La ricetta di fine d’estate: lo Spaghetto al Coccio

Ho incontrato il Coccio, Gallinella o Pesce Capone a seconda della marineria, tantissimi anni fa a Lavinio in una vecchia trattoria sulla spiaggia. Coccio in umido al tegame di terracotta: me ne sono innamorato.

Lavinio (Anzio) è sul tratto chiamato Costa di Enea e un tempo era uno dei posti di vacanza dei Romani che lo hanno edificato senza un vero ordine. Ma ha alcune perle naturalistiche come l’Oasi di Tor Caldara in cui si può ancora vedere la macchia mediterranea e pensare a Enea e a Roma. Forse il pesce arrivava direttamente dal Porto di Anzio.

Per la precisione non so bene dove sia sbarcato Enea a Roma ... so solo che ogni volta che mi muovo trovo cartelli con scritto: ‘Qui è sbarcato Enea ... Il punto di arrivo di Enea…’.

Ma Enea non mi cambia la vita mentre un buon piatto di Spaghetti al Coccio può fare la differenza in una giornata di fine estate prima di tornare ai ritmi di lavoro senza soste.

La Gallinella è un pesce spinoso dalle carni bianche e profumate che ama i fondali sabbiosi. La troviamo dal Mediterraneo al Nord Europa con un caratteristico colore rosato: in Veneto si chiama Luserna, nel resto del nord si chiama Mazzola e al sud si chiama Fagiano. Il nome Gallinella viene dai suoni che emette appena pescato che ricordano quelli di una gallina.

In genere la usano per le zuppe di pesce, ma a me piacciono gli spaghetti e non posso rinunciare a unire questi due piaceri. Per questo ho preparato una ricetta di fine estate, quando ancora si ha voglia di pesce mangiato all’aperto su un balcone o magari direttamente in riva al mare.

Il profumo della salsedine mentre si mangia del pesce regale una esperienza aggiuntiva che è impagabile.

Si parte dal pesce: mi raccomando andate a prenderlo in una pescheria che conoscete. Cucino il pesce solo quando trovo quello fresco e mi lascio ispirare dal suo profumo.

Per prima cosa dobbiamo preparare dei filetti di pesce per cui con molta pazienza, e facendo attenzione alle spine residue, tagliate i due filetti spellandoli.
Non buttate la testa! Con la testa e la lisca preparate un fondo con gli aromi: cipollotto, aglio e 2/3 grani di pepe ed un po’ di vino bianco. Mettetelo poi da parte per dopo.

Mentre cuoce la pasta, prendete un filetto e tagliatelo a dadini e fatelo saltare in padella con dei filetti di pomodoro ed aglio.

Dopo aver scolato la pasta è importante fare la ‘mantecatura’, ossia passare pasta e condimento in una padella. Nella mantecatura, si deve unire al sugo anche il fondo preparato prima con la testa, e continuare a far insaporire tutto insieme all’altro filetto di Coccio rimasto tagliato in liste.

Un po’ di timo fresco sulla pasta per dare il sapore finale.
Cosa bere con un piatto così? Direi una malvasia puntinata dei Castelli Romani, un vino perfetto anche per la carbonara, ma questa è un'altra storia.
 

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L’eroe che combatte per salvare la Pecora Quadricorna

Sapevate che esiste la Pecora Quadricorna? E conoscete l’Asino dei Lepini? e le galline di razza Ancona?

Sono sicura che molti non hanno mai sentito parlare di questi animali in via di estinzione e pochi conoscono Roberto Dalia che ha fatto del salvataggio di queste specie la missione della sua vita.

Andiamo per ordini e partiamo dalla storia di Roberto che lavora in banca ma dedica tutto il suo tempo libero alla preservazione di queste specie. Il suo amore per gli animali inizia a manifestarsi presto con un incubatore per uova di galline che gli viene regalato a 14 anni.

La sua famiglia ha molte sfumature e un suo nonno è nato a Casablanca da genitori siciliani, un’altra nonna è albanese ma sua madre è dello splendido borgo di Monte San Giovanni Campano ed è li che Roberto vive in campagna.

Crescendo si innamora dei cavalli e per 14 anni alleva cavalli italiani da salto a ostacoli fino a che trova un crescente contrasto fra il suo amore e la cupidigia di chi tratta con poca cura l’animale che viene visto solo come una macchina che deve vincere competizioni.

Poi un giorno accade una cosa stranissima:

‘ero a Picinisco e guardava un libro sulla pastorizia, ero molto distratto fino all’ultima pagina quando trovo una foto di una pecora con quattro corna e, in un certo senso, mi innamoro incuriosito di conoscere di più di questo animale’.

Lo trova nell’elenco dell’Arsial, l’agenzia regionale per lo sviluppo e l’innovazione dell’agricoltura del Lazio, fra le specie considerate estinte, ossia quando ci sono meno di 100 esemplari. Visto che il libro riguardava Picinisco inizia la sua ricerca proprio in questo paese arroccato su una montagna nel versante laziale del Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise. 

Contemporaneamente trova il veterinario Cesare Veloccia che aveva curato la ricerca e la catalogazione delle razze autoctone per conto dell’Arsial. In quel periodo alcuni studiosi erano addirittura convinti che si trattasse di una mutazione genetica.

Roberto va dai macellai di Picinisco e uno di loro, che ne aveva macellate molte, si sente quasi in colpa di aver contribuito alla sua messa in pericolo e mi porta da un pastore che ancora ne aveva qualcuna.

La storia di questo animale è particolare e la ricostruisco grazie ad un libro della Hoepli del 1905 che la descrive come ‘Ovino di Siria’, attestando in questo modo le origini medio-orientali, molto diffuso nell’Appennino centrale.

La storia della pastorizia in queste aree ha subito grandi cambiamenti dopo la seconda guerra mondiale. Ricordiamo che la Linea Gustav, il fronte di difesa tedesco contro l’avanzata degli alleati, passava proprio in questi territori. I bombardamenti, la distruzione e la guerra hanno portato grande povertà e una forte emigrazione all’estero dopo la fine del conflitto.

Altri pastori hanno invece lasciato le greggi per andare a lavorare nelle grandi fabbriche e questo abbandono ha scardinato sistemi socio-economici che si erano retti per secoli, forse per millenni.

La fortuna della Valle di Comino è stata il suo isolamento e questo ha permesso a paesi come Picinisco di conservare alcune tradizioni e lavori tradizionali come quello della pastorizia. Non a caso oggi Picinisco è molto conosciuta per il suo Pecorino di Picinisco DOP e per manifestazioni come Pastorizia in Festival che uniscono cultura, enogastronomia, esperienze all’aperto e musica.

Nel 2011 Roberto riesce ad avere il suo primo Maschio chiamato Quattro, poi 18 mesi dopo la sua prima femmina ed infine 6 mesi dopo i suoi primi agnellini.

Trovano dei resoconti di viaggio del 1400 di Niccolò Frescobaldi in Terrasanta in cui scrive 4-5 righe che riguardano la pecora quadricorna: “intorno a Il Cairo ho visto pecore con 4 corna e una coda così grassa che la usano come noi usiamo il porco”. Forse questa coda serviva a queste pecore nel deserto per immagazzinare energie come le gobbe del cammello e le pecore Damaria con la coda grande.

Oggi ci sono circa 30 esemplari conosciuti e monitorati costantemente. Quelli di Dario sono in forma e sono nutriti con amore e con prodotti di prima classe come quelli che gli regalano gli amici della Cooperativa Terre Sane che produce grani antichi in un modo che supera il biologico, senza uso di null’altro che non sia prodotto naturalmente. A Ripi, Atina, Esperia … recupera terreni abbandonati per tornare a piantare il grano per produrre una delle migliori paste che si possano gustare.

Il sogno di Roberto? Avere 100 animali e dichiarare ‘non estinta’ la pecora quadricorna, poi iniziare a produrre formaggio dal latte di questa pecora. Ci assicura che è qualcosa di speciale… noi ci saremo alle prossime prove!

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Cavalli sul Lago: il numero equestre dal finale sorprendente

Arriviamo a Marta sul lago di Bolsena alle 5 giusto in tempo per andare a vedere qualche prova dello spettacolo equestre della sera e prendere confidenza con gli spazi di Cavalli sul Lago.

Tanti volti nuovi ma qualcuno familiare che ti chiama per nome e ti saluta con il sorriso. Ci sono butteri con vesti di ogni colore, tanti modi di interpretare le tradizioni italiane che da queste parti sono ancora vive e presenti.

Da una parte un mulo e due buoi che sembrano usciti da un quadro di Giovanni Fattori direttamente da un paio di secoli fa.

E mi viene subito in mente la fatica che facevano i nostri progenitori… Siamo fortunati.

In regia si sente la concitazione della serata con il regista Umberto Scotti che vorrebbe avere tutto sotto controllo e i cavalieri che vorrebbero avere ancora più tempo a disposizione. Maria Baleri, la conduttrice, impara centinaia di nomi e di storie: lei va a braccio ma la spontaneità viene dalla professionalità.

Gironzolo per le prove e ad un certo punto vengo colpita da una coppia che sta provando nell’arena, un robusto buttero che esprime potenza con una sella maremmana e una giovane ragazza con una sella inglese che esprime grazia.

In realtà la prima cosa che mi aveva colpito era la musica: “something stupid like I love you…”, una canzone del 1966 portata al successo da Frank Sinatra e sua figlia Nancy ma che più recentemente è stata interpretata Robbie Williams e Nicole Kidman. Sensuale come poche.

Il numero era stato annunciato come “pas de deux” - ‘Passo a due’ e i due cavalieri si inseguivano e si rincorrevano, qualche volta tenendosi la mano ma sempre guardandosi negli occhi. Uno potente e l’altra sfuggente.

Il buttero lo avevo riconosciuto, Nevio Prugnoli, teneva le redini con una sola mano e l’altra poggiata sulla coscia con un atteggiamento di ‘sfida’ o di ‘spocchia’.

Certo i butteri hanno bisogno di una mano per governare il bestiame ma, diciamocelo pure, un po’ si sentono divi sulle loro selle. Quando galoppano il loro corpo sembra compiere piroette in una strana forma di ‘grazia vorticante’.

La ragazza aveva un corpo esile ma muscoloso e sulla sella inglese sembrava una farfalla. Busto eretto e dritta, senza vortici. Mi domandavo cosa ci facesse una sella inglese nell’arena in quel momento.

Però i due stavano interpretando la canzone in modo troppo intenso ... “something stupid like I love you…”. Erano amanti? Non mi sembrava possibile. Maestro e discepola? Troppa intensità. Un rapporto d’amore paritario senza uno dei due che dominava l’altro non è quello fra maestro e discepola.

Non riesco a seguire tutto il numero, stavano decidendo in che modo uscire di scena e noi dovevamo andare a fare una doccia prima della serata. Dovevo mettere in carica le batterie della macchina fotografica e tutte le altre cose per essere pronta.

Arriva la notte e si alza il sipario su Cavalli sul Lago. Impiego un po’ a capire dove dovevo mettermi per seguire meglio lo spettacolo. Le luci annoiano la mia macchinetta e mi distraggo a cercare la giusta apertura dell’obiettivo.

Poi ad un tratto Maria Baleri entra in scena e annuncia: ‘ Un passo a due a cavallo interpretato da Nevio e sua figlia Margherita’.

Ora capisco tutto!!

Che sciocca: ecco l’amore che univa i loro occhi, ecco la gioia di tenersi per mano al galoppo, ecco i due cavalli che si fronteggiano e si riuniscono senza nessun dominio reale. Forse anche i cavalli si amavano o riflettevano l’amore.

La potenza di Nevio e la sua apparenza superbia erano in realtà l’orgoglio di un padre che porta la sposa all’altare. Nevio era vestito in abito da campagna elegante e sua figlia in un abito lungo, che sembrava proprio quello di una sposa, avvaloravano la mia sensazione.

Ed intanto la musica “something stupid like I love you…” con le calde voci di Robbie Williams e Nicole Kidman riempivano l’aria nella notte d’estate a Marta sul Lago di Bolsena.

E ora tutto tornava in armonia. Emozionante come pochi!

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ph Claudia bettiola
Casalvieri. Palazzo Cellitto o Villa dei Misteri

Il Palazzo Cellitto di Casalvieri si trova lungo la via che porta a Purgatorio.

E' conosciuto anche come Villa dei Misteri per i simboli esoterici e massonici che arricchiscono la sua facciata.

E’ stato edificato da un medico esorcista e è appartenuto alla famiglia de Vecchis. 

Per la particolarità della sua facciata è stato dichiarato Monumento Nazionale.

 

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L’organo più amato del mondo a Rocca Massima

C’è un famoso organo che tutti i musicisti vogliono provare e si trova a Rocca Massima, un piccolo borgo sui Monti Lepini con un doppio affaccio sul Mar Tirreno e sulla Valle dei Latini.

Ma come è diventato uno degli organi più famosi del mondo?

Tutto inizia circa venti anni fa quando un gruppo di amici appassionati di musica d’organo inizia a riflettere su come promuovere internazionalmente il proprio amato borgo e decide che è ora di dotare la chiesa di San Michele Arcangelo di un organo.

Ma non un organo qualsiasi … deve poter diventare il più famoso del mondo anche grazie ad una Rassegna Organistica Internazionale.

Incontrano Claudio Bonizzi della Fabbrica d’Organi Inzoli-Bonizzi di Crema, attiva fin dal 1867 e nasce una magia perché il gruppo di amici realizza un sogno di una vita: commissionare un nuovo organo dando completa libertà espressiva agli artigiani che lo realizzeranno.

Per prima cosa dobbiamo ricordare che ogni organo è diverso dall’altro in modo significativo. Le sue caratteristiche acustiche e architettoniche devono tener conto del contesto che lo ospita. Ogni organo infatti ha canne e registri diversi, per non parlare dei mantici, dei somieri, della pedaliera e delle tastiere, etc.

In genere sono gli artisti, i maestri di cappella, a progettare un organo e lo costruiscono secondo le loro preferenze o il loro stile. Più raramente avviene il caso di una impresa artigianale lasciata libera di esprimersi.

Siamo nel novembre del 1998 e Claudio Bonizzi arriva nella pianura Pontina e non riesce a vedere Rocca Massima in montagna perché il borgo è avvolto dalle nuvole. Una scena che ricorda ‘dove osano le aquile’.

Quando arriva nel borgo trova però il calore mediterraneo ad accoglierlo e un piccolo corteo che lo scorta fino alla chiesa dove deve studiare la forma e il volume, prendere le misure e verificare l’acustica. C’era una piccola cantoria e si decide di posizionare lo strumento sopra la porta d’ingresso realizzando una nuova cantoria, più resistente ed adeguata al nuovo organo.

“I lavori iniziano presto e durano per circa 20 mesi durante i quali abbiamo portato i singoli pezzi dell’organo con una piccola Ape, il furgoncino con tre ruote, fino alla chiesa che si trova sul punto più alto del paese e non è raggiungibile da altri veicoli. Ogni viaggio dell’Apetta era dedicato ad una canna diversa. Nel frattempo ogni giorno le signore ci preparavano dolci locali per rendere più piacevole il nostro lavoro”.

L’organo di Rocca Massima

L’organo di Rocca Massima ha 1063 canne ed è a totale trasmissione meccanica (temperamento equabile – equal temperament – con un corista – pitch – a 440 Hz) con due tastiere di 58 tasti (Do1-La3).

I tasti diatonici sono ricoperti in legno di bosso mentre i cromatici in ebano. Il grande organo è collegato alla tastiera inferiore mentre il Positivo, che si trova alle spalle del musicista, alla tastiera superiore. La pedaliera è piana con 30 pedali, Do1 - Fa3, mentre i registri sono comandati da pomelli collocati ai lati della tastiera.

L’organo è stato inaugurato con un concerto del Maestro James Edward Goettsche, organista titolare della Basilica di San Pietro nel Vaticano a Roma. Goettsche aveva partecipato alla costruzione dell’organo e su sua richiesta erano stati aggiunti alcuni registri.

Grazie ai cittadini di Rocca Massima, alla ditta costruttrice e anche al maestro d’organo, la fama dell’organo di Rocca Massima ha fatto presto il giro del mondo e tutti i più grandi organisti chiedono di poterlo suonare. La Rassegna Organistica Internazionale ogni anno ha come artisti i maestri d’ organo delle più grandi chiese d’Europa e del mondo.

Chi e ‘Inzoli-Bonizzi’, l’impresa costruttrice?

La Fabbrica Inzoli Cav. Pacifico dei Fratelli Bonizzi viene fondata nel 1867 da Pacifico Inzoli a Crema vicino Cremona, la famosa città di Stradivari. Così con Crema famosa per gli organi e Cremona per i violini, questa zona attrae musicisti, artigiani, liutai e artisti e diventa uno dei centri europei della musica.

Fra gli organi realizzati da questa impresa ricordiamo il grandioso organo della Cattedrale di Cremona, quello del Santuario della Madonna di Loreto e quello della Madonna di Pompei. Al momento in Italia sono una trentina le imprese iscritte all’AIO – Associazione Italiana Organari che raccoglie le imprese che costruiscono o restaurano organi.

Il segreto del successo della Fabbrica Inzoli-Bonizzi è sicuramente l’amore e la passione per quest’arte antichissima, lo si legge negli occhi di Claudio mentre racconta la loro storia ma anche da alcune sue parole:

“Non abbiamo segreti, dobbiamo promuovere la cultura dell’arte organaria e per questo abbiamo collaborato per anni alla realizzazione dell’unica scuola italiana di organaria promossa dal C.R. Forma di Crema, una scuola dove tutti si possono avvicinare al complesso mondo del restauro degli organi.

Mentre tutti gli altri strumenti musicali possono essere spostati e suonati davanti al pubblico, nel caso dell’organo è il pubblico che deve avvicinarsi allo strumento, collocato per la maggiore nelle chiese o in sale da concerto. Per questo occorre promuovere sempre di più la cultura musicale relativa all’organo. La Rassegna Organistica Internazionale di Rocca Massima ne è un valido esempio”.

Questo avvicinamento era stato reso più difficile dalla riforma ceciliana che aveva riportato la musica al suo esclusivo aspetto liturgico. Dobbiamo poi pensare che la musica per organo del passato era diversa da quella di oggi, lo strumento che suonava Bach era diverso da quelli di oggi e quindi anche la musica era diversa. Gli strumenti originari tedeschi lavoravano con una pressione dell’aria maggiore e quindi avevano un suono più forte che oggi può apparire strano ai molti.

Inoltre, per un certo periodo gli organi erano stati influenzati dall’Opera Italiana e si erano riempiti di accessori come campanelli, tromboni e altro necessario per una musica più di svago.

È stato papa Pio X che ha supportato il Movimento Ceciliano, dal nome di Santa Cecilia patrona della musica, per un ritorno alla musica liturgica sacra nelle chiese con una veste più sobria. Vennero eliminati molti registri dagli organi e si modificarono molti degli organi esistenti di cui non abbiamo più la versione ‘leggera’ e ‘popolare’.

In conclusione: se la famosa Fabbrica d’Organi Inzoli-Bonizzi racconta dell’organo di Rocca Massima come di uno dei suoi più amati capolavori, se i più grandi organisti vogliono partecipare alla Rassegna Organistica Internazionale e se il borgo offre una gustosa varietà enogastronomica che comprende i famosi vini DOC della vicina Cori.

Quale migliore occasione di trascorrere un week end d’estate a Rocca Massima e provare di persona le emozioni di uno degli organi più famosi del mondo?
 
 
 

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Torre Cajetani- Nicola Paoloni 7
Torre Cajetani- Nicola Paoloni 7

Come molti paesi della nostra penisola anche il nostro ha le sue leggende e le sue tradizioni. Una delle leggende più affascinanti e che dà lustro al nostro paese è quella legata a San Benedetto a Torre Cajetani, una leggenda che è anche una testimonianza “storica”.

La tradizione infatti attesta l’esistenza del Castrum di Torre Cajetani già nel VI secolo d.C. proprio grazie alla notizia del viaggio che San Benedetto ha fatto nel 529 da Subiaco a Montecassino, dove ha fondato il monastero ed è poi morto.

Il Chronicon Sublacense, redatto da Cherubino Mirzio, narra che San Benedetto in una fredda giornata di gennaio sostò a Torre Cajetani per riposarsi e dal suo bastone da viaggio, piantato a terra germogliò un vero albero di leccio, che per secoli rese testimonianza a quel fatto prodigioso. Il prodigio fu avvalorato dal tipo e dal tempo diverso di fioritura rispetto agli altri lecci che crescono nella zona.

Per conservare la memoria del famoso viandante e del prodigio che operò, fu costruita una piccola chiesa con annesso un monastero per le monache, che prese il nome San Benedetto in onore del Patrono d’Europa.

Il monastero venne eretto in epoca imprecisata sulla costa del monte a circa 750 metri dall’abitato. Per la prima volta venne menzionato in un documento del 1243, edito da Toti nella sua trascrizione di 248 pergamene dell’Archivio della Cattedrale di Alatri.

Nel 1328 esisteva il procuratore del monastero, un certo Giovanni Cortese, e il monastero era obbligato a versare una rata di 34 soldi e 3 denari. Questa notizia si può desumere dalle Rationes decimarum delle diocesi del Lazio, compilate tra il XIII secolo e XIV secolo. Tali elenchi indicano anche il nome delle religiose dimoranti nel monastero di San Benedetto di Torre Cajetani.

Ad esempio: nel 1331 l’oblata Maria Cortese versò la somma di 11 soldi e 3 denari per la prima rata mentre la seconda rata della decima biennale 1331-1333 fu versata da Nicola di Giovanni di Gregorio di Alatri. Maria Cortese e altre due oblate conducevano vita contemplativa, Francesca e Guisula, e sono queste due religiose che versarono la prima rata della decima biennale 1333-1335.

Durante il suo breve pontificato Celestino V emanò il 16 settembre 1294 una bolla con cui decretò l’annessione del monastero di S. Benedetto de Turre al monastero di San Matteo di Ferentino, monastero in origine benedettino, poi passato alle monache clarisse.

Tale aggregazione è attesta nella Rubrichella comunale di Ferentino, elenco compilato nel 1869 dei documenti conservati nell’archivio comunale della cittadina ciociara. Purtroppo tale bolla è andata perduta ma la notizia dell’aggregazione dei due monasteri benedettini, operata dal pontefice, è registrata nel Catasto del Monastero di Santa Chiara di Ferentino, compilato nel 1684.

Conserviamo però una testimonianza probante di tale annessione: l’elenco delle decime, già precedentemente citato. Nell’elenco della decima annuale del 1328 relativa alla diocesi di Ferentino, il monastero di San Matteo di Ferentino nella prima rata (15 agosto 1328) versò 10 soldi per mano dell’oblata Maria e 10 soldi nella seconda rata (marzo 1329) per mano di Pietro Vita, abate di S. Maria dei Cavalieri Gaudenti.

L’estensore nell’elenco della seconda rata aggiunse in margine una notazione molto importante: il monastero di S. Benedetto di Torre, per mano di Giovanni Cortese, versò 11 soldi per due rate della decima. Tale annotazione conferma che i due monasteri ciociari erano uniti. La notizia è tanto più vera quanto più si pensa che fu incaricato un solo collettore di raccogliere le decime per la diocesi di Ferentino e Alatri.

Dopo il XIV si perde memoria storica del monastero. Cosa ne resta oggi? Un edificio monastico molto rimaneggiato che oggi è una abitazione privata e una chiesetta al suo fianco.

Negli anni è continuata e tutt’ora continua la tradizione di celebrare la Messa il 21 marzo presso la cappella con i bambini e tutti gli abitanti del paese. Per l’occasione per l’occasione vengono offerte ciambelle, dolci e torte. Proprio per celebrare al meglio l’arrivo della primavera nella seconda metà del ‘900 venne costruito un forno da parte dell’ultimo custode (Paolo Ascani) davanti la piccola Chiesa apposta per la cottura delle ciambelle.

Potrei aggiungere molto altro ma nessuna aggiunta o conclusione potrebbe esser mai all’altezza delle parole del Maestro Giulio Cesare Gerlini (a lui si deve molto sia per le notizie storiche che fotografiche del paese) che così lo descriveva in uno dei suoi tanti scritti dedicati a Torre Cajetani:


“Al visitatore che scende al bivio di Torre Cajetani, si presenta subito allo sguardo un caseggiato, quasi addossato al pendio del monte roccioso. Un piccolo campanile posto sul tetto potrebbe far pensare ad una chiesa… in verità è un caseggiato adibito ad abitazione familiare in cui si può vedere ancora oggi una minuscola cappella.

Colpisce subito l’occhio una grossa tela rappresentante San Benedetto, che occupa quasi tutta la parte… al di sopra di un piccolo altare snello ed estetico, dono dei signori Franchi di Trivigliano (oggi il quadro non esiste più).

La cappellina raccolta e silente nella sua semplicità fa ottima impressione e di colpo trasporta l’animo del visitatore in un mondo di raccoglimento dove tace ogni rumore e tutto è pace. Sappiamo che ogni anno il 21 marzo, ricorrenza della festa del Santo Patriarca, celebrano nella detta cappella la Santa Messa i sacerdoti di Torre Cajetani e Trivigliano.

Nelle immediate adiacenze si vede ancora un’alta pianta … non sono così puerilmente ingenuo da voler dire che questa pianta sia ancora quella che la tradizione vuole sbocciata prodigiosamente dal bastone lasciato dal Santo, ma nulla impedisce ritenere che essa sia uno dei rampolli venuti fuori dalle radici della prima.
La costruzione di una chiesina dedicata a S. Benedetto e la costante tradizione del prodigio tramandata fino a noi è un fatto che nessuna argomentazione di critica storica può annullare.”
 

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Ponza “città di fondazione” borbonica, esperimento di proto-socialismo

Passeggiando per Ponza e Ventotene si osserva una strana armonia architettonica data da un disegno unitario che si riesce a leggere nella varietà e allegria dei colori mediterranei delle case.

Ma come è possibile che ci sia un pensiero unitario dietro alla fondazione di queste isole dell’arcipelago pontino?

Sia Ponza che Ventotene appartenevano alla proprietà personale dei sovrani borbonici ed erano state donate a Carlo III da sua madre Elisabetta Farnese.

Nel Settecento erano praticamente disabitate e lo sono state fino a quando i Borboni decisero di compiere un esperimento socio-urbanistico. In pratica sono ‘città di fondazione’.

Siamo nel periodo storico in cui le monarchie cominciano ad essere messe in discussione da una classe borghese che emergeva dalla rivoluzione industriale e che chiede di partecipare al governo del territorio.

Iniziano le prime filosofie socialiste con esperimenti utopici come New Lanark di Rober Owen in Scozia o il Falansterio di Fourier in nord America.

Nel 1734 Carlo di Borbone diventa il monarca assoluto di Napoli e il monarca parlamentare di Palermo e si innamora di questa parte del mondo. Decide allora di dimostrare che si può governare come sovrano creando benessere fra la popolazione e con questo avvia alcuni esperimenti che sono contemporaneamente urbanistici, architettonici, economici e sociali.

Carlo resterà a Napoli fino al 1759 quando diventerà re di Spagna e si sposterà a Madrid ma la sua opera sarà continuata da suo figlio Ferdinando che salì al trono all’età di 8 anni.

Esperimenti socio-economici-architettonici borbonici

Re Carlo decide di trasformare l’economia del sud trasformandolo in uno dei maggiori centri industriali basati sulla conoscenza e l’organizzazione dei processi industriali. Sono esemplari le sue politiche per introdurre la lavorazione del corallo a Torre del Greco con una politica che univa istruzione e impresa.

Ma soprattutto è nota la creazione nel 1752 di San Leucio, un intero borgo dedicato alla lavorazione della seta che aveva anche una particolare attenzione al benessere dei lavoratori tanto che oggi è Patrimonio dell’Unesco assieme alla Reggia di Caserta.

A Napoli si costruisce poi l’Albergo dei Poveri, una struttura di accoglienza per le persone più disagiate del regno dove le persone avrebbero dovuto imparare un mestiere. Ma anche la rivoluzione industriale della zona delle cartiere a Isola del Liri e Arpino nella sua evoluzione richiama il clima di armonia sociale che veniva perseguito da re Carlo di Borbone.

Questo era lo spirito che animava il re e questo è quello che si riflette anche nella progettazione e realizzazione delle comunità di Ponza e Ventotene. Un esperimento di riforma agraria che in teoria si doveva estendere poi a tutto il regno ma che fu bloccato dai proprietari terrieri. Il vantaggio delle isole pontine, infatti, era che appartenevano alla proprietà diretta del re (non del regno) per cui Carlo potette sperimentare le sue idee senza contrasti.

La colonizzazione di Ponza e Ventotene

Quando re Carlo diventa il sovrano di questo particolare regno del sud composto da due stati, la prima cosa che deve fare è una legge di fondazione, la Prammatica Prima, e un ordine fra un insieme di codici di undici legislazioni che si erano succedute nei secoli: romana, longobarda, normanna, sveva, angioina, aragonese, spagnola, austriaca, feudale ed ecclesiastica.

Nella Prammatica Prima si emanava un editto per assegnare in enfiteusi i terreni di Ponza e Ventotene (allora chiamata Pandataria). I terreni avevano una estensione di 5 ‘tommoli’ e la condizione per partecipare al bando era quella di non possedere beni immobili nel regno. A questi coloni sarebbero anche stati concessi alcuni sgravi fiscali e anche riconoscimenti di valore.

Le persone che hanno risposto al bando sono stati quindi i primi abitanti delle isole ben consapevoli che stavano partecipando ad una ‘scommessa’ come quella degli inglesi che andavano ad abitare il Nuovo Mondo in America. Non erano galeotti o malfattori ma persone coraggiose in certa dell’occasione della vita.

Ovviamente all’esperimento sociale è abbinato un esperimento architettonico con la costruzione di un borgo con ospedale, chiesa, dogana, tribunale, caserma e alloggi per ufficiali. Oltre alla sistemazione del porto e delle attrezzature per i pescatori. La maggior parte degli abitanti proveniva da Ischia.

L’esperimento di Carlo fu ripreso da suo figlio Ferdinando IV e nel 1772 si iniziò la costruzione della frazione di Le Forna nell’isola di Ponza che venne colonizzata da persone della costa e specialmente da Torre del Greco. La diversa provenienza delle prime comunità di insediamento spiega la estrema rivalità che si è sempre manifestata fra Ponza e Le Forna.

I sovrani provarono ad esportare l’esperimento sul resto del loro regno ma incontrarono una fortissima resistenza da parte dei possidenti terrieri che misero in pericolo il loro stesso potere. Intanto Ferdinando avvia un esperimento socio-economico anche sull’isola di Ventotene e nel 1771 vi arrivano le prime 28 famiglie di coloni a cui erano stati assegnati 5 ‘tommoli’ di terreno, dove 1 tommolo corrisponde a circa 3.300 mq.

La fine dell’armonia nelle comunità è però arrivata con Napoleone e i francesi che nel 1799 per prima cosa vendettero all’asta le proprietà reali concesse in enfiteusi e favorirono la nascita di proprietari terrieri senza scrupoli e legati solo al possesso dei beni e allo sfruttamento dei lavoratori. Poche persone divennero così proprietarie delle isole che comprarono alle aste e non si è più riproposta una situazione di sviluppo armonico socio-economico.

L’ultimo affronto all’esperimento borbonico si è avuto con l’arrivo dei Savoia che misero all’asta anche i pochi appezzamenti che ancora godevano del regime dell’enfiteusi.

Il sogno dei sovrani Carlo e Ferdinando IV di ‘un po’ a tutti e non tutto a pochi’ si era infranto per sempre.

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