Morolo - Salterello e Festival della Polenta
Morolo - Salterello e Festival della Polenta

Perché siamo a Morolo in questa limpida mattina d'inverno, l'ultima domenica di gennaio?

Morolo, accoccolato su un fianco dei Monti Lepini, si arrampica su per la collina proprio come tante altre città ciociare create dagli sforzi della popolazione medievale per sfuggire alle distruzioni dei barbari e dei saraceni. Un rifugio temporaneo per poi essere terrorizzati dalle sparatorie e bombardamento della seconda guerra mondiale.

Ma, sii felice, oggi è la Sagra della Polenta, la "pasta" italiana preferita! Un po’ di farina speciale e acqua mescolate in una grande pentola sopra una fiamma per gran parte della mattinata in attesa di essere farcita con ragù o e forse salsicce, pancetta o costine di maiale per fare una festa completa.

Una caratteristica entusiasmante della sagra di Morolo è che la polenta è gratis ma la birra e il vino solo € 1 ciascuno. Sembra che possiamo avere una festa per € 10, a meno che non scegliamo un costoso panino con le salsicce (€ 2,50).

La sagra comprende un tipico mercato di prodotti artigianali oltre a oggetti di seconda mano e antichi, presentati su tavoli lungo il tratto del corso dalla piazza della nuova scuola elementare. Sì, un tavolo ha cavalli in bronzo che adocchiamo.

La destinazione finale del visitatore e della gente del posto è la piazza della città vecchia, Piazza Ernesto Biondi (il cui busto è bello in mostra), che è per lo più pieno di tavoli e panche per la sagra. Da un lato sono la cucina. I servi volontari e le tabelle di servizio.

In qualsiasi altro giorno, probabilmente noterete solo la Chiesa con la sua facciata giallo pallido che sovrasta la piazza, che ci dice l'ora sul un lato del campanile e le 6 in punto sull'altro, ei  grandi affreschi contemporanei del 1984 che coprono gli edifici sul lato occidentale.

Questi murales ci raccontano alcune storie della città: ci si può chiedere se la Statua della Libertà in uno di essi è un ringraziamento alle forze americane per la libertà o semplicemente racconta di quelli di Morolo reinsediati negli USA, forse persino a New York, quei rifugiati della seconda guerra mondiale che hanno preso i loro pochi possedimenti ed emigrati - sono stati salutati o addormentati dal poliziotto corpulento?

Sono le 11 in tarda mattinata, è tempo di messa e la gente del posto e alcuni visitatori commemorano Cristo nella loro chiesa che ricorda, oltre alla Santa Madre, il più amato dei santi italiani: San Rocco e il suo fedele cane. C'è un messaggio in quel cane.

Nella piazza la Pro Loco, i cittadini che dedicano il proprio tempo a promuovere la propria città, è presente nelle loro camicie nere etichettate, e il fervore è in aumento nella "cucina". Mentre la mattinata si chiude, il rumore principale nella piazza è ancora l'abbaiare competitivo dei cani durante la loro passeggiata quotidiana.

La messa è finita, è siamo vicino a mezzogiorno, le panchine si stanno riempiendo e il chiasso dei cittadini nella piazza cresce.

Eppure i servi di Dio ci chiamano attraverso i rintocchi delle due campane nella torre della chiesa. Per non dimenticare che questo è il giorno di riposo di Dio. Ci ricorda ogni mezz'ora o è trimestre.

Prendo atto che la panchina che occupo, condivisa con altri "festaioli", si trova appena fuori dal municipio vicino al palco che il gruppo musicale sta allestendo. La fila si è formata e anche così presto per una festa della domenica italiana, lo sciame di cibo è iniziato. Io vado.

Sono tornato, il sole sta scomparendo sopra le montagne, e il meraviglioso calore che ha portato è sostituito dal ballo. Sì, è il Saltarello, è una festa tradizionale ciociara, ed è meraviglioso!

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Combattere la contraffazione del cibo: come le Radici Italiane valorizzano un ristorante italiano all’estero

Passeggiando per New York, come in molte città del mondo, non c’è nulla di più semplice che trovare ad ogni angolo un’insegna che ti indichi la presenza di un ristorante italiano. Un simbolo per le comunità di italiani all’estero ma anche un ‘punto di rappresentanza italiano’, sono come dei nostri ‘ambasciatori’.
La cucina del bel paese continua ad essere uno dei principali simboli del buon mangiare e la garanzia dell’acquisizione di nuovi clienti. “Eat, Pray and Love” insegna cosa pensano di noi all’estero.
Questa tendenza però nel corso degli anni si è scontrata con la realtà della contraffazione: tutti vogliono entrare in questo grande mercato mondiale.
Come combattere la contraffazione del cibo?
Gli operatori del settore hanno dovuto pertanto studiare e promuovere nuove strategie per valorizzare il proprio lavoro ed aumentare il livello di soddisfazione dei clienti, regalando loro esperienze ben più che gastronomiche.
Le azioni intraprese in questo senso hanno trovato due principali aree d’espressione. Una più istituzionale e un’altra più legata al marketing territoriale, rivelatasi nel tempo più efficace poiché grado di fornire molteplici strumenti di legittimazione e una maggiore fidelizzazione dei clienti.
Troviamo così da un lato Unioncamere che ha dato vita all’etichetta “Ospitalità Italiana, Ristoranti Italiani nel mondo” assegnata solo a quelle attività ritenute realmente tali. Vastità del territorio e dinamicità dei mercati rendono, però, difficile il tenere traccia di tutte le realtà presenti. Per tale motivo la maggior parte dei ristoratori italiani hanno compreso la necessità di adottare azioni collaterali sperimentando partenariati innovativi.
Le guide turistiche di Discoverplaces.travel rappresentano una di queste soluzioni, poiché rafforzano il legame del ristoratore con il paese d’origine.
Attraverso la tecnica dello Storytelling le guide raccontano il territorio in cui i piatti proposti nascono collocandoli e rafforzando la loro identità. Collegano il ristorante ad una certa area e lo legittimano in modo originale, emozionale e senza ombra di dubbio.
L’abbinamento fra territori di provenienza di alcuni piatti e narrazione emozionale dei territori è la chiave per intrattenere il cliente avvolgendolo in storie del piatto che superano la descrizione e permettono di stabilire relazioni speciali.
Consegnare la guida agli ospiti del ristorante che hanno deciso di assaggiare un certo piatto tipico delle proprie origini significa offrire loro un mezzo per conoscerne la storia, raccontata nella sezione “Cibo e vino tipico”. Ma anche di conoscere la vera Italia che tanto incuriosisce anche perché ancora sconosciuta. Li rende partecipi di una storia secolare in grado di trasmettere emozioni e offrire un’esperienza ben più che gastronomica.
Inoltre, la presenza dell’attività di ristorazione nella guida, con il logo e la sua storia personale nel nuovo paese che li ha accolti, favorisce l’avvio di un network di contatti attraverso cui tanto il ristoratore quanto il produttore hanno interesse ad “incontrarsi”.
I ristoratori avranno possibilità di farsi apprezzare. I produttori possibilità di proporsi. I clienti di entrare in un mondo tutto da scoprire.
Questo abbinamento attribuisce anche un valore etico all’azione poiché permette nel contempo di restituire impulso a comparti produttivi, spesso atrofizzati, promuovendone la competitività sia delle produzioni locali che dei ristoratori che usano quei prodotti di qualità.
Il carattere collezionabile delle guide, la forte attività sul web, ne amplifica infine la visibilità a livello internazionale, così come la presenza di un articolo correlato sulla pagina del paese di origine.
L’efficacia di determinate azioni di marketing non proviene tanto dal carattere formale del quale vengono investite. Quanto dalla capacità di assicurare continuità, copertura ed efficacia nel tempo.
Creare relazioni emozionali con il cliente è la chiave del successo per ogni ristoratore che sa che la reputazione si costruisce con la qualità e la fidelizzazione con l’emozione continua.
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Una versione originale dello Gnocco al Cavolo Romanesco e Pecorino by Daniele Zito
Una versione originale dello Gnocco al Cavolo Romanesco e Pecorino by Daniele Zito

Andare a Filettino e innamorarsi! Eh sì, mi è successo, ma in senso metaforico: mi sono innamorato di un sapore, quello del Cavolo Romanesco.

L'avevo già gustato altre volte, più o meno simile, più o meno buono. Eppure qui, alla locanda "La Galleria", dalle sapienti mani della cuoca Maria, una signora anziana ma ancora più che arzilla, mi sono innamorato perdutamente del sapore del cavolo romanesco abbinato al cacio romano, il tutto a condimento di un fantastico gnocco fatto a mano! 

La giornata era perfetta a Filettino, il più alto comune del Lazio a 1.075 metri di altezza slm, circondato da alti faggi e dalla natura rigogliosa del Parco dei Monti Simbruini.

Qui nasce l’Aniene, il secondo fiume di Roma, e tutto profuma di pulito. Si possono sentire gli odori della terra e si possono gustare ortaggi di alta quota tra i più saporiti.

Che dire? Grazie ai ristoratori locali dall'ottima esperienza gustosa e abbondante, quantità da vera osteria, e ora speriamo di poter essere all'altezza del compito in una versione personale dello Gnocco al Cavolo Romanesco e Pecorino!

Ovviamente non posso fare a meno di inserire un mio tocco aggiungendo qualche alicetta che lega benissimo il pecorino al cavolo romanesco e che mitiga l'odore sulfureo del broccolo. 

Per la ricetta: la preparazione degli gnocchi

Lessate le patate (ovvero mettetele in una pentola con acqua fredda e fate prendere il bollore) finché non saranno sufficientemente morbide da poterci infilare una forchetta con facilità, all'incirca tra i 30 e i 45 minuti dalla bollitura.

Pelatele ancora calde e schiacciatele con lo schiaccia patate all'interno di un recipiente. Adesso aggiungete un pizzico di sale (un cucchiaino) e un uovo per kg di patate e 100gr di farina, all'incirca, impastate fino ad ottenere una massa omogenea, compatta e morbida allo stesso tempo. 

Verificate se non è il caso di aumentare le dosi della farina o quelle dell'uovo, ma ricordatevi di non massaggiare troppo che potreste renderli più duri in cottura.

Lasciate riposare la massa 15/20 minuti in frigo, quindi provvedete a staccarne dei pezzi che stenderete su una spianatoia con della farina, e fatene dei cilindri della dimensione di un pollice. Riadagiateli in frigo per altri 15/20 minuti, in maniera che si compattino e tengano la cottura. 

Potreste trovare un ottimo alleato nella farina di riso, circa 20gr per kg di patate, per dare una struttura più forte all'impasto.
Gli gnocchi sono pronti appena arrivano a galla, non ve lo devo dire io spero!

La crema di cavolo romanesco

Sbollentate (calare un prodotto in acqua bollente e rimuoverla quando ricomincia il bollore, o al massimo qualche secondo o minuto dopo) le cime e il gambo del cavolo romanesco facendo in più di 2/4 pezzi le cime della base, quelle più grandi.

Il gambo vuole qualche minuto in più, pertanto, fatto a pezzetti, calatelo nell'acqua in ebollizione 5/6 minuti prima delle cime piccole e verdi.

Una volta sbollentati scolateli e mettete da parte un quarto di cime, tra quelle più belle, il resto frullateli con 10/12 alici per cavolo romano, aiutandovi con un po' di acqua di cottura e olio extravergine, quindi regolate di sale (attenzione che le alici sono salate).

La cialda di pecorino

Ponete in una pentola antiaderente abbastanza larga e rovente due buone manciate di pecorino romano e aspettate finché non cambieranno colore e prenderanno un colore dorato, giratela e completatela qualche secondo o qualche minuto anche dall'altro lato. Tenete da parte e fate freddare. In totale ci vorranno 3/4 minuti massimo.


L'impiattamento

Togliete gli gnocchi appena affiorano e portateli nella padella con la crema di cavolo romanesco, con la crema che deve essere molto calda ma a fuoco spento, quindi premunirsi di riscaldarla.

Aggiungere un filo d'olio a crudo e del pecorino grattugiato, smuovere con il mestolo e aiutarsi aggiungendo un po' di acqua di cottura. Raggiunta la consistenza desiderata, completare adagiandovi sopra le cime tenute da parte, ripassate qualche minuto in padella a fiamma viva con dell'aglio, del peperoncino e un filo d'olio.

Aggiungete qualche pezzettino di alice appena scolate dal loro olio e qualche semino di finocchio se piace! 

Sbriciolatevi infine la cialda di pecorino e servitevi.

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Bicchiere di Vino - ATINA CABERNET DOC
Bicchiere di Vino - ATINA CABERNET DOC

A partire dall'inizio dell'Ottocento ad Atina si iniziano a selezionare vitigni di cabernet per la produzione del vino Atina DOC, tutto ha inizio dal famoso agronomo Pasquale Visocchi che è stato anche sindaco di Atina.
Pasquale era sia un agronomo che un industriale con una cartiera ad Atina ed è il primo a riportare in auge l’antica pratica del sovescio, una tecnica agraria che consiste nell’interrare specifiche colture per aumentare la fertilità del terreno.
Pasquale Visocchi studiò per comprendere quali fossero le colture migliori per questo processo detto di ‘siderazione’ in cui piante di leguminose interrate aumentavano i livelli di azoto nel terreno. E così è anche spiegato l’arrivo e la diffusione del fagiolo cannellino di Atina DOP che oggi è un’altra delle delizie di questa zona.
Pasquale Visocchi andava spesso in Francia per le attrezzature della cartiera e dal 1860 importò sia uve rosse (cabernet franc, cabernet sauvignon, merlot) che uve bianche (pinot, semillon, russane) e le impiantò con successo in Val di Comino. Questi successi furono poi ripresi con successo anche nel Veneto ed in particolare nell’area di Conegliano.
Il Cabernet è un vitigno originario del Medoc e dell’area di Bordeaux e ha buone capacità di adattamento alle diverse condizioni climatiche. Il vino ha un colore intenso ed è ricco di sostanze aromatiche che lo fanno migliorare con l’invecchiamento, soprattutto se in botti di rovere.
Pasquale Visocchi era quindi uno studioso eclettico, amante della tecnologia delle cartiere e della chimica dei terreni, sperimentatore in agricoltura e studioso di epigrafi latine con il suo amico tedesco Mommsen che accompagnò in giro per la Val di Comino. La nascita dello stabilimento enologico ‘Fratelli Visocchi’ risale al 1868 e lavorava 4.600 quintali di uve.
In realtà la coltivazione dell’uva e la produzione di vino nella valle è iniziata molto prima e recentemente si sono riscoperti e riavviate produzioni di vino da vitigni Pamparano e Maturano.
Le prime testimonianze si hanno negli archivi benedettini dove sono conservati contratti agricoli medioevali riguardanti la coltivazione o la compravendita di vigneti. Ma i terreni sedimentari antichi con prevalenza di rocce calcaree della catena appenninica si sono rivelati perfetti per il Cabernet e gli altri vitigni francesi.
Oggi vengono prodotti due vini DOC: Atina Rosso DOC e Cabernet di Atina DOC. Sono in commercio anche: Atina Rosso Riserva, Cabernet Riserva e Semillon. Nel vino Cabernet Atina DOC deve essere presente almeno l’85 % di uve Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc mentre l’altro 15 % può essere di uve a bacca nera coltivati nel Lazio. Il vino Atina Doc deve invece contenere almeno il 50 % di uve Cabernet Sauvignon e il resto di Merlot, Syrah e Cabernet Franc e fino ad un 20% di altre uve a bacca nera coltivati nel Lazio.
I vitigni sono coltivati nei paesi di Atina, Gallinaro, Belmonte Castello, Picinisco, Sant’Elia Fiume Rapido, Alvito, Villa Latina, San Donato Val di Comino, Vicalvi, Casalattico, Casalvieri e Settefrati.
Chi lo assaggia non può fare a meno di aggiungere questo vino alla lista dei suoi preferiti!

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La strana storia di San Liberatore che diventa San Liberato e viceversa

Magliano Sabina ha avuto un ruolo strategico nella vita di Roma prima e del papato poi per il suo porto sul Tevere e la possibilità di guadare il fiume. Per questo motivo tutti volevano ingraziarsi la benevolenza del borgo e dei suoi abitanti, commercianti e militari. 

Ma la storia che racconteremo ha dell’incredibile e riguarda una chiesa e le reliquie che custodiva, riguarda la storia di San Liberatore che è stato sostituito da San Liberato e viceversa. 

Per molti secoli durante il medioevo avere una reliquia significava aumentare il prestigio delle chiese e farle avanzare nella gerarchia di importanza e nel ruolo nel circondario. Più era importante il santo della reliquia e più la chiesa poteva aspirare a diventare 

La chiesa di San Liberatore si trovava vicino l’ingresso del paese e nel 1459 papa Pio II Piccolomini la dichiarò Collegiata, ossia retta da un collegio di preti e le affida anche i beni di altre due chiese decadute.

Nel 1495 papa Alessandro VI Borgia nominò Magliano Sabina sede vescovile per permettere un più semplice passaggio del suo esercito e di quello di suo figlio Cesare Borgia, detto il Valentino, e la chiesa di San Liberatore diventa Cattedrale. 

Precedentemente la sede del vescovo si trovava a Vescovio che viene descritto da papa Borgia come un ‘luogo campestre’. Ma gli abitanti di Vescovio fedeli alla famiglia Orsini non accettarono questo declassamento e misero in salvo tutti i tesori della loro chiesa. Soprattutto le reliquie che vengono portate a San Polo.

Ma non poteva esserci una cattedrale senza reliquie e inizia una pressione per spostarle a Magliano Sabina!  Nel 1505 la Madonna appare a San Polo e si decide di lasciare le reliquie dove si trovavano.

Alla morte di papa Alessandro VI Borgia ci furono un po’ di trambusti soprattutto quando nel 1521 il cardinale Carvajal chiese di riportare la cattedrale a Vescovio che nel frattempo aveva risistemato e abbellito.

Papa Leone X cerca una via per far felici entrambi i comuni e nomina Vescovio come “Antiqua Cathedralis Sabinorum” e san Liberatore di Magliano come “Nova Cathedralis”. Ma questo fece arrabbiare Magliano che doveva restituire alcuni privilegi e si vide costretta a mettere delle tasse sul ponte per poter finire la facciata di San Liberatore, che nel frattempo aveva trovato le reliquie del suo santo, e finire il palazzo vescovile.

I nuovi vescovi dovevano scegliere dove risiedere e qualsiasi scelta, Vescovio o Magliano, era sicuro che qualcuno si sarebbe offeso.

Nel 1576 venne costruito finalmente Ponte Felice sul Tevere, dal nome del papa, anche se il fiume non si decideva a passare sotto le sue arcate e per anni continuava a cambiare corso. Ma la vera tragedia avviene nel 1582 quando vendono rubate le reliquie di San Liberatore lasciando la Cattedrale senza reliquie!

I frati Agostiniani di Montefiascone hanno però una reliquia del loro santo, San Liberato di Africa, che viene portata nella cattedrale di San Liberatore e inizia ad essere festeggiata il 15 maggio, lo stesso giorno di San Liberatore. 

San Liberato vs San Liberatore

Un po’ perché gli agostiniani non erano molto amati, un po’ perché i maglianesi si erano affezionati al loro santo. Per un secolo e mezzo i cittadini di Magliano si divisero fra devoti a San Liberato (che era un semplice frate) e devoti a San Liberatore (che era stato un vescovo).

Nel frattempo il Concilio di Trento aveva fatto superare la necessità di reliquie per avere diritto al titolo di Cattedrale e Magliano si era consolidata definitivamente come sede vescovile. A questo punto ci si poteva sbarazzare di San Liberato e degli agostiniani. 

Per certo nel 1670 gli Agostiniani lasciarono Magliano ma non certo in armonia e con un certo malcontento che si trascinava ancora fra la popolazione. Alcuni di loro volevano cacciare dal paese anche il santo degli Agostiniani e nel 1679 papa Innocenzo XI proibisce a Magliano il culto di San Liberato.

Nonostante il pronunciamento del papa, la Sacra Congregazione dei Riti nel 1679 si pronuncia in modo contrastante e dichiara che il nome della Cattedrale è quello di San Liberato. Anche perché Liberatore non appariva nell’elenco dei martiri.

Ora si viene a verificare una strana situazione in cui due papi del passato (papa Pio II e papa Alessandro VI) vengono sconfessati dal giudizio della Congregazione dei Riti che è un organo a servizio del Papa e non è superiore.

Fu sollevata questa questione e papa Innocenzo XI decise di farsi aiutare dal cardinale Casanate che concluse che San Liberatore non era mai esistito e nel 1679 il papa emise un ‘breve’ in cui si proibiva il culto di San Liberatore.
Sulla facciata della cattedrale venne scritto il nome di San Liberato e fu scolpita una sua statua.

Vince San Liberatore?

Dopo il Concilio di Trento la chiesa attraversa una fase di esasperata trasformazione giuridica e i sostenitori di San Liberatore decidono di tentare nuovamente di far tornare il culto del loro santo.

Per prima cosa nel 1727 avevano fatto arrivare dalla chiesa di Santa Sofia di Benevento delle reliquie di un San Liberatore vescovo e martire autenticate da papa Benedetto XIII.

Come facevano ad esserci così tanti martiri? Semplice, per un certo periodo tutti i sepolti nelle catacombe vennero considerati martiri e di molti di essi non era possibile ricostruire il nome e vennero attribuiti loro nomi simbolici. Grazie a questi nomi veniva redatto una sorta di ‘catalogo dei santi e dei martiri’.

Così in un catalogo del 1613 era stato riportato un San Liberatore, anche se l’autore del catalogo lo aveva inserito dopo aver appreso notizie orali da Benevento, Magliano Sabina e Sulmona dove si presuppone sia stato vescovo. 

I maglianesi iniziano quindi a riproporre l’esistenza di un San Liberatore come vescovo e martire e si ripresentano a Roma. Finalmente nel 1735 e ottengono una nuova sentenza della Sacra Congregazione dei Riti totalmente opposta a quella precedente. Ora si dichiara che San Liberato è un santo oscuro e che il culto deve tornare a San Liberatore.

Forse questo San Liberatore di Benevento era diverso da quello di qualche secolo prima ma nessuno voleva indagare troppo e vengono risistemate le scritte sulla facciata della chiesa ma non sull’altare e nel volgo. Ossia molti cittadini di Magliano si chiamano Liberato e il loro nome non viene cambiato in Liberatore. E ancora oggi non si usa il nome di Liberatore che ‘non è di buon augurio’.

Sulla facciata si può vedere la trasformazione della scritta LIBERATI in LIBERAToris. E la statua di San Liberato viene modificata allungando la mitra e aggiungendo delle tavolette inchiodate.

Oggi nella chiesa non ci sono più le reliquie dei santi ma resta la festa del 15 maggio dedicata praticamente ad entrambi e il culto della Santa Croce mai sconfessato da alcun papa.

Una disputa fra santi durata molti secoli che ancora suscita emozioni.

Per ulteriori approfondimenti consultare il sito www.parrocchiasanliberatore.it

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‘Italiano Elettrico’ di Astor Piazzolla a Valmontone

Ciò che trovo eccitante ogni volta che partecipo ad un concerto dell'Orchestra da Camera di Frosinone, e ascolto in particolare i suoi famosi solisti, è che spesso arrivo ignorante del compositore o del tema ma alla fine, invariabilmente, resto elettrizzato e la mia conoscenza musicale è enormemente allargata.

Questa sensazione si è ripetuta in una fredda sera invernale di gennaio, nella sala del Palazzo Doria Pamphilj a Valmontone, con il terzo concerto del set di questa stagione offerto dall'Associazione Culturale La Farandola (dove La Farandola è un ballo della Provenza con somiglianze con la Tarantella).

Il titolo del concerto era ammaliante: "Italiano Elettrico". Il programma consisteva in un pezzo di Vivaldi e in 11 composizioni del compositore e performer argentino del nuovo tango, Astor Piazzolla, le cui opere mi sfortunatamente sfuggirono negli ultimi anni ‘70. Ma il giorno o la sera dell’incontro era arrivato.

Nella mia successiva ricerca su Piazzolla, ho scoperto che ha passato gran parte della sua vita in Argentina, ma con un'influenza negli Stati Uniti e in Francia. Ho anche concluso che la sua passione per questo tipo di "nuovo" tango, può essere nata dal regalo di un bandoneon da suo padre quando Astor aveva solo 8 anni, una concertina a forma di scatola quadrata a forma di pulsante che è usata in Argentina e Uruguay da decenni.

In realtà lo strumento non fu mai prodotto in America Latina, ma prevalentemente in Germania, dove fu "inventato" negli anni '70 del 1800 come alternativa alla concertina per la musica popolare.

La preponderanza della musica per il bandoneon mi ha spiegato l'assoluto entusiasmo, direi estasi, sul volto di Adriano Ranieri che si è esibito con un bandoneon nero piuttosto adorabile. Come sempre il violino di Loreto Gismondi ha dato un suono squisito, seduto accanto alla potente interpretazione di Marco Attura sul "podio".

Sul lato sinistro di fronte al pubblico di quasi 100 anime, Alessandro Minci e la sua chitarra e Maurizio Turriziani con il suo travolgente contrabasso, recentemente tornato dall'eccitazione del tour cinese, sono stati ancora una volta la forza immobile dell'orchestra.

Mi sono ricordato che ovunque troviamo l’Orchestra da Camera sappiamo che la musica sarà coinvolgente per almeno questi cinque strumenti.

In particolare lo strumento di Maurizio attorno al quale avvolge amorosamente le sue braccia permettendo al suo arco di accarezzare le corde con una passione normalmente riservata ad un amante formidabile.

La scaletta delle opere di Piazzolla è stata fatta per far aumentare progressivamente l'entusiasmo del pubblico, come poi è successo. Per tre composizioni, il quintetto è stato guidato dalla bellissima voce soprano di Tania Di Giorgio, la cui interpretazione della "Ave Maria" di Piazzolla ha guadagnato un meritato "bis".

Eppure la musica di Piazzola ha anche un tempo aggressivo e sorprendente nella sua interpretazione del tango, e Maurizio ha supportato questa attitudine con delle "grosse" maniere alla spalla del suo contrabbasso. Gli perdoniamo la sua eccitazione e attendo con ansia il prossimo appuntamento con l'orchestra della Camera di Frosinone.

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La storia del Teatro Vittorio Veneto di Colleferro

Siamo alle porte di Roma, nella Valle del Sacco che arriva fino a Frosinone, terra di imperatori, cardinali e papi, come diavolo si fa a intitolare un teatro alla città di Vittorio Veneto?

Tutto inizia da 3 fratelli e una sorella veneti arrivati prima ad Aprilia, per la bonifica dell’Agro Pontino, eppoi a Colleferro dove la città si espandeva rapidamente con la crescita della fabbrica di armamenti. Erano Giuseppe, Antonio, Eugenio e Vittoria. Giuseppe era mio nonno.

 

I fratelli Furlan continuavano ad avere il Veneto nel cuore e la polenta e la grappa nei desideri. Sono operai, poi diventano costruttori ed infine imprenditori nello spettacolo aprendo il primo cinema a Colleferro. E come potevano chiamarlo?

Antonio, Eugenio, Giuseppe e Vittoria venivano dal piccolo paesino di Cordignano e per loro Treviso e Vittorio Veneto erano delle metropoli che incutevano rispetto e ammirazione. Lo stesso stupore che oggi possiamo avere per New York!

In quelle aree del Veneto si era combattuta la prima guerra mondiale che aveva lasciato distruzione e fame. Una intera generazione di ragazzi era emigrata in Brasile, Argentina, Australia e Nord America e un gruppo era stato deportato a Latina per le bonifiche della pianura pontina.

Giuseppe voleva sposare qualcuna del suo paese e si fidanza con la bellissima e intraprendente Aurelia, una friulana non molto contenta di venire al sud. Lavorava per l’associazione degli ingegneri di Sacile e Pordenone ed era abituata ad essere indipendente e ad andare a teatro e all’opera.

“Se non lo trovo ad aspettarmi alla stazione torno indietro e non vado più al sud!” 

aveva detto a sua madre. Ma Giuseppe era alla stazione di Aprilia e Aurelia si era trovata improvvisamente in un paese che non conosceva senza altro da fare che insegnare alle scuole elementari.

Aveva ottenuto facilmente il trasferimento a Colleferro grazie alle sue doti ginniche e al sabato fascista: al mattino tutti allo stadio a fare ginnastica! Molti se la ricordano, le persone facevano la fila per vederla con gli short della sahariana mentre insegnava a tutto il paese flessioni e altri esercizi.

Ma Aurelia restava una indomita e Giuseppe doveva trovare qualche cosa da farle fare altrimenti sarebbe tornata al nord e la avrebbe persa. Così insieme ai fratelli decise di aprire un cinematografo. Colleferro non era più una frazione ma era diventata un paese industriale e moderno. La fabbrica era cresciuta e aveva migliaia di persone che ogni giorni entravano in uno dei suoi turni.

 

Era il momento giusto di iniziare una attività di intrattenimento e la scelta naturale era quella di aprire un cinematografo vicino piazza Mazzini che allora era il cuore sociale del paese.

Si iniziano allora i lavori di una nuova struttura che comprendeva un cinema e teatro con palco, un negozio di sanitaria per la sorella Vittoria e l’abitazione del fratello Antonio. Molto moderno e innovativo con un palco con camerini e una moderna galleria per il pubblico.

E come potevano chiamarlo questo cinema? Teatro Vittorio Veneto, of course!

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‘Peregrinos para Siempre’ il diario di un pellegrinaggio

Ogni anno decine di migliaia di persone, soprattutto in estate, si mettono in cammino per sport, per turismo, per curiosità, molti sulle tracce di una ricerca interiore che poi si intesse di silenzio, di grandi spazi di solitudine, ma anche di incontri di umanità sorprendente.

Da questo incontro con la decisione di raggiungere una meta nasce il pellegrinaggio, l'andare a piedi in solitudine con lo zaino sulle spalle, immagine per antonomasia.

Le possibilità di scelta sono ampie anche nel Lazio, i principali cammini di fede si dipanano sulla Via Francigena; nel Nord da Roma a Proceno fino ai confini con la Toscana; nel Sud da Roma a Minturno e a Cassino, ai confini con la Campania e il Molise.

Oppure il Cammino di Benedetto, che attraversa il Lazio dal territorio di Leonessa a Montecassino.

Molto ambito è pure Il Cammino di Francesco, alla scoperta dei luoghi francescani, dall'Umbria a Roma attraverso la Valle Santa reatina. Questa branca ha diversi sviluppi e si rannoda con altri percorsi intrecciandosi sulla Via di Santiago, via di pellegrinaggio che porta alla volta di un santo sepolcro.

La parola stessa, pellegrino (dal latino per agros, letteralmente colui che cammina attraverso i campi), già dal tempo di Dante era usata per indicare i viaggiatori diretti in Galizia sul sentiero del Cammino di Santiago, per rendere devoto omaggio all'Apostolo Giacomo.

In seguito, passò a indicare qualsiasi viaggiatore animato da devozione o intento religioso. Spesso il mettersi in cammino ha di fondo il bisogno intrinseco di una motivazione forte, che può essere scatenata dalle richieste dell'anima o dai circuiti elettivi del pensiero.

Da qui si aprono diverse chiavi di lettura ed interpretazione:

- Il Viaggio immersione nella natura e consapevolezza di un Creato che è dono

- L'incontro (con l'inscindibile legame tra uomo e Divino e con l'umanità)

- La Generatività che ne scaturisce

- La Contaminazione che apre al cambiamento e alla relazione.

Ogni cammino non è solo esteriore, ma è il processo che evolve nell'intimo legato ai ritmi del cuore, alle aperture e ai cambiamenti che rendono proprio il viaggio.

Ogni Cammino in sé costituisce un rito, ed è molto importante la modalità e la via per cui vi si giunge. E’ il percorso che mostra al pellegrino la ricchezza di una tradizione narrata dalle pietre e dalle immagini che si ripropongono come incontri, perché in ogni luogo c'è in attesa un evento di cui fare memoria.

Quindi non va sprecato fiato o tempo, ma, zaino ben fissato sulla schiena, regolando il passo sulla propria capacità di fiato si punta diritto alla meta, per poter giungere alla gioia della vetta acquisendo la capacità di vedere oltre la montagna. 

L'esperienza del pellegrinaggio diviene storia che è elemento vivo di ispirazione, materiale da utilizzare per condividere ciò che l'ha resa tale, ogni attore diviene protagonista, mentre l'andare si plasma sulle proprie esigenze.

Questi passi benedetti portano su un sentiero di antico stupore solcato dalle orme dei santi agli albori di ataviche radici d'amore e di fratellanza; probabilmente anche S. Francesco ha camminato fino a questa meta. Umili pellegrini, servi del Signore, bagaglio leggero di cuori in letizia, verificata incrollabile fede lungo le tappe del cuore attraverso la Spagna.

Il Cammino di Santiago di Compostela importante itinerario in ogni presupposto che ti chiama e ti sceglie, pellegrinaggio di tradizione ultramillenaria che stima una media di 200mila partecipanti all'anno, provenienti da tutto il mondo.

L'intero percorso misura 775 Km (Con inizio a S. Jean Pied-de- Port, versante Francese dei Pirenei). Il tempo stimato di percorrenza a piedi si aggira intorno ai 30 giorni, ma perché il pellegrinaggio sia valido Pietatis Causa bastano gli ultimi 100 Km. Nel 1985 “Il Cammino” è stato dichiarato patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.

La tradizione è indissolubilmente legata al ritrovamento nel IX secolo della tomba dell'Apostolo san Giacomo di Zebedeo, conosciuto come il “Maggiore” e di un campo illuminato da luci simili a stelle. “Santiago” deriva pertanto dallo spagnolo san Yago (san Giacomo) mentre il nome “Compostela” si pensa possa derivare dal latino Campus Stellae (Campo delle Stelle).

Emblema dell'ingresso a Gerusalemme erano le palme, a Roma le chiavi di Pietro: simbolo del pellegrinaggio verso Santiago è la Concha di san Giacomo.

Si dice che i Peregrinos che non si fermavano continuavano fino a vedere finis terrae; contemplando l'Oceano Atlantico giungevano simbolicamente al limite del mondo conosciuto. Qui raccoglievano le valve del “pecten maximum” la conchiglia larga simile alla nostra capasanta. Divenuta insegna del pellegrinaggio, ne distingue la meta e ne è documentazione.

 

L'intera segnaletica contiene questo simbolo, perciò i pellegrini scelgono di appendere una conchiglia allo zaino fin dall'inizio del viaggio. Tutta la rotta jacopea è segnalata anche da frecce gialle che servono come riferimento al pellegrino rassicurandolo: sono state dipinte verso gli anni Ottanta per poter rivitalizzare il percorso in epoca moderna. Anche le insegne del chilometraggio sono dipinte, colorate o firmate e scandiscono una sorta di conto alla rovescia.

Avendolo vissuto in prima persona in quei giorni santi che hanno incontrato il mio domani, ho sentito l'esigenza di condividerne l'esperienza forte che ha cambiato la mia vita. Da questo pellegrinaggio interiore verso il deserto come luogo fecondo è nato il mio libro: “Peregrinos para Siempre”, opera che è un diario di viaggio “fisico” ma soprattutto “spirituale”.

Un momento di buio divenuto occasione per una profonda riflessione sul senso della vita, dal quale è ripartita una vera rinascita, la dinamica di un limite divenuto coraggio intimo e   intenso, tramutatosi in un fuoco di puro ardore. La narrazione della realtà che propone i suoi episodi sincronizzandone gli elementi fatali all'avventura della vita.

”Santiago di Compostela” una meta da raggiungere, da conquistare, un impegno, un ideale di cui l'immaginario collettivo  ha fatto storia e romanzo. Un cammino imprevedibile, duro, emozionante, un percorso arduo, benefico, riparatore. Una forza inconsapevole, una sconcertante esperienza e una dolce avventura, che procura ferite al corpo, ma sicuramente cura e sana quelle dell'anima.

È la storia di un grande cambiamento del cuore, illustrato nei frammenti di un cammino di conversione, alla luce di questo provvidenziale pellegrinaggio. Il racconto di un vissuto provato durante “Il Cammino di Santiago”, storia di una vita in divenire immersa negli scorci di una natura preponderante.

La solitudine condivisa diviene apertura e accoglienza e la gioia dell'incontro esprime la verità della speranza. I piedi solcano una striscia brulla che fluisce come un fiume di terra, esondando nel verde acceso dal sereno abbraccio. Il Cammino assorbe e insegna già dalle prime tappe il senso dei giorni da pellegrino, itinerario di spine e rose di cui l'intenso profumo allevia i graffi e le punture.

Perché scrivere un libro? 

Un libro che narra di sudore e fatica, di incontri e persone, di sentimenti e ispirazione, d'amore e d'ombra, di coscienza e ravvedimento, di fede e speranza, di sentieri di vita e strade di esistenza. Perché il vissuto provato è la maggiore chiave per testimoniare che tutte le strade portano al cuore e all'introspezione, per dare le ali all'anima che sorvola la nostra eternità.

Questo libro non è una guida turistica né un testo di preparazione fisica, non è un romanzo né un testo geografico, ma è la forte testimonianza che illumina ogni pagina dell'ardore di una fede espressa a gran voce.

Una lettura empatica e coinvolgente, vera di emozione e vibrante di pathos, una storia d'amore e di piccole grandi gioie che danno senso al nostro terreno pellegrinare. Scritto per rendere chi legge partecipe di tutto questo e della gioia di poterlo raccontare e poter spandere il profumo dell'amore sul mondo attraverso le parole di ogni speranza.

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