmente richiama le figure delle tre Marie che accompagnarono Gesù sul Calvario.
Le Pitte Pie, tipiche del vibonese si preparano per Pasqua. Un tempo le donne di casa fin dall’estate iniziavano a raccogliere e mettere da parte gli ingredienti per prepararle, dalle marmellate al miele, dai fichi secchi al vino cotto.
Le pitte pie hanno una forma rotonda con tre buchi sopra dai quali si intravede il ripieno, chissà forse proprio per ricordare l’evento evangelico.
A me ricordano casa.
powered by social2s
13-1024x589.jpg

Su Discoverplaces vi abbiamo presentato il piccolo centro di Montecarotto nelle Marche come “il borgo degli orologi a torre e del suo orologiaio Pietro Mei” 

[caption id="attachment_113133" align="center-block" width="750"] Montecarotto by Giuliano Betti[/caption]

Il torrione custode del tempo che è diventato simbolo di questo piccolo centro racconta una eccellenza artigianale ma anche una eccellenza agroalimentare del territorio. 

Questi splendidi meccanismi ottocenteschi hanno avuto la funzione di quantificare il tempo, da sempre uno dei primi nemici del vino bianco. 

Il famoso detto che “invecchiando migliora” si riferisce in effetti di solito al vino rosso, e a quello buono. Ma ci sono delle eccezioni, una di queste cresce proprio intorno a Montecarotto nei Castelli di Jesi, e si chiama Verdicchio.

Questo vitigno a bacca bianca è considerato unanimemente uno dei più importanti per la sua capacità di invecchiamento. Esistono degustazioni “verticali” (ovvero dello stesso vino di annate diverse) capaci di andare indietro nel tempo di 20 e anche 30 anni. 

Qualcosa di anomalo, teoricamente, per i vini bianchi. In realtà si tratta di una eccellenza tutta marchigiana, quasi incontrastata nel resto d’Italia. I vini bianchi capaci di invecchiare così a lungo si contano sulle dita di una sola mano. 

Ma forse la cosa più bella di questo vitigno, che in zona ha visto i primi impianti specializzati ad inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso, è proprio la sua ambivalenza. 

Il Verdicchio è in effetti eclettico, la maggior parte di noi lo conosce come vino giovane e fresco, perfetto per gli abbinamenti con la cucina di pesce, le verdure, i primi piatti della tradizione del centro Italia tutto. 

Ma, ribadiamo, la sua capacità di invecchiamento ne fa emergere la massima eleganza e potenza, si tratta di un vino bianco capace di rivaleggiare con i grandi Riesling tedeschi, bocca ancora viva e sentori di idrocarburi e spezie al naso. 

Un’espressione del territorio di grande classe, logica conseguenza di un percorso produttivo che è partito nel 1969 con il riconoscimento della DOC, Denominazione di Origine Controllata, Verdicchio dei Castelli di Jesi.

Un passaggio a vuoto ha visto il vino diventare un simbolo popolare dell’Italia degli anni Ottanta, con prezzi bassi e grandi quantità, purtroppo non di altissimo livello. 

Ma la ripresa c’è stata e si è concretizzata in una sterzata qualitativa importante che, nel 2010, ha portato al riconoscimento della DOCG, Denominazione di Origine Controllata e Garantita, per la versione Castelli di Jesi Verdicchio Riserva (mentre è rimasta Doc la versione giovane “Verdicchio dei Castelli di Jesi”). 

In parallelo è cresciuta anche la denominazione della vicina Matelica con il Verdicchio di Matelica DOC e Verdicchio di Matelica Superiore DOCG, portando il vino bianco delle Marche ad essere il più premiato dalle guide italiane.

Molte le aziende capaci di strutturare entrambe le versioni, rimanendo nei Castelli di Jesi segnaliamo tra le più famose sicuramente Villa Bucci o la storica Fazi Battaglia, ma anche Marotti Campi, Stefano Antonucci, La Staffa e una realtà grande e storica come Moncaro.

Quest’ultima ha un legame in più con il nostro borgo degli orologi, infatti Moncaro ha sede a Montecarotto. Tanta la cura in vigna e poi in cantina per diversi vini e soprattutto diverse tipologie di Verdicchio, che rappresenta come vitigno singolo ben 450 ettari sui circa 800 totali. 

Quattro le tipologie firmate Moncaro: Le Vele (Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico), Ca’ Ruptae (Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico Superiore), Vigna Novali (Castelli di Jesi Verdicchio DOCG Classico Superiore) e Tordiruta (Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Passito). 

Nel 2016 ho avuto la fortuna di assaggiare un “Vigna Novali” del 1994, 22 anni dalla vendemmia e non solo non c’erano problemi ma, anzi, il vino era eccezionale! 

A Montecarotto dunque il tempo si misura con gli orologi, per il vino fatto bene invece è inutile rincorrerlo perché il risultato sarà sempre sorprendente!

powered by social2s
Video-pillole sul turismo - parte 26

Come reagire al Coronavirus? #ilfuturonellenostreradici

Ricordi che profumano della nostra terra...e dei suoi dolci

Insieme a Francesco Alemanni abbiamo fatto un altro viaggio in Calabria attraverso i ricordi dei nostri amici. Un racconto di immagini impresse nella memoria, non valige pesanti ma profumi e sensazioni che rimangono sotto pelle come un’essenziale proteina della nostra esistenza. 

Il futuro è nelle nostre radici.

Per molti, il tempo di andare a scavare nella conoscenza delle proprie di radici è difficile. Prima “scendere giù” o “salire sù” era un attimo. Ora che siamo a casa il nostro paese natale è fatto di ricordi. 

Per Francesco i ricordi più belli della sua Vibo Valentia sono le “Pitte Pie”, il dolce Pasquale per eccellenza con cui ci si sveglia la mattina di Pasqua. Un racconto che ci fa sentire l’emozione dei “figli” d’Italia che ora sono lontani dalle proprie famiglie, ma connessi in un unico apparato impercettibile di memorie...

Grazie Francesco!

LINK VIDEO
#italianisuperanotutto #ilfuturonellenostreradici

powered by social2s
Fagottini-Mastrantuono-2-1024x711.jpeg

Ho girato il mondo per poi tornare nel Sannio, la mia terra. 


E oggi vivo nella mia amata Morcone, nella casa dove sono cresciuta tra il verde e le montagne che ho sempre amato. Dove ho fatto nascere i miei figli perché sognavo per loro la stessa infanzia che io ho vissuto: senza sofisticazioni, nella vita come nell’alimentazione.

Una terra il Sannio solcata da fiumi, mossa da colline e valli, con oliveti, alberi di noce e vigneti da cui nascono ottimi vini DOC: Aglianico, Falanghina, ecc…
E non posso certo dire che non ho avuto la possibilità di conoscere territori più famosi e noti. Ho vissuto a Londra per poi andare nella splendida Barossa Valley nell’Australia Meridionale (terra ricca di vigneti e cantine).
Sono stata in Spagna ai tempi dell’American’s Cup e a Valencia lavoravo come chef per una troupe televisiva. Erano i tempi di Luna Rossa e di Alinghi, e tutti eravamo sulla cresta dell’onda per le emozioni che ci dava la competizione.
Cortina d’Ampezzo, riviera Romagnola, Valle d’Aosta … ho avuto la fortuna di fare una lunga gavetta, che mi ha permesso di sperimentare e comprendere l’innovazione in cucina senza dimenticare la tradizione.
Ma niente. 
Quando nel 2013 tornai al mio paese di colpo mi è sembrato che tutto avesse un senso. Uscire per tornare. Andare via per riportare una nuova concezione della cucina da mettere in pratica nel mio paese, Morcone, ma anche nei paesi limitrofi. Il Sannio è magnifico e va’ riscoperto in una nuova veste, senza tradire il passato. 
Del Sannio ho sempre amato gli ottimi vini che accompagnano ricette semplici, tutto della cultura contadina, dove il pane si faceva in casa in grandi forni a legna con il lievito madre e si conservava almeno una settimana nelle madie. Da provare la viscotta con i cicoli, un pane con pezzetti di grasso croccantino di maiale.


La pasta fresca che era una sana abitudine: cavatelli, tagliatelle, corioli, venivano preparati e conditi con sughi di pomodoro, verdure e legumi o magnifici ragù.
In questo momento sono fiera di collaborare con la “Caravan Films” di Giuseppe Aquino, un regista che, con il suo cinema d’autore, affronta temi sociali in aiuto dei più deboli. 
Oggi vi racconto della scoperta con Pasquale Mastrantuono e il suo Zafferano del Matese, anche lui tornato nel Sannio, a Sassinoro, dopo una esperienza all’estero. 
Per questo ho deciso di rivisitare un piatto di pasta fresca, dandogli con una forma moderna. Anche se le paste ripiene nascevano con una funzione di riuso degli scarti di arrosti, bolliti ecc.
Per impastare il fagottino ho usato la farina di Saragolla, un grano antico coltivato in questa zona sin dal Regno delle due Sicilie. E questa preziosa spezia la ho celebrata in una crema di Patate del Matese, un tubero antico a pasta bianca compatta ultimamente riscoperto.
Il segreto per usare lo zafferano è quello di metterlo a bagno la sera prima con del brodo vegetale o con altri liquidi. Per esaltare il gusto dello zafferano, inoltre, ho messo qualche pistillo nell’acqua di cottura della pasta, in modo da rafforzare il fagottino nel sapore e nel colore. 
Oppure potete decidere di realizzare proprio l’impasto della pasta con lo zafferano! 

Ricetta dei Fagottini con ragù e caciovallo su vellutata di patate allo zafferano 


Ingredienti:
Per la pasta dei ravioli:

    • 130 gr di farina saragolla,

 

    • 70 gr di farina 0,

 

    • 4 uova a pasta gialla



Per la vellutata di patate:

    • 300 gr di patate nere del Matese,

 

    • scalogno,

 

    • brodo vegetale,

 

    • pistilli di zafferano



Per il ragù di Marchigiana:

    • 500 gr di noce di vitello marchigiano,

 

    • 1 carota,

 

    • 1 costa di sedano,

 

    • mezza cipolla,

 

    • alloro,

 

    • un bicchiere di vino Aglianico,

 

    • 30 gr di concentrato di pomodoro



Preparazione del Ragù di Marchigiana


Tritare sedano, carota, cipolla e farli rosolare con olio EVO per circa 10 minuti. Intanto tagliare a coltello la carne di Marchigiana, una delle 5 razze bianche italiane. Per il ripieno dei fagottini ho usato questa carne che viene da una razza rustica allevata in modo estensivo e alimentata al pascolo: una carne di ottima qualità. 
Unire la carne alla brunoise di verdure, far rosolare per altri 10 minuti, salare e pepare. Poi sfumare con l'Aglianico, far evaporare il vino e aggiungere il concentrato e la foglia di alloro. Terminare la cottura con 500 ml di brodo vegetale per circa 2 ore.
Quando il ragù è completamente freddo, aggiungere 100 gr di caciocavallo semi-stagionato.

Preparazione della vellutata di patate


Far soffriggere lo scalogno in un tegame a bordi alti e aggiungere le patate tagliate a tocchetti. Poi far cuocere con brodo vegetale sino alla cottura delle patate insieme ai pistilli di zafferano. 
Frullare, aggiustare di sale e pepe e mantenere in caldo a bagnomaria.

Preparazione dell'impasto dei ravioli


Prendere una planetaria, oppure impastare a mano su un tavolo, la farina, le 4 uova (un uovo intero e tre tuorli) e un filo di olio extravergine. Si inizia ad impastare fino a che la pasta sarà uniforme. Poi la si potrà stendere con un mattarello.
A questo punto tirare la pasta e creare dei quadrati. Al centro di ogni quadrato sistemare una piccola parte del ragù. Poi unire i bordi della pasta e creare dei fagottini.
Cuocere i ravioli in acqua bollente per 4/5 minuti, scolarli e sistemarli nel piatto di portata con la vellutata di patate, qualche pistillo di zafferano e fiori di campo commestibili. 
Il piatto è stato accompagnato da qualche goccia di riduzione di Aglianico per bilanciarne l’acidità. 
La riduzione si ottiene facendo evaporare mezzo litro di vino con cipolla rossa, grani di pepe ed un cucchiaio di miele, fino ad evaporazione e a caramellizzazione della stessa.
Buon appetito!

powered by social2s
Video-pillole sul turismo - parte 25

Come reagire al Coronavirus? #ilfuturonellenostreradici

Dal prodotto alle nostre tavole!

Vi abbiamo raccontato la splendida storia di come dopo 15 anni a New York, il nostro amico Pasquale è tornato nel suo borgo natale di Sassinoro. Insieme al suo “Zafferano del Matese” ha riscoperto le sue radici, sollevando al tempo stesso un movimento gastronomico per i prodotti tipici e le eccellenze Italiane. 

E oggi, Pasquale ci ha presentato la chef Annamaria Mastrantuono che completa la storia introducendoci ai colori e ai sapori di un piatto che fa dello Zafferano di Pasquale il protagonista indiscusso. 

Anche Annamaria è tornata nel suo borgo di Morcone dopo vari giri per il mondo per far crescere i suoi figli in un ambiente sano.

Ora ha un ristorante e l’obiettivo è quello di valorizzare con le sue ricette la tradizione culinaria di un territorio che di emozioni ne ha date e continuerà a darne tante...

alla prossima ricetta!
LINK VIDEO
#italianisuperanotutto #ilfuturonellenostreradici

powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.