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Lo studio geologico delle rocce e dei depositi fa risalire la nascita di Ponza tra la fine del Terziario e il Quaternario antico.


La formazione di Ponza e di tutte le altre isole dell’arcipelago sarebbe inoltre avvenuta attraverso un processo di eruzioni laviche durato almeno 500 mila anni.
[caption id="attachment_115848" align="center-block" width="750"] Foto di Fabio Tomei[/caption]
La sua posizione geografica nel Tirreno, fece dell’isola una tappa strategica per gli approvvigionamenti, dapprima da parte dei Fenici, poi dei Greci (da qui il nome Eea come attesta Omero nell’Odissea) infine da parte dei Romani.
Durante il periodo Augusteo fu una località “turistica” frequentata da importanti famiglie imperiali.
Sull’isola sono tanti i siti dove ancora si possono apprezzare resti romani come cisterne romane, acquedotti e il tunnel romano di collegamento con la famosa spiaggia di Chiaia di Luna.

Ma ora passiamo a una delle tante storie moderne dei nostri amici ponzesi.


Sappiamo bene che la Marineria Ponzese per anni ha avuto una flotta peschereccia tra le più grandi di tutta la nazione.
Storie e vite di marinai ponzesi le troviamo in tantissime coste del Mediterraneo, dalla Toscana alla Sardegna, dalla Sicilia al Nord Africa.
Si dice che la loro maestria ha consentito di creare e trasmettere molte delle tecniche di pesca che ancora vengono utilizzate, come quella che consente la cattura del pesce spada, quella al bolentino di profondità per la ricerca delle cosiddette “pezzogne” (occhione in italiano, a mio parere il pesce più buono al mondo) e per finire la tecnica del “piombo guardiano” capace di adescare grandi ricciole e dentici di profondità.


Quest’ultima è stata inventata proprio da un Ponzese doc, dal grande “Don Ferdinando” Scarpati, ma questa è un’altra storia...
La storia che vi racconto oggi è quella di Silverio Aversano, detto Patalano:
“era un vecchio che pescava da solo su una barca nella corrente del golfo ed erano 84 giorni ormai che non prendeva un pesce”
(Il vecchio e il mare - E. Hemingway)."


Volevo iniziare così, proprio per descrivere l’amore per il mare del grande pescatore ponzese.
Chi conosce Silverio sa che solca il mare da 70 anni e lo fa ancora avendo superato gli 80 con la forza e l’entusiasmo di sempre.
La particolarità di “Patalano” risiede nel fatto di essere l’unico pescatore ponzese a non utilizzare alcuna tecnologia per riempire le reti: parlo di ecoscandaglio e GPS, che oggigiorno tutti i pescatori impiegano per individuare i giusti punti nave e le secche più pescose.

Silverio è fatto così, è refrattario alla tecnologia, a lui bastano i riferimenti visivi.


L’amore e la passione per il mare gli sono stati trasmessi dal papà Pietro che lo portava, seppur giovanissimo, a cercare fortuna nei mari Toscani.
Stiamo parlando di un periodo storico particolare, il secondo dopoguerra, anni molto duri e che a Ponza si sentivano con maggiore intensità date le scarse risorse presenti sull’isola.
In quel periodo il piccolo Silverio solcava il mar Tirreno da Ponza a Piombino per pescare i “castaurielli” (sgombri) che consentivano alla famiglia Aversano di “svoltare” la stagione.
Patalano nei suoi racconti descrive con precisione i baratti effettuati dal papà e dall’equipaggio, operazioni di scambio che consentivano loro di ottenere damigiane di vino, dai contadini Toscani, in cambio delle granseole (a Ponza chiamate “felloni”) pescate dalle loro reti.
Gli occhi turchesi di Silverio si illuminano ricordando i preparativi delle cene.
Per l’occasione, nella prua della barca, veniva preparato il “focarone” (un fuoco acceso con la legna avendo cura di inserire sotto di esso una lastra di metallo così da preservare l’imbarcazione) che serviva per cuocere la pasta.
Tali riti, ripetuti di mese in mese, di stagione in stagione, garantivano il sostentamento necessario alla famiglia Aversano e a quelle dell’equipaggio.
Oggi Silverio continua a solcare il mare per sé stesso e anche per tutti noi, perché è sorprendente vedere un ottantenne salire e scendere dal proprio gozzo con l’agilità di un ragazzo.
[caption id="attachment_115851" align="center-block" width="750"] Foto di Fabio Tomei[/caption]
Approdando a Ponza potrete riconoscere Patalano dagli occhi, perché

“l’uomo che ha conosciuto il mare [...]
ne conserva la meraviglia nello sguardo”
(da La vedova scalza di Salvatore Niffoi). 
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Video-pillole sul turismo - parte 39

#ilFuturoNelleNostreRadici

Con le radici si nasce, con quelle del cuore si cresce.

Oggi Monica Casini ci guida alla scoperta di Civitella Alfedena.

Un borgo di cui non è originaria, ma che ha imparato ad amare negli anni subito dopo aver scoperto le sue meraviglie con il suocero.

Un paese immerso nella natura del profondo Abruzzo e, dopo averlo visto, non è difficile capire come Monica ne sia follemente innamorata. Un legame acquisito dalla sua famiglia, che ha coltivato negli anni scanditi dal passare delle stagioni, che non fanno invecchiare l’amore per la sua “Civitella”.

’U paese me è una lettera d’amore alle tradizioni, la vita, la natura di un borgo che racchiude lo spirito Italiano dei nostri piccoli centri.

Radici che dobbiamo riscoprire, e dobbiamo conoscere per poter ricominciare a vivere...

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#italianisuperanotutto #IlFuturoNelleNostreRadici

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La storia del nome del nostro paese Sante Marie ci riporta alla bolla del vescovo dei Marsi Pandolfo che, già nel 1057, cita “Altura Sanctae Mariae” forse per la nostra posizione a 1.000 metri sul livello del mare.
Molte credenze popolari, invece, attribuiscono il particolare nome di Sante Marie al fatto che nel nostro paese esistevano molte chiese dedicate alla Madonna. Con vari titoli ma sempre venerata con molta devozione e con riti tradizionali paesane.
Uno di questi risale a tantissimi anni fa: è la “Processione delle Madonnelle” del 25 marzo, il giorno in cui la chiesa celebra l’annunciazione alla Madonna della maternità.
In questo giorno la tradizione vuole che tutte le donne del paese, anziane, giovani e fanciulle, fanno “Le sette chiese” mentre gli uomini “Le sette cantine”.
[caption id="attachment_115741" align="center-block" width="750"] Foto di Marta Lattanzi[/caption]
La processione parte dalla chiesa di San Quirico, dove prima era ubicato il nostro paese, e sostando in tutte le chiese e le cappelle arriva alla Chiesetta dell’Immaginuccia, poco a nord di Sante Marie. Durante il percorso si recitano tutti i misteri del rosario e si cantano inni e canti mariani.

L’aspetto più importante di questa usanza era che ogni donna porta un quadro della Madonna o di altri Santi addobbato nel miglior modo possibile con nastri colorati, fiori di carta e altre decorazioni.


Gli stessi quadri che le donne riportavano e riportano tuttora dal pellegrinaggio annuale alla Santissima Trinità in Vallepietra.

Le donne usano tutta la loro creatività nel realizzare fiori di carta velina fermati con il fil di ferro per decorare i quadretti che vengono legati ad un bastone di legno.
Durante la processione sfila prima il sacerdote poi le bambine, le ragazze ed infine le donne che si alternano a portare i quadri più grandi delle Madonnelle.
È veramente suggestivo vedere queste miriadi di colori che ornano i quadretti e i nastri che volano in aria quando tira il vento marzolino.
La processione termina nella chiesetta della Immaginuccia una piccola cappella la cui costruzione si fa risalire alla metà del 1600 dove viene celebrata la messa.
[caption id="attachment_115744" align="center-block" width="750"] Foto di Marta Lattanzi[/caption]
Alcune persone anziane del paese hanno riferito che a far costruire questa chiesetta sia stata una nobildonna del paese, Luisa Feggi, proprietaria di molti possedimenti terrieri tra cui quello che ha donato per costruire la chiesetta della “Immaginuccia”.
Questa donna prima di morire lasciò scritto di voler essere seppellita vicino all’altare della Madonna e così fu.
Questo suo desiderio è testimoniato da una lapide in chiesa. Nell’altare è poi custodita una statuetta in terracotta dipinta che raffigura la Madonna col bambino, e si dice che sia la protettrice delle persone affette dalla febbre alta.

Una Storia Curiosa


Nei tempi antichi le famiglie povere non avevano un quadro da portare in questa processione perciò c’era chi lo realizzava come poteva.
Una donna ha raccontato che non avendone uno per la sua bambina, ha preso un cucchiaio per girare la polenta, su un lato ha incollato una piccola immagine della Madonna, qualche fiore di campo e ha accontentato la sua bambina.

Detto Popolare


Alcune persone anziane hanno raccontato che il giorno delle “Madonnelle” mentre le donne facevano le “Sette Chiese” gli uomini facevano le “Sette cantine”.
Infatti mentre le donne visitavano e pregavano la Madonna, gli uomini si riunivano nelle osterie o nelle Fraschette, che erano le cantine dove i proprietari che avevano prodotto tanto vino lo vendevano agli amici.
La sera erano tutti brilli ed alticci e da qui il detto popolare:

“Il venticinque marzo le donne si rinfrancano nello spirito mariano, mentre gli uomini si rallegrano in onore del dio Bacco”.


E se avete bevuto e volete rimanere il giorno dopo, potete approfittare per andare a cercare il tesoro nella Grotta di Peschio Rossi lungo il sentiero dei briganti.

Foto di copertina di Marta Lattanzi
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Quando circa 18 anni fa ebbi l'occasione di visitare il paese, fu amore a prima vista.
Io e la mia famiglia già frequentavamo l'Abruzzo, in quanto mio suocero originario di Alfedena aveva trasmesso a mio marito, già da piccolo, l'attaccamento a quei posti e per i luoghi di un retaggio storico e culturale.
L'estate, le nostre vacanze di agosto sono da sempre dedicate alla montagna e anche le nostre figlie sono cresciute in questo clima.
Capitò di andare a trovare dei nostri cari amici, già stabilmente trasferiti a Civitella e di cominciare a viverne ogni dimensione tramite la collettività e la condivisione di intere giornate. Anche in momenti caratteristici come Natale e Pasqua, quando il paese è vivo di eventi tradizionali e festeggiamenti.

La neve, il presepe, la fiaccolata, le celebrazioni religiose ed il calore degli abitanti ci conquistarono il cuore. La bellezza del piccolo paese, la natura selvaggia e il profumo del tempo passato scolpito nella pietra, ci hanno legato indelebilmente a questo posto di sogno, rendendoci nel tempo parte integrante della sua realtà.


Trovammo quindi, tramite i nostri amici, una casetta in affitto per tutto l'anno: un appartamentino caratteristico e funzionale nel cuore di questo suggestivo borgo medievale, nei pressi di piazza Mercato.
Qui la vita si fermava dilatandosi, assaporo ancora adesso l'atmosfera nostalgica della convivialità, dell'amicizia scevra da condizioni ed età, dall'imposizione della fretta e dei ritmi frenetici.
Le ragazze sono cresciute tra questi vicoli che custodiscono i loro giochi: le ‘cacce al tesoro’, le scivolate con carretti di legno, il pallone, le loro corse all'aria aperta a contatto con l'espressione più genuina di un vero ambiente privilegiato.
Hanno coltivato amicizie vere che durano dall'epoca del nostro arrivo, una comitiva affiatata che vive l'estate in una dimensione alternativa rara ormai da trovare.
Le stagioni si snodano alternando paesaggi e colori, amo passeggiare e vivere in questi quadri caratterizzati dai rioni, dalle imponenti scalinate, dai grandi portali e la pietra viva. Tra le stradine e i sanpietrini che custodiscono angoli suggestivi, caratterizzati dai balconcini in ferro battuto e dai davanzali ornati da variopinti gerani discendenti.
[caption id="attachment_113914" align="center-block" width="750"] Civitella Alfedena by Benedicta Mary Lee[/caption]
Civitella Alfedena rispecchia fedelmente la connotazione dell'antico borgo di montagna, strutturato a misura d'uomo, rispettando la sua identità e le sue origini storiche e culturali. Armonica e stupendamente ubicata concede una dimensione onirica e per me ormai è casa, un posto magico dove ritemprare lo spirito e dove trovare ispirazione.

L’estate


L'estate la comunità si attiva nella preparazione di eventi attrattivi che sono la sua tradizione. Baluardo culturale di inizio agosto è il Festival “Ste parole che vaij 'rracchiappenne” che si svolge nel Centro Culturale del paese ospitando il teatro dialettale.
Il resto del mese offre eventi folkloristici quali la “Sagra della Scurpella” una locale pizza fritta circolare, preparata durante la nottata precedente da varie persone e dai ragazzi del paese. Si sporcano le mani, respirano la farina, loro le nuove generazioni, vivono la compartecipazione attiva alle tradizioni del borgo.
Chi collabora alla realizzazione, ha il privilegio di assaggiare la scurpella calda, appena fritta, e condividere la fatica nello sbattere l'impasto a mano secondo l'antico metodo tramandato di generazione in generazione.
Il giorno della festa, serpeggia una frenesia silente che anima il paese di una trepidante attesa.


La prima volta che ho seguito la sfilata, rigorosamente in costume tipico, ne sono rimasta rapita. La musica, i balli folkloristici sono l'anima di una storia, l'emblema di una gioia semplice, il rispetto di ciò che è stato si riflette nei volti accesi che termina nell'armonia dell'accoglienza, vino e la vendita di dolci.
Mia figlia, divenuta civitellese ad honorem, partecipa vestita con il costume d'epoca fin da quando era piccola.
Il 21 Agosto, tutti i membri della mia famiglia, compreso il mio nipotino, che lo scorso anno ha intrapreso la sua prima esperienza, si apprestano ad affrontare il pellegrinaggio al Santuario proprio della Madonna nera di Canneto, evento irrinunciabile, in cui parte la tradizionale Compagnia del paese, che annualmente si rinnova includendo piccoli neofiti.
Il più giovane del pellegrinaggio porterà al ritorno la fronda simbolo del paese in cammino.
Vedere mio nipote scendere affaticato, ma orgoglioso di questo ruolo, mi ha profondamente commosso, donandomi la consapevolezza che quest'evento che lo forgerà negli anni a venire, è stato e sarà per lui, come per noi, una grande opportunità.
L'ultima settimana è dedicata al Civitella Alfedena Folk Festival, canti e balli popolari frastornano le strade e o vicoli culminando con la serata “Te l'ho portata la serenata” canti d'amore e serenate in un'atmosfera pregna di sentimento e storia che affiora in ogni pietra di questo borgo accattivante.
Abitando per anni in quel rione ne ho potuto assaporare ogni risvolto, condividendo l'ebrezza della preparazione, e la bellezza di quella serata in cui tutto si ferma sulle scale di piazza Mercato.

Dopo l’estate arriva l’autunno


La montagna vive e colpisce, i boschi, le radure, le scarpate, i sentieri, il lago azzurro in cui si specchia, la natura muta al susseguirsi delle stagioni, le chiese, le fontane, le case di pietra parlano del loro antico retaggio.
Nelle giornate autunnali il paesaggio si veste del verde dei faggi, che sfumano nei toni del giallo-marrone accostato al fiammeggiante rosso degli aceri, e si respira un inebriante profumo che chiama riportando odori e sapori di un tempo perduto, che qui rinascono, risvegliando memorie sopite.
[caption id="attachment_113905" align="center-block" width="750"] Civitella Alfedena by Benedicta Mary Lee[/caption]

E l’inverno…


L'atmosfera rarefatta e l'aria rigida e secca dei 1200 metri ci accompagna nei lunghi silenzi d'inverno, il bianco della neve che copre e accompagna un'incantata solitudine raccontata dal suo diegetico sonoro. Una bomboniera spolverata di zucchero filato, Brigadoon si nasconde nel rigore dell'inverno per riapparire il 30 Dicembre quando ha luogo la bellissima e suggestiva “Fiaccolata”.
Dalla Rotonda Panoramica di Santa Lucia si possono ammirare, sulle pendici delle montagne circostanti figure illuminate che brillano nel buio della notte, accompagnate da musica e suoni.
La fiaccolata termina con la sfilata delle torce tremolanti che vanno ad alimentare un grande falò al centro della rotonda e con fiumi di vin brulè che scalda e unisce nella serata più emblematica prima della fine dell'anno.
Situato lungo le strade e piazze del paese si può ammirare il particolarissimo presepe di carta pesta a grandezza naturale, dotato di sonoro e ambientazioni realistiche fino alla grotta dove è posta la Sacra Famiglia. Anch'esso imbiancato è il preludio e l'abbrivio al Santo Natale.
Le feste vissute qui hanno un'intensità diversa, hanno un sapore di buono, di antico, rumore di festa e suono di campane e il paese ne condivide la gioia come più nessuno fa.
Civitella ha un suo inno scritto da un talentuoso musicista locale che cita i suoi abitanti come figli delle stelle, le ragazze son tutte belle e i ragazzi sono figli del Paradiso, mentre il ritornello ripete festosamente “Civitella sei la più bella!”
Ho trovato la magia distesa tra i monti di ogni speranza, un angolo di Paradiso dove il tempo è irreale, dove la vita semplice esalta alcuni valori fondamentali facendo capo alla memoria.
Ogni volta che parto so che tornerò, qui, dove lascio un pezzo di cuore, qui, perché Civitella è 'u paese me'.

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È Roma!

 

Ma anche Castellammare di Stabia


Roma è una terra ancestrale che mi provoca un sentimento arcaico, atavico, antico. Una città in cui sono vissuto per un periodo importante della mia vita. Una città per la quale provo una sorta di sindrome di Stendhal che mi oblia ogni cattivo pensiero.

La Caput Mundi che urbi et orbi si relaziona all'intero pianeta, all'universo galattico e al cosmo remoto per la sua magnificenza creativa, per la potenza magnetica e tellurica che evoca attraverso i suoi sette colli.
Una città oggi è spiritualmente attanagliata da poteri oscuri di lungo corso dal Vaticano a tutte le forti istituzioni che ruotano intorno. Istituzioni apparentemente autonome come i palazzi del potere dello stato italiano.

Castellammare di Stabia invece, è una bella questione un po’ spinosa poiché è la città che mi ha dato i natali e in cui ho riversato molta emotività della mia vita.
Perché Castellammare di Stabia è un paradiso perduto rovinato da scimmie. Come dice anche una vecchia narrazione del 1600 d.C. che racconta di un dialogo tra Gesù e Dio dove il primo domandava: "Padre mio, hai creato un paradiso in terra" "No figlio mio ci stanno gli stabiesi".
Castellammare è una città antica, ricca di storia che risale ancora prima dei romani: alle popolazioni Osce.
Poi la fondazione romana di Stabiae e delle sue ville patrizie in cui è vissuto e vi è morto Plinio Seniore, stretto amico di Cicerone. Era la famosa esplosione del fu Monte Somma, oggi denominato Vesuvio, quell’eruzione magmatica del 79 d.C. che ricoprì anche il borgo mercantile di Pompei.

Castellammare di Stabia è una città ricca di risorse naturali come la bellezza di una concentrazione di ben 28 sorgenti di acque minerali. Ognuna con legami spirituali e magnetici sul territorio che lo hanno trasformato in un’opera d'arte. Come i templi dedicati ad Apollo e a Diana e poi nascosti dalla costruzione di chiese che nei secoli hanno sostituito i culti pagani con quello cattolico.
Una città incastonata tra il fiume Sarno, le campagne interne e la costiera napoletana. Una città alle pendici del monte Faito al centro della catena montuosa dei monti Lattari che inarcano l’intera penisola sorrentina fino a Capri.
Una città famosa per la sua tradizione termale, già conosciuta dai patrizi romani, e per la cantieristica navale che risale alla Repubblica Marinara di Amalfi. Qui sono state costruite imbarcazioni famose come la "Amerigo Vespucci", la superba nave scuola della marina militare italiana che tanto ci inorgoglisce.
Ho fatto volontariato per più di 30 anni nel mio paese, fin dalla tenera età dei miei 13 anni, con la speranza di migliorare e valorizzare la città di Castellammare di Stabia ma i miei sforzi sono risultati vani.
La mia generazione ha fallito perché era composta da giovani che sono emigrati altrove in Italia e all'estero per trovare la propria realizzazione personale. Ben pochi di quella generazione degli anni ‘90 è rimasta sul territorio. Una storia di fallimenti ereditati dalle generazioni precedenti che non sono state capaci di trasmettere le redini del potere alla generazione attiva successiva.
Per non parlare di poteri oscuri locali che cercano e hanno sempre cercato di controllare il governo locale con le loro influenze e per loro interessi.

Ma oggi nessuno può uscire e scappare. Forse è giunto il tempo di riflettere su come valorizzare quello che abbiamo.


La mia relazione con Castellammare di Stabia è nonostante tutto il risultato del rapporto con un territorio dove mi sono sempre sentito a mio agio per le sue caratteristiche urbanistiche e per il forte senso identitario.
Un senso che talvolta è diventato un campanilismo assordante che si dimentica di essere parte del un sostrato nutritivo più grande. Non soltanto una radice fondamentale della storia culturale partenopea, ma un ramo fondamentale della cultura italiana nazionale.
Un senso che supera il mito utopico di una Europa dei Popoli.
Sognavo e sogno un Italia liberata dalla turbolenza dei poteri occulti e globalisti, di riuscire a valorizzazione le nostre tradizioni più remote e di far rifiorire una cultura identitaria consapevole del rispetto verso il nostro pianeta Terra. L’unico sistema vivente a cui apparteniamo tutti.
E il rispetto delle altre culture nazionali di tutti i cinque continenti, sarà proprio il sostrato in cui anche Castellammare di Stabia può ritrovare quel sentimento smarrito di essere una figlia di Roma, un appoggio all'Europa e un fiore dell'intero continente di Eurasia.

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“A tutti voi Mercanti di qualsivoglia Nazione, Levantini, Ponentini, Spagnuoli, Portughesi, Grechi, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani, ed altri, concediamo reale, libero e amplissimo salvacondotto e libera facoltà e licenza che possiate venire stare, trafficare, passare, abitare con le famiglie, e senza partire, tornare e negoziare nella città di Pisa e terra di Livorno.”


Così nel 1593 Ferdinando I de Medici invita chiunque a venire a Livorno. Fino a quel momento non era altro che un luogo con un porto che era stato anche rifugio per quegli ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna.

Pochi anni dopo, agli inizi del 1600, Livorno viene eletta a città vera e propria. Una città che aveva tra i suoi abitanti genti di tante nazioni e di tante religioni.
Ognuno aveva il suo commercio ed era libero di seguire la propria religione, infatti a Livorno vi erano chiese anglicane, greco ortodosse, moschee e sinagoghe, alcune ancora oggi esistenti.
Il commercio si sviluppò subito diventando fiorente e gli ebrei, che diversamente da altre città o nazioni, a Livorno non ebbero mai l’obbligo o la necessità di avere un ghetto, formarono un tutt’uno con la città. Ed ancora oggi è così.


Gli ebrei adottarono anche una lingua tutta loro per poter scambiare informazioni senza essere capiti: questa lingua è il Bagitto formato da greco, turco, italiano, toscano, veneziano, ebraico, spagnolo, portoghese e yiddish, ed è stato in uso fino al 1950.
Il Bagitto ha regalato tanti vocaboli al vernacolo livornese come ad esempio ‘ti sciagatto’ che deriva dall’ebraico “sciahàt” che significa scannare o macellare. Per cui ‘io ti sciagatto’ in livornese vuol dire ti picchio tanto da macellarti.
Tutti a Livorno avevano il loro spazio: la loro fede, il loro tribunale e tutti commerciavano. La città aveva bisogno di espandersi e il Pentagono costruito dall’architetto dei Medici Bernardo Buontalenti tra la metà del 1500 ed il 1600 iniziò ad essere stretto.
Il Pentagono era racchiuso da alte mura, da torrette ed era circondato da fossati, da qui il nome in uso dei livornesi “Fossi” e non canali. Il pentagono era l’originale sistema murario che proteggeva la città e il nome deriva dalla sua forma: cinque lati e cinque baluardi ad ogni vertice che rendevano Livorno una cittadella fortificata.
I Fossi furono ampliati come la città che si espanse sempre più. Furono usati come via per il trasporto di merci che, arrivate in porto, venivano scaricate e trasportate lungo di essi direttamente nei magazzini, creati proprio sui fossi, con accesso diretto sotto i palazzi dei vari mercanti.
L’espansione richiedeva terreni e la zona era acquitrinosa e difficile da edificare. Ma a Livorno e ai livornesi non è mai mancato l’ingegno.
Chiamarono maestranze da Venezia e costruirono su quei terreni acquitrinosi con la tecnica dei maestri veneziani, su palafitte, creando così la “Nuova Venezia”, un quartiere interamente circondato dai fossi.
Di Livorno per un Livornese ci sarebbe da dire tantissimo, soprattutto del suo mare.
Il mare di Livorno è per noi qualcosa di fisico, di personale, di intimo.
Si può andare via da Livorno ma si deve sempre tornare, per noi livornesi è necessario, quasi vitale.
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Video-pillole sul turismo - parte 38

#ilFuturoNelleNostreRadici

Il castello e il suo cavaliere!

Il futuro è nelle nostre radici, legami forti che crescono di giorno in giorno. Come quello di Andrea Selvini, nostro caro amico di Ceccano dov’è nato e cresciuto. Andrea da anni promuove e valorizza il castello di questo splendido borgo con l’associazione Cultores Artium.

Il Castello di Ceccano è un maniero che se potesse parlare avrebbe milioni di storie da narrare. Un tempo sede di potenti famiglie che governavano la Contea di Ceccano e nel medioevo era qui che si decidevano le sorti Europee.

Ancora oggi domina con la sua presenza il territorio ceccanese, e il cuore del nostro Andrea. L’Associazione Cultores Artium, sono un gruppo di amici appassionati di storia e delle proprie radici comuni, si prende cura del cuore di pietra del castello accogliendo i turisti che curiosi vengono a visitarlo.

Andrea e il suo castello sono stati distanti per la situazione di emergenza che stiamo vivendo. A noi ha mandato la sua lettera d’amore, di speranza, che un giorno appena sarà possibile torneranno ad accogliere turisti e curiosi da tutto il mondo nella loro splendida Ceccano.

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Caro Castello di Ceccano,


nell'attesa di tornare presto a varcare la tua porta, caro Re di pietra, sappi che ti sto rendendo visita tante volte, anche se solo virtualmente.
Sono settimane che sto creando dei post con le tue foto migliori sulla pagina che ti rappresenta e che ho creato ormai da sette anni.
Ho pensato di mettere le foto dei tuoi angoli più belli, scatti di fotografi venuti da ogni parte per immortalarti, al fine di creare delle visite virtuali nelle tue stanze e cortili, ricordando momenti felici con chi è già venuto.

È per stuzzicare la fantasia di chi non è ancora mai venuto, e che speriamo verrà quando tutto questo finirà.
È passato più di un mese e, finita la visita virtuale, ora sono passato a raccontare la tua storia medievale. A parlare di quegli uomini e donne che hanno fatto con le loro gesta la tua storia, i cui nomi riecheggiano ancora oggi tra i tuoi cortili.

E poi, ho cominciato a ripercorrere virtualmente le stradine e gli scorci di quei borghi sparsi tra la Valle dell'Amaseno e i Monti Lepini, dei quali, dalle tue stanze, si decidevano le sorti.


Sette anni non sono nulla rispetto ai mille anni scolpiti nelle tue pietre.
Ma se scorro la pagina, sono sette anni pieni di foto, di ricordi e di persone che sono giunte, anche da molto lontano, per visitarti. E per conoscere la tua storia percorrendola nei tuoi cortili e leggendola nei tuoi affreschi medievali e nei tuoi graffiti dei detenuti.
Tante sono le persone che dal 2011 hanno varcato il tuo portale di pietra insieme a me, per ammirare le tue vestigia. Siamo passati dalle cinquecento visite, alle più di duemila, in questi ultimi anni.
Dal quel fatidico 2011, io sono cresciuto nel tuo abbraccio millenario di pietra.
Ho imparato a comunicare e a condividere sempre meglio le numerose storie che hai custodito per secoli con coloro che finalmente, dopo decenni tra la polvere dell'abbandono, sono venuti ad ascoltarle.


Nella mia storia invece tu sei stato sempre una presenza fissa.
Lassù in alto, come un gigante di pietra che vegliava su noi abitanti del borgo, silenzioso e al di sopra di tutto e tutti.
Ricordo ancora come fosse oggi quella giornata elettrizzante del maggio del 2000, quando mi portarono a visitarti con la scuola di Ceccano (se così si può dire, visto che eri un rudere) e finalmente riuscii a scoprire anche i tuoi angoli più sconosciuti che avevo solo potuto immaginare per anni.
È un onore e un piacere essere parte attiva del tuo rilancio ed attivarmi in prima persona nel promuoverti.
Se tornassi indietro nel tempo, preferirei ancora cento volte impiegare il mio tempo a pulire il tuo cortile dai mozziconi di sigaretta che ha lasciato qualche maleducato o ad estirpare le erbacce, piuttosto che a stare fermo su una panchina o davanti a un bar a lamentarmi che tutto va male e che questo paese è squallido, puzzolente, inquinato, arretrato.
Non mi ci ritrovo con questa descrizione e so che nel mio piccolo posso fare qualcosa e l'ho fatto per vedere quel cambiamento che volevo.
Sono quasi due mesi che non ci vediamo più.
[caption id="attachment_115674" align="center-block" width="750"] Due mesi che non vengo ad ascoltare il silenzio del tuo cortile, mentre le farfalle si rincorrono fra i fiori e i raggi del sole accarezzano le tue rocce millenarie.[/caption]
Nell'attesa di tornare, goditi il tuo silenzio perché appena sarà possibile continuerò a raccontarti a tante, tante altre persone che anche da lontano verranno a conoscerti, perché #ilfuturopartedalleradici.
Tuo Andrea
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