Siamo nella Valle del Liri, il fiume dalle limpide acque che un tempo separava i potenti Romani dai coraggiosi Sanniti. Il suo nome deriva dalla presenza di un antico porto romano sul fiume e forse dobbiamo tenere a mente che senza la captazione delle fonti per acqua potabile, e quella delle acque per uso irriguo, il fiume sarebbe ancora navigabile.

Secondo alcuni Pontecorvo sarebbe nata da alcuni esuli di Fregellae, una città che si trovava nella sponda sannita ma che aveva fatto accordi con Roma e quindi era una enclave romana da cui partì poi la conquista romana a tutto il sud Italia. La città fu poi distrutta dai romani perché aveva osato ribellarsi e non venne più ricostruita.

Nel frattempo la valle del Liri è stata ancora una volta un teatro di battaglia nella seconda guerra mondiale quando è stata ferita mortalmente durante i bombardamenti. e che oggi è diventata un centro di interessantissime produzioni agricole.

Si parte dal Peperone DOP, dal colore rosso e dalla forma a cornetto è un ortaggio particolarmente gustoso. E’ leggermente piccante e molto digeribile per cui si realizzano tantissimi piatti e viene usato sia crudo in insalate o in aperitivi che cotto.

Potreste trovarlo in una apericena accanto a salumi o formaggi come il pecorino DOP di Picinisco nella vicina Val Comino. Potete trovarlo in insalata con i fagioli Cannellino di Sant’Oliva, in omaggio alla storia del luogo.

Per gli appassionati di trekking e di geologia, Sant’Oliva è anche una frazione di Pontecorvo con una lussureggiante area naturalistica dove si trovano molte grotte carsiche alcune delle quali ancora da esplorare.

Ma lasciamo i fagioli con i quali si realizzano sia zuppe che insalate e torniamo al peperone perché a Pontecorvo hanno provato a usarlo anche per fare un liquore, il “Peperdop” che prende il nome proprio dal prodotto con cui è fatto. Un liquore dal gusto tanto particolare quanto unico, che racchiude in sé la bontà del Peperone DOP di Pontecorvo e la tradizione del suo territorio.

Magari il liquore si potrebbe gustare con un sigaro toscano fatto con foglie di tabacco Kentucky prodotte proprio a Pontecorvo. Un tempo c’era un tabacchificio, oggi la produzione è acquistata dal Sigaro Toscano che ha creato una linea particolare per queste foglie.

E se arrivate a Pontecorvo a Pasqua potreste cercare di gustare la famosa Casata, un dolce “unico al mondo” che prende il nome da ‘lu case’, ossia formaggio nel dialetto locale. Viene fatto da 100 uova, caciotta fresca, cioccolato fondente e cedro. Un detto locale dice che “esce buona se si capa!”, ossia se si distinguono bene tutti e tre gli strati del dolce,quello di uova, di cioccolato e di formaggio.

Infatti il dolce doveva rappresentare la bandiera dello Stato Pontificio di colore bianco e giallo ed era stato ideato in occasione della visita di un Papa.

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Una Zuppa di Castagne e ‘ceci sultano’ per l’arrivo dell’autunno

“L'albero del pane”, così gli antichi greci chiamavano il castagno perché sfamava in inverno ma non solo. Una pianta che iniziarono a selezionare e che usavano nella sua totalità: il legno per le costruzioni, fiori e corteccia in farmacopea e i frutti come alimento. 

In Italia il castagno ha sempre avuto un ruolo molto importante, soprattutto per le popolazioni che abitavano tutto l'arco appenninico dove in quota si trovano incredibili boschi di castagno.

Agli inizi del '900 si producevano 800 milioni di chili di castagne che creavano un notevole giro di affari. Dal castagno si ricava la farina e altri prodotti da pasticceria come marmellate e i marron glacee. Per non parlare della famosa torta Mont Blanc, un vero tripudio di sapori.

Dopo la piccola glaciazione in Europa del 1709, Rocca Priora decise di tornare a piantare alberi nelle montagne e per questo i Castelli Romani sono caratterizzati da bellissimi castagneti che in estate rendono il Parco dei Castelli Romani un luogo fresco dove passeggiare.

Dopo la seconda guerra mondiale ci fu l'abbandono delle montagne e la gente andò a cercare vita migliore in città e nelle zone industriali, quelle del cosiddetto progresso. La produzione di castagne e derivati calò vertiginosamente e oggi si producono circa 30 milioni di chili. 

La castagna è il classico frutto dell'autunno ed io l'ho voluto usare in una ricetta insieme ad un altro prodotto antichissimo i ceci, un legume che insieme alle castagne ha costituito la base alimentare per intere popolazioni si montagna.

Per questo piatto abbiamo scelto i “ceci sultano”, la tipologia più piccola che esiste. I ceci sultano, come ci ricorda anche il nome, probabilmente vengono dall'Oriente, Iran o Turchia, e gli egizi li usavano per sfamare gli schiavi. 

Noi ne faremo una zuppa con le castagne nel caso specifico i “marroni di Segni”, uno splendido paese a sud di Roma famoso nel mondo per le sue mura ciclopiche (poligonali) con la superba Porta Saracena. 

Segni  è in assoluto uno dei paesi da visitare nella vita.

Ricetta di Zuppa di Castagne e ceci sultano

Tutto inizia la sera prima della cottura della zuppa quando dbbiamo ricordarci di mettere a mollo i ceci sultano in acqua fredda profumata con foglie di salvia e spicchio di aglio.

Prendiamo le castagne le lessiamo in acqua aromatizzata con semi di finocchio e una foglia di alloro. In un’altra pentola, contemporaneamente, mettiamo a lessare anche i ceci. E’ importante non salare durante la cottura ma solo alla fine. 

Dopo aver lessato le castagne, le sbucciamo e le tritiamo grossolanamente e le mettiamo ad insaporire in un tegame dove avremo fatto imbiondire uno spicchio di aglio con olio e peperoncino.

Dopo qualche minuto, quando la castagna si è insaporita, aggiungiamo i ceci con la loro acqua di cottura. Aspettiamo che la zuppa arrivi al bollore e lasciamo cuocere per 15/20 minuti, giusto il tempo che la castagna si sfaldi e crei una crema. 

Per esaltare tutti i sapori, la zuppa va servita con un giro di olio a crudo (magari appena arrivato dal frantoio che in autunno sta ancora lavorando) e foglie di salvia.

Il piatto tende al dolce, se si esclude la nota piccante del peperoncino, ed io ho bevuto un Trento metodo classico rosè. Non potevo desiderare di meglio!

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Lo sapete chi è Mike Pompeo? Lo sapete che nella sua prima visita ufficiale di governo in Italia si è preso 4 ore tutte per lui ed è andato con sua moglie in Abruzzo a vedere il paesino di Caramanico Terme in provincia di Pescara?

Poi è andato anche a visitare Sulmona dove ha comprato qualche regalino, e forse qualche confetto per cui Sulmona è famosa nel mondo.

Mike Pompeo è il braccio destro di Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti d’America, nonché ex capo della CIA. Potremo senza dubbio definirlo uno degli uomini più importanti del mondo il cui tempo è prezioso e va distribuito su migliaia di questioni in giro per il pianeta.

Ecco, proprio questo Mike Pompeo si è preso un pomeriggio di vacanza per visitare questo piccolo paese dell’Abruzzo da dove tanti anni fa sono partiti i genitori di sua nonna per andare a cercare fortuna in America.

Non solo: è andato ad incontrare un pensionato metalmeccanico che oggi vive nella casa dove un tempo vivevano i suoi progenitori e ha visitato l’abitazione.
In termine tecnico, anche Mike Pompeo è stato un ‘turista delle radici’, ossia un viaggiatore in cerca dei luoghi raccontati dai nonni. In cerca dei sapori e delle emozioni che potevano aver vissuto camminando sulle stesse strade, guardando gli stessi orizzonti e osservando lo stesso paesaggio.

Si calcolano in circa 80 milioni gli oriundi italiani nel mondo, ma secondo me sono molti di più perché i legami continuano ad essere mantenuti per molte generazioni. Ed in fondo anche il segretario di stato americano è la quarta generazione di emigrati.

Per me che vivo nel basso Lazio è quasi normale imbattermi in famiglie americane o canadesi che ricercano i loro antenati. Le vedo sperdute che spesso non riescono a dialogare con gli italiani residenti perché hanno bisogno di qualcosa di più di una persona capace di parlare inglese.

Un emigrato di terza o quarta generazione è qualcuno che ha vissuto totalmente immerso in un altro paese e ha un legame con l’Italia che risiede nel suo lato emozionale e talvolta onirico.

Abbiamo aiutato persone di terza generazione a riscoprire il loro paese d’origine creando un ponte culturale. Sono state molto toccanti le parole di Bobbi Martellacci, una ragazza canadese di 22 anni che è venuta con noi alla scoperta del suo borgo di Scifelli, una frazione della più grande Veroli  a sud di Frosinone.

Per prima cosa insieme alla Pro Loco di Veroli la abbiamo ricevuta nella splendida sala del consiglio di Veroli all’interno di un bellissimo palazzo rinascimentale costruito proprio sulla piazza principale. Poi avevamo organizzato una visita al museo che si trova negli interrati dello stesso palazzo che un tempo si trovava sull’acropoli della città.

Scendendo le scale è stato come fare un viaggio nel tempo: dal rinascimento al medioevo, poi giù nel periodo romano e infine in quello Volsco con le grandi mura poligonali preromane che oggi sono la fondazione del palazzo stesso.

Un viaggio nel tempo che ha fatto dire a Bobbi: ‘è una esperienza migliore di quella del Colosseo che era pieno di gente’.

Ora senza dubbio non ci sono paragoni fra il Colosseo e il piccolo museo comunale di Veroli, ma non ci sono altrettanto dubbi sul calore con cui è stata ricevuta e sul fatto che abbiamo costruito un ponte culturale fra Scifelli-Veroli e Bobbi-Toronto.

Un ponte che porterà Bobbi a tornare  per riprovare quella sensazione unica di accoglienza che ha ricevuto da noi nei mesi in cui siamo stati in contatto, dalla pro loco e dal comune, dalla sua famiglia di origine, dalla parrocchia di Scifelli che le abbiamo fatto aprire e tutti noi insieme abbiamo rappresentato lo spirito italiano.

Sicuramente il viaggio di Mike Pompeo è stato organizzato in tutti i dettagli e ha provato le emozioni della riscoperta delle radici italiane e magari ordinerà per sempre i confetti di Sulmona a Natale, però per noi Bobbi Martellacci  e sua madre sono state come Mike Pompeo. 

Le abbiamo amate come delle sorelle ritrovate e questo amore lo abbiamo trasmesso a tutte le persone di Veroli che hanno incontrato e che hanno fatto vivere loro una esperienza unica.

Torneranno a Veroli, ma sta ancora a noi continuare a costruire il ponte sul quale le giovani generazioni potranno andare e venire sentendosi a casa in entrambe le sponde.

Noi ci siamo e ora già siamo all’opera per un’altra storia indimenticabile. 
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Come il fallimento di Thomas Cook definisce i nuovi business model nel turismo

La più antica agenzia di viaggi fallisce e ancora i piani turistici strategici delle città sono incentrati sugli operatori del turismo organizzato. È ora di cambiare prospettiva se si vuole portare sviluppo turistico in una città o un territorio.

Una città o un’area devono essere in grado di essere attrattivi e di conquistare le singole persone che ogni giorno (e anche in questo momento) sono sul web in cerca di vivere il viaggio indimenticabile da raccontare agli amici.

Bisogna essere in grado di stabilire una relazione con ognuno di loro attraverso un mood urbano, lo spirito della città (o in modo rinnovato il Genius Loci) che sia in grado di permeare tutta la città per rendersi attraente.

E questo può essere fatto in tanti modi: qualche città punta sulla storia, qualcuna sulla musica, altre sul cibo o sullo sport … ma tutte devono essere percepite come attrattive e che facciamo sognare di vivere qualcosa di unico.

Ma chi era Thomas Cook? La storia di Thomas Cook e delle agenzie di viaggi organizzati

Fino a poco tempo fa, i piccoli aeroporti del mondo erano pieni di aerei Thomas Cook che davano l’idea della potenza e della organizzazione di questo tour operator che per 178 ha portato viaggiatori inglesi, e non solo, a scoprire nuove posti. 

Neanche alcuni finanziatori cinesi sono riusciti a salvare il colosso e in una notte migliaia di viaggiatori si sono ritrovati in vacanza in vari paesi del mondo senza la possibilità di poter tornare a casa, se non comprando un nuovo biglietto aereo con un’altra compagnia.

Thomas Cook era un tipografo e un predicatore battista e si può dire che è stato l’inventore del modello dei viaggi organizzati.

Tutto è nato dall’arrivo del treno nella sua città e dal desiderio di combattere la piaga dell’alcolismo nel periodo vittoriano. Thomas era convinto che questa fosse la causa di molti problemi ed era un membro attivo della Società della Moderazione.

Per portare 500 persone ad una riunione della associazione nella vicina città di Loughborough, decise di organizzare una intera giornata di svago al costo di 1 scellino: treno, banda musicale, tè pomeridiano e cibo.

Era il 1845 e questo è stato il primo viaggio organizzato dell’era moderna dopo il quale sarebbero nate migliaia di agenzie viaggi che, seguendo questo modello, avrebbero fatto nascere l’industria del turismo. 

Si può dire che Thomas Cook rappresenta la rivoluzione industriale dei viaggi e non è un caso che sia nato proprio in Inghilterra.

Un modello che ha retto fino all’arrivo di internet e dell’epoca digitale.

Ma torniamo a raccontare la storia di Thomas Cook perché la sua organizzazione capillare e la sua fine coincidono con un passaggio epocale.

Il successo di quel primo viaggio nato da finalità etiche porta Thomas Cook ad offrire nuovi viaggi di scoperta iniziando dalla vicina Scozia, che senza il treno non sarebbe stata così vicina. 

Se la borghesia vittoriana poteva viaggiare sui treni dell’Orient Express e sulle navi della White Star Line alla scoperta di mete esotiche, il popolo poteva viaggiare sulla terza classe di un treno, che spesso erano vagoni aperti e senza sedili dove si respirava il fumo del motore a carbone del treno, alla scoperta delle città vicine.

Per questo Thomas Cook è stato un visionario e un rivoluzionario!

Nel 1851, grazie al lavoro dell’agenzia di Thomas Cook, 150.000 persone arrivano su un comodo treno dalla provincia per conoscere Londra e vedere la Grande Esibizione del Principe Alberto. Senza la sua organizzazione le persone che giungevano per la prima volta a Londra dalla provincia rimanevano scioccate e spaesate dalla città ed erano incapaci di visitarla in senso turistico.

Ma la sua organizzazione è stata anche di supporto al movimento femminista perché molti dei suoi clienti erano donne sole che si sentivano protette dai viaggi organizzati.

Dall’Inghilterra all’Europa, Nord America e Medio Oriente il passo è stato facile: la logica era la stessa e cambiavano solo le organizzazioni locali. Le crociere sul Nilo sul modello di Agatha Christie e i pellegrinaggi in Terra Santa non erano più appannaggio di pochi fortunati e tutti potevano realizzare i propri sogni.

E nel suo cuore Thomas Cook era convinto che viaggiare avrebbe aperto la mente e creato benessere nelle persone semplici che poi si sarebbero comportate meglio anche nella vita e non avrebbero perso tempo nelle scommesse e nell’alcol. 

E nel 1899 già quasi un milione di inglesi aveva attraversato La Manica per fare un viaggio turistico in Europa. E Thomas Cook aveva inventato i voucher per viaggiatori, i coupon per gli alberghi e anche stampato e diffuso le guide turistiche, le riviste fino agli orari dei treni.

E forse per questo non è mai stato amato dall’alta borghesia che si è vista invadere i luoghi che aveva scelto per trascorrere le sue vacanze. 

Ma la rivoluzione del turismo era iniziata e nessuno ha potuto fermarla. I turisti hanno invaso ogni parte del mondo e i ricchi si sono rifugiati in poche località esclusive, nei loro mega yacht e nei viaggi nello spazio.

I motivi del fallimento di Thomas Cook & Son 

Tutta la grande attività di Thomas Cook & Son è durata fino a settembre 2019 quando 22.000 lavoratori sono stati licenziati e 150.000 vacanzieri sono rimasti bloccati in mete lontane e hanno dovuto essere rimpatriati. E questo nonostante la compagnia fosse stata abbondantemente finanziata da un tour operator cinese che era diventato il socio di maggioranza.

A discolpa della miopia con cui si sta considerando il cambiamento avvenuto nel turismo, dobbiamo dire che nel 2019 il grande caldo in Inghilterra aveva spinto i vacanzieri a scegliere mete domestiche anziché avventurarsi all’estero. Ma questa non è una scusante.

Con internet, e soprattutto con i social media, il turismo è cambiato e le scelte dei vacanzieri vanno sempre di più verso la scelta di un viaggio personalizzate grazie ad una serie di servizi web che sono stati disegnati e pensati proprio per rendere protagonista l’individuo.

Le famose OTA - Online Travel Agencies hanno preso il sopravvento sulle agenzie fisiche ma soprattutto le scelte sono diventate individuali.

Non è più l’agenzia che propone una meta ma sono le mete che si propongono al singolo viaggiatore.

Il turismo si è definitivamente spostato dagli operatori del trasporto organizzato al marketing territoriale di città e luoghi che si rendono attraenti e sono in grado di comunicare il proprio fascino ai singoli.

Un fascino che è molto più articolato e complesso delle singole attrattività storiche o bellezze architettoniche che oggi possono essere percepite in modo totalmente nuovo.

È meglio visitare il Museo di Van Gogh ad Amsterdam o una mostra digitale in cui si si cala dentro l’esperienza dei dipinti di Van Gogh e che può essere vissuta in qualsiasi parte del mondo?

Ma il legame fra turismo e marketing territoriale lo racconteremo in un prossimo articolo

Turismo a basso costo o turismo alto spendente?

Oggi questa è una domanda sciocca e la risposta è ovvia: quale esperienza proponi? Quale è il sentiment generale della tua città? 
Ma anche tutto questo lo racconteremo in un prossimo articolo.

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Anche il baccalà è pesce: crocchette di baccalà con vellutata di ceci

Scrivo questa storia mentre sistemo la bandiera di San Marco avuta in dono sabato mattina da Venezia. Cosa c’entra il baccalà con San Marco? È grazie a Pietro Guerrini, mercante veneziano del 1400, se conosciamo questi splendidi (e soprattutto gustosi) prodotti.

Il mercante spavaldo alla ricerca di nuove opportunità naufragò nelle Isole Lofoten e per un anno è stato accolto dal popolo di Røst Island prima di poter tornare a Venezia. In questo periodo ha potuto conoscere da vicino la loro cucina e il modo di trattare il merluzzo. 

Non so come sia stato mangiare merluzzo per un anno con la ricetta norvegese … però il suo spirito mercantile di buon veneziano ha fatto iniziare un commercio con queste isole e scoprire un prodotto che è entrato di buon diritto in molte cucine italiane.

Senza la capacità norvegese di conservare il merluzzo, il pesce non sarebbe potuto arrivare lontano dai luoghi di pesca. Del pesce più veloce del baltico esistono due varianti di conservazione: ne derivano due prodotti completamente diversi, da non confondere mai: lo stoccafisso ed il baccalà.

Il primo, lo stoccafisso che a Napoli si chiama lo “stocco”, è ottenuto per essicazione al sole e al vento del nord in Norvegia e viene prodotto solo da febbraio a giugno. Penso che tutti abbiano visto almeno una volta nella vita le foto dei pesci stesi all’aria come i panni di Napoli ai balconi.

Il secondo, il baccalà di più ampia produzione e diffusione, viene ottenuto per salatura. Pare furono gli olandesi a caccia di balene nel mare del nord, vista l’abbondanza dei grandi banchi di merluzzo, che iniziarono a conservarlo come la carne di balena attraverso la salatura. 

Sono però stati i portoghesi a farlo conoscere a tutto il mondo.

Entrambe le soluzioni di conservazione sono accomunate dalla tecnica di reidratazione: l’ammollo. E questo è uno dei segreti della cucina: l’ammollo può durare diversi giorni, cambiando spesso l’acqua, che deve essere freddissima. Ormai si trova dappertutto già “ammollato” ma attenzione, la frode è dietro l’angolo. 

Col baccalà ho fatto delle crocchette. Perfette per un aperitivo in piedi o per una portata durante un pranzo insieme ad una vellutata di ceci.

Ricetta di crocchette di baccalà con vellutata di ceci

Per prima cosa cuocio il baccalà al vapore per un paio di minuti e lesso almeno una patata. Una volta che si è freddato, riduco il baccalà in poltiglia e lo unisco alla patata passata nello schiaccia patate. Mi raccomando: tutto rigorosamente a freddo. 

Il sale non serve ne ha già di suo, se si vuole si può aggiungere un po’ di pepe. Lasciate riposare il composto in frigo e poi fate polpette che panate e friggete in olio abbondante.

Veniamo alla vellutata di ceci: anche qui “l’ammollo” è fondamentale.

In una casseruola facciamo andare uno spicchio d’aglio ed un trito di sedano, carota e cipolla. Quando hanno preso profumo aggiungiamo i ceci, l’acqua e il sale (ci si regola assaggiando). 

Cuocete una ventina di minuti e poi passate tutto al frullatore fino ad ottenere una crema liscia. Servite nel piatto con un filo di olio buono e un ciuffo di rosmarino fresco. 

Ho bevuto un Trebbiano Teramano, un matrimonio perfetto che mi ha convinto. Ma che sia bello fresco!

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L’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale e DiscoverPlaces.travel hanno sottoscritto una Convenzione quadro per la valorizzazione e promozione del patrimonio materiale ed immateriale dei territori ad un pubblico di turisti nazionali ed internazionali.

Click sull’immagine per consultare il testo della convenzione.
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Il Canascione

Il canascione è una vecchia ricetta del basso lazio, lo troviamo nel frusinate ma anche nell'Agro Pontino. A San Felice Circeo dopo le feste di natale si svolge la sagra dedicata proprio a questo piatto della cucina di recupero, la sagra del canascione.

Il canascione è un piatto che sembra sia nato nel dopoguerra vista la scarsità dei generi alimentari nulla poteva essere buttato o sprecato e quindi nacque questa "pizza ripiena" di qualsiasi cosa fosse avanzata.

Questa pietanza prosegue una antichissima tradizione culinaria che ritroviamo in tutto il mondo gli esempi più famosi sono le "Panada di Assemini" in Sardegna o le Impanadas che troviamo in Argentina, Cile e Filippine, ricetta che portarono gli spagnoli in giro per il mondo.

Il canascione ciociaro si differenza da quello pontino per i componenti del ripieno, quello ciociaro è stato codificato con prosciutto di Guarcino salsicce e formaggio di pecora, quello pontino ha in più verdure e ricotta.

La scelta del prosciutto e delle salsicce di Guarcino non è casuale la cittadina di Guarcino che sorge nel VII secolo A.C. fu fondata alla confluenza di due valli quella del fiume Aniene e quella del fiume Sacco. La sua posizione sui 600 metri slm e le correnti di aria fanno si che la stagionatura dei prosciutti sia perfetta.

Il prosciutto di Guarcino si riconosce dalla stuccatura delle parti che rimangono a contatto con l'aria con sugna aromatizzata con bacche di ginepro, peperoncino e vino rosso. Alcuni danno anche una leggera affumicatura.

Come preparare il Canascione

La preparazione del canascione è abbastanza semplice l'unica difficoltà è preparare la pasta del pane.

Quindi prendiamo farina (io uso farine macinate a pietra e biologiche) acqua e lievito madre, quello essiccato va benissimo.

Prepariamo un pane con lievitazione indiretta, quindi ci faremo una biga o lievitino con 25 grammi di farina una bustina di lievito secco, e 40ml di acqua.

Impastiamo il tutto facciamo una pallina e lasciamo lievitare per 3\4 ore. Poi lo scioglieremo con l'acqua rimanente alla quale aggiungeremo la farina ed il sale. Creiamo una massa che lasceremo ancora lievitare per alcune ore e l'impasto sarà pronto.

Prendiamo una teglia appoggiamo una parte dell'impasto come se fosse una pizza e sopra appoggiamo tutti gli ingredienti, la salsiccia sbriciolata poi il prosciutto il formaggio. Io ho messo anche cicoria e la ricotta.

Con l'altra parte dell'impasto ho coperto il tutto ed ho creato questa pizza ripiene che ho cotto in forno.

Nel bicchiere potrete sicuramente versarvi un buon Cesanese, ma se vi piace provare fate come me io ho bevuto una Barbera vivace.

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La storia che vi voglio raccontare è tutta di cose semplici, cose che possono succedere a qualsiasi individuo, sono fatti della vita dell’uomo che va in giro per il mondo in cerca di fortuna e d’avventura.


Però vi garantisco che sono fatti veri, fatti successi tanto tempo fa, fatti che ancora oggi possono accadere e continueranno ad avvenire nel tempo finché ci sarà l’essere umano sul nostro pianeta.
Sono nato durante il secondo conflitto mondiale in un piccolo paese di provincia, Cinisi. Dico piccolo paese perché io penso che questo mio amato paese non ha mai dato una grande storia ai suoi figli. Però al contrario ha dato il più bel regalo che una madre può dare ai suoi figli: un carattere genuino, forte e costante ma al tempo stesso complicato e tormentato nelle sue tradizioni e nei suoi costumi.
La mia famiglia, modesta nelle sue origini campagnole, non è mai stata ricca di denaro ma è stata forte e unita, di un amore che hanno tramandato ai suoi figli. L’amore verso il signore e uno speciale rispetto sono ancora oggi sono le fondazioni della mia stessa esistenza.
Sono cresciuto come tanti altri miei coetanei andando a scuola, alternando il gioco con gli amici del vicinato, sempre attento ai richiami delle persone più grandi, specialmente a quelli della mamma.

Il tempo libero di ragazzo passava spensierato, e quasi non mi accorgevo del cambiamento giornaliero che si susseguiva. Tutto sembrava normale, semplice e fermo nel suo tempo. Invece no, la vita era un susseguirsi di cambiamenti e alternative. Ieri ero solo un ragazzino seduto nei banchi delle scuole elementari poi, dopo pochi anni, mi sono ritrovato adolescente seduto nei banchi delle scuole medie.
Questa volta le idee erano di differente natura, c’erano altri campi da scoprire, altre alternative. Ma erano solo di un ragazzino di ieri che stava crescendo in fretta con poche potenzialità e tante cose ancora da imparare.
Continuo la mia vita di ogni giorno spensierata, sempre occupato con lo studio e giocando con gli amici tempo libero, però attento ad aiutare mio padre nei bisogni domestici della famiglia: andare a raccogliere le mandorle in campagna nella prima estate e poi in aiutarlo durante la vendemmia a settembre. Questa mi dava la gioia di essere con gruppi di giovani più grandi che aiutavano nella raccolta dell’uva.
Ho imparato tanto da quegli anni trascorsi in paese, non li dimenticherò mai più.
A scuola ho studiato tante materie, dal latino al francese oltre al nostro italiano (una delle poche bellissime lingue parlate al mondo). La matematica non andava giù facilmente, al contrario però ero un buon atleta e mi cimentavo in qualunque tipo di antagonismo.
La bicicletta rimaneva la mia passione e sognavo di diventare un novello Ercole Baldini o un Gastone Nencini, oppure un Jacques Anquetil, il biondo francese che vinceva tutto a quei tempi. Questi sono stati i miei eroi dello sport di allora.
Ma erano sogni proibiti per quegli anni fine ’50, il nostro paese a quel tempo offriva poche possibilità di sfoghi di gioventù. Non potendo trovare spazi nello sport, noi giovani ragazzi ci sfogavamo delle nostre passioni nel gioco con gli amici del vicinato. La nella strada dietro la mia, oppure andando laggiù alla fine della strada al famoso ‘Chiancello’ e giocavamo tutti insieme. 
Giochi molto semplici ma al tempo stesso affascinanti perché contenevano sfide e valori, ‘la mazza e lu scanneddu’,’atti vitti’, ‘a la verra’, ‘a sutta giacomu’, ‘a la banda a quattro e quattrotto’ e tanti altri giochi che ho quasi dimenticato.
Il mio gioco di ragazzo-giovanotto continuava ancora, solo che il panorama della vita cominciava a trasformarsi: la piazza, la montagna e il mare erano diventate le mete preferite sia mie che dei miei compagni.
Qui nel gioco i sogni si moltiplicano, si diventa più seri, e incomincio a fumare le prime sigarette dividendo le emozioni del fumo con gli amici. Poi scatta il click verso le ragazze. I sentimenti del cuore si fanno sentire incomincio a capire che sto crescendo in fretta, mi sento già un adulto.

Mi ricordo quando mio padre terminati gli studi della scuola media mi ha incoraggiato da buon genitore a continuare nello studio ‘così da grande potrai diventare qualcuno’. Io da bravo ragazzo gli ho ubbidito così ho frequentato per un paio di anni il liceo scientifico di Palermo.
Purtroppo la mia carriera di studente è durata poco. Colpa di nessuno, una decisione che a quel tempo ho preso da solo. Le condizioni economiche della famiglia e un futuro che non vedevo tanto brillante forse sono state le ragioni del mio fallimento scolastico.
A distanza di tanti anni, confermo il mio dolore di aver terminato gli studi troppo giovane e quei pochi anni che ho passato in paese sono stati di tristezza e di angoscia per non poter soddisfare il sogno di mio padre. Ho creduto fermamente di aver perduto la battaglia più importante della mia vita.
Una ferita si era aperta nel mio cuore, una piaga aperta mi assillava notte e giorno e non si sanava mai. Però il gioco con gli amici continuava, anzi si era arricchito di più e svaghi e altri interessi si alternavano l’uno all’altro.
Qualcosa mi mancava, ma non mi confrontavo con me stesso, accettavo la temporanea sconfitta, anche a malincuore, e mi preparavo alla scossa, al vero passo da giocare qualora se ne fosse presentata l’occasione.
La campagna e il mare, dicevo poco fa, erano due fonti di svago della mia prima gioventù. 
I campi, le messe, i giardini, la grandezza maestosa delle montagne che circondano quasi ad anfiteatro il nostro territorio mi davano forza e coraggio di continuare nella vita.
Mentre il mare, con la sua vastità in quel suo letto divino, sopito a volte nella sua coltre che sembrava fatta di madreperle o a volte abbruttito dalla sua rabbia incomprendibile, mi dava la carica dell’avventura, mi dava la sicurezza che ce l’avrei fatta.
In quei momenti di sogni ad occhi aperti ho capito che la mia vita stava cambiando. Un sogno si stava realizzando, la mia partenza per l’America era già un fatto compiuto.
Questo è stato il mio destino e lo ho seguito. Pentimento non ce ne è mai stato, ma amarezza si. Problemi di lingua, di assestamento sociale, posizione economica.
Dopo anni costanti di lavoro, i lati negativi sono scomparsi. Oggi dopo aver vissuto per più di 40 anni in America, posso confermare che questo mosaico di gente che vive nel nuovo mondo mi da carica e mi rende un vero cittadino di questo pianeta.
In America mi sento a casa mia, non mi sento per niente straniero. Questa è la mia filosofia: un italiano la ha scoperta, un italiano gli ha dato il nome. Un certo Philip Mazzei (un caro amico di Thomas Jefferson) ha scritto la bozza dei diritti della libertà dell’uomo, il famoso ‘Cicerone’ gli ha prestato il codice civile istituzionale della civiltà umana.
Infine l’americano oggi sta imparando ad apparecchiare la tavola e non lo potrebbe fare senza i prodotti e le ricette del bel paese.
Caro amico che mi stai leggendo, non pensare che nella vita c’è solo la soddisfazione di arrivare, insieme a questo bagaglio di felicità c’è anche il dolore.
Se forse non hai provato questo tipo di dolore, allora sei stato fortunato. Quindi io che non ti conosco, ti voglio dare un consiglio d’amico: ti invito ad amare di più la tua-la mia Italia. Ti suggerisco di amarla di cuore e con più sincerità. Allora se ci riesci capirai il mio dolore e il grande amore che riserbo alla nostra ‘Italia’.

Rosolino Lo Duca è un cittadino americano originario di Cinisi, vicino Palermo, e per il suo amore per le sue due patrie è oggi è assessore agli emigrati di Cinisi e  il Presidente del Comitato Scientifico del Premio Town Ambassador dedicato a chi svolge un ruolo proattivo nella promozione del suo paese.
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