Video-pillole sul turismo - parte 22

Come reagire al Coronavirus? #ilfuturonellenostreradici

Quando il paese del cuore non è quello dove si è nati, ma quello di cui ci si innamora follemente. 

Qualche giorno fa abbiamo ricevuto una splendida storia da due persone che ci scrivevano da Magliano Sabina, delizioso borgo in Provincia di Rieti.

Grazie a loro abbiamo fatto un viaggio digitale all’interno delle meraviglie di questo piccolo paese, immerso in un patrimonio storico inestimabile, che Guido Poeta ci ha raccontato con attenzione e pazienza. 

Guido non è originario di Magliano Sabina, ma ne è follemente innamorato, ed oggi è riconosciuto come la memoria storica del paese...e come dargli torto! 

Grazie a lui e al prezioso aiuto di Sara, che ha condiviso con noi le sue splendide foto e quelle del fotografo Antonello Ruggeri, abbiamo raccontato non solo un pezzo del Lazio, ma una vera e propria favola che ha radici forti e piene di amore…

Al prossimo articolo!
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“L’Ego dice: quando ogni cosa sarà a posto, mi sentirò in pace. L’anima dice: trova la tua pace ed ogni cosa andrà al suo posto ...” massima ZEN


Un sabato sera di inizio marzo, un momento di relax e di “libertà” come tanti, in una cittadina del Veneto.
Molti di noi erano fuori casa con amici o parenti, a cena, al cinema, a teatro o anche solamente a zonzo per la città.
Ad un certo punto siamo stati bombardati da messaggi riguardanti l’ordinanza che chiudeva alcune province italiane, tra cui Padova, Venezia e Treviso, confinandole nella zona rossa, con una serie infinita di limitazioni.

In quel momento ci è sembrato di venire catapultati in un film di guerra. 
Tutt’ad un tratto ci siamo sentiti imbrigliati in un intrico di regole, che ci impedivano ogni movimento; ci siamo guardati attoniti ed abbiamo iniziato ad elencare quello che non avremmo più potuto fare, sin dal giorno dopo.
Tutto sarebbe cambiato, le nostre abitudini modificate, le nostre certezze svanite e la paura, nonché la diffidenza verso gli altri, hanno cominciato ad avere il sopravvento.
Fino al giorno prima eravamo travolti da un vortice, dove il lavoro, il successo, il denaro, gli impegni sociali, la cura della nostra immagine, i momenti di svago, … ci scandivano il tempo. 
Da quel momento in poi, ci saremmo dovuti fermare. 
Niente più colazione al bar o cene al ristorante, annullate tutte le gite fuori porta e qualsiasi tipo di viaggio, divieto di incontrare i propri figli o genitori residenti in altre province.  
Questo crescendo ha trovato il suo culmine con la sospensione della maggior parte delle attività lavorative.
A distanza di un mese da quel sabato sera, in cui il cuore del nostro Paese ha iniziato a rallentare e a modificare il suo ritmo, la paura e l’angoscia stanno lasciando il posto alla speranza ed al desiderio di ricominciare a vivere.
Come per le piante, che un mese fa sembravano prive di vita ed oggi sono ricoperte di gemme e fiori, anche quelle che, costrette in uno spazio ridotto, cercano altre vie per sbocciare, così è per noi!
Riusciremo a sconfiggere questo nemico invisibile e ritorneremo alla “vita normale”, ma dobbiamo prima prenderci cura di noi stessi, del nostro Paese e trovare vie alternative per la rinascita.
Ecco che allora ciascuno di noi, dalla gente comune ai grandi imprenditori, sta cercando di modificare il proprio stile di vita e di lavoro, adattandolo al presente, al “qui ed ora”.


Tutti i settori produttivi dell’eccellenza italiana, dalla moda al cibo, nel rispetto delle regole governative hanno iniziato ad effettuare la consegna a domicilio, o a vendere on-line i propri prodotti. 
Moltissime aziende continuano il lavoro in smart working ed alcuni grandi stilisti confezionano mascherine e camici per le strutture sanitarie.
Ed anche chi non può partecipare attivamente alla ripresa, comunque cerca di utilizzare al meglio il proprio tempo, dedicandosi ai propri cari e a se stesso, riscoprendo valori autentici, che erano stati rimpiazzati da altri più effimeri, cimentandosi nella cucina, dedicandosi al giardino e/o all’orto, contribuendo così ad un’alimentazione più sana per la propria famiglia.
Ci si sta rendendo conto che anche la spesa può essere fatta con maggiore consapevolezza, una volta la settimana, riducendo gli spostamenti e prediligendo prodotti della filiera italiana, meglio se a km 0 e con meno imballaggi, per contribuire a ridurre gli sprechi ed i rifiuti. 
Tutto questo inoltre, ha ridato vita al patrimonio naturale del nostro Paese, rendendo l’acqua del mare e dei fiumi più pulita, il cielo più azzurro, l’aria più tersa, … persino i canali di Venezia sono limpidi!
L’Italia, quindi, uscirà da questo duro periodo della sua storia, seppur lentamente e faticosamente, ma riuscirà a rimarginare le sue ferite, vestendosi di nuove e sorprendenti opportunità.
Grazie alla tenacia ed alla maturata consapevolezza di un indispensabile rinnovamento, ognuno di noi farà sempre la sua parte per riproporre al mondo il nostro Paese, in tutta la sua bellezza, la sua cultura, la sua storia ed il suo patrimonio di eccellenze.
Ed anche raccontare la propria terra, con la sua tradizione, i suoi piatti tipici, i personaggi caratteristici che la abitano è un modo per valorizzare l’Italia e farla conoscere, per riscoprire posti nascosti e storie interessanti che ognuno di noi ha sempre desiderato raccontare, ma non ne ha mai avuto l’occasione.   
Insieme possiamo farlo!
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Video-pillole sul turismo - parte 21

Come reagire al Coronavirus? #ilfuturonellenostreradici

Oggi andiamo a Vinchiaturo, un piccolo borgo del Molise. 

Ci trasporta lì il nostro caro amico Simone Corona, con un linguaggio poetico e pieno di emozioni che racconta una infanzia preziosa che unisce tanti di noi nati nei nostri piccoli borghi Italiani. 

Con questo video e il suo articolo sul nostro portale prendiamo un minuto per ringraziare i nostri borghi e la nostra bellissima Italia. Quei piccoli borghi che ci hanno riempito di grandi emozioni che ancora oggi ci accompagnano nella quotidianità, perchè ci hanno donato l’indipendenza e la grinta che ci rende unici (e bellissimi) in tutto il mondo!

Leggere per credere…
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“È bella questa nostra valle come bella può essere una donna agli occhi di un uomo innamorato”. 


Questa frase serve a chiarire, a chi ci viene per la prima volta oppure a quelli che non riescono a sentirla come propria, quale e quanto straordinario sia il rapporto che ci unisce alla Valle del Giovenco. Un territorio che da sempre ci regala i colori e i profumi delle sue stagioni. 
[caption id="attachment_113257" align="center-block" width="1015"] Ortona dei Marsi e Monte Genzana[/caption]
Sicuramente c’è di meglio ma è altrettanto vero che soltanto qui riusciamo a sentire di essere al nostro posto, di essere a casa. 
Il mio libro “Benvenuti ad Avalon in agro di Ortona dei Marsi” nasce dall’acquisto di un meleto e dall’iniziativa “Adotta un melo della Valle del Giovenco” che ho condiviso con numerosi parenti e amici desiderosi di vivere un’esperienza di naturalità adottando una pianta. L’idea è stata quella di mettere a dimora (finora) 130 giovani piante di mele e di condividere il progetto. 

In cambio della quota di adesione, chi aderisce ha in cambio le mele prodotte dal meleto già produttivo e altri prodotti tipici del luogo come patate, fagioli, noci, mandorle, miele, etc... 
L’idea ha avuto successo e in poco tempo tutte le piante hanno trovato un genitore. A tutto ciò si è aggiunta una periodica newsletter inviata agli indirizzi di posta elettronica degli affiliati. 
Anche queste notizie sul mondo della mela hanno riscontrato interesse e, mese dopo mese, ho messo insieme moltissimi argomenti riguardanti il mondo delle pomacee. Tutto raccolto nel libro che, monitorando lo scibile umano, spazia dall’ambiente alla mitologia, dalla letteratura alla pittura, dalla geografia fino alla matematica e alle tradizioni popolari.
La conclusione è che veramente “mangiare una mela fa bene”, oltre che al fisico anche alla mente. Un libro, dunque, sano e sostenibile. 

Ma da dove parte la nostra storia con Ortona dei Marsi?


Era una grigia giornata invernale quando, a metà degli anni ’60, entrai per la prima volta a Ortona dei Marsi. Mia madre era curiosa di conoscere il piccolo borgo di montagna di cui mio padre era originario.
[caption id="attachment_113260" align="center-block" width="750"] Castello di Ortona dei Marsi[/caption]
Nonno Guido nacque a Ortona nel gennaio 1900, e qui ha trascorso la sua giovinezza prima di trasferirsi per lavoro a Roma dove, nel giugno 1929, nacque mio padre Mario nel villino di famiglia di Città Giardino a Monte Sacro che, poi, nel settembre 1958, accolse anche il sottoscritto. 
Dunque, avevo poco più di 7 anni quando, per la prima volta, mi si presentò Ortona. 
La giornata era particolarmente uggiosa (come avrebbe detto Lucio Battisti), con pioggia insistente e vento freddo. La mia prima impressione fu quella di essere entrato in un paese stregato con le case di sassi scuri che cadevano a picco sulle nostre persone mentre raggiungevamo a piedi, lungo le ruve del paese, la vecchia casa di famiglia. 
Quando nonno Guido lasciò Ortona, incaricò una persona del posto di manutenere l’edificio ma molti anni erano passati e quando arrivammo in fondo a Via Melonia lo spettacolo che si presentò ai nostri occhi non fu particolarmente edificante. 
La casa aveva subito gravi danni, le mura erano crepate, il tetto era in parte crollato e quando entrai la cosa che mi colpì maggiormente fu il colore plumbeo del cielo che entrava dal soffitto sopra la mia testa di bambino. 


Non so per quale motivo o per quale apparizione ma mia madre rimase folgorata dai luoghi e non ebbe dubbi nel chiedere a mio padre (provetto costruttore in Roma) di sistemare, quanto prima, l’immobile che sarebbe così diventato, ogni anno, alla fine della scuola, la nostra casa delle vacanze estive. 
In quegli anni andavamo in villeggiatura sulle Alpi, nel Veneto, alle pendici del Monte Grappa, a poca distanza da Vicenza, città di origine di mamma. Dunque, già dall’estate 1966 cominciammo a frequentare Ortona. 
Mio padre incaricò Giulio Maggi di seguire i lavori di ripristino della casa e, per i primi due anni, fummo ospiti di Marietta Venti su Viale Roma, all’ingresso del paese. 
Alla fine dell’estate 1967, facemmo ingresso nella casa di famiglia, finalmente accogliente e spaziosa per tutta la nostra numerosa famiglia: papà Mario, mamma Rita, il sottoscritto, Massimo, Marco, la piccola Marilena, il nostro cagnolino Lillo e, qualche volta, nonno Guido, zia Esterina e zio Celestino. 
Per noi si sarebbero aperte, con regolarità, le porte dei tre mesi estivi all’insegna del gioco e della libertà, stati eccezionali per bambini di città condizionati dai limiti e dai pericoli degli ambienti urbani.
In quegli anni anche in un paese come il nostro, di poche anime già allora e che oggi sono tristemente ancora meno, il commercio era ben vivo e dimostrava, così, di essere una delle attività peculiari della razza umana. 
La comunità, che se consideriamo anche le frazioni arrivava a contare poche centinaia di presenze, era servita da un nutrito numero di negozi che provvedevano a soddisfare le primarie esigenze di tutti. Mi piace ricordare che i tre negozi di generi alimentari vendevano anche altro. Ed è in questo altro che trovavano la loro unicità. 
Ad esempio, da Edmondo&Peppe, oltre a salumi, pasta e sementi varie, si potevano acquistare anche capi d’abbigliamento e articoli di merceria. Il negozio era composto da due vani comunicanti tra loro: uno per la vendita di generi alimentari e l’altro per la merceria. 
Era molto probabile che i clienti bisognosi dell’una e dell’altra merce venissero serviti dalla stessa persona la quale, dopo una velocissima e sommaria pulizia delle mani, passava con assoluta naturalezza da una mortadella ad una pezza di fresco lino e viceversa. 
Se poi a servire era Peppe, il tutto si svolgeva con il sottofondo musicale del suo fischiettare continuo e quasi afono, che non taceva nemmeno quando faceva il conto finale. Per questa operazione utilizzava il primo pezzo di carta che gli capitava a tiro, una scatola di rigatoni o l’incarto della pagnotta per esempio, e tra una fischiatina e l’altra sommava i vari importi con il solo ausilio di quel suo spezzone di matita che portava perennemente sopra l’orecchio. 
Da Evelina si andava, invece, per comprare caramelle e cioccolata, cartoline postali e francobolli, giornali e riviste, ma soprattutto si andava per telefonare. In paese erano rari, all’epoca, gli apparecchi telefonici privati, mentre erano solo il frutto di una fervida immaginazione i cellulari, internet e pure Facebook. 
Per poter parlare con amici o parenti lontani c’era solo il telefono pubblico a scatti di Evelina. Qui, per la necessità di comunicare notizie importanti a qualcuno o per il piacere di sentire la voce di persone importanti solo per qualcuno, ci trovavamo tutti e soprattutto di sera. 
A distanza di oltre cinquant’anni dal mio arrivo a Ortona, ho deciso, dunque, di imitare mio padre (costruttore e agricoltore) impegnandomi, per ora part-time fino alla pensione, come coltivatore della Valle del Giovenco. 
A seguito dell’acquisizione del meleto, ho un nuovo codice attività (coltivazione di pomacee e frutta a nocciolo) e mi sono attrezzato per il lavoro sui campi (recuperando l’espressione “braccia rubate all’agricoltura”). 
Attraverso l’iniziativa “Adotta un melo della Valle del Giovenco” ho cercato di inquadrare la coltivazione delle mele in una visione ampia (sociale, ambientale, culturale, artistica, etc.) e descrivere il territorio della valle in una condizione empatica. 
Il libro è nato da questo desiderio. Grazie di invitare a visitare la Valle del Giovenco, porta d’ingresso del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. 
Maurizio Urbani (con il contributo di Vincenzo Buccella)
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La Falanghina, uva bianca storica per la Campania ma con alterne vicende commerciali, è presente nella regione in due forme, o “biotipi” per essere tecnici: quello sannita e quello flegreo. 

Due modi di interpretare il vino, due territori con storie diverse che hanno segnato il carattere delle persone e il loro modo di essere.

Oggi vi raccontiamo qualcosa del primo, ovvero di quello che è l’emblema della viticoltura del beneventano. 

Siamo al centro dello Stivale, la zona è infatti ugualmente vicina all’Abruzzo e alla Puglia, non lontana dal Lazio, perfetta dunque per essere punto di passaggio e scambio, e quindi arricchimento, di popolazioni e merci. 

Da questa zona, probabilmente, arrivavano le uve che davano vita all’antico e mitico ed eccezionale vino Falerno, con forti influssi greci e balcanici dovuti agli scambi con la Puglia sulle rotte della transumanza. 

La fortunata posizione dell’area, inoltre, diede grandi vantaggi economici alla classe mercantile locale, capace di sfruttare le grandi produzioni “autoctone” facendole confluire verso il porto di Napoli per raggiungere così tutta Europa.

Tornando alla Falanghina, è interessante l’origine del nome che si deve, con tutta probabilità, al fatto che essendo un vitigno molto vigoroso doveva essere sostenuto con dei pali, detti appunto “falange”. 

Altro punto di vanto il fatto di essere uno dei vitigni meno sensibili agli attacchi della fillossera. 

Attualmente è probabilmente l’uva bianca più coltivata della Campania, superata solo dall’Aglianico (a bacca rossa appunto), e i due terzi delle superfici dedicate sono presenti proprio nel beneventano.

C’è un’altra certezza assoluta, molto particolare, che va citata: quando si parla di Falanghina del Sannio vinificata in purezza ed elevata a grande vino si può, e si deve, citare un “padre” universalmente riconosciuto: Leonardo Mustilli. 

Il successo commerciale di questo vino è in realtà piuttosto recente, anche in funzione del cambiamento dei gusti e delle modalità di consumo del vino, ma tutto è partito negli anni Settanta, quando Leonardo Mustilli immaginò una nuova vita per questo vino. 

La Falanghina, in perfetta sintonia con la sua vigorosa vegetazione, era capace di produrre anche 400 quintali di uva ad ettaro, una quantità spropositata, legata spesso alla distillazione o alla produzione comunque di vini bianchi leggeri, quasi sempre insieme ad altre uve. 

Le novità introdotte da Leonardo Mustilli, scomparso nel 2017 a 88 anni, riguardarono proprio la lavorazione in purezza dell’uva, l’abbassamento drastico delle rese in campo e un’attenzione alla qualità mai vista fino a quel momento. 

In pochi anni la Falanghina del Sannio si impose nella critica enologica, anche grazie all’opera di altri produttori “pionieri” della qualità, rendendo il territorio uno dei più importanti per la viticoltura campana e nazionale. 

[caption id="attachment_113225" align="center-block" width="739"] Grappolo di Falanghina by Luciano Pignataro[/caption]

Quasi mitica, per ogni appassionato di vino, la degustazione della prima annata di Falanghina in purezza imbottigliata da Mustilli, e la prima in assoluto della storia (almeno quella moderna), raccontata da Luciano Pignataro nel suo blog. 

Nel 2011 arriva l’elevazione a DOC, Denominazione di Origine Controllata, per la Falanghina del Sannio DOC, prodotta in diverse tipologie, Secco, Spumante, Spumante di Qualità, Spumante di Qualità Metodo Classico, Vendemmia Tardiva, Passito, nell’intero territorio della provincia di Benevento. 

A ulteriore riprova dell’importanza di questo vitigno, e del legame con l’area di produzione, sono state selezionate anche quattro “Sottozone” con caratteristiche specifiche: Guardia Sanframondi, Sant’Agata de’ Goti, Solopaca e Taburno.

Cosa c’è di meglio che andare ad assaggiare un bel bicchiere di Falanghina del Sannio Doc accompagnandola con i classici spaghetti alle vongole? 

Sebbene per molti sia un abbinamento perfetto anche per la pizza napoletana, almeno nelle versioni senza pomodoro. 

[caption id="attachment_113231" align="center-block" width="628"] Cantina Mustilli[/caption]

Oppure, quando potremo tornare a spostarci, potremo andare a fare una esperienza direttamente in azienda ascoltando i racconti dei produttori. La Cantina Mustilli ha anche il primato dell’enoturismo in Campania, ma valide alternative sono la Cantina di Solopaca, una grande cooperativa colpita duramente da un alluvione nel 2015 che ha saputo rinascere, o l’Antica Masseria Venditti con agriturismo e possibilità di prenotare visite guidate con degustazioni.

Comunque vada, il viaggio alla scoperta dei vini italiani e dei loro territori è una esperienza che ci aiuterà a costruire insieme il nostro futuro.

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La Sabina è una splendida area a cavallo fra le province di Roma e Rieti dove si possono trovare alcuni sorprendenti vini. 


Un territorio in assoluta prevalenza montuoso ma con montagne dalle forme aspre e non molto elevate, la massima altitudine è quella di Monte Navegna, nei Monti Carseolani, di 1508 metri. L’unica ampia area pianeggiante della Sabina è la conca reatina.

Magliano Sabina riassume tutto lo spirito della Sabina ma con il vantaggio che grazie alla sua posizione è adatto alla coltivazione dei vitigni e degli oliveti. 
È nato migliaia di anni fa come porto sul fiume Tevere e collegata a Roma dalla Via Flaminia, quindi Magliano era un crocevia commerciale e di culture. Poi con l’arrivo dei barbari, la popolazione si spostò su una altura fondando quello che oggi è il centro medievale, il borgo antico.
Prima di raccontare dei sorprendenti vini di Magliano Sabina, vorrei raccontare una delle storie più incredibili che sono accadute e accadono nei piccoli borghi italiani come Magliano Sabina e che rendono lo spirito italiano. La strana storia di San Liberatore che diventa San Liberato e viceversa, che potete leggere QUI!
Nel medioevo, per essere sede vescovile, una chiesa doveva avere le reliquie di un vescovo e quando papa Alessandro VI Borgia doveva passare per Magliano con le sue truppe, la nomina sede vescovile al posto della vicina Vescovio e la costringe a correre alla ricerca di una giusta reliquia. 
Inizia una disputa fra paesi che è durata secoli con molti papi che si sono pronunciati e un culto che qualche volta riguardava San Liberatore e qualche volta San Liberato.
Ma torniamo ai vigneti e al vino della Cantina Sociale Vini dei Colli Sabini. Il clima di Magliano è piuttosto dolce nella parte occidentale, aperta sulla valle del Tevere ed esposta all’influenza del mare Tirreno, mentre in quella orientale, più elevata e accidentata, ha caratteri appenninici con piogge abbondanti, sensibili escursioni termiche diurne e inverni rigidi.
I vigneti dei soci sono dislocati, in maggior parte, sui pendii sopra il fiume Tevere, dove terreni meno fertili, giuste esposizioni ed una ventilazione ottima concorrono a far si che la vite si sviluppi senza particolari problemi.
I viticoltori della zona di Magliano Sabina hanno costituito l'azienda nel 1969 e, a distanza di 50 anni, rappresenta una delle cooperative più importanti nella provincia di Rieti. 


La Cantina Sociale Vini dei Colli Sabini è stata sin dall’inizio rivolta alla valorizzazione del territorio attraverso i suoi vini, e da qualche anno ha iniziato una progressiva ristrutturazione dei vigneti dei propri soci. Per questo ha stretto relazioni con professionisti e ha avviato una modernizzazione dei macchinari enologici che garantiscono i protocolli di vinificazione e che esaltano le caratteristiche delle uve del territorio.
I vitigni della zona sono soprattutto varietà locali come il Sangiovese, il Trebbiano, la Malvasia Puntinata ed il Grechetto ai quali sono stati affiancati negli anni vitigni internazionali, come il Merlot ed il Cabernet Sauvignon, che hanno trovato nel clima caldo della Sabina una meritevole espressione. 
La produzione vitivinicola viene costantemente controllata, dal germogliamento della vite fino alla vendemmia, in modo da poter conferire in cantina uve sane ed al giusto grado di maturazione fenolica e tecnologica.
La vinificazione delle uve segue la stessa filosofia di quella agronomica, ovvero minor interventi possibili sia in fase di fermentazione sia in fase di affinamento e stoccaggio al fine di esaltare al massimo il Terroir di questa magnifica zona.
Siamo sempre stati molto attivi nella valorizzazione del territorio, nel 1996 l’azienda ha ottenuto il riconoscimento del disciplinare di produzione DOP Colli della Sabina. Il frutto di tale impegno è la produzione della linea “Cavalier Manlio”, in onore del fondatore di Magliano Sabina, nella versione sia bianco che rosso DOP COLLI DELLA SABINA. 
Ecco alcune caratteristiche di questo vino rosso di circa 13 gradi, dal colore rubino intenso e un ottimo equilibrio di sentori speziati (pepe) e fruttati (ciliegia). Un vino di ottima struttura, con tannini morbidi e mai aggressivi, morbido al palato grazie alla buona presenza di glicerina e un finale lungo e persistente. Viene prodotto con uve Sangiovese 40%, Montepulciano 30% e Merlot 30% ed è perfetto per selvaggina, formaggi di pecora e salumi piccanti come quelli di questo territorio.
Per il vino bianco consigliamo un Cavalier Manlio Bianco con uve Malvasia del Lazio 50%, Trebbiano 40% e Grechetto 10%. Un vino dal colore giallo paglierino carico dal profumo intenso di frutti a polpa bianca (mela) e dal sapore rotondo, vinoso e fresco.
Per maggiori informazioni e per acquisti si può andare sul sito della cantina https://www.cantinadeicollisabini.it/ o seguire la pagina Facebook Cantina dei Colli Sabini.
E non dimenticate il famoso Olio Extravergine della Sabina DOP!
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Video-pillole sul turismo - parte 20

Come reagire al Coronavirus? #ilfuturonellenostreradici
In questo primo video di aprile, andiamo alla scoperta delle origini Venete di Marina Zanon, una nostra cara amica di Padova che ci ha voluto raccontare l’esperienza vissuta durante questa pandemia. 

Il Veneto è una regione in prima linea sul fronte coronavirus, una delle prime colpite insieme a Lombardia e molte altre del nord. 

Marina ci ha regalato una riflessione su come tutto è cambiato, dalle spensierate uscite pomeridiane alle cene di famiglia, di come la convivialità e anche solo un abbraccio nei prossimi mesi avranno un peso e un senso diverso. 

Tante considerazioni sull’ora e qui, ma anche tantissime idee su come affrontare un dopo, un futuro incerto dove sta a noi trasformarlo in opportunità. In queste settimane difficili abbiamo raccontato tante storie di Italiani all’estero, ma anche di Italiani in Italia che riscoprono le loro radici e fanno cose straordinarie per il proprio paese. 

Crediamo fermamente che possiamo vedere meglio il nostro futuro affacciandoci nel passato, scavando nei nostri ricordi. Da qui nasce #ilfuturonellenostreradici.

Il Coronavirus cambierà tutto, ma non cambierà le nostre origini, che ora più che mai dobbiamo tenere strette per ricordarci che siamo sempre il paese più bello e più amato del mondo...e lo saremo sempre!

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