Festa del Broccoletto di Roccasecca con assaggi e piatti molto originali

Con il freddo Roccasecca si anima attorno ad una delle sue coltivazioni particolari: il broccoletto di Roccasecca e la sua ‘festa’ celebrata ogni anno l’8 dicembre.

La storia di Roccasecca è legata alla sua posizione geografica di snodo fra Lazio e Abruzzo grazie al cammino lungo le suggestive gole del fiume Melfa scavate nella roccia. Il cammino collega la valle Latina con la Val Comino e dalla sua sommità Roccasecca controllava tutti i movimenti di eserciti e pastori sin dal tempo dei romani.

Questo le ha causato notevoli problemi soprattutto nella seconda guerra mondiale quando era stata scelta da un comando tedesco come posto di comando ed è stata poi pesantemente bombardata.

Nel dopoguerra l’economia di Roccasecca è ripartita grazie ad un saporito e gustoso frutto della terra, un particolare broccoletto chiamato Rapacatalogna dal sapore leggermente più amaro del classico broccoletto. Questa verdura veniva richiesta ovunque e veniva portata nei mercati delle principali città grazie alla ferrovia che a Roccasecca porta a Roma, a Napoli e in Abruzzo.

Viene riprodotta seminando o mettendo a dimora le piantine ad una giusta distanza e questo gesto si ripete ormai da secoli sempre con la stessa passione.

Per celebrare questa delizia, è nata la Festa del Broccoletto ogni 8 dicembre, una festa con una formula originale e atipica, se si pensa che in generale queste manifestazioni si svolgono in estate. Ogni commerciante del centro storico prepara un differente piatto e lo distribuisce nel suo negozio o nelle bancarelle del mercatino artigianale. Tutto accompagnato da musiche popolari della tradizione del centro sud Italia.

La varietà è straordinaria e spazia dall’antipasto al dolce e vengono preparati piatti che appartengono sia alla tradizione ciociara che a quella casertana. Infatti questi territori per secoli hanno fatto parte della provincia Terra di Lavoro del Regno Borbonico e sia il dialetto che la cucina risentono dell’influsso napoletano.

Ma per dare una idea della varietà di piatti facciamo un elenco delle principali delizie avvisando, però, che ogni anno ci sono novità e che la ‘realtà supera sempre la fantasia’.

Polenta con i broccoli

Pizza fritta riempita di broccoli. Prima si frigge l’impasto della pizza e poi si riempie

Filoncini di pane con dentro il broccolo, una specialità del forno locale

Frionza, uno dei più famosi piatti tipici di Roccasecca fatto con pane raffermo tagliato a pezzi piccoli e ripassato in padella con i broccoli

Sfogliatelle ripiene di broccoli e pezzettini di salsiccia. Un chiaro influsso della tradizione culinaria campana

Mortadella fatto con aggiunta di broccoli. E’ realizzata da una macelleria locale in modo artigianale sostituendo i pistacchi con i broccoli

Panino con salsiccia e broccoli, forse uno dei piatti più mangiati in tutto il centro sud Italia che sicuramente compete con i fast food in quanto notorietà e vince in quanto a sapore e qualità

Crostata di broccoli

Lasagne in bianco con broccoli. La lasagna è forse il piatto più famoso e rappresentativo dell’Italia all’estero e qui viene interpretato con i broccoli

Ad accompagnare questi piatti un ottimo vino locale dalla Valle di Comino e si può scegliere tra il famoso Cabernet di Atina DOC oppure andare a riscoprire i vitigni autoctoni con del Maturano e del Pampanaro prodotti dalla cantina Poggio alla Meta di Casalvieri.

Ovviamente nel mercatino è possibile acquistare anche del broccolo fresco da provare a casa inventando qualche nuovo modo originale. Poi si può mandare la ricetta al comitato che la sperimenterà l’anno successivo!

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Il Segreto dei “Monasteri Formicai”

Il Medioevo è un tempo assediato. Per questo i monasteri sono cittadelle fortificate e crescono a dismisura riempiendosi di religiosi e di gente comune, diventando ricchi di manovalanza, di terre e di tesori come veri e propri feudi.

In un’epoca di invasioni, violenze, guerre e saccheggi, le chiese si trasformano in un imprescindibile punto di riferimento.

E ancora di più accade ai monasteri i quali, nati per esigenze di isolamento e preghiera, via via diventano altro poiché la disperata esigenza di salvezza, anche fisica, porta gli uomini e le donne del tempo romanico a sceglierli come proprio rifugio.

Non si spiega altrimenti il sorgere e il diffondersi dei monasteri nelle campagne, e anche dentro le stesse città.

E non si spiega altrimenti come interi territori (terre e attività e persone) si siano affidati da subito alla protezione di un monastero, fin dal suo sorgere.

Nato per accompagnare i più consapevoli tra gli uomini, come un’oasi in cui prepararsi al grande passaggio del giudizio divino, il monastero diventa presto una garanzia per molti poiché l’esigenza di protezione e di salvezza è drammaticamente inscritta nel cuore degli uomini del tempo.

E’ così che ogni monastero si trasforma in un potentissimo attrattore e accoglie persone, coagula possedimenti e terre, diventa cittadella in cui una comunità vastissima si rifugia e trova risposte cedendo, in cambio, ampie fette di sovranità, peraltro da tempo ormai vacante.

Sopra Burgusio, in Val Venosta, il Monastero Bianco di Monte Maria è un grande agglomerato abitato, forte e compatto, il cui nucleo originario risale al XII secolo.

Dimostra l’aggregarsi di un popolo intero intorno ad un insediamento primitivo.

Un aggregarsi che cominciò subito, in pieno medioevo per arrivare infine alla forma compiuta in cui si presenta oggi come un monastero chiuso, protetto saldo.

Castello, quasi, prima ancora che un luogo di preghiere e di culto, ma le due funzioni stanno insieme, perché nel medioevo romanico difesa e preghiera servivano la stessa disperata ricerca di salvezza.

L’abbazia di Monte Maria (insieme a tante altre cittadelle monastiche medievali, dalla Sacra di San Michele fino ai villaggi monastici fortificati d’Irlanda) dimostra che quella romanica è davvero una società “dei monasteri” che, come scrive Duby, sono i luoghi in cui le istanze di un popolo si trasformano in fede e in arte:

“Le funzioni fondamentali assolte dalla comunità monastiche in questo periodo della storia cristiana spiegano come mai lo spirito di riforma si sia sviluppato inizialmente nelle abbazie. Rimanendo la Chiesa secolare prigioniera del mondo laico fino al principio del XII secolo, gli abati prevalsero sui vescovi, e dovunque trionfarono i monaci, che vivevano più santamente e rendevano a Dio servizi di qualità molto migliore. Prima del 1130 i maggiori centri della cultura occidentale, i grandi crogiuoli della nuova arte sono dunque i monasteri, e non le cattedrali” (L’arte e la società medievale).

E’ proprio per la sua capacità di rispondere all’ansia di protezione dei più, e di proporsi come una istituzione sociale, che il monastero altomedievale può moltiplicare se stesso in pochi decenni e può crescere in modo esponenziale.

Testimonianza di questa incredibile vitalità è la sua chiesa che verrà costruite e ricostruite più volte (si pensi a quanto accadde a Cluny) con un ritmo impressionante, giustificato solo dalla necessità di adeguarsi progressivamente ad una realtà sociale che cresce con la stessa impressionante progressione.

Monastero di Monte Maria

Il monastero di Monte Maria è una fondazione monastica risalente al XII secolo. Il luogo, antico insediamento dedicato a Maria, fu scelto dai nobili di Tarasp che vi edificarono quella che sarebbe diventata la più alta tra le abbazie benedettine.

Restano, del tempo, mirabili, gli angeli e il Pantocratore sulle volte della cripta, dai colori intensissimi e dai richiami orientali.

Gli affreschi si sono conservati in modo mirabile anche grazie all’oblio in cui era caduta questa parte del monastero: consacrata nell’anno 1156 la cripta era stata murata in epoca successiva ed è stata restituita solo nel 1980.


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La Taverna di Aquino è un antico edificio con terreno su un poggio roccioso ai bordi del centro storico della città e le sue origini sono veramente un mistero che la tenacia dei proprietari ha svelato.

Si trova vicino al Tempio della Madonna della Libera e ha ingressi sia da Via Soldato Ignoto che da via Taverna Vecchia. Il fabbricato originale risaliva al XVI-XVII secolo ed è rappresentato in un’antica stampa che lo ritrae dal fondo della valle (Fig.1).

Un aspetto particolare della vecchia costruzione, come dell’edificio attuale, è dato dal fatto che risulta realizzato sulle pareti e sul fondo di un grande serbatoio di epoca romana.

Secondo quanto è stato tramandato, la taverna nel lontano passato era un posto di ristoro per avventori locali e viandanti in transito nella vicina via Latina. Ai primi dell’800 il fabbricato cessò la vecchia attività e divenne dimora di contadini poi, nel 1900, i proprietari Spezia lo restaurarono. Ampliarono l’edificio e modificarono l’uso del terreno per renderlo una signorile residenza di famiglia.

Per il suo passato ruolo, i cittadini vollero nominare la strada, dove si trovava il vecchio ingresso, Via Taverna Vecchia per ricordare il luogo.

Durante il secondo conflitto mondiale (1943-1944), prima che il fronte si fermasse a Cassino, il palazzo venne requisito dai tedeschi e fu sede di comando. In quel periodo, il seminterrato dell’edificio fu utilizzato come rifugio e dotato di un’uscita di sicurezza scavando una galleria nel muro del serbatoio romano e nella roccia per circa otto metri, per realizzare una apertura nel giardino.

Nel corso della guerra il fabbricato fu gravemente danneggiato e solo negli anni del 1960 gli eredi Spezia iniziarono la ricostruzione e curarono nel giardino un piccolo parco di reperti archeologici, in parte già esistenti in loco.

La Taverna desta un certo interesse archeologico perché, come già detto, le mura dell’edificio poggiano su quelle di un grosso serbatoio di epoca romana che ne costituiscono le fondamenta. Questo invaso ha la forma di un parallelepipedo cui manca la parte superiore, con una capacità è di circa 400 m3 (le dimensioni sono 14 x 80 x 9,80 metri e con un’altezza di 4,0 metri) (Fig. 2-3).

Le sue mura sono a diretto contatto con la roccia del luogo, hanno uno spessore di 60-70 cm e sono costituite in “Opus caementitium” secondo la tecnica romana del calcestruzzo. Sulle pareti interne presentano ancora piccole tracce di “cocciopesto” che aveva la funzione di renderle impermeabili all’acqua (Fig. 4-5).

È stato dimostrato che il serbatoio nell’antichità era collegato ad una conduttura proveniente dalle sorgenti di Capodacqua, e si può quindi ipotizzare che fosse il “Castellum aquae” (la camera di compensazione), del secondo acquedotto della antica e importante città di Aquinum, posto nella collina opposta della Valle.

L’acqua poteva essere utilizzata dalla cittadinanza e principalmente dai laboratori dell’industria e delle tintorie dei manufatti di lana, molto noti e citati anche da Orazio nelle epistole. Queste industrie nel I secolo AC erano di proprietà di M. Barronius Sura duoviro della città. Forse l’acquedotto fu fatto costruire proprio da lui poiché su alcune vasche delle fontane presenti nel territorio è inciso il suo nome.

Per finalità culturali, i reperti archeologici presenti nel giardino della Taverna e le mura romane del suo “serbatoio” sono da tempo inserite negli itinerari delle visite guidate dei vari monumenti di Aquino e di quelli delle “Passeggiate Archeologiche Annuali” organizzate dal Museo della città e hanno fatto parte delle iniziative del FAI ad Aquino (Fig. 6).

Legende alle Figure

Fig. 1 Immagine di una stampa dei primi anni del 1800 che mostra l’edificio della Taverna, come si osservava dal fondo della valle nei pressi del vecchio ingresso della Cartiera

Fig. 2 Disegno geometrico del serbatoio con le misure delle sue dimensioni di lunghezza, larghezza ed altezza

Fig. 3 Disegno schematico di un taglio trasversale dell’edificio della Taverna e del serbatoio

Fig. 4 Fotografia di un tratto della parete del muro del serbatoio costruito in “opus caementicium”

Fig. 5 Immagini di macchie di cocciopesto ancora presenti sulla malta della parete interna del muro del serbatoio

Fig. 6 Reperti archeologici presenti nel giardino della Taverna

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‘Il respiro’ del convento di San Lorenzo Piglio

Piglio e i suoi dintorni sono stati oggetto di molte attenzioni dalle fazioni impegnate nella distruzione durante la seconda guerra mondiale. Come per molti altri luoghi di meditazione e di culto, il convento e la chiesa di San Lorenzo, appollaiati sulle pendici del Monte Scalambra sopra Piglio, sono stati particolarmente benedetti.

La chiesa e il convento sono stati danneggiati e nel 1954 le strutture ricostruite sono state riconsacrate: il ricordo degli eventi resta in una grossa bomba "strappata" integrata nel muretto che si affaccia sul vecchio oliveto del convento.

San Lorenzo è il santo patrono di Piglio, quindi questa chiesa con la sua pianta circolare è particolare per i locali che nel 2012 hanno contribuito all'installazione di un nuovo portone di ingresso in vetro colorato alla chiesa.

La chiesa è adiacente al convento francescano e ha un tetto con una cupola divisa in due sezioni che ha "magiche" apparizioni nella sottostante città di Piglio. Se state un giorno in piedi nella piazza vicino al municipio di Piglio non potete sapere se la chiesa di San Lorenzo esiste o no.

Un giorno non si riesce a vedere la cupola, mentre in un altro giorno la cupola è visibile a tutti i frequentatori della piazza. Come e perché la chiesa e il convento di San Lorenzo cadano e risorgano in tal modo è un mistero di Dio. Alcuni dicono, un mistero della geologia legata a un possibile aumento e diminuzione della sottostante falda d'acqua.

Ai piedi della chiesa di San Lorenzo non si ha alcun accenno di mancanza di solidità o di cambiamento di altitudine del terreno e dei solidi edifici. Non ci sono segni di danni causati dal movimento.

Eppure la gente insiste.

A parte le dissertazioni sulla apparente altitudine, la ragione principale delle camminate a zig-zag lungo il monte Scalambra verso la Chiesa è quella di visitare la grotta del beato Andrea Conti, uomo di profonda fede religiosa, per lo più sconosciuto al resto della il mondo.

Andrea De Comitibus (dei Conti) di Segni è nato intorno al 1240 a Anagni ed era un parente stretto dei Papi Innocenti III, Gregorio IX, Alessandro IV e Bonifacio VIII, gli ultimi due erano zio e nipote rispettivamente. Dalla città di Anagni, dove si unì all'Ordine francescano, cercò di trasferirsi al vicino eremo di Piglio, dove rimase per i successivi 40 anni della sua vita.

Si narra che in questo convento sia stato un modello perfetto di umiltà e mortificazione francescana, di modestia e di pietà. Morì il 1 febbraio 1302, a circa 62 anni, nello stesso eremo dove il suo corpo ancora giace nella chiesa di San Lorenzo.

Oggi la gente viene in chiesa in pellegrinaggio a piedi o in auto attraverso una corsia di pini giganti che proteggono la strada dagli elementi. Per visitare la grotta si passa di fronte al convento dove, inscritta con mattoni rossi nelle pietre bianche del marciapiede, si legge "PACE E BENE".

Se ora il convento manca nei residenti, l’area ha guadagnato in un ‘sacco’ di gatti, tutti che assorbono la pace e la serenità di questo posto. La passeggiata verso la grotta è lungo un ampio tappeto erboso verdeggiante con una recinzione in pietra a sinistra e pini invecchiati a destra. La fine della passerella è segnata da un albero di abete rosso gigante a sinistra e una quercia sempreverde davanti all'entrata della caverna a destra.

La grotta non ha un limite all’entrata a parte il problema della corpulenza. A destra dell'ingresso della grotta si vede una croce scavata nella parete rocciosa con una grata di piccoli fori. Alcuni dicono che essi dovevano trattenere il diavolo, che faceva incessanti visite ad Andrea Conti. Altri dicono che questa particolare croce è stata intagliata da Andrea Conti dopo che il diavolo aveva interrotto l'approvvigionamento idrico e che la croce ha aperto un nuovo canale per l'acqua.

Qui c'è molto da vedere, si può andare con lo sguardo attraverso le colline e le valli per vedere le città come Paliano che Andrea Conti una volta benediceva quotidianamente.

Le storie raccontate da un disponibile padre sui dipinti e sulle statue della chiesa interesseranno i visitatori, mentre ci sono più "modi" di interpretare il personale viaggio di ognuno di noi verso la pace.

La visita al ritorno nella piazza di Piglio sembra essenziale per cercare la cupola della Chiesa di San Lorenzo che sale dalle pendici del Monte Scalambra.

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bdr
L’Orto del Pellegrino di Velletri: la Via Francigena con le erbe officinali

Il medioevo può essere raccontato in tanti modi e a Velletri la storia della via Francigena viene vista da una angolazione veramente insolita: quella delle erbe officinali che usavano i pellegrini.

Un gruppo di donne ha ricreato nel cuore del centro storico di Velletri un orto che aiuta a ripercorrere la storia del pellegrinaggio europeo che, a partire dal 500 dC con Benedetto da Norcia, incrocia quella dei monasteri.

Un viaggio tra arte, storia, botanica e spiritualità alla scoperta della Via Francigena ma anche di uno dei primi fenomeni di massa che ha unito popoli europei all’insegna del cammino e dell’esplorazione del territorio.

Nel centro storico di Velletri, all’ombra delle Torre del Trivio, il Vicolo del Pero accompagna il Pellegrino fino ad una piccola corte interna su cui si affaccia un vecchio portone. La scala di pietra, gradino dopo gradino, si arrampica fra tegole, tetti e terrazzi prima di arrivare all’Orto dove il viaggiatore potrà trovare rimedi e medicamenti da utilizzare durante il cammino. Ci dice Chiara, una delle fondatrici dell’iniziativa:

“Abbiamo recuperato un vecchio giardino abbandonato nel centro storico di Velletri (Roma) piantando le principali erbe officinali che i Pellegrini che percorrevano la Via Francigena (che passa ufficialmente per Velletri), potevano utilizzare più frequentemente durante il percorso per risolvere i più comuni problemi di igiene e salute”.

L’Orto del Pellegrino nasce dal recupero di un piccolo giardino abbandonato tra i tetti di Velletri, nel cuore dei Castelli Romani. Il gruppo tutto femminile che è riuscito a dare una nuova vita a questo spazio urbano dimenticato, ha deciso di piantare nell’Orto le principali erbe officinali di cui i pellegrini si servivano: una sorta di pronto intervento portatile di cui potevano disporre in itinere per preparare medicamenta ad hoc.

L’Orto del Pellegrino custodisce piante medicinali in piccole aiuole, mantenendo nel suo cuore l’acqua come elemento centrale. La vite centenaria e la camelia bianca ombreggiano i vialetti di scorrimento che accompagnano i visitatori alla scoperta della Via Francigena.

E’ un vero e proprio esperimento di rigenerazione urbana perché non ha voluto creare quinte o nascondere le testimonianze di vita quotidiana delle case che si affacciano su questo spazio sospeso tra passato e presente, tra suggestione simbolica e realtà.

L’Orto del Pellegrino, durante la settimana, ospita visite guidate animate e laboratori didattici offrendo ai bambini e ragazzi la possibilità di conoscere le erbe medicinali e il loro impiego per la preparazione dei rimedi più comuni.

Durante i fine-settimana è possibile prendere parte a eventi come il Giardino delle Farfalle, la “Farmacia degli animali” oppure si può prenotare un piccolo tour di mezza giornata che oltre alla visita guidata all’Orto comprende, anche la visita al Museo Diocesano vicino la Cattedrale di San Clemente.

Qui, tra le varie opere, è conservata una Madonna con Bambino (1426-27) di Gentile da Fabriano e la celebre Croce Veliterna stauroteca (perché doveva contenere un pezzo della Croce di Cristo). La visita si conclude poi con l’ingresso nella Cripta della Cattedrale aperta solo in queste occasioni.

Per Maggiori informazioni visitate  www.lortodelpellegrino.it

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L’esperienza di un viaggio con una guida turistica

Molte volte sento dire: lì ci sono già stato.

Al che, a questa risposta, la domanda – di solito – è: ma con una guida?

E nove volte su dieci viene fuori che sì, il mio interlocutore in un posto c’è già stato, ma senza l’ausilio della visita guidata, quindi di una guida in carne ed ossa capace di spiegare bene ciò che stiamo vedendo.

Comprendo bene che nell’era della tuttologia “internettiana” si possa andare in un posto, che ne so anche ai Musei Vaticani, ed essere convinti di avere conoscenze infinite basandosi sulle nozioni di Wikipedia. Che basti fare due foto sul cellulare e metterle su internet per farsi un “download” da una parte e un “upload” di conoscenza dall’altra.

Tuttavia non è proprio così. Spiacente di deludervi. Non è così che vanno le cose. La guida turistica è una figura che si forma con tanto studio, approfondimenti e un continuo aggiornamento non riferibile all’attività di svariati social che, pure, possono aiutare ma non di certo completare.

Certo, sarebbe auspicabile per le stesse un indirizzo di studio dedicato a livello universitario, tanto per fare un po’ di selezione, tuttavia una guida d’esperienza sarà sempre meglio di un’approssimata visita dettata dalla curiosità più che dalla voglia di conoscenza.

Per dirla in termini più semplici: ci sono cose che si devono sapere spiegare.

E la bravura di una guida è quella di saper costruire un intero racconto di immagini, visioni, sensazioni anche dinanzi al più improbabile dei sassi lasciato a terra.

Una guida turistica, ancora, a costo di diventare ridondante, è quella figura capace di trasformare la visita domenicale fatta 1000 volte in quel di Trisulti in un appuntamento fatto di conoscenza e particolarità capaci di costruire un’attrattiva unica. Perché è proprio così.

In quel piccolo particolare che non avete visto su un muro, è in quella piccola perla di esperienza narrativa su cui non vi siete soffermati che invece si nasconde il segreto di un luogo.

Ascoltare una guida, guardarne la mimica spesso istrionica, è un valore aggiunto a un luogo visto e rivisto, perché se con la voce si racconta, con le mani si disegna.

Si aggiunga a questo che l’intervallo di tempo in cui vi è la spiegazione è prezioso poiché si resta di più e più a lungo in uno spazio. Si ha quindi il modo di osservare meglio, di saggiare l’aria, di vivere appieno l’atmosfera e l’energia di un luogo.

Di certo le guide turistiche sono tante e si deve saper scegliere, ma la loro presenza è quel in più che contraddistingue ViviCiociaria e Itinarrando da altre realtà associative e non che non prevedono la presenza professionale di una guida turistica a spiegare le bellezze di un luogo.

Sceglierne una, in sostanza, è farsi del bene e noi teniamo davvero tanto ai nostri soci; tanti – dei quali – sono tra quelli che rispondono “ci sono già stato”, senza però aver avuto la fortuna di incontrare una guida cui rubare un paio di nozioni qua e là.

Essere guidati.

Una fase importante che oggi forse abbiamo dimenticato.

Avere il privilegio di poter seguire dei passi che aprano la porta alla conoscenza è una fortuna cui forse internet ci ha disabituati.

Scegliete una guida, privilegiate iniziative con guide turistiche, perché questo è il primo passo per conoscere davvero un luogo in cui poi, solo poi, si potrà tornare altre 1000 volte con la contezza e la piena coscienza di ciò che si va a vedere.

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Zucca e castagne sono i simboli della stagione autunnale e di conseguenza mi è venuto in mente di provare ad accostarli, ma oltre alla stagionalità mi sono venute in mente le loro proprietà nutritive.

Di origine americana la zucca si presenta arancione per il betacarotene ed è ricca di vitamina A e C. Inoltre è un ottimo antiossidante ed è anche poco calorica, essendo composta al 90% da acqua. 

Le castagne sono apprezzate da immemore tempo tanto che durante l'alto medioevo esisteva il mestiere del "castagnatores", persone specializzate nella loro raccolta e conservazione, e molte persone si sfamavano nutrendosi di questo frutto. Al contrario della zucca sono un alimento ipercalorico e di conseguenza bilanciano l'aspetto nutrizionale del piatto qui proposto.

La ricetta di questo primo piatto di “Zucca con Crema di Castagne” è nata dalla voglia di giocare con due ingredienti entrambi dolci che ho voluto diversificare senza alterarne le caratteristiche.

Ingredienti:

Vellutata di zucca · Crema e granella di castagne arrostite · Crostini di pane · Cipollotti arrostiti · Ricotta fresca · Origano e germogli di barbabietola

Procedimento

Per la zucca: soffriggere brevemente la zucca fatta a cubetti. Aggiungere acqua e lessare per circa 10 minuti, quindi frullare il tutto. No sale.

Per le castagne: cuocere le castagne nella padella specifica per le caldarroste, dopodiché sbucciarle e frullarle aggiungendo acqua e un filo d'olio fino a raggiungere la consistenza di una crema. Sale QB.

Per i cipollotti: pulire dallo strato esterno i cipollotti e cuocerli su una pentola di ghisa rovente per 4/5 minuti. Sale QB.

Per i crostini di pane: fare a cubetti del pane, meglio se vecchio così non butterete via nulla, e soffriggere in una padella rovente con un oilo d'olio, finché a doratura. Sale QB 

Impiattamento

Versare due mestoli di vellutata in un piatto fondo e aggiungere circa una decina di cucchiaini di crema di castagne. Adagiare i crostini e ricoprirli con i cipollotti tagliati a pezzetti. Ultimare con ricotta fresca e foglioline di origano, e se amate il piccante aggiungere qualche germoglio di rapa rossa.

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La storia dei Parchi Divertimento e di Magicland

‘Panem et Circenses’, questo è il modo in cui i romani governavano il loro popolo e cibo e parchi divertimento è quello che ancora oggi viene usato per avere consenso dai cittadini.

Ma come è cambiato il modo di divertisti? Non più sangue reale dei gladiatori ma comunque emozioni forti che alzino il livello di adrenalina.

La storia dei moderni Parchi Divertimento nasce più o meno a fine Ottocento con le grandi Ruote Panoramiche e i Luna Park.

In quei parchi si entrava gratuitamente e si pagavano i singoli divertimenti e le attrazioni erano soprattutto meraviglie meccaniche che non volevano creare illusioni.

Tutto cambia negli anni ’50 con Disneyland, vicino Los Angeles, una città da sogno in cui si paga per entrare ma che poi offre tutto gratuitamente. Un sogno particolare se il castello della Bella Addormentata riprende le forme di uno dei castelli di uno dei maggiori sognatori di sempre: Ludwig di Baviera.

Il sovrano aveva riempito il suo regno di castelli, mandando in bancarotta le casse dello stato, in quello che oggi è conosciuta come la Via Romantica e che attrarre milioni di visitatori. Oggi tutti i soldi spesi da Luigi II si sono dimostrati uno dei migliori investimenti di sempre.

Walt Disney continua i sogni del sovrano bavarese portandoli ad un altro livello onirico e Disneyland è un mondo parallelo dove si entra e ci si perde nelle meraviglie. Continuano anche le meraviglie meccaniche e le montagne russe si fanno sempre più ardite: il primo giro della morte risale al 1976.

Una bella curiosità è la storia del nome di ‘Montagne russe’ che prendono il nome dalla moda degli scivoli sul ghiaccio in Russia tra il tra il Cinquecento e il Seicento. Sono famose quelle volute da Caterina II di Russia nella reggia di Oranienbaum che erano strutture in legno alte 15-20 metri, coperte di ghiaccio e che venivano percorse da una slitta che poteva raggiungere una velocità di 70 km/h.

In Russia vengono invece chiamate «amerikànskije gòrki», cioè «colline americane», e in America si chiamano ‘roller coaster’, sicuramente tecnicamente più appropriato.

In Europa nascono parchi divertimento con eroi nazionali come quello dedicato ad Asterix in Francia, il Port Aventura in Spagna o Gardaland in Italia. Il parco diventa una attrazione turistica aggiuntiva dedicata alle famiglie e si cercano le località già note ai turisti.

Nel frattempo anche gli Zoo e gli Acquari si trasformano diventando sempre di più dei parchi divertimento dove il contatto con gli animali assume non solo aspetti didattici ma ludici.

Tutti i parchi ospitano spettacoli tutti i giorni ed eventi in ricorrenze particolari per aumentare il livello di emozione da parte di chi li frequenta.

Una rivoluzione in Italia la ha fatta il parco Rainbow Magicland di Valmontone che ha creato un suo proprio mondo ispirandosi alle Winx, le bambole italiane diventate più famose delle Barbie. Le Winx sono poi diventate cartoni animati e film tridimensionali.

Le Winx sono solo una delle attrazioni e il parco di Valmontone è stato il primo ad unire esperienze virtuali e reali nelle sue montagne russe e in altre attrazioni. Un segno di come i parchi sempre più si avviano ad essere un mondo magico in cui perdersi divertendosi.

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