Un atleta unico: il Liri - Ilaria De Angelis

La fronte bagnata, gli occhi socchiusi, il petto propenso in avanti, e le punte delle scarpe, ormai consumate, che tracciano l’asfalto.
 
La fatica che riempie il corpo mista alla voglia di andare avanti, di giungere fino al traguardo prima degli altri. La sensazione del vento contro il viso, le mani che tagliano l’aria, la libertà che si prova nel voler sconfiggere il tempo.
 
Sin da bambini il nostro unico obiettivo è correre, si corre per venire alla luce, si corre una volta riusciti a stare sui propri piedi, si corre poi verso la propria formazione, verso l’età adulta.
Ma non siamo gli unici a correre, anche il tempo lo fa, ed è terribilmente veloce tanto che a volte, ci sfugge.
Come un atleta e come il tempo, però, anche le acque del nostro territorio corrono e il fiume Liri corre qui da un’eternità.
 
Anch’esso ha un obiettivo: sfociare nel mare, ma per raggiungere ogni meta ci vuole fatica e la strada da percorrere è lunga, non sempre però essa è spiacevole. Se il Liri potesse parlare, raccontare, ci direbbe sicuramente di ogni cosa vista in questi anni durante la sua continua corsa.
 
Ci parlerebbe di ogni persona vista passeggiare lungo i suoi argini, ci parlerebbe delle bombe che ha visto riversarsi sulle città che attraversa, o ancora  delle volte in cui ha visto intere case crollare lungo le sue sponde a causa dei terremoti.
 
Il Liri ci suggerirebbe anche, però, della volontà prorompente delle persone che si sono fatte forza e sono andate avanti, dopo ogni difficoltà. Sarebbe bello sapere, di tutti coloro che si sono stretti la mano e che hanno osservato le sue acque con stupore camminando lungo di esso.

Ogni coppia innamorata, seduta sulle panchine con i volti rivolti verso il fiume, quanti amori avrà visto nascere, e di quanti il panorama che il Liri offre sarà stato la causa.
 
Esso avrebbe anche qualcosa di cui lamentarsi però, con dispiacere, infatti,farebbe  notare quanto ora le sue acque e i suoi argini siano più inquinati che un tempo.

Il ricordo ancora nitido di una città più piccola, priva di fabbriche e di scarichi, di ragazzi meno egoisti e più attenti a non gettare cartacce  a terra o in acqua.
 
Sarebbe bello poter ascoltare, di ogni tempesta che ha portato le acque del Liri a straripare o quasi, di ogni giornata  di sole in  cui le madri hanno approfittato per far passeggiare lungo le sponde i loro bambini. Ne avrà sicuramente visti tanti crescere, tornare lungo le sue rive, giorno dopo giorno, e non essere più gli stessi.
 
Quanta gioia avrà provato, il nostro fiume, nel vedere persone sempre nuove e quanta tristezza nel vederne altre non tornare. Il Liri, correndo, deve raggiungere il suo obiettivo.

Tutti, nella vita, ci accorgiamo di avere un obiettivo, e per raggiungerlo non possiamo far altro che correre, correre verso di esso fino alla fine. I bambini corrono verso l’età adulta, ogni studente corre verso un futuro migliore, un malato corre verso la guarigione, la scienza corre verso nuove soluzioni, il tempo corre, fino all’eternità.
 
Ciascun traguardo rappresenta uno scopo ben preciso e quello in questione, di vitale importanza per il nostro fiume, è che giunga pulito verso il mare.

Il Liri sarebbe sicuramente felice di raccontare di ogni singolo atleta che affronta la propria corsa lungo le sue sponde. Gioirebbe nel correre con loro perché hanno obiettivi diversi, ma lo stesso traguardo.
 
Il mare appare lontano, l’azzurro Mediterraneo attende il “verde “ Liri al suo traguardo. I volti, le voci e le storie dei paesi che esso ha attraversato si immergono tra le acque del caro fiume che, procedendo fiero, accompagna i passi sicuri degli atleti che marciano lungo le sue rive.

Al traguardo il verde si tinge d’azzurro sino ad assumere i toni cobalto di un unico splendore. 

Il Liri ha raggiunto il suo traguardo, portare alla foce e verso l’infinito i sogni e i desideri di tutti coloro le cui vite corrono lungo le sue acque.

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Corsa - Evelyn De Luca

Questa è la storia di una strada, di una corsa, di Sacco e di Penna. Lettore, custodiscila: bella o brutta che sia, è la mia storia.

Io corro per scappare.
 
Non c’è contentezza per me o punto di arrivo. Sono nomade fuori e nomade dentro. Le conseguenze di questo gioco crudele sono le ginocchia doloranti per la corsa, le mani infreddolite dal gelo della notte e un cuore lacerato dalla smania di possedere risposte.

“Corri, corri, corri”; lo ripeto come un mantra. Quest’imperativo categorico scandisce il mio andare e batte implacabile sui pensieri permeandoli, agitandoli, scuotendoli. Mi giro e, come un folle, sorrido un po’. Penna, ridendo, mi dice di smetterla: “Sembri un folle!”.

Fortunatamente lei, col suo colore brillante, equilibra il grigiore dell’asfalto. La strada percorsa con gambe stanche si erge solitaria in lontananza. Lettore, devi esserne informato: la strada su cui striscio, cammino, corro e volo non è una qualunque. La mia vita è una fuga, una incessante lotta per la sopravvivenza e l’autoaffermazione. E’ un moto convulso, incoerente, privo di un centro di consistenza. 

Corro per vincere.
 
Ho un testimone da passare disperatamente per affluire nel fiume in piena dei grandi uomini, per porre un mattone al tempio dell’esistenza e recitare magistralmente la mia parte.La via su cui mi affanno non è lastricata di persone, ma di parole da urlare.
 
Corro perché ho qualcosa di potente da dire.
 
Socchiudo gli occhi per scorgere qualcosa alle mie spalle. Sacco mi dice: “Appoggiami a terra. Non sei molto furbo..sono pochi i momenti in cui puoi liberarti del mio peso, non ne approfitti?”. Lo appoggio a terra per riposarmi. Sacco parla troppo, ed è comprensibile! Contiene solo parole, parole, parole. In lontananza non c’è nessuno.

C’è solo lui. Lui.

Lui c’è sempre, e corre molto più veloce di me. Lui è instancabilmente abile, un ladro scaltro dagli scatti rapidi, imbattibile in esperienza; rapisce e colleziona una ad una le corse passate, porgendole in dono a suo fratello e intrappolandole nel suo blocco spazio-temporale. Ricopre con un velo di polvere tutta la bellezza delle cose, vanifica l’atto dei ribelli. 

Desolato è colui la cui vita scivola e muta in massa informe senza che nessuno ne succhi il nettare fino al midollo: desolato ero io, fino a che non conobbi la parola, fino a che non iniziai a accarezzarla e pregarla di trasmettere quella che per me era una verità atemporale. Iniziai la mia corsa disperata contro Lui, armato solo delle mie suole ormai logore e di parole.

La corsa voleva acquietare un turbinio di domande: cosa resterà? Cosa resterà di questi giorni, di questo vortice di attimi? Cosa resterà di questa vita che scorre densa e copiosa nelle vene e che fluisce immensa e potente dalle mani, dagli occhi, dal cuore? “Una forza bestiale”, pensai, “ha sempre fatto pressione in me, per non lasciarsi dilaniare da Lui”. 

La paura di Lui, al punto da non poterne pronunciare il nome, chiude con la sua morsa di ferro il mio cuore, ingrigisce e toglie il fiato dagli occhi. Mi trascina con sé nel suo naufragio confuso; frena il procedere, impedisce il cammino con una totale paralisi.
 
Corro per non morire piano.
 
Intollerabile è l’idea di non esser parte determinante di qualcosa di grande, e di non contribuire ad inviare un unico grande messaggio in bottiglia a chi ne avrà bisogno. “Non so cosa sia” mi dico, riflettendo sulla fatica di un’interminabile corsa, sulle ampie falcate per acquisire terreno per ottenere come premio un orizzonte più nitido, un nuovo sguardo da condividere, un’idea da urlare dalla cima del mondo.

“Forse è innata paura umana della disintegrazione, o soltanto fisiologico bisogno d’esser in qualche modo ammirati o applauditi, o inclinazione naturale al dono”. Penso ai labirinti di pensieri inconcludenti in cui corro in circolo e sorrido ancora nella luce di un’unica e piena consapevolezza.
 
Corro per donare.
 
Mi fermo per riflettere. Sacco e Penna parlano tra loro; Sacco le manda delle occhiate ammiccanti, e Penna mette il suo inchiostro a disposizione per le parole. “Questa panchina sarà il trono della mia contemplazione” intanto affermo, e nel farlo rido di me e della mia vena melodrammatica.

Il dinamismo della corsa mi estenua e a volte penso solo una cosa: beata leggerezza. Vorrei fermarmi e planare sulle cose dall’alto con ali di gabbiano. Accarezzarle dolcemente coi miei occhi da bambino ogni giorno in grado di stupirsi senza l’oppressione di Lui.

Vorrei rinnovarmi nella luce maieutica di un’alba tenue, nelle mie piccole e semplici contemplazioni, nella dolcezza di un biancospino sulla strada e nel tendere in aiuto una mano. Vorrei solo volteggiare sull’increspatura dell’acqua con immensi slanci vitali.

Vorrei. Non vorrei invece la viscerale smania di penetrare a fondo, di portare i polmoni al limite, l’ossessivo bisogno di senso.

Vorrei amare e non capire, perché cosi la corsa sarebbe meno intensa e il dono più spontaneo e genuino.

Vorrei vivere senza la malattia del doloroso sentire che grava sulle mie spalle come una maledizione, una colpa senza perdono. Mentre corro mi inarco in avanti, e spesso il peso mi atterra; è lì, quindi, che inizio a strisciare per allontanarmi sempre e ancora da Lui.

Vorrei una strada che sia scrigno dell’essenza eterna delle cose; vorrei una strada che sia pura luce, ma so che la luce non è se non è buio. Così vorrei: correre libero e anarchico, da grande solitario.

Fine dei pensieri. Mi alzo; la pausa è durata così poco da non aver migliorato le mie condizioni. Sono esausto. Vorrei stendermi nel bel mezzo della strada e aspettare l’arrivo di un passante che mi dica: “alzati. Il mondo è finito. Sei libero”. Mi guardo ancora indietro e mi folgora la consapevolezza che no, non finirà mai. Sono destinato a correre.
 
Corro per affermare.
 
E per affermare, bisogna vivere. E per vivere non bisogna farsi macinare da Lui. Per questo ricomincio la mia corsa, riprendendo Sacco e Penna. Frugo nel mio Sacco di parole e tento di combinarle in maniera unica per seminare messaggi lungo la strada. Mi consola l’idea che Lui inghiottisce tutto tranne le parole.

Ho sempre ritenuto che nelle parole risieda, ferma e irremovibile come un Buddha nella posizione del loto, l’essenza eterna delle cose. Converrai, lettore, che donarti i miei pensieri (banali e superflui che siano) sia una delle forme più alte di amore. Donare è ricevere; non smetto mai di correre donando ed in cambio ottengo la speranza d’esser in qualche modo utile a te, sfuggendo dalla dannazione della memoria.

Nella frenesia della mia corsa provo quindi, con l’unica arma che ho, a distendere le pieghe dell’anima troppo a lungo attanagliate da una spirale di silenzio, a svelarti il mio sangue misto e contraddittorio porgendo con cura nelle tue mani la mia verità. Spero cosi di vincere su Lui e aiutare te col mio inno alla vita e alla  speranza, in modo che tu possa imparare l’arte dei piccoli passi.
 
Corro per insegnarti a correre.
 
Voglio renderti tangibile il forte sentire della vita e accendere l’amore e il dolore nelle mie parole, per trasmetterti quel piccolo spiraglio di buono che è in me. Corro fino ad avere fiato; mi accorgo però di essermi nuovamente perso nella matassa di pensieri dentro me, e intanto fuori ha iniziato a piovere.

Piove spesso qui: le giornate procedono lente, ogni giorno si staglia all’orizzonte il presagio di un temporale e dopo un’esplosione di rabbia la luce ricomincia a colare piano e tutto tace. Sotto questa luce soffusa mi riposerei; aprirei un buon libro ai piedi di un albero e annullerei il mondo circostante. 

“Se solo la mia vita non fosse una eterna fuga” constato con amarezza. Una lacrima scivola velocemente sulla mia guancia e la solca, nascosta e protetta dalla pioggia. Mi soffoca il senso di responsabilità, quasi cado; sono schiacciato dall’impresa titanica a cui ho consacrato la mia strada.

Con dedizione ho donato tutto al mio obbiettivo; ho sovvertito ogni schema e ogni regola, ho frantumato la mia bussola morale. Il nord non lo segna più; il Nord ormai è Avanti. E’ Avanti il posto verso cui correre, non importa con esattezza dove. Importa solo correre.
 
Corro per andare. Andare e basta.
 
Sacco colmo di parole pesa sulla schiena, e mentre rischio di scivolare sento l’affannoso respiro di Lui sul mio collo, la sua oppressione mentale e il suo tentativo di dissolvermi. Penna sembra preoccupata per noi e per il mio procedere; ripete spesso che le sembra un’agonia. Agonia o meno, ho un disperato bisogno di correre.

E’ questa la mia triste storia; può finire anche qui, all’inizio della sua sgualcita terza pagina. E’ una storia lineare, lettore: non ho grandi gesta da narrare con esaltazione, non ho fiabe da mille una notte. Ti avevo già avvertito nell’esordio, ho molto poco con me. Non pensare che ti abbia nascosto l’identità di Lui per attirare la tua attenzione. No, non è così.

Il motivo è: ho paura. 

Però so che ora, grazie a te che ascolti le mie parole e dai un senso al mio correre, è giunto il momento di dirtelo.
Lui è il fratello di Oblio, che ti accennai in precedenza: è Tempo.

La mia è una corsa, destinata a fallire. La mia è una corsa contro Tempo nel tentativo disperato e ossessivo di arrampicarmi con le unghie al mondo, di seminare un germoglio che possa essere anche quando io, invece, smetterò di essere. Tempo mi è dietro, costantemente. Tempo è una ossessione. So di essere destinato a soccombere. Ho deciso però, ugualmente, di raggiungere il più

Avanti possibile, e di seminare più parole possibili alle mie spalle. Cammino con in pugno Penna. Lei spesso mi dice: “Stringimi più forte! Credo in te!” Io la amo ma lei è nello stesso tempo la mia eterna dannazione. Quello che mi crea mi distrugge. Mi unisce e mi spezza. Mi forgia e mi fonde. Ma non posso separarmi da lei: lei, ormai, sono io. E’ il mio mezzo. Lettore, credimi, non sono pazzo: ho solo un sogno, e il confine tra le due cose è spesso sottile.

 
Corro per realizzare un sogno.
 
Sacco, riferendosi alle parole che contiene, mi dice: “Ho le carte vincenti. Ora sta a te e Penna giocare”. E io, gioco.
 
Corro per giocare.
 
Tempo mi divorerà, lo so. E solo a pensarci mi fermo, alzo gli occhi al cielo e spero che le mie lacrime si confondano con la pioggia.

Ma questo, lettore, è il destino di tutti: non possiamo sfuggire. Possiamo però decidere di non fermarci, e fare il possibile per lasciare incisioni lungo la strada, segnali di fumo o messaggi in bottiglia; insomma, fare di tutto per correre. Chissà, un giorno, qualcuno li coglierà, ne capirà il senso profondo e li sfrutterà a sua volta per correre, in un eterno flusso. 

Forse questo è già successo: forse, mentre tu leggi, io non ci sono più. Forse Tempo è già arrivato.

Lettore, non dispiacerti per me: la saggezza sta nel capire quando non si può cambiare qualcosa. La saggezza sta nell’accettarlo. Conosco Sacco: lui non sa accettare. Quando Tempo mi annienterà, quando diventerò polvere o vento, Sacco andrà via. Lui e le sue parole cercheranno un corridore simile a me, disposto a consacrare la propria vita per donare un messaggio.

Sacco fa così dall’inizio dei tempi: cerca la vocazione al dono, e quando la trova in qualcuno, si dona a lui. Lo accetto: non sono né l’inizio né la fine. Sono un’unica piccola tessera di un mosaico eterno, di un progetto sovrumano che unisce tutti gli uomini esistiti, che esistono e che esisteranno. 

 
Non importa.
 
Combatto Tempo con la mia scrittura; io morirò, ma il mio Sacco e Penna mi renderanno eterni. Faccio parte di una Grande Storia, e ne sono grato: la storia di una strada, di una corsa, di Sacco e di Penna.

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Tordo Matto di Zagarolo
Tordo Matto di Zagarolo

Una storia veramente incredibile lega il Tordo Matto alla tradizione culinaria di Zagarolo: e quando da una favola nasce un gusto speciale, la tradizione diventa parte della storia di un intero paese. Un piatto che ha salvato la vita ad un intero paese.

Il Tordo Matto è forse il piatto tipico di Zagarolo: un involtino di carne equina cucinato con sapienza da generazioni. Si può gustare in tutti i locali tipici di Zagarolo ma non bisogna lasciarsi confondere dal nome.

La storia e il piatto vengono festeggiati con una sagra dal gusto medievale che ci riporta all’epoca in cui la ricetta è stata creata: dalla fortuna e dalle genuine mani di una contadina che doveva sfamare un soldato per difendere la sua incolumità.

Era il periodo in cui i Lanzichenecchi, soldati tedeschi spietati e violenti, erano stati arruolati dal Sacro Romano impero per saccheggiare Roma e i paesi limitrofi. I soldati minacciavano Zagarolo e avevano costretto gli abitanti a fuggire dal paese ed andare a vivere nelle campagne.

Una sfortunata famiglia di contadini si ritrovò a doversi difendere da un combattente tedesco che, ferito e sconfitto, raggiunse la casa di campagna con il suo cavallo, malconcio come lui dalle ferite della guerra. Il soldato chiese asilo, cure e di essere sfamato.

In tempi di guerra e povertà nessuno aveva cibo per sè e di certo non per i mal desiderati ospiti: ma tale era la fame e la rabbia del soldato che bisognava trovare al più presto una soluzione per salvarsi la vita.

La morte del cavallo diventò quindi provvidenziale per la donna che decise di improvvisare un piatto a base di carne equina!!

Il soldato non contento del primo assaggio continuava a gridare “drossel”, che in tedesco vuol dire tordo, e la donna continuò a sperimentare nuovi accostamenti tra carne di cavallo, spezie e buon vino rosso fino a quando l’uomo non fu sfamato e felice.

Il risultato è stata una” miracolosa” e “innovativa” ricetta che allontanò il soldato da quella casa senza lasciare tracce del suo passaggio!

La famiglia di contadini raccontò la straordinaria avventura che avevano trascorso con quel “matto soldato “che gridava “drossel” e di come si fosse conclusa bene grazie al gusto di uno speciale involtino di carne di cavallo chiamato subito con il nome di Tordo Matto.

Un involtino che da allora è diventato simbolo del paese di Zagarolo!

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La mia corsa con il Liri, un fluire di pensieri ed emozioni - Marco Cipriani

Scorre e va il fiume Liri; attraversa valli, paesi e regioni; la sua corsa è a volte lenta, a volte impetuosa, quasi a volersi ribellare a non so cosa, a non so chi.

Potesse ascoltare o meglio parlare, ne avrebbe di segreti da rivelare, alcuni belli, altri inconfessabili e se riuscisse a dire la sua, secondo me, un po’ si lamenterebbe del suo stato attuale, in quanto non è proprio in perfetta salute.

Ma lui è lì e continua a fluire, facendo da cornice ad un quadro che neanche il miglior pittore potrebbe dipingere più bello. Anch’ io, come il Liri e altri atleti, ho deciso di “scorrere”.

Siamo in tanti a gareggiare, qualcuno lo fa per passione, qualcuno per divertimento, qualche altro per esplorare nuovi territori.

C’è chi lo fa per il gusto di provare a vincere, ma credo che alla fine in ognuno di noi rimarranno l’emozione e la consapevolezza che si sta “scorrendo con il fiume Liri”, attraversando, come fa lui, paesi e paeselli e godendo dello spettacolo che il paesaggio circostante offre ai nostri occhi.

Mi sono chiesto: - Perché no? Quest’anno anch’ io voglio partecipare alla terza edizione della “Ecoultramarathon-Scorrendo con il Liri, una corsa lunga un fiume”.

Si tratta di una manifestazione patrocinata dal CONI e dall’UNESCO, che ha come obiettivi quelli di valorizzare il territorio e le sue radici storico-culturali, nonché di sensibilizzare le persone al rispetto dell’ambiente, rendendole partecipi della salvaguardia del nostro territorio e consapevoli del fatto che Madre Natura ci ha messo a disposizione acqua, terra, flora e fauna, ma tutto ciò non ci è stato regalato, bensì ci è stato solo dato in prestito per farsì che noi possiamo beneficiarne, senza però abusarne.

E allora eccomi qua: è il dieci settembre 2017; è una bella giornata di sole ed io, come il fiume Liri, insieme agli altri podisti, parto da Cappadocia, a quota 1108 metri s.l.m.

Si trovano proprio qui le sorgenti nascoste del Liri, in questo paesino di montagna che d'inverno si copre di una coltre bianca, lasciando allo sguardo del passante un suggestivo panorama fiabesco.

Si respira un’aria fresca, frizzante e impregnata dell’odore di erba secca, di margherite, violette, anemoni, arniche e altre varietà di fiori che circondano questo ambiente. Il paese è accogliente e ricco di fragranze e sapori autentici della buona tavola, fatta di piatti tipici e tradizionali che sanno come scaldarti il cuore anche nelle giornate più fredde. Meta di turisti che, come me, vi si recano per rilassarsi durante il periodo estivo per contemplare la natura in una tranquillità che oggi non è alla portata di tutti.

E' inoltre un punto di passaggio per molti pellegrini che l'attraversano per giungere al santuario della Santissima Trinità, posto ai piedi di una montagna rocciosa che lo sovrasta e lo domina.

Così, come il fiume, proseguo la mia corsa e arrivo a Castellafiume, con la sua frazione, Pagliara, di appena venticinque abitanti che sono fieri delle loro origini e legati alla loro terra, tanto bella quanto selvaggia.

Mentre sono immerso nella natura incontaminata e nei miei pensieri, ogni tanto vengo distratto dal piacevole scampanellio delle mucche al pascolo.

Qua e là, intravedo lo sterco di questi animali, ma non importa perché tutto ciò non va a danneggiare la bellezza dell’ambiente circostante, anzi, fa parte di esso: in alcuni di questi paesini si vive di pastorizia, di allevamento di bestiame, quindi perché stupirsi di ciò?

Continuo a correre, ma spesso vengo distratto dalla bellezza del territorio, fatto di piccoli sentieri, boschi con alberi altissimi e prati ricoperti di fiori selvatici che riempiono le mie narici di profumi dolcissimi. Tra i monti Simbruini e la Valle Roveto, sorge Capistrello, con il suo nome un po’ aspro ma dal paesaggio incantevole; gli abitanti sono ospitali e mi salutano con il loro tipico dialetto abruzzese marcandolo fieramente e volutamente quasi a voler sottolineare l'appartenenza al loro territorio.

Mi salta subito all'occhio un'opera d'ingegneria ferroviaria che non deturpa l'ambiente, ma lo completa: si tratta di una galleria elicoidale che attraversa l'abitato di Capistrello: è stata scavata nella roccia seguendo un percorso a spirale che gira verso l'alto della montagna.

Corre e scorre ancora il fiume Liri; le sue acque sono fiere di appartenere a questa meravigliosa terra, ma io, rispetto a lui, ho il vantaggio di potermi soffermare ed osservare.

Giungo a Canistro, famosa per le sue terme e la sua acqua oligominerale, limpida e tesoro prezioso di questo paese, come pure la castagna roscetta, IGP della Valle Roveto usata durante le sagre popolari.

Il Liri non sembra affatto stanco, io al contrario inizio ad avvertire un po’ di fatica, ma non posso darle retta, il percorso è ancora lungo e tutto da scoprire. In men che non si dica, eccomi giunto a Civitella Roveto, cittadina fiorente con un abitato più moderno ricostruito dopo il terremoto del 1915; a farla da padrona qui è la chiesa di San Giovanni Battista con la sua robusta torre campanaria medievale.

Proseguo il mio percorso e attraverso Civita D'Antino, un piccolo borgo situato a 904 metri sopra il livello del mare e circondato da mura che stanno lì quasi a voler conservare la naturale bellezza tipica degli edifici antichi che la caratterizzano.

A differenza del fiume, io sento il bisogno di rinfrescarmi e, tra un sorso  d'acqua e un altro, arrivo alla frescura che mi offre gratuitamente Morino, situata in una conca verdissima di boschi. Il suo nome è legato all'affascinante paesaggio della riserva di Zompo lo Schioppo, che ha come attrazione la superba cascata naturale di circa ottanta metri che precipita nel torrente sottostante.

A completare l'opera d'arte ci pensa l'ermetica chiesa di Santa Maria del Pertuso o del Cauto, immersa nella faggeta della Riserva; questa si trova a circa mille metri di altitudine ed è addossata alla roccia formando un tutt'uno con essa, quasi fosse una grotta. Al suo interno si sono conservati preziosi affreschi duecenteschi.

Che meraviglioso paese, ricco di bellezza, cultura e tradizioni legate alle più famose sagre! Penso alla sagra che Rendinara, frazione di Morino, organizza per esaltare il suo pecorino prodotto ancora con le tecniche antiche.

Devo correre come il fiume, ma, mentre attraverso il paese, l'olfatto si acutizza e mi perdo in quei profumi dei piatti fatti in casa seguendo le più antiche ricette; sono gli ingredienti semplici, quelli della cucina povera che arricchiscono le tavole degli uomini instancabili lavoratori, quelli che svolgono i lavori pesanti tra campi e boschi, tra pascoli e alture, sfruttando, sempre nel massimo rispetto, quello che la natura gentilmente mette loro a disposizione.

Sono i giovani a dover essere sensibilizzati al rispetto delle risorse ambientali, in quanto rappresentano il futuro e non poteva dunque
mancare a Morino l'Ecomuseo che permette ai visitatori di poter interagire con l'ambiente circostante e cercare di capire cosa si può fare per tutelarlo.

La riserva lo Schioppo è percorribile a piedi attraverso un sentiero Natura che offre una frescura gradevole ai visitatori con un sottofondo dello scroscio dell'acqua, concerto naturale di strumenti che solo madre natura sa dirigere. Bella Morino, così bella che anche Ignazio Silone ha voluto raccontarla nel suo romanzo “Fontamara” e tu sei lì, caro Liri, a completare un quadro spettacolare.

Le tue acque in alcuni tratti scivolano silenziosamente via e ti dirigi, come me, al tuo traguardo. Inizi, anche tu purtroppo, a proseguire la tua corsa in maniera sofferente, appesantito dall’inquinamento che mostrano le tue acque, ferite e deturpate dalla mano dell’uomo che forse non si rende conto del male che ti fa o forse fa finta di non saperlo.

Tu non puoi urlare il tuo dolore, ma chi ti sa osservare ed ascoltare attentamente, avverte il tuo lamento silenzioso, ma al tempo stesso straziante, come quello di qualcuno che chiede aiuto senza essere soccorso.

Intanto io sono giunto a San Vincenzo Valle Roveto, paesino situato a fondo valle; mentre la percorro mi accorgo subito della maestria di uomini e donne che si cimentano a creare ceste di vimini o a ricamare il corredo delle future spose, proprio come si faceva una volta.

Da San Vincenzo a Balsorano il passo è breve e qui come si fa a non ammirare il fiabesco castello, sito in Balsorano Vecchio che maestoso, in tutta la sua bellezza, sorveglia il paese sottostante donandogli quel fascino che attira molti turisti che si recano a visitarlo e ad immortalarlo?

Che terra l'Abruzzo, fatta di gente adorabile, disponibile e accogliente ma soprattutto di persone che non si piegano davanti alle catastrofi naturali, come i terremoti che ieri, come oggi, mettono a dura prova la pazienza, la sopportazione, l'attaccamento, l'orgoglio e la fierezza di essere abruzzesi!

Questa gente ama la propria terra e non la tradisce e lo posso affermare con certezza, visto che mia madre è di origine abruzzese, precisamente di Morino ed è orgogliosa e testarda proprio come la sua amata Terra; mio padre, invece, è del Lazio e ama la sua bella cittadina che vanta una cascata meravigliosa come quella di Isola del Liri.

Intanto continuo ad inseguire il fiume e così arrivo a Sora, dunque in territorio laziale.

Qui il fiume riempie la bellezza della cittadina, l’attraversa e dona alle cartoline quel fascino in più, soprattutto se fotografato con le luci della sera. Altro elemento caratteristico del paese è l'antico castello dei Volsci che domina la città dall'alto ed è raggiungibile solo a piedi, attraverso dei piccoli sentieri.

Mi piace ricordare che questa cittadina è stata la patria di personaggi illustri come Cicerone e Vittorio De Sica. Corro e corro ancora, ormai vicino al mio traguardo, che mi vedrà comunque vincitore, in quanto partecipante. Nulla è scontato in tutto ciò che ho visto ed ammirato, tutto è come deve essere e madre natura ha fatto bene il suo lavoro.

Le tue acque fragorose, o Liri, sono la colonna sonora di molte sigle che raccontano la storia di comunità, personaggi e paesaggi.

Giunto a Isola del Liri, il mio paese di origine, mi rendo conto di quanto i suoi abitanti siano fieri di te, in quanto hai donato loro benessere e prosperità; molte furono infatti le cartiere e i lanifici che seppero sfruttare le tue acque.

Tu, con il tuo scorrere e saltare di quota, innescavi quei meccanismi che permettevano il funzionamento dei macchinari.

Che grande ricchezza sei stato, tanto da incuriosire e avvicinare molti imprenditori francesi che vollero prodigarsi introducendo macchinari e tecnologie avanzate importate dall'estero!

Dopo aver percorso 65 Km, eccoci alla linea di traguardo sita in via Cascata, nel centro del paese. Qui il Liri dà luogo a una spettacolare cascata di venticinque metri che con le sue acque spumeggianti fa da cornice al castello Boncompagni-Viscogliosi.

Incanto e poesia per chi ti osserva, esaltarti non è difficile; sei stupenda, o cascata e fiera ti mostri al passante che non desidera sfondo migliore per la sua foto più bella.

Meravigliosa, anche se a volte troppo impetuosa, ti lasci cadere con forza e dinamicità e vivi nel frastuono delle tue acque. Sei tu, o cascata, che dai splendore a questa cittadina e che riempi l’animo di chi ti osserva d’orgoglio e ammirazione.

Anch’ io, sfinito dalla corsa, mi fermo e mi perdo nel tuo spettacolo, attrice protagonista di un film senza parole. Il fragore delle tue acque racconta il tuo stato d’animo: sei raggiante in una giornata di primavera e spenta nell’autunno inoltrato, in ogni caso non perdi mai il tuo fascino e la tua bellezza.

E allora tu, o fiume, prosegui pure la tua corsa, attraversando territori altrettanto belli e ricchi di storia, e getta le tue acque al mare!

Io ti ringrazio per le emozioni che mi hai donato; sei un vanto per chi ti ha vissuto e per chi ti vive e ti può raccontare; spero solo che l'uomo non continui a fare del male a te e ai territori che tu accarrezzi e solchi e che riesca a riportarti allo splendore che avevi nel periodo pre-industriale.

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Alla scoperta di Torre Baccelli sul Farfa a Fara in Sabina

In Sabina alla scoperta del Farfa, un fiume suggestivo e molto celebre il cui corso offre continue sorprese e della Torre Baccelli nel comune di Fara in Sabina.

D’estate, quando fa caldo, si può risalire il Farfa partendo dal suggestivo laghetto che si forma nella località di Granica, a Montopoli di Sabina. Si può camminare con scarpe da scoglio dentro l’acqua pulitissima e fredda, grazie al fondo ricoperto di ciottoli e al regime torrentizio: è un piacere con il caldo estivo. Lungo il percorso si incontrano in continuazione deliziose anse balneabili.

Sempre d’estate ci si può inoltrare (magari in MTB arrivando con il treno alla stazione di Poggio Mirteto) all’interno della Riserva del Tevere-Farfa, e nuotare in un’ansa che si forma fra le rapide sotto l’altissimo e suggestivo viadotto della ferrovia “lenta” Roma-Orte.

Oppure si può costeggiare il Farfa lungo solitarie strade campestri, sempre in MTB.

O ancora, e questo è il top, si può scendere da Castelnuovo di Farfa, o da Mompeo, all’interno delle sue famose e spumeggianti gole.

Dicevamo della località del laghetto Granica, dove la presenza di una grande spiaggia con bellissimi ciottoli levigati e l’acqua effervescente del fiume attirano in estate numerosi bagnanti, che picniccano e nuotano. L’irruenza del fiume lo rende bianco per la schiuma che producono le limpide acque.

Da questa spiaggia, però, pochissimi si avventurano lungo il letto del fiume. E nessuno di loro si mette in cerca della vicinissima Torre Baccelli.

Ma andiamo per ordine. Siamo vicini alla celebre Abbazia di Farfa, i cui abati divennero potentissimi nel corso del Medioevo e possedevano centinaia di chiese, comunità monastiche, castelli e poi città, porti, fortezze, miniere, mulini.

L’abbazia era protetta da vari sistemi di sicurezza, come la rete di fortificazioni lungo il Treja con almeno 10 castelli in linea (di cui i tre più segreti sono il Castello d’Ischia, di Pizzo Jella e di Filissano), era protetta anche da una Torre chiamata Baccelli. 

Allora le acque del Farfa non erano ancora captate da acquedotti per portare acqua a Roma e il livello del fiume era più alto. Per questo era navigabile e l’abate usava la barca per arrivare a Roma. Forse fu proprio per la sua navigabilità che i saraceni nel IX secolo penetrarono facilmente in Sabina e arrivarono a distruggere anche l’abbazia di Farfa.

Torre Baccelli ora domina il piccolo e suggestivo lago artificiale di Baccelli, realizzato negli anni ’30 e che raccoglie le acque del Farfa per la produzione di energia. Purtroppo la torre non è più fruibile dal momento che l’ENEL ha chiuso con un cancello l’accesso al sito.

 

Ad ogni modo anche prima non era semplice arrivare alla torre per via del ripido sentiero imboscato e delle vertiginose cavità che si aprono improvvise nel terreno, a mostrare i sotterranei dell’insediamento. 

Grotte si aprono tutto intorno a Torre Baccelli e le imponenti rovine e l’impressionante vista dei sotterranei dall’alto lasciano immaginare l’importanza di questo luogo fortificato.

La vista del lago sottostante offre poi ulteriori suggestioni e ispirazione per chi vuole immergersi nel sorprendente intreccio tra la storia misteriosa e la natura lussureggiante.

Per maggiori informazioni, vi invitiamo a visitare il sito web dell'autore all'indirizzo www.luigiplos.it

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La storia attraverso chiavi, lucchetti e serrature nell'antichità

Una visita al Museo Archeologico di Albano Laziale rivela molte piccole sorprese ad uno sguardo attento a particolari insoliti come quello delle antiche chiavi, lucchetti e serrature nell’antichità.

Nell'antica Roma non esistevano le banche e il denaro, in oro e argento, era abitualmente conservato in casa in vere e proprie casseforti. Si trattava di casse estremamente robuste e capienti, che potevano contenere sia monete che oggetti preziosi. 

Abitualmente le casse erano sistemate negli atri, in piena vista, in modo da rimandare all'opulenza economica del proprietario della domus.

L'inviolabilità di queste antesignane delle moderne casseforti era assicurata da una o più complesse serrature con tanto di chiavi, dalle quali il proprietario raramente si separava per affidarle, nel caso, ad un ‘portiarius’, incaricato di trasportarle al seguito del suo padrone.

Per agevolare il trasporto, le chiavi vennero realizzate, con il tempo, in bronzo e sagomate in maniera elaborata e dette sigilli, perché utilizzate anche come timbro a caldo sulla cera. Erano simili ad un anello, con una piccola sporgenza sagomata e un'incisione che fungeva da sigillo e che serviva ad autenticare i documenti importanti.

Nelle famiglie più importanti e più ricche, al momento delle nozze il marito invitava la sposa a condividere sia le chiavi che il sigillo. Questo gesto rappresentava un simbolo della fiducia che lo sposo riponeva nelle capacità amministrative della consorte.

I congegni di bloccaggio, in realtà, nacquero in Mesopotamia nel II millennio a.C., come testimoniano i ritrovamenti in tal senso nel tempio di Sargon a Khorsabad. Nello stesso periodo la medesima serratura comparve in Egitto e da qui si diffusero in tutto il Mediterraneo.

Questa serratura era composta di due parti, una fissata alla mostra e l'altra alla porta. Quando quest'ultima si serrava, le due parti si incastravano tra loro ed i perni verticali impedivano la riapertura. Lo sblocco si otteneva infilando in una fessura della serratura una leva munita di perni fissi con la stessa disposizione dei calanti.

Questa serratura fu perfezionata, un millennio dopo, in Grecia. Si realizzò un dispositivo interamente in metallo con un catenaccio mobile che recava numerosi fori al centro che seguivano una precisa geometria. Al di sopra del catenaccio erano allineati perni cadenti disposti con la medesima geometria.

Quando il catenaccio, spostandosi, faceva coincidere i primi con i secondi, questi scendevano nei suoi fori bloccandolo. Per aprire la serratura si faceva uso di una chiave simile ad un pettine, con i perni verso l'alto, uguali ai precedenti per numero e geometria.

La serratura romana, invece, cominciò a diffondersi qualche secolo prima della nostra era e la chiave che la apriva e chiudeva era simile a quella delle vecchie dimore. Come questa, funzionava per rotazione grazie a una molla antagonista di acciaio di elevata elasticità.

Questa serratura era realizzata da un vero e proprio specialista: il ‘magister clavarius’. 

Forse fu proprio quest'ultimo ad inventare la molla che definì la chiave a doppia spinta e che svincolò le serrature dal montaggio verticale facendo in modo che potessero adattarsi anche ai forzieri ed alle casseforti, vere e proprie antesignane dei nostri lucchetti.

La serratura romana di età imperiale per antonomasia è quella detta con chiave a traslazione, con toppa a forma di lettera "gamma". Di questa serratura sono stati rinvenuti numerosi esemplari sia a Pompei che ad Ercolano.

Ma i Romani, che viaggiavano spesso, utilizzavano anche un gran numero di minuscole serrature portatili, note come lucchetti, la cui produzione giunse fino ai nostri giorni. Anche il lucchetto era azionato - come oggi - da una chiave con il concorso di una molla.

Le chiavi in bronzo erano estremamente belle. Per la fusione veniva utilizzato bronzo nella percentuale di 85 per cento di rame e 15 per cento di stagno. La tecnologia impiegata era quella della fusione a cera persa.

Le impugnature erano solitamente di forma geometrica, zoomorfa o a volute. I pettini erano spesso più elaborati rispetto a quelli delle chiavi in ferro ed erano composti da molti denti con l'aggiunta, spesso, di una o due complicazioni laterali.

C'è da aggiungere che le stanze interne delle case romane non avevano porte. Vi era una robusta porta di ferro che proteggeva la cassaforte, ma null'altro.

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Lungo il Cremera e il fosso della Torraccia a Formello

Siamo nel Parco di Vejo lungo il corso del Cremera, il magico affluente del Tevere che percorreremo partendo dalle sorgenti per poi risalire su un ramo laterale andando alla scoperta della misteriosa Cascata dell’Inferno.

Poi discenderemo il suo corso per entrare nell’intima grotta Franca e infine andremo con il fiume verso il Tevere alla ricerca Ponte Sodo.

La caratteristica straordinaria del Parco di Vejo è l’incredibile commistione fra la “selvaticità” (la cosiddetta Wilderness) e l’opera dell’uomo. Il paesaggio a ovest e a nord di Roma pur avendo un’orografia e una morfologia complessa, e quindi disagevole, è stato frequentato per millenni dall’uomo. E gli innumerevoli resti in particolare falisci, etruschi e medievali lo testimoniano.

La sorgente del Cremera è considerata la parete di roccia dalla quale scende la cascata che raccoglie i rivoli dell’impluvio superiore, situato nell’avvallamento fra Campagnano, Formello e Sacrofano. Si arriva passando attraversando una fantastica galleria vegetale che si è formata naturalmente ad un certo punto della forra, in un ambiente estremamente suggestivo.

Fin dalla partenza, con la visione dal basso del santuario della Madonna del Sorbo alto sulla rupe a picco sul fiume, è un’immersione sempre più profonda nella natura. Non ci sono sentieri e bisogna risalire il fiume a vista, guadando continuamente dove le pareti della gola costringono a transitare dall’una all’altra riva.

Splendido è poi il paesaggio alla confluenza con il fosso che arriva dalla Cascata dell’Inferno: con cascatelle dappertutto. Un luogo segreto a 2 passi da Roma che prende il nome dal fatto che le mucche che si abbeveravano al fosso cadevano dalla cascata e morivano.

Ma la “sorgente” del Cremera cambia la sua posizione a seconda delle piogge e della stagione. Durante la stagione secca si forma partendo da un insieme di gocce che cadono dalle pareti mentre nella stagione piovosa si riconosce il torrente che alimenta il fiume e anche il fontanile di Sacrofano, nel bivio fra Formello, Campagnano, e Sacrofano.

Seguendo uno di questi torrenti che alimentano il fiume si ha una vera sorpresa e si incontra il fosso della Torraccia, proprio sotto il paese di Formello, scendendo per una ripida mulattiera nel bosco fino alla Valle del Sorbo. 

Se si rimane sul sentiero che passa alto sul torrente, il paesaggio è al solito molto bello, come sempre capita quando si cammina in queste zone. Ma se si prova a scendere sulle rive del fosso, cambia tutto: ci si immerge in un ambiente incantato, fatto di grandi massi caduti e di continui salti e rapide dell’acqua, fino ad arrivare al punto dove il fosso della Torraccia sfocia nel Cremera.

E qui il paesaggio diventa straniante, con la liscia lastronata su cui si adagiano le acque del Cremera, che vanno a incontrare quelle del fosso della Torraccia in un turbinio di cascatelle.

E non è finita. Il fosso della Torraccia riserva in una sua valletta laterale il suo segreto più nascosto: un fontanile di epoca medievale e il soprastante cunicolo/acquedotto etrusco entrambi ancora attivi! Il cunicolo ancora oggi drena l’acqua verso il fontanile!

Torniamo al Cremera e al suo passaggio nella valle, fra una forra e un’altra, si arriva alle suggestive rovine del purtroppo diruto mulino medievale accanto all’altrettanto suggestiva Cascata della Mola. Proprio dalla Cascata della Mola il fiume, dopo un paio di placidi chilometri in campo aperto, rientra scrosciante all’interno delle gole.

E quasi nessuno continua a camminare lungo le rive del Cremera, oltre la cascata, fino ad arrivare alla grotta detta localmente Grotta Franca e al promontorio roccioso sulla sommità, proprio sotto le ultime case di Formello.

Il problema infatti è che l’attraversamento del fiume. all’andata e al ritorno, è l’acqua sempre abbastanza alta (salvo agosto e settembre).

Ma se ci si decide di bagnarsi, salvo non indossare le scomodissime galosce da pescatore, ci si inoltrerà in un pezzo del corso del fiume dall’aspetto selvaggio, quanto quello presso la cascata dell’Inferno, con addirittura tracce di sentiero!

Tornando al Cremera e alle sue meraviglie non si può non finire con il Ponte Sodo, la galleria scavata dagli etruschi per lasciare defluire l’acqua del Cremera durante le piene, affinché non risalisse ad inondare la spianata di Vejo. Il posto, a circa 1,5 Km in linea d’aria dalla zona archeologica, è assolutamente magico.

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Il lago rosso della solforata di Pomezia

Chi conosce il lago rosso all’interno della solforata di Pomezia? Molto pochi, probabilmente.

Ebbene, esiste un lago parzialmente arrossato per via di particolari batteri che occupa parte il fondo di una cava gigantesca, all’interno della località detta ‘solforata di Pomezia’ e situata all’estremo sud del parco di Decima Malafede.

Ed è qui che giungiamo.

Attraversiamo esili lembi di terra in mezzo agli acquitrini, saltiamo sulle rocce rese gialle dallo zolfo e saliamo sulla collina più alta, da dove si apre improvvisamente la vista del lago, parzialmente arrossato. 

Tale visione è emozionante, soprattutto con il sole alto nel cielo.

Negli ultimi anni, per cause a me ignote, il fenomeno dell’arrossamento è molto attenuato. 

“Ahi!” Direte voi. “Siamo arrivati tardi? Non possiamo più vedere il lago rosso?” (Qualora il fenomeno non sia presente durante la vostra escursione).

Questo io non lo so.

Ma se scenderete dalla collina, se aggirerete le sponde di un altro lago con al centro un piccolo e suggestivo faraglione e nelle cui acque si riflettono le gialle pareti di zolfo incombenti, se vi inoltrerete nella caldera superando ruscelli di acqua cerulea e costeggiando un altro lago che sembra ghiacciato, ma che è invece un coacervo di piccoli soffioni sulfurei con le rive che sembrano imbiancate da una nevicata, giungerete all’estremità opposta della caldera.

Qui vi troverete ai piedi di un piccolo canyon, alla cui base spunta un ruscello dalle singolari tonalità verdi.

Risalirete le scoscese pareti di questa gola e avrete la visione di un ulteriore lago dall’uniforme colore vermiglio, la cui vista vi consolerà a dovere, qualora non troviate arrossato il lago grande.

Ma il problema non è tanto la perdita del fantastico colore rosso scarlatto del lago grande, quanto la siccità del 2017 che sta riducendo i laghi della caldera a delle pozze, e che rischia di annientare questo e tanti altri luoghi bellissimi vicino Roma.

Terminato questo giro in ambiente fantasy, potremo, con ancora negli occhi i panorami stranianti della solforata, tornare verso la Pontina, e raggiungere il Circeo.

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