Vitorchiano immersa nel peperino

Il nome di Vitorchiano è legato in modo viscerale con il peperino e il suo profilo si confonde con il paesaggio circostante e con questa roccia. La città è adagiata su un banco di peperino, fratturato in enormi massi, con pendii ripidi a strapiombo contornato da due fossi che confluiscono sul fiume Vezza.

Ancora oggi la sua economia si basa sulla estrazione della pietra che viene esportata in Canada, Giappone e Medio Oriente. Ma tutto è iniziato con gli Etruschi la cui architettura è indissolubilmente connessa all’uso del peperino nelle costruzioni o nelle incredibili necropoli scavate proprio nel peperino. I sarcofagi più belli sono tutti in peperino e il famoso teatro di Ferento è in questa pietra.

Il peperino è una roccia magmatica, ossia viene direttamente dal cuore dei vulcani, e quella del viterbese viene dal vulcano Cimino tra 200.000 e 20.000 anni fa. Il suo colore varia in funziona del tipo di vulcano: dal grigio della zona dei Castelli Romani a giallo del viterbese, presente anche una variante rosa molto pregevole.

In ogni caso, il nome latino ‘peperinus’ - ‘pepe’ sottolinea i puntini neri della roccia che appare come un insieme di piccole macchie di diverse gradazioni e colori.

La sua durezza, ma anche la morbidezza dei suoi colori, la ha resa adatta sia come roccia da costruzione che come roccia per sculture e per creare cornici, marcapiani o camini. Vitorchiano è un esempio perfetto di uso di questa pietra nell’architettura della città e dei suoi monumenti.

A Vitorchiano il peperino ha anche dato origine a contesti di arte e natura come quella del Parco del Pietreto in cui grandi alcuni massi espulsi dal vulcano sono all’interno del bosco e nel passato sono stati scolpiti per essere abitazioni, altari, ripari e forme artistiche di vario genere.

Per non parlare poi del fascinoso Parco dei Mostri di Bomarzo, famoso in tutto il mondo, realizzato nel ‘500 da Vicino Orsini: tutti le statue grottesche e le costruzioni misteriose sono in peperino. Ma anche tutta Viterbo con il superbo Palazzo dei Papi e la intrigante Villa Lante sono in peperino.

Gli antichi romani conoscevano molto bene questo materiale e lo chiamavano lapis albanus, poiché usavano soprattutto quello proveniente dalla zona di Albano Laziale e dei castelli romani. Sono da menzionare monumenti romani come le Carceri Mamertine, la Cloaca Maxima e le costruzioni più celebrative sul Campidoglio. Secondo una leggenda, l’imperatore Nerone inviò degli schiavi orientali a lavorare su una cava di Marino per averne più in abbondanza.

Ma ancora più sorprendente è il legame fra Vitorchiano e l’isola di Pasqua creato proprio grazie al peperino. Entrando nel belvedere del paese si resta colpiti da una vera statua Moai come quelle che si vedono nella famosa isola del Pacifico.

Grazie a un progetto di un canale televisivo, un gruppo di abitanti dell’isola di Pasqua ha costruito questo monolite identico in tutto e per tutto a quelli nella più esotica isola. Da notare che la scultura non può essere spostato per alcuna ragione secondo la tradizione, altrimenti una maledizione potrebbe abbattersi sulla città e i suoi abitanti.

powered by social2s
La festa delle orchidee di Monte Porzio Catone segna la primavera

Una festa dedicata alle orchidee dal 12 Aprile al 14 Aprile, tre giornate da non perdere! Siamo nel centro di Monte Porzio, uno dei borghi dei Castelli Romani, e le strade si riempiono di colori e di sole per gli ‘orchidofili’ – gli appassionati di questi fiori.

Quale migliore occasione di festeggiare l’arrivo della primavera e partecipare ad una spettacolare mostra internazionale di orchidee provenienti da tutto il mondo?

Il percorso inizia attraversando l’antica porta di ingresso al paese inglobata nell’elegante palazzo Borghese e si snoda per le strade del centro storico. Le vecchie cantine e i locali storici vengono aperti e completamente rivestiti da manti di fiori colorati.

Espositori da tutto il mondo, Italia, Francia Germania, Olanda, Equador, Malesia, che espongono esemplari unici e di una bellezza rara. Collezionisti di questi fiori e appassionati si ritrovano per scegliere il loro fiore preferito.

La storia dell’orchidea è particolare e questo fiore è diffuso su tutto il pianeta grazie ad una sua incredibile resistenza, anche se la maggior parte dei fiori si trovano nelle zone tropicali dove cresce sui tronchi degli alberi. Infatti questo fiore è in grado di avere radici aeree capaci di assorbire acqua dall’ambiente.

L’oscurità delle foreste tropicali è sorprendentemente accesa da questi fiori.

il nome “orchidea “appare per la prima volta in un trattato di botanica farmaceutica scritto da Teofrasto che visse tra il VI e V secolo a. C.

Il primo trattato sulla coltivazione delle orchidee è stato scritto nel XI secolo e pubblicato in Cina. I cinesi amano tantissimo questo fiore lo usano per festeggiare la primavera e per allontanare le influenze negative e lottare contro la sterilità.

Questo anche per la particolare forma del fiore che ricorda gli organi riproduttivi maschili. Non a caso una delle infezioni maschili prende proprio il nome di orchite. L’orchidea è un fiore bello, delicato e raffinato, che non ha distinzione tra il calice e la corolla e per questo si dice che sia formato da 6 tepali: 3 petali e 3 sepali (foglie modificate).

Nel XVI secolo arriva in Europa la prima specie tropicale di orchidea dalle Indie grazie ad un sacerdote gesuita mentre la passione per questo fiore esplode grazie a Charles Darwin che ne studia le specie e le tecniche di riproduzione.

La loro storia e la loro bellezza la rendono ancora più speciale e le orchidee assumono anche un grande valore simbolico: in Cina rappresentano la purezza dei bambini, da noi vengono regalate per sottolineare un sentimento forte o per un augurio speciale.

Le orchidee sono legate anche ad una credenza Cristiana e vengono utilizzate nel periodo Pasquale per decorare gli altari: si narra che le macchie presenti su alcune specie di fiori rappresentino il sangue di Gesù.

La fioritura dell’orchidea selvatica nel territorio del parco dei Castelli Romani segna ancora più forte il legame con questa grande occasione che ci offre Monte Porzio Catone: un viaggio a chilometri zero nel fantastico mondo delle orchidee.

Monte Porzio Catone

E’ l’ultimo dei paesi del Parco dei Castelli Romani ed è forse il più curioso per la storia della guerra contro l’Austria dichiarata in modo autonomo durante il primo conflitto mondiale, facendo fede ad un forte spirito patriottico, e una pace mai firmata.

Il territorio di Monte Porzio è costellato dalle ville tuscolane più belle è importanti della nobiltà romana: Villa Parisi, Villa Mondragone residenza di Papa Gregorio XII, Villa Lucidi, Villa Angelina.

Ma la sua storia è molto più antica e le rovine Tuscolo con la sua area archeologica sono il posto più interessante e attrattivo di tutta l’area, meta di turisti che amano archeologia e natura.

Al periodo romano risale anche il Barco Borghese, un’immensa spianata artificiale realizzata su circa 180 vani sotterranei con volte in calcestruzzo, che nascondono forse i resti di una antica villa e dove è facile riconoscere cisterne e magazzini.

E' conosciuta dagli astroturisti: Monte Porzio ospita l’Osservatorio Astronomico con il centro culturale e didattico. Pochi sanno che il centro era stato costruito con un accordo fra Hitler e Mussolini: Hitler voleva la statua del discobolo che si trovava al museo romano e in cambio propose la costruzione di un grandissimo osservatorio attrezzato.

Queste e altre storie si respirano passeggiando per Monte Porzio, specialmente nelle sue feste, e gustando la cucina romana e i suoi vini Frascati DOC.
 

powered by social2s
L'hockey su prato dove non lo avete mai visto

Forse non tutti sanno che il secondo sport di squadra più rappresentato nelle manifestazioni Olimpiche, dopo il calcio, è l'hockey su prato.

L'hockey su prato, sport dalle regole simili a quelle del calcio, è generalmente giocato su campi rettangolari di erba sintetica o naturale. Pur essendo uno sport all'aperto, per ovviare alle avverse condizioni climatiche invernali, è stata introdotta la variante INDOOR, con la differenza di avere squadre da 6 e non da 11 giocatori.

Il gioco prevede due formazioni di 11 giocatori con bastoni ricurvi in legno o materiali compositi che si fronteggiano con l'obiettivo di mandare una palla di piccole dimensioni nella porta avversaria, difesa da un portiere.

Le origini di questo sport sono antichissime. Impossibile però stabilire chi sia stata la prima popolazione a praticare questo sport. Tracce di giochi con un bastone sono state trovate presso i Persiani (che avrebbero adattato una vecchia disciplina Giapponese) ed i Greci, civiltà che lo consideravano (e viene ancora visto come tale) “sport nobile”, nel quale le doti morali e comportamentali erano sinonimo di gentilezza e nobiltà d'animo.

È grazie all'Impero Britannico che tale disciplina venne regolamentata e codificata, così come avvenne per il calcio ed il rugby. Tra il 1865 ed il 1878, l'hockey su prato inizia a diffondersi prima nelle colonie Britanniche, poi in Olanda e Germania. Nazionali incontrastate per anni sono state l'India e il Pakistan. Dopo il cambio di attrezzatura, bastoni e palle più leggere, è venuta affermandosi la nazionale Australiana, tuttora detentrice del titolo mondiale.

Nonostante l'hockey su prato sia stato introdotto in Italia poco prima delle Olimpiadi di Berlino del 1936, lo sport non risulta esser particolarmente diffuso nel Bel Paese, se non in Sardegna, Piemonte e Liguria. Sin dagli inizi, è attiva una Federazione, diventata autonoma nel 1978 e conosciuta, dal 1984 con il nome di FIH - Federazione Italiana Hockey.

L'hockey su prato a San Vito Romano 

L'Hockey su prato viene introdotto a San Vito Romano nel 1967. All'epoca, il piccolo borgo dei Monti Prenestini, era una nota stazione turistica di villeggiatura. Fu proprio grazie a due “villeggianti” che Massimo Testa, giovane Sanvitese, decise di intraprendere un'avventura insolita. Nacque così il CHL - Club Hockey Libero San Vito.

L'approccio a questo “nuovo” sport non fu dei più semplici. Bisogna attendere il 1982 per vedere la compagine Sanvitese raggiungere il primo successo in campionato.

Il Club Hockey Libero San Vito ha vissuto nel corso della sua storia alti (promozione nel 1982 nell’allora serie “B”) e bassi (vicende negative hanno portato la società al limite dello scioglimento), ma è stato sempre sostenuto dall’entusiasmo e dalla passione per uno sport che non viene di certo considerato minore.

Dopo un'importante riorganizzazione societaria, dal 2006 la società ha saputo rialzarsi e rimboccarsi le maniche. È del 2008 la storica promozione in A2, persa nel 2010 e riconquistata due anni dopo con un eccezionale secondo posto.

Fiore all'occhiello della società sono sicuramente le squadre giovanili, maschile e femminile, che hanno raggiunto le fasi finali dei rispettivi campionati e ben 3 Scudetti. In questo clima rinnovato, ragazzi di ogni età crescono uniti e consapevoli dell’importanza che ognuno ha in un gioco di squadra.

L’hockey si conferma come sport che educa all’impegno e al sacrificio senza negare il divertimento.

powered by social2s
Imperatore Traiano Optimus Princeps, l’imperatore della grande Roma

''Optimus Princeps'': così gli antichi descrivono Marco Ulpio Traiano, imperatore romano dal 98 al 117 DC sotto il cui regno Roma ha avuto la sua massima espansione fino alla Persia e al Mar Rosso.
Ispanico, Traiano è stato il primo imperatore di origine provinciale e veniva da un paese vicino Siviglia in Andalusia. E’ stato eletto dopo la morte di Nerva che lo aveva adottato in punto di morte infatti in quel tempo era l’imperatore che sceglieva il suo successore a prescindere dai legami familiari. Traiano fa infatti parte del gruppo chiamato ‘imperatori adottivi’ che comprende anche Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio e Commodo.
E’ universalmente noto per lo scontro contro i Daci, una popolazione che occupava una zona fra l’attuale Romania, Ungheria e Bulgaria la cui battaglia è raccontata nei rilievi della celebre colonna Traiana. Questa era stata eretta nel 113 e ancora oggi si trova nel Foro di Traiano, costruito per volere dell'imperatore dal celebre architetto Apollodoro di Damasco, insieme ai famosi mercati traianei (che dominano lo scenario spettacolare dei Fori Imperiali) e alle terme.
La colonna è un capolavoro assoluto, è alta 30 metri e sulla sommità aveva una statua dell’imperatore, poi sostituita da una di San Pietro, e alla base si trovava l’urna cineraria dello stesso Traiano. La colonna ha un fregio di 200 metri che è come un libro di storia e inizialmente era tutto colorato. Si arriva sulla sommità con una scala interna.
Traiano è rimasto nella storia anche per molte grandi infrastrutture come il porto esagonale di Fiumicino (Guida di Fiumicino) con una banchina di oltre 2 km, il porto di Ancona e la sistemazione di ponti e strade come la via Appia e la bonifica della palude pontina. Ha realizzato grandi acquedotti sia Roma, come quello che parte dal lago di Bracciano (Guida di Bracciano), che in Spagna.
Una sua villa di campagna si trova ad Arcinazzo Romano (Guida di Arcinazzo) sui Monti Simbruini dove si possono ammirare alcuni particolari fregi architettonici.
È sorprendente notare come Traiano fu l'unico imperatore sul quale le fonti antiche non accennino ad alcun fatto negativo. Ha iniziato la sua carriera dai ranghi bassi dell’esercito ed è stato ammirato per il rispetto mostrato nei confronti delle tradizioni romane e del Senato, per il suo senso della giustizia, le sue virtù e la sua clemenza.
Quando fu nominato imperatore aspettò di completare il lavoro di sistemazione dei confini dell’impero ed entrò trionfante a Roma solo due anni dopo l’elezione.
Scrisse di lui Cassio Dione: “Non era invidioso, né fece assassinare alcuno, ma onorò ed esaltò tutti gli uomini buoni, senza eccezione e per questo non temette, né odiò alcuno...Amava entrare nelle case dei provati cittadini, magari senza scorta, e ivi gioire della visita”.
Sotto il suo impero anche la cultura ha avuto un momento importante grazie alla creazione di nuove scuole e biblioteche e il supporto a grandi letterati, come Plinio il Giovane e il poeta satirico Giovenale, che descrive la situazione a Roma in quegli anni. Una città in forte crescita che doveva bilanciare situazioni di lusso con situazioni di degrado.
Anche per questo fra le opere ci sono la realizzazione di grandi terme e l’ampliamento del Circo Massimo dove il popolo poteva distrarsi e svagarsi.
Ebbe una sola moglie, Pompea Plotina e non si sa se avessero figli, una donna dall'aspetto austero, che gli è stata fedele e che ricopriva il titolo di Augusta insieme alla sorella dell'imperatore.
Sebbene le fonti siano poche, la fama di Traiano durò nel tempo tanto che, secoli dopo, Dante Alighieri lo colloca addirittura in Paradiso, tra gli spiriti giusti.
 
powered by social2s
La bella vita attorno al Lago di Nemi e alle sue bellezze

Una domenica diversa a Nemi e il suo affascinante lago nascosti all’interno del Parco dei Castelli Romani, una piccola oasi di pace a due passi dalla capitale.

Questo borgo incantato è uno di quei posti in cui le lancette del tempo sembrano essersi fermate. Così sopra le acque limpide del lago circondato dalla natura del bosco sacro della dea Diana, il borgo emerge su uno sperone ad una quota di 316 metri sul livello del mare.

Il lago e i suoi boschi da sempre hanno ispirato l’uomo al rispetto per la natura e al suo legame con essa. Ma la bellezza e la sacralità del posto non sono gli unici elementi a caratterizzarne la fama.

Il buon cibo e la genuinità dei prodotti locali hanno la loro rilevanza sociale e se, ad incorniciare questo piacevole quadro, spunta un buon bicchiere del rinomato vino Fragolino, accompagnato da una coppa di fragole con panna, tipiche delle coltivazioni locali, la vita attorno al lago può assumere un valore davvero inestimabile.

Vivere Nemi diventa una ‘scelta’, oltre che un ottimo investimento per ritrovare il benessere e una dimensione più umana, da soli o con tutta la famiglia.

In particolare è il microclima a farsi notare, che con le sue temperature favorisce da sempre le coltivazioni della zona. Ad incrementare l’agricoltura locale, e non da meno conto, anche la presenza di alcune fonti di acqua potabile, le quali rendono Nemi un posto ambito da vivere e da visitare.

Nel tempo, la costanza degli abitanti del posto è stata sicuramente essenziale per la storia di questo piccolo paese. Per secoli infatti, le popolazioni locali hanno raccolto le piantine delle fragole nel sottobosco e le hanno trapiantate nei poderi terrazzati delle pendici del lago, permettendo così una coltivazione rigogliosa dei frutti, e lo sviluppo di questa attività. (Questa è la ragione per cui la fragolina di bosco è il prodotto tipico di eccellenza a Nemi).

E’ stata scelta fin dall’antichità dalle maggiori famiglie romane come residenza estiva, così Nemi è divenuta il fulcro della bella vita, del buon cibo e del contatto con la natura. Oggi, viene ancora scelta per gli stessi motivi.

Gli amanti del ‘verde’ possono decidere di raggiungerla per una gita fuori porta o per una breve fuga dal caos della metropoli cittadina o per andare alla disperata ricerca di una boccata di magia in questa Nemi senza tempo.

Le sue bellezze dunque, continuano ad incantare e ad affascinare grandi e piccini, col suo buon profumo di lavanda che si sprigiona per le vie del borgo.

Nemi permette ancora di sognare a chi, troppo spesso, ha dimenticato la formula per farlo.

powered by social2s
L’orologio a sei ore di Canepina e la storia dell’ora italica o romana

L’orologio a sei ore di Canepina è sempre lì, da anni, da secoli! E nessuno più se ne accorge.

Da quando non funziona, nessuno più lo degna di uno sguardo, nessuno più lo nota! Qualcuno, pur passandogli sotto da anni, non sa neppure della sua esistenza! Eppure è lì, sopra la porta d’ingresso del Salone Del Quarto Stato, all’interno del Museo Delle Tradizioni Popolari di Canepina, un tempo, già dal 1600, Convento dei Carmelitani.

È un tondo in gesso, credo, incollato sulla parete come un rosone, al centro di esso un piccolo mascherone con le guance gonfie, la bocca semiaperta, da dove entravano, probabilmente, i collegamenti delle lancette con il meccanismo interno (lancette che non ho mai visto) e intorno dei numeri romani intervallati da segni di piccole croci.

Tutto ciò, non ha mai suscitato la curiosità di nessuno; i numeri poi, figuriamoci! Non c’è orologio al mondo in cui i numeri non esprimano le più strane fantasie!

Si è arrivati a mettere anche solo dei puntini al posto loro, tanta è l’abitudine di conoscere l’ora dalla sola posizione delle lancette. Così, anche se ogni tanto qualche sguardo lo sorvola, non ci si fa più caso, fa parte dell’arredo.

È capitato, però, che un amico, un giorno, mi ha portato lì sotto e indicandomi sopra la porta mi ha chiesto: “sai cos’è?”. “Un orologio!” ho risposto io con la naturalezza di chi lo ha sempre saputo. “No! - dice lui- è la rosa dei venti!”. Rimango un po’ perplesso. L’amico tenta di convincermi, dicendo:

“io ero presente quando hanno fatto i lavori di ristrutturazione, quando hanno rifatto anche il tetto. Dietro la parete, incassata nel muro, c’era la cassetta con il meccanismo, tutto di legno, anche le ruote dentate erano di legno ed un tubo partiva dal meccanismo ed arrivava sopra al tetto, dove, - lui dice - ci doveva essere una banderuola che segnalava la direzione dei venti”.

“Questo meccanismo ora dov’è?” gli chiedo io.

“Dovevi vederlo, era tutto tarlato, come lo hanno toccato è andato tutto in frantumi!” – mi risponde. Poi, come per volermi meglio convincere, l’amico continua: “Hai visto i numeri nel tondo? Sono solo fino a sei!”

Accidenti, non me ne ero mai accorto! E se era un orologio i numeri, almeno, dovevano essere al posto loro! Invece, al posto del dodici c’è il sei e al posto del sei c’è il tre, ma allora?

Per un momento mi metto a pensare, poi afferro un’idea e dico all’amico: “Senti vorrei darti ragione, ma ciò che non mi convince sono proprio i numeri: se fosse veramente la rosa dei venti, per quel che so, dovrebbe avere un multiplo di quattro e dunque il sei non comparirebbe mai”.

Questa mia osservazione deve aver fatto breccia nelle sue convinzioni e per un po’ siamo rimasti senza parole, poi sono stato io a rompere gli indugi dicendo: “va bene, farò una ricerca, mi documenterò e ti farò sapere”.

Incomincio la ricerca sulla rosa dei venti, visto che per natura, per struttura mentale vorrei dire, cerco sempre prima la ragione dell’altro e poi la mia. Mi accorgo subito che non è quella la strada da seguire e allora, come fanno adesso tanti, chiusi fra le mura di casa (che si mettono a scrivere delle stupidaggini su un motore di ricerca del computer per vedere cosa succede) anch’io mi sono guardato intorno, perché nessuno mi vedesse, e ho scritto su Google, “orologio a sei ore”.

Perbacco! Devo avere azzeccato le parole giuste! Perché mi si sono aperte tante di quelle pagine, che non sapevo da quale incominciare. Alla fine tutto mi si è chiarito!

Si tratta effettivamente dell’orologio a sei ore, meglio conosciuto come orologio, ore italiche – ore romane: romane perché diffuso soprattutto a Roma e nell’ambito religioso del Lazio.

La sua funzione era quella di indicare, con il suono delle campane (ecco perché il tubo che portava al tetto) le antiche ore italiche, adottate soprattutto dalla Chiesa verso la fine del XIII secolo.

Nelle ore italiche (dal 1200 al 1800) la misurazione del tempo iniziava, anziché dalla mezzanotte come ora, dall’Ave Maria della sera alla fine del crepuscolo, cioè circa mezz’ora dopo il tramonto del sole.

Al tramonto di ogni giorno iniziava il conteggio e il compimento della ventiquattresima ora avveniva al tramonto del giorno successivo, secondo un’antica tradizione biblica. Con il tramonto finiva un giorno e ne iniziava un altro, la notte apparteneva interamente al giorno successivo.

L'unica lancetta presente nell'orologio a sei ore percorre quattro giri completi per coprire le 24 ore, dunque ogni numero cambia quattro volte la sua valenza. A tale proposito vi propongo un quiz: alle attuali 22 che ora era? io dico le quattro e Voi? e le 15 che ora era?

Il modo di dire "portare il cappello sulle ventitrè" trae origine proprio dalle ore italiche: di solito si mette il cappello con la visiera inclinata sulla fronte, al tramonto, per riparare gli occhi dai raggi del sole basso sull'orizzonte, quando appunto questo orologio segna le ventitrè.

Parallelamente alle ore italiche, nel resto d’Europa le ore equinoziali venivano suddivise, come ai nostri giorni, in due gruppi di 12, facendo partire il conteggio dalla mezzanotte. In Italia questo metodo prese il nome di ora oltremontana (o Francese, o Tedesca), cioè delle genti che abitano aldilà dei monti (le Alpi).

Alla fine del 1700, nei territori italiani occupati da Napoleone Bonaparte, venne imposto l’uso dell’Ora Francese.

Lo Stato Pontificio, una volta allontanati i francesi, tentò di ripristinare l’antica misurazione del tempo, secondo le ore italiche, ma fu costretto a rinunciarvi, adottando a sua volta quello che era ormai divenuto un metodo di conteggio universale. In alcuni casi, si conservò il quadrante alla romana generando ulteriore confusione nella popolazione.

Tra i più famosi, l’orologio della torre in Piazza S. Marco a Venezia.

Dunque, si è scoperto così di avere testimonianza a Canepina dell’antico orologio a sei ore, (ore italiche o romane).

powered by social2s
La strada del vino Cesanese del Piglio DOCG

Benvenuto, sei sulla Strada del vino Cesanese!

Siamo nell’angolo più settentrionale della Ciociaria, in un paesaggio verdeggiante tra colline e monti dai profili a tratti rocciosi. Qui viene prodotto il Cesanese del Piglio, un vino dalla storia vitivinicola millenaria che dagli antichi romani è arrivata fino ai nostri giorni.

È una zona riparata dal Monte Scalambra e dalle colline di Paliano, Serrone, Anagni e Acuto. Grazie alle tradizionali tecniche di coltivazione tramandate nei secoli, affinate nell’epoca moderna e contemporanea dal progresso scientifico, il vino Cesanese del Piglio, già DOC nel ‘73, dal 2008 è l’unico vino rosso laziale ad aver ottenuto la Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG).

Il vino Cesanese del Piglio Docg è ottenuto da due vitigni autoctoni: il Cesanese d’Affile (più pregiato) e il Cesanese comune, varietà dalle origini sconosciute ma da sempre presenti nelle campagne della provincia.

La leggenda narra che fu un adolescente di Piglio a trafugare, nottetempo, tale vitigno e a impiantarlo sul territorio. La zona di produzione si estende nei territori di Piglio e Serrone, e parte del territorio di Paliano, Anagni e Acuto. I vigneti si trovano nelle campagne dei paesi succitati a circa 500 metri slm, in terreni poco scoscesi (pendenza 10%), un’area che si estende per circa 15000 ettari.

La geologia collinare dell’area di produzione, e l’esposizione a sud-ovest, permettono una buona esposizione dei filari e concorrono a determinare un ambiente arioso, luminoso e con un suolo naturalmente sgrondante dai ristagni d’acqua. Nonostante la presenza di sottosuoli calcarei, i suoli risultano poveri di ferro. Sono quindi terreni poco adatti allo sfruttamento intensivo, ma adatti a una vitivinicoltura di qualità.

I vigneti sono esposti a un clima caratterizzato da una buona temperatura media annuale, con scarse piogge estive e aridità nei mesi di luglio e agosto quando il frutto comincia a maturare. Inoltre ricevono un’ottima insolazione nei mesi di settembre e ottobre, che consente alle uve di maturare lentamente e completamente.

Il vino Cesanese del Piglio DOCG ha un colore rosso rubino con riflessi violetti. Presenta un odore intenso con sentori floreali e fruttati (bacche e drupe), un sapore morbido, secco, dal retrogusto gradevolmente amarognolo. Il Cesanese del Piglio Docg va degustato a una temperatura di 16/18 gradi. Si abbina molto bene ad agnello e carni rosse arrosto e in particolare ai piatti tipici della cucina romana.

Esistono 3 tipologie di Cesanese del Piglio DOCG: Base, Superiore e Riserva. 

La tipologia Superiore ha le stesse caratteristiche del Cesanese del Piglio base, ma presenta una gradazione alcolica minima di 13° rispetto ai 12° della versione base. Inoltre può essere messo in commercio a partire dal primo luglio dell'anno successivo alla vendemmia (febbraio per la versione base).

Se sottoposto a un periodo di invecchiamento non inferiore a 20 mesi può fregiarsi del titolo di Riserva.

Il Consorzio di Tutela del Cesanese del Piglio si occupa di valorizzare e diffondere la conoscenza di questo vitigno autoctono, che si sta affermando come tra i più interessanti e promettenti del centro Italia.

La Strada del vino Cesanese contribuisce a fornire interessanti itinerari per gli appassionati di enoturismo, che permettono di scoprire le bellezze del territorio e di degustare ottimi vini.

C’è una grande dedizione da parte dei coltivatori al loro Cesanese, cresciuto e allevato come se fosse un figlio. C’è la passione di far uscire dai vigneti un vino sempre migliore. Anche i piccoli viticoltori che lavorano nel vigneto non hanno mai abbandonato la loro piccola produzione. C’è un attaccamento alla terra e a questo storico vitigno.

Dopo un’accurata vendemmia e un’attenta vinificazione, il vino riposa in piccole botti di rovere. L’affinamento in bottiglia permette di completare la maturazione, restituendo un vino di colore rosso rubino, intenso, strutturato con tutti i profumi che questo vitigno sa offrire.

Stiamo parlando del Cesanese del Piglio Docg, segnatevi questo nome e… buon assaggio!

powered by social2s
Una villa imperiale di Traiano tra i boschi di Arcinazzo Romano

La zona degli altipiani di Arcinazzo Romano è stata meta di turisti sin dall’età imperiale e, forse, il personaggio più famoso che la ha scelta come residenza di caccia è stato l’imperatore Traiano (98-117 d.C), quello universalmente noto per la Colonna Traiana a Roma dopo la conquista della Dacia e i mercati traianei (che vengono considerati come il primo centro commerciale).

La villa aveva una estensione di circa 5 ettari e si trova alle falde del monte Altuino, circondato dai boschi e i campi degli Altipiani di Arcinazzo ed è visitabile assieme al vicino museo di Arcinazzo Romano.

Questa area vicino Roma è speciale per le bellezze naturalistiche e si trovano altre ville imperiali come quella di Nerone a Subiaco.

Era attraversata dalla via Sublacense che portava alle fonti dell’Aniene ed a una delle valli ricche di acqua e chiamate degli acquedotti perché era una delle aree di approvvigionamento idrico di Roma.

Oggi agli altipiani si pratica sci nordico, equitazione e trekking nella natura mentre un tempo erano zone di caccia e di ristoro dal caldo estivo opprimente di Roma. Furono probabilmente queste le ragioni che convinsero l'imperatore Traiano a fissare lì una delle sue dimore.

Il complesso, che oggi viene utilizzato anche per ospitare eventi culturali, si estendeva su una superficie di circa 5 ettari ed era organizzato su due livelli, dei quali quello superiore adibito a dimora, mentre quello inferiore era composto di sale per l'accoglienza degli ospiti.

 

Non una villa dal lusso estremo come quella delle navi di Caligola sul lago di Nemi o la Domus Aurea di Nerone ma un luogo di caccia con eleganti e sorprendenti dettagli architettonici. Suggestivo doveva essere il ninfeo, all'interno del quale da alcune fonti partivano getti d'acqua che bagnavano le statue creando strepitosi giochi di luci e colori. Questo ambiente si affacciava sul lungo giardino all'interno del quale erano situate due fontane e strutture varie.

Accedendo dall'estremità laterale del giardino, si può immaginare lo stupore dell'ospite, catapultato in un vero e proprio paradiso!

Oggi lo si può immaginare e, grazie alla ricostruzione di parte dell'edificio, è possibile godere di un magico gioco di luci che, in origine, era stato accuratamente studiato.

Ad arricchire questo scenario da sogno, la villa aveva ricche decorazioni rinvenute durante gli scavi e in parte custodite nel Museo Archeologico di Arcinazzo Romano, nel quale è possibile ammirare gli splendidi rilievi, gli stucchi e le decorazioni marmoree dei pavimenti e delle pareti.

Marmi che provenivano dall'Italia e dall'Oriente e che nella tecnica combinavano colori e motivi geometrici e naturalistici diversi.

Molti di questi marmi e decori, tra '700 e '800 furono sottratti alla villa e utilizzati per decorare la chiesa di Sant’Andrea a Subiaco e di Santa Maria Assunta ad Arcinazzo. Gli scavi archeologici sono stati ripresi alla fine dello scorso secolo ma gran parte è ancora da scoprire. Parte della villa è oggi protetta da una elegante struttura architettonica in legno che permette la visita in ogni momento dell’anno.

Una gita agli Altipiani di Arcinazzo per piacere o sport dovrebbe essere sempre arricchita da una visita in questa incredibile villa imperiale in cui si respira l’aria della potenza di Roma al suo massimo splendore.

Traiano è stato uno dei maggiori imperatori, uno dei cinque “imperatori adottivi” e con lui Roma ha raggiunto il suo massimo splendore. Calcare i luoghi dove è passato, scoprire le cascatelle di questo parco ed immaginare di essere un ingegnere romano che costruisce gli acquedotti… queste e altre emozioni meritano un soggiorno in quest’area.

powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.