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La Festa delle Torce di Sonnino: dove la tradizione incontra la religione

Ogni anno, nel primo pomeriggio della vigilia dell’Ascensione, i sonninesi lasciano il paese e si dirigono verso i confini del proprio territorio affrontando un lungo cammino che si conclude alle prime luci dell'alba del giorno seguente, dopo aver segnato di notte, al lume di torcia, l’intero perimetro comunale.

Sono guidati da quattro caporali, mentre molti uomini, armati di fucili caricati a salve, accompagnano con il fragore delle loro armi tutto il rito. Il culmine della manifestazione è una suggestiva fiaccolata notturna sui Monti Ausoni.

La preparazione alla celebrazione avviene molto prima, con la realizzazione a mano, una per una, delle torce in cera “zaura” (vergine) e con la sistemazione dei sentieri montani. Tutte le fasi di lavorazione sono raccontate in modo preciso ed emozionante al Museo Terre di Confine di Sonnino.

Tutto ha inizio il sabato pomeriggio, con la benedizione delle torce, celebrata dal sacerdote durante i vespri, nel Santuario della Madonna delle Grazie. La processione, che parte da Piazza San Pietro, procede compatta fino alla contrada “La Cona” dove i viandanti si dividono in due gruppi.

I torciaroli della “via di sopra” percorrono i confini del territorio comunale con Monte San Biagio, Amaseno, fino a Roccasecca, dove aspettano che il sole tramonti completamente.

L'obiettivo è di "spuntare" con le torce accese di fronte a Sonnino, facendosi ben vedere da quanti si sono raccolti sulla piazza principale del paese dove, tra la commozione generale, le campane squillano festose per salutare i torciaroli sulla montagna antistante: da lì tutti possono osservare la lunga striscia di fuoco che avanza lungo il costone de “Le Serre” ed assistere all'impervia discesa verso Priverno.

I torciaroli che percorrono la “via di sotto” seguono, invece, i confini con Monte San Biagio, fino a Monte Romano; ad osservare la discesa verso il Frasso ci sono gli abitanti della pianura al confine con Terracina.

Da tempi più recenti, questi momenti sono accompagnati da grandi spettacoli pirotecnici.

Il ricongiungimento dei due tronconi avviene a S.Maria-La Sassa, sancendo in tal modo la chiusura del “cerchio” perimetrale che racchiude il territorio del Comune Ausono.

La processione si muove poi per rientrare a Sonnino in modo fragoroso, scandita da una più partecipata recitazione delle litanie lauretane – recitate comunque durante tutto il percorso – che enfatizzano la già esasperata concitazione dei torciaroli, esausti e inebriati dalla stessa stanchezza, dai canti e dall’odore acre della polvere da sparo.

Nel centro abitato chi dorme è svegliato dall’irruzione dei torciaroli attraverso la Porta di Tocco, una delle cinque che racchiudevano l’antico borgo, poiché gli spari dei fucilieri rimbombano tra gli angusti vicoli.

Curiosità: le Torce dei Caporali

Le torce dei caporali, che non vengono mai accese durante il tragitto, vengono tagliate in piccoli pezzi e distribuite alla popolazione al momento del ricongiungimento dei due tronconi di torciaroli. Questa sorta di “amuleti” sono conservati in casa durante l’anno ed accesi in segno di buon auspicio in caso di tempesta o per scongiurare calamità.

In tempi passati, allo “spuntar delle torce” erano legate tradizioni tra sacro e profano: le ragazze in quel momento si spuntavano le trecce per la credenza che sarebbero cresciute più forti e più belle, le donne si affrettavano a chiudere le cisterne temendo l'inquinamento dell'acqua durante il giorno dell'Ascensione, le fattucchiere insegnavano alle loro figlie le formule magiche per togliere il "malocchio".

Come nasce la Festa delle Torce

Ci sono varie tradizioni che si intersecano in questo rito identitario che da secoli è compiuto dai sonninesi, e sulla cui origine non c’è una datazione certa.

A partire dalle Rogationes, processioni diffuse in Europa nei secoli V-VI ad opera del Cristianesimo: che si girasse intorno ai campi o lungo i confini della parrocchia, con esse si usava invocare mediante suppliche (le stesse litanie minori recitate ancora oggi dai torciaroli) la benedizione sul lavoro e sui prodotti della terra.

Il carattere agrario e propiziatorio delle Rogazioni, a sua volta, ha spinto molti autori ad individuarne l’origine negli arcaici culti agrari degli antichi Romani, compiuti anch’essi nel mese di maggio.

Durante la prima metà del XII secolo le terre delle province di Marittima e Campagna, terre al confine meridionale dello Stato della Chiesa, vissero momenti contrassegnati da una assoluta incertezza politica.

Con il governo papale, spesso incapace di affermare la sua autorità, le comunità vivevano di dispute territoriali che sfociavano anche in conflitti a mano armata. Un’insicurezza che sarà stata, dunque, particolarmente avvertita dalla comunità sonninese.

Al carattere propiziatorio si unisce nel tempo, dunque, anche il bisogno della comunità di una ‘Recognitio Finium’, una ricognizione dei confini, per marcare il territorio con i paesi vicini. Da qui si spiega l’uso ossessivo delle armi e la particolarità del fatto che gran parte del rito avvenga in notturna: tutti debbono seguirne il percorso, soprattutto gli abitanti dei paesi vicini, devono sapere che i Sonninesi stanno disegnando nella notte la mappa della loro terra a grandezza naturale.

Nei secoli, la tradizione cristiana si arricchisce di elementi pagani, legando ai riti dell’Ascensione il carattere della espiazione: si aggiunse al peregrinare il significato della penitenza, per affermare il distacco dal male e dal peccato.

Oggi tutte queste tradizioni si sono fuse nello spirito di Sonnino di celebrare l’appartenenza al proprio territorio, in una festa che è molto sentita dagli abitanti. Una festa che vede, di anno in anno, accrescere la presenza di forestieri o appassionati che si uniscono ai sonninesi in questa lunga ma bellissima escursione montana che attraversa territori incontaminati e panorami mozzafiato. Un’esperienza da non perdere per gli appassionati di trekking!

Invece, per coloro che vogliono aspettare “lo spuntare delle torce” nel centro del paese, troveranno un calendario di eventi musicali, culturali e gastronomici organizzati contemporaneamente al rito.
 

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Profumi di vino e di erbe officinali per scoprire nuovi sapori

Avete presente quando un sommelier descrive un vino con tutti i suoi profumi e le diverse sfumature di gusto nel palato? Riuscite sempre a capire quello che vuole comunicare?
Spesso gli esperti hanno una varietà di profumi e di gusti più ampia della nostra perché hanno anche una conoscenza delle erbe e delle piante maggiore della nostra.
La fretta e la grande distribuzione ci hanno abituato a pochi sapori e poche spezie che usiamo sempre in modo quasi automatico nei nostri pranzi quotidiani. Eppure c’è un mondo di erbe da scoprire (o riscoprire) per poter entrare in una dimensione di gusto più appagante.
Questo è quello che è successo a Colleferro in una manifestazione organizzata da Stella Camilli della Bottega del Vino, una enoteca specializzata nel proporre piccole produzioni di qualità, l’Officina Botanica, un vivaio che propone una grande varietà di erbe officinali e la Norcineria Cesqui, che seguendo una tradizione secolare propone salumi fatti a mano.
L’invito era riservato agli appassionati di vino che intendevano iniziare un percorso di sapori ed è stato guidato da una enologa e dal famoso sommelier Luciano Mallozzi, presente in famosi programmi televisivi. Oltre ad essere un esperto di vino, Luciano è stato un vero affabulatore capace di incantare la platea con le sue storie.
“Ogni vino racconta una storia e una degustazione è come leggere un romanzo in dialetto, ogni regione e ogni paese ha il suo dialetto che regala una profondità e una esperienza unica”.
I vini presentati sono stati una selezione della Casa Vinicola Frescobaldi e in particolare dalla Tenuta Pomino a confine fra Toscana ed Emilia Romagna. Uno dei vini è stato chiamato Benefizio per ricordare l’antica dogana del Regno Toscano dove bisognava dare ‘un fiorino’ per poter passare. Tante le storie attorno alla tenuta Pomino che hanno accresciuto la nostra attenzione e che non dimenticheremo facilmente.
L’esperienza gustativa è partita da ‘Leonia’, un brut rosé che sapeva di freschezza e che profumava di pompelmo, lime, mandorle tostate ed erbe come la limoncina e il timo. Luciano Mallozzi riusciva a sentire anche il profumo della magnolia che si trova all’inizio di questa parte del vigneto di uve Chardonnay in alta quota.
Leonia è stata la donna che ha avviato la produzione di vino ‘moderno’, seguendo lo stile francese di scegliere le viti da pressare per ogni tipo di vino e non mischiando tutta la produzione. Nell’Ottocento in Italia questo era un concetto rivoluzionario ma Leonia era di origini Toscane ma nata e cresciuta in Francia dove aveva imparato il loro stile di vinificazione.
Tornata in Italia dopo aver sposato un marchese Frescobaldi, Leonia ha subito cambiato lo stile di Pomino e avviato quella che oggi è una delle maggiori imprese Toscane e Italiane. E lo e spumante con metodo classico non poteva che essere dedicato proprio a lei.
Anche il secondo brut bianco è dedicato a Leonia e viene fatto con uve di Pinot Nero che profumano di uva fragola. Qui abbiamo sperimentato il profumo dell’Artemisia, l’erba che aveva affascinato una intera generazione di poeti. Una pianta chiamata ‘erba santa’ per i suoi poteri terapeutici ma anche una ‘erba maledetta’ quando distillata e abusata dai ‘poeti maledetti’ come Baudelaire e Rimbaud. Una sua varietà è anche una delle erbe che da sapore alla Coca Cola.
Concludiamo questa storia, che però continuerà in altri assaggi, con l’ultimo dei profumi provati: quello della produzione della Antica Norcineria Cesqui che dal 1890 lavora le carni di maiale in modo artigianale realizzando una varietà particolare di insaccati.
La maestria delle ultime generazioni ha aggiunto un tocco di intraprendenza aggiungendo profumi e spezie che rendono unica la loro produzione. Perfetta per una esperienza sensoriale e tutti siamo tornati a casa con un ‘pezzo’ della loro storia da provare con gli amici.
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La travolgente Festa della Ballarella di Arce

Ogni anno a maggio in Piazza Umberto ad Arce si svolge la Festa della Ballarella, dedicata alla più travolgente delle danze tradizionali ciociare e alla musica popolare.

Una festa che nasce nel 2013 per far conoscere la potenza e la varietà della musica del basso Lazio. Per due giorni anche gli anziani tornano bambini e i giovani riscoprono l’anima della terra ciociara. La Ballarella è la musica di questo luogo, un ritmo che accompagnava gli antichi nei giorni di festa e di lavoro e già il nome evoca la passione della musica.

Suoni e danze si rinforzano nel tempo perché tutto ciò che circonda questi luoghi è Ballarella!

Nel corso della rassegna accanto alla musica e alla possibilità di ballare ai concerti, si può partecipare a incontri sul tema annuale della rassegna che viene scelto di volta in volta. Si incontrano da vicino musicisti e studiosi della cultura popolare. Nel 2018 la dedica è rivolta alla figura delle donne, nello specifico alla musica delle donne musiciste.

La rassegna ospita anche una mostra fotografica e il mercato dell’artigianato.

Inoltre il turista può imparare a suonare e cantare partecipando a corsi di canto e tamburo tradizionale, in cui gli insegnanti mostrano le diverse tecniche e variazioni nate nel corso dei decenni sulla struttura di base della Ballarella e del vicino Salterello.

Al termine delle esperienze, i musicisti suonano i loro strumenti per far ballare e divertire quanti vogliono partecipare, mentre il fortunato visitatore può assaggiare i piatti tipici del luogo ascoltando le sonorità ciociare.

Negli stand gastronomici si gusta la birra artigianale e i piatti tipici come gli gnocchetti o le fettuccine al cabernet, guanciale, salsicce e broccoletti. Nel mercato dell’artigianato si trovano invece lavorazioni all’uncinetto, strumenti musicali, ceramiche, riciclo creativo e la lavorazione della carta pesta.

Nelle prime edizioni del festival si sono esibiti con concerti e corsi di musica e danza alcuni eccellenti musicisti e ballerine locali che spiccano nella musica italiana come I Bifolk di Veroli, Eduardo Vessella, Ambrogio Sparagna e Benedetto Vecchio dei MBL, Giuliano Gabriele con la sua band, Antonio Petronio EtnoProject,  Loredana Terrezza, Oriana Iannetta, Valentina Ferraiuolo, la BandAcornice con l’associazione del Piccolo Laboratorio Popolare, gli Hernicantus, il Saltarello amatriciano di Alessandro Calabrese, la Piccola orchestra popolare Canto D’Inizio, il Coro dell’Università Popolare Antica Terra di Lavoro e molti altri.

Un evento da non perdere per scoprire le tradizioni musicali della meravigliosa terra intorno ad Arce e l’occasione per visitare il Parco Archeologico di Fregellae, la Riserva naturale Antiche Città di Fregellae, Fabrateria Nova e del Lago di San Giovanni Incarico, i musei delle vicine Pofi e Ceprano per immergersi in questo angolo di Ciociaria.

Per maggior informazioni:
https://www.facebook.com/FestaBallarella
 

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Cardinale Scipione Borghese: tra nepotismo e collezionismo sfrenato

Il cardinale Scipione Borghese ebbe una passione collezionistica sfrenata, al punto che si può dire che con lui nacque il concetto di collezionista e terminò il concetto di mecenate.
Fino alla fine del Settecento nessuno superò la sua collezione in quantità e qualità. Scipione Borghese non fu un intellettuale, come molti collezionisti del suo tempo, ma il maggiore promotore di artisti assoluti come Bernini e Caravaggio e un raccoglitore incontenibile di capolavori che comprendevano anche Raffaello, Tiziano e molti classici romani.
Aveva un occhio formidabile ed era pronto a tutto per ottenere ciò che voleva, completamente senza scrupoli. Come quando si fece arrivare dalla chiesa di San Francesco di Perugia una Deposizione di Raffaello grazie ad un atto ‘Motu Proprio’ con cui il papa la confiscò ai precedenti proprietari a cui diede in cambio due buone copie di dipinti.
Oppure Scipione Borghese, sempre con atto papale, fece confiscare al Cavalier d’Arpino 105 opere, fra cui alcune del suo allievo Caravaggio, perché questi non aveva pagato abbastanza tasse al papato.
Scipione era nato ad Artena nel 1576 da Francesco Caffarelli e da Ortensia Borghese, sorella di papa Paolo V e studiò filosofia nel Collegio Romano e Diritto all’Università di Perugia. Prese il cognome materno proprio dopo l’arrivo al pontificato di suo zio che nel 1605, poco dopo la sua elezione, lo fece diventare ‘cardinal nepote’, un titolo che sarà abolito nel 1692.
Nella vita privata Scipione creò veri e propri scandali e fu più volte descritto come inclinato verso il proprio sesso. Un evento ebbe molta risonanza sia a livello privato che pubblico quando Scipione nel 1605, appena nominato Cardinale, volle chiamare con sé a Roma Stefano Pignatelli suo “intimo” amico conosciuto all’università.
Lo scandalo fu tale che Il cardinale Scipione Borghese cadde malato e guarì soltanto con l’arrivo a Roma di Stefano Pignatelli. Il papa-zio capì fece indossare l'abito sacerdotale a Pignatelli e lo portò fino a farlo diventare cardinale. Proprio in occasione di tale nomina fu scritta una feroce pasquinata, un tipo di satira molto diffusa a Roma che prende il nome da una statua a Trastevere.
Ma Scipione Borghese era un grande e destinato a ricoprire le funzioni importanti come il controllo della Segreteria di stato. Il Cardinale Borghese tentò in tutti i modi di rafforzare la posizione della sua famiglia nell’ambito dell’alta aristocrazia romana, cercando di scalzare la vecchia egemonia dei Colonna e degli Orsini.
Non riuscì, nonostante la pratica nepotistica, a beneficiare dell’assegnazione di un feudo ma con i benefici e le rendite degli Uffici amministrativi si comprò i possedimenti di Montefortino (oggi Artena) e Olevano Romano da Francesco Colonna, e numerose altre proprietà dell’Agro romano. Il ‘cardinal nepote’ riuscì a concentrare nelle sue mani la supremazia sugli altri nuclei aristocratici.
Lo stile di vita del cardinale Scipione Borghese si avvicinò a quello di un principe: «quello che possiede la casa Borghese non solo supera le condizioni di signori e principi privati, ma s’uguaglia e s’avanza a quelle dei medesimi re».
Alla morte di papa Paolo V, il casato dei Borghese rappresentava la dinastia familiare più ricca e più potente che mai ci fosse stata in Roma. Il Cardinale Borghese, era stato capace di assicurarsi fedeli amici e fu capace di conservare molti seguaci all'interno del Sacro Collegio.
Negli ultimi anni il Cardinale proseguì con passione crescente l’opera di mecenate e collezionista.
«Da lungo tempo, Roma non aveva visto un mecenate di così fine intelligenza e di tanta liberalità come questo Nepote. Appassionato in egual misura della musica e delle arti del disegno, egli fece raccolta con gusto finissimo e instancabilmente in tutta Italia di opere di arte che gli affluivano da tutte le parti, sia come doni, sia come acquisti.»
L’opera cui rimane legata la sua fama è costituita dalla celebre e grandiosa Villa Borghese (con annesso il fabbricato del casino e il parco comprendente un perimetro di tre miglia), tra porta Flaminia e porta Pinciana, eretta fra il 1613 e il 1621. All’interno del parco, l’edificio principale è ancora la Galleria Borghese costruita proprio per ospitare la sua collezione d’arte che, anche se in parte dispersa dai suoi eredi nel corso dei secoli, è ancora uno dei maggiori musei d’arte classica di Roma.
Scipione Borghese morì a Roma il 2 ottobre 1633 e fu sepolto nella cappella Borghese in Santa Maria Maggiore.
Nel 1901 Villa Borghese fu acquistata dallo Stato italiano che la donò al comune di Roma che la ha trasformata in uno dei parchi pubblici più belli degno di una capitale del mondo. Nel suo parco si tengono manifestazioni internazionali come il famoso Concorso Equestre di Piazza di Siena.
Una nota: nel 1803 Camillo Borghese, uno dei discendenti, sposò Paolina Bonaparte la sorella di Napoleone a cui fece fare un celebre ritratto con una scultura di Canova. Napoleone si fece mandare 344 pezzi dalla Collezione Borghese ma Camillo, che forse aveva ereditato la passione di famiglia per l’arte, arricchì la Galleria Borghese di molte altre opere d’arte che ancora oggi possiamo ammirare.
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Atina Jazz Festival, dove musica e storia si fondono

Atina Jazz Festival nasce nel 1986 e negli anni si è affermato come uno dei più prestigiosi festival in Italia. Porta ogni estate nella piazza del centro storico di Atina, nei palazzi storici e negli affascinanti scenari della Valle di Comino i migliori jazzisti del mondo.
Oltre al palco principale, dal 2004 il festival si è aperto a tutto il territorio scegliendo per le esibizioni luoghi dalla bellezza naturalistica e paesaggistica che sono parte integrante delle emozioni che gli artisti offrono al pubblico. Dopo l’edizione del 2009, in cui il paese di Atina superò le 15000 presenze, è nata anche la versione invernale del festival.
Atina Jazz abbraccia tutti i generi musicali ed è diventato negli anni un festival “totale”. Accanto alle novità e avanguardie del panorama jazz italiano e straniero, propone anche concerti di musica popolare, cantautorato italiano, fado portoghese e blues.
Dal 2014 la direzione artistica passa al noto personaggio del panorama musicale Antonio Pascuzzo, che crea il progetto “Do Ut Jazz”, una formula vincente per favorire le attività e invogliare la gente a partecipare. Infatti, le persone che una sera del festival ceneranno in un ristorante o alloggeranno in un hotel che aderisce al progetto, otterranno i biglietti dei concerti in omaggio.
Chi andrà a mangiare in un ristorante di Atina potrà alzarsi da tavola 5 minuti prima e raggiungere il concerto dove lo staff conserverà gratuitamente il suo posto a sedere. L’idea è proprio quella di avvicinare ragazzi, famiglie e tutti al jazz.
Grazie a questa originale direzione artistica la manifestazione ha ottenuto il riconoscimento del prestigioso premio nazionale MEI (Meeting Etichette Indipendenti) e l’attenzione della stampa nazionale.
Il progetto Do Ut Jazz valorizza la musica e le persone, permettendo di partecipare gratuitamente a tutti i concerti ed eventi del festival. Nel programma della versione invernale del festival ci sono anche mostre, proiezione di documentari, presentazione di libri, una notte bianca con cover band e dj-set, un concorso fotografico, una gita turistica alla scoperta di un luogo suggestivo della Val di Comino, degustazione di prodotti tipici (come i vini Atina Doc e il gustoso formaggio Pecorino Dop di Picinisco), giochi musicali con interessanti iniziative per bambini.
Questa manifestazione, fin dalla sua nascita, ha portato ad Atina grandi nomi della musica, come: Michel Petrucciani, Chick Corea, John Scofield, Goran Bregovic, Mike Stern, John Patitucci, Tito Puente, Gilberto Gil, Stefano Bollani, Dave Holland, Peter Erskine, Ron Carter, Angelo Debarre, Dee Dee Bridgewater e molti altri.
Nel corso degli anni le programmazioni musicali sono state curate in collaborazione con le case discografiche più importanti del mondo, tra cui ECM, Jando Music e Cam Jazz.
Atina Jazz vanta gemellaggi con college di musica stranieri e prestigiosi rapporti con il Saint Louis College Of Music di Roma, L’European Jazz Expo di Cagliari, l’Università degli studi di Cassino, il Conservatorio Licinio Refice di Frosinone e collaborazioni con Radio1 Rai. Per questo Atina Jazz si conferma uno dei festival jazz più importanti d’Italia.
Atina Jazz Festival, inoltre, è una realtà premiata come secondo miglior festival dalla rivista di settore Jazzit, conta oltre 30 edizioni senza interruzioni ed è un evento molto atteso in tutto il centro-sud Italia. Tante le sorprese, molta l’attesa, crescente il successo.
E come diceva il fondatore Vittorio Fortuna:”Per fortuna c’è il Jazz!”.

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San Pancrazio: da Roma a Londra passando in Germania e Terra Santa

Il 12 maggio si festeggia San Pancrazio, il protettore dei Giovani di Azione Cattolica e il co-protettore dei Cavalieri Teutonici, un antico ordine monastico-militare e ospedaliero nato in Terrasanta ai tempi della terza Crociata per assistere i pellegrini dalla Germania. Il loro nome per esteso è infatti Ordine dei Fratelli della Casa Ospitaliera di Santa Maria dei Teutonici in Gerusalemme.

A Londra la Stazione di St Pancras prende il nome dalla antica Chiesa di San Pancrazio, uno dei primi luoghi di culto cristiani dell’isola di Albione fondato da Sant’Agostino di Canterbury.

A Roma sul luogo del suo sepolcro è stata costruita la Basilica di San Pancrazio da Papa Simmaco ed è il patrono di 29 comuni fra cui Albano Laziale il cui santuario è meta ancora oggi di molti pellegrinaggi.

Ma quale è la storia di un Santo diventato così famoso? 

In realtà San Pancrazio è morto ancora adolescente sotto le persecuzioni di Diocleziano e non ha fatto in tempo a compiere in vita atti miracolosi a parte il modo eroico in cui si è fatto immolare per la fede cristiana.

Pancrazio era nato nel 289 in Asia Minore da genitori ricchi che morirono presto, la madre di parto e il padre quando era ancora un bambino di 8 anni. Con un suo zio arrivò a Roma dove entrò in contatto con la religione cristiana ed entrambi si fecero battezzare.

In quel tempo l’imperatore Diocleziano aveva iniziato a temere gli adepti di questa religione che non riconoscevano la supremazia dell’imperatore. Infatti i Romani erano noti per aver accolto molti altri culti religiosi a cui avevano posto una sola condizione: riconoscere la divinità dell’Imperatore.

I cristiani erano differenti e consideravano l’imperatore un uomo come tutti gli altri e dal 303 Diocleziano iniziò una persecuzione in tutte le terre dell’impero che portò a sterminare circa 15.000 cristiani.

Ci sono molte leggende su San Pancrazio che spesso viene raffigurato in abiti militari, forse perché si supponeva che tutti i ragazzi di Roma abbracciassero la carriera militare o forse per il suo nome, che in greco vuol dire lottatore. Non sappiamo molto.

Per certo dicono che quando fu portato davanti all’imperatore Diocleziano, questi non riuscì a capacitarsi di come un adolescente così bello si fosse infatuato così tanto del Dio Cristiano da preferire la morte ad una vita a corte.

Così il 12 maggio del 304, Pancrazio fu portato al secondo miglio della Via Aurelia dove al tramonto venne decapitato. Aveva soli 14 anni. Subito dopo la morte la matrona romana Ottavilla raccolse il corpo e la testa e li seppellì in una catacomba scrivendo “Hic decollatus fuit Sanctus Pancratius” (qui fu decapitato San Pancrazio).

Per qualche anno le storie dei martiri andarono nel dimenticatoio ma stranamente le cronache ci dicono che già nel V secolo la tomba era meta di molti pellegrinaggi al punto che papa Simmaco (498-524) decise di costruire una basilica nel luogo dove era sepolto ed oggi l’altare si trova proprio sopra il sepolcro.

Il culto era così sentito a Roma che Porta Aurelia lungo le mura Aureliane cambiò nome in Porta San Pancrazio.

Una curiosità: San Pancrazio rientra tra i ‘Santi di Ghiaccio’ ossia i santi dell’ultimo freddo celebrati tra l’11 e il 14 maggio. In questi giorni di maggio, infatti, si possono verificare abbassamenti di temperatura soprattutto in Europa centro-settentrionale e ci sono molti proverbi a tal riguardo e questi eventi climatici furono studiati anche da Galileo Galilei.

Comunque gli allevatori inglesi non tosano le pecore e i contadini francesi aspettano questi giorni prima di seminare il raccolto.

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Da qui non si vedono le stelle: la curiosa storia dell'Osservatorio di Monte Porzio Catone

Dall'Osservatorio di Monte Porzio Catone non è possibile fare la cosa più semplice e naturale: osservare il cielo.

Eppure è la sede dell'Osservatorio di Roma dell'Istituto Nazionale di Astrofisica.

L'osservatorio non ha un telescopio. La grande cupola di metallo che sovrasta la struttura, costruita sul Monte Tuscolo, non può esser sede di attività osservativa poiché abbagliata dalle luci di Roma. Da qui non si osserva il cielo. La cupola, adesso sede della Biblioteca dell'Osservatorio, è utilizzata per la raccolta e l'elaborazione dei dati provenienti di tutto il mondo.

Eppure, proprio questa sarebbe dovuta essere la sede ospitante del telescopio più grande d'Europa e del Mondo.

Molti si chiederanno il perché di una simile insensatezza. Nessuno però è mai riuscito a dare una risposta esaustiva. Solo un passo indietro potrebbe aiutarci a capire meglio.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Hitler e Mussolini, vollero farsi dei “regali”. Dopo anni di corteggiamento, Mussolini decise di regalare al Fuhrer il Discobolo “Lancellotti” (simbolo di purezza della razza). Il duce, in cambio, avrebbe ricevuto un Rifrattore Zeiss da 65 cm.

In realtà era Hitler a desiderare a tal punto la scultura che doveva diventare il simbolo delle Olimpiadi di Berlino a corteggiare Mussolini per averla. E siccome per legge non si poteva vendere un’opera d’arte, fu stabilito di mandarla in Germania in cambio della costruzione di un grande osservatorio astronomico.

Come la storia ci insegna, i rapporti tra Italia e Germania degenerarono. La caduta di Mussolini prima, l'armistizio dell'8 settembre '43 poi, fecero perdere ogni notizia circa il telescopio. Da quel momento, l'Italia venne considerata “traditrice” e non degna quindi di aver accesso alla cultura, per cui i tedeschi smontarono la cupola e il telescopio e lo riportarono in Germania.

Solo alla fine della Guerra l'Italia recuperò il Discobolo, ma non ricevette indietro il rifrattore. Il “telescopio di Mussolini”, finì in mano russa, dopo che l'URSS prese tutti i telescopi tedeschi come risarcimento per la distruzione del materiale astronomico da parte dei nazisti durante le varie razzie in terra russa. Il rifrattore da 65 cm che un tempo era a Monteporzio, oggi si trova a Polkovo ed è ancora utilizzato dai fisici russi per gli studi su asteroidi e comete.

A molti anni di distanza, ancora oggi ci si chiede come mai si decise di costruire un punto di osservazione a Monte Porzio Catone in un luogo non adatto ed il perché della scelta di uno strumento, il rifrattore appunto, ormai ritenuto superato.

L'allora direttore dell'Osservatorio, il Dott. Bianchi, in un'intervista spiegò che si decise di assecondare i due leader nello scambio, per poi trasferire il telescopio in sedi più opportune (si pensò inizialmente alla base di Campo Imperatore).

Gli studiosi italiani, che detenevano il potere accademico ad inizio secolo, erano molto più abili nelle scienze matematiche che in quelle fisiche. E' forse questo è il motivo per il quale si decise di optare per un rifrattore (più adatto ai calcoli di astronomia posizionale), e non per un riflettore.

L'osservatorio di Roma, privato dello strumento che avrebbe dovuto cambiare le sorti dell'astrofisica italiana, prese la decisione di cambiare rotta e prendere la strada che lo avrebbe portato così ad essere una delle istituzioni di punta dell'astrofisica mondiale (sia a livello di studi teorici che di ricerche osservative).

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Il ricordo di San Benedetto da Norcia è affidato al ritratto fatto da San Gregorio Magno nel II libro dei suoi Dialoghi: “Scrivere la vita di un santo significava narrarne i miracoli per celebrarne le virtù. Tale fu la sua grandezza da venir considerato rifugio nel tempo del grande buio”.

Benedetto da Norcia visse in una delle epoche più travagliate della storia d’Italia: quella delle guerre gotiche tra Goti e Bizantini che, con alterne vicende, insanguinarono la nostra penisola tra la morte di Teodorico (526) e l’invasione dei Longobardi (568).

Carestie, massacri, deportazioni. E alla contrapposizione delle razze si aggiungeva quella delle religioni, in quanto il cattolicesimo dei Romani non era condiviso dai barbari, ariani.

Benedetto nacque a Norcia intorno al 480, appena dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e da adolescente fu mandato a Roma a compiere i suoi studi. L'impatto con la vita dissoluta della capitale lo spinse ad abbandonare gli studi umanistici per timore di essere coinvolto nel degrado L'abbandono degli studi coincise con la nascita della sua vocazione religiosa.

A 17 anni, insieme con la sua nutrice, si ritirò nella Valle dell'Aniene ad Enfide, l'attuale Affile, dove compì il primo miracolo. San Benedetto scelse proprio la Valle dell’Aniene per ritirarsi nella sua solitudine in una grotta nei pressi di Subiaco.

Il giovane eremita non rimase però a lungo nascosto e ben presto la sua fama di santità attrasse numerosi discepoli. Fu richiesto come abate da una comunità di monaci che si trovava nelle vicinanze, a Vicovaro. L'esperienza fu negativa e fu costretto a tornare nella sua grotta di Subiaco, attorno alla quale organizzò una colonia monastica. L’invidia di un prete del luogo lo indusse ad abbandonare anche Subiaco.

Benedetto da Norcia si diresse, nel 529, verso Cassino e non tornò mai indietro.

La trasformazione del luogo ebbe del miracoloso. L’abbazia di Montecassino è diventata la madre di tutte le abbazie d’Europa che si ispirano a Benedetto da Norcia. Un monastero con uomini in sintonia con lui, che rendono di nuovo vivibili quelle terre abbandonate dopo la caduta dell’impero romano.

Di anno in anno, ecco di nuovo campi, frutteti, orti, il laboratorio. Qui si comincia a rinnovare il mondo: qui diventano uguali e fratelli “latini” e “barbari”, ex pagani ed ex ariani, antichi schiavi e antichi padroni di schiavi. Il suo monachesimo non fugge il mondo. Serve Dio e il mondo nella preghiera e nel lavoro.

Una vera e propria rivoluzione. Con Benedetto da Norcia finisce il concetto di monachesimo-rifugio e incominciava quello di monachesimo-azione, secondo il motto "ora et labora" (prega e lavora). La Regola (del 540) stabilisce inoltre che ciascuna comunità monastica debba essere diretta da un abate, di padre amoroso e di guida spirituale.

Benedetto da Norcia morì a Montecassino il 21 marzo 547, quaranta giorni circa dopo la scomparsa di sua sorella gemella Scolastica. Secondo il racconto di San Gregorio Magno, spirò in piedi, sostenuto dai suoi discepoli, dopo aver ricevuto la comunione e con le braccia sollevate in preghiera.

Le diverse comunità benedettine ricordano la ricorrenza della morte del loro fondatore il 21 marzo, mentre la Chiesa romana ne celebra ufficialmente la festa l'11 luglio, papa Paolo VI ha proclamato San Benedetto da Norcia patrono d'Europa il 24 ottobre 1964.

Oggi molti pellegrini percorrono ancora il cammino di San Benedetto che parte da Norcia, in Umbria, e arriva a Montecassino attraversando i borghi di Cascia, Monteleone di Spoleto, Leonessa, Poggio Bustone, Rieti, Rocca Sinibalda, Castel di Tora, Orvinio, Mandela, Vicovaro, Subiaco, Trevi nel Lazio, Collepardo, Casamari (Veroli), Arpino e Roccasecca.

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