Fumone- La Taverna del Barone
Fumone- La Taverna del Barone

A Fumone c’è forse uno dei ristoranti più conosciuti di tutto il basso Lazio, ma non è propriamente un ristorante: è la Taverna del Barone!

Uno dei primi locali che ha recuperato le antiche tradizioni ciociare, ricavato all’interno delle cantine di un antico palazzo in pietra nel centro storico di Fumone, all’interno della cerchia muraria.

Il locale è subito diventato famoso per i suoi camerieri vestiti in abiti tradizionali e con le famose ‘ciocie’, i calzari da cui prende poi il nome la Ciociaria, e la musica tradizionale che viene suonata ogni sera. Stornelli e canzoni popolari, alcune delle quali piene di doppi e tripli sensi che alludono ai giochi amorosi.

Ma come è nata la Taverna del Barone? Chi è stato così lungimirante che già nel 1991 ha aperto un locale come questo?

Sergio Caponera è uno scrittore, poeta e uomo illuminato. Nasce il 22 agosto 1955 a Fumone e il 28 agosto 1977 sposa Giovanna Pietrobono (ma da tutti conosciuta come Viviana) dalla quale ha tre figli: Silvio, Patrizia e Gianpaolo.

Sergio ha sempre amato il suo paese e nel 1988 pubblica la sua prima opera, un saggio dedicato al patrono del paese dal titolo San Sebastiano Martire a Fumone a cui fa seguito, due anni più tardi, il libro Fumone, Olimpo di Ciociaria.

Ha chiaramente uno spirito creativo e intraprendente e pratica svariati mestieri finché, all’età di trentacinque anni, decide di dedicarsi alla sua grande passione per il medioevo: nasce così nel 1991 “La Taverna del Barone”.

Il locale è la sintesi della sua passione per Fumone e per il medioevo, un luogo tipico in cui ai clienti vengono servite pietanze cucinate secondo antiche ricette in un’atmosfera del tutto particolare.

Da quel momento tutti conosceranno Sergio come’ Il Barone’. L’amore per la storia lo porta a dedicarsi in modo sempre più assiduo alla riscoperta della tradizione fumonese e ciociara.

Nel 2000 pubblica il manuale La cucina ciociara nel quale propone ricette fumonesi tramandate per secoli di madre in figlia. Dal 2001 si dedica alla scrittura con un ritmo ancora più serrato, pubblicando romanzi e poesie e ottenendo vari premi.

Nel 2002 esce la sua prima raccolta poetica, una collezione di cinque volumetti dai titoli: Amore, Terra, Ode al vino, Il viaggio, Pensieri. L’interesse tributato al Medioevo lo porta a frequentare teatranti e artisti di strada con i quali dà vita a spettacoli e rievocazioni storiche tra cui gli apprezzatissimi Castri Fumonis Ludi.

Del 2004 sono i romanzi Una Famiglia per necessità e Carnevale, Quaresima e... Nel 2005 pubblica Anna e nel 2006 La collina dei desideri. L’anno successivo viene dato alle stampe il romanzo Adriana e le raccolte poetiche Trenta pensieri per te e I pensieri volano.

Sergio muore il 27 febbraio 2009 lasciando un segno indelebile in tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incontrarlo. Nel 2010 esce, postuma, la raccolta Cartapaglia che contiene, oltre ai suoi lavori inediti, anche le poesie del Premio Belli 2010 e della prima edizione del premio speciale di poesia estemporanea a lui dedicato.

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Trivigliano- Festa di SantOliva by Bettiol
Trivigliano- Festa di SantOliva by Bettiol

Sant’Oliva è una di quelle sante che vengono scelte come patrone per le numerose opere miracolose che hanno compiuto: l’ultima nella Seconda Guerra Mondiale.

È la patrona di Trivigliano, Castro dei Volsci, Pontecorvo e Cori. Ma è anche molto venerata a Legowo in Polonia, vicino Danzica per una strana leggenda.

La storia narra che il principe Stanislao cadendo da cavallo in un bosco, si ferì e chiese aiuto suonando un corno. Arrivò in suo soccorso una signora con un ramoscello d’olivo che gli disse di diventare cristiano. Stanislao si convertì e poco dopo arrivò un monaco che lo salvò e lo battezzò. Il principe costruì poi un grande convento dedicato a Santa Oliva.

Dopo qualche anno, i fedeli sentirono il bisogno di avere un legame più intenso con la santa e, nel 1703, i frati polacchi chiesero una reliquia della santa al Vescovo di Anagni che la concedette subito: un pezzetto del braccio.

Il culto si Sant’Oliva si diffuse allora in tutta la Pomerania fino al 1830, quando la geografia di quella parte d’Europa cambiò totalmente con la nascita della Prussia.

La reliquia allora scompare e si perdono le tracce del culto di Sant’Oliva che resta solo nei cuori di alcuni fedeli, fino a quando il signor Fabrizio Drago di Trivigliano arriva in Polonia e scopre la chiesa dedicata alla stessa patrona del suo paese.

Nel 2012 ci sono scambi di lettere fra il vescovo di Danzica e quello di Anagni e una nuova reliquia del braccio di Sant’Oliva viene spedita a Danzica dove dal 2013 viene festeggiata ogni anno con grandi riti. In suo onore è stato composto un inno musicale composto da Luigi Brandi, direttore del Coro Polifonico Città di Anagni, con le parole che Ivo Roweder aveva composto per un precedente inno nel 1700.

Oggi Trivigliano è gemellata con Legowo.

Oliva era nata ad Anagni e morta il 3 giugno del 492 dopo aver passato gran parte della sua vita in un monastero dove aveva avuto molte visioni. Anagni è una città sacra sin dal tempo degli Ernici ed è famosa per essere la città di 4 papi (Innocenzo III, Alessandro IV, Gregorio IX e Bonifacio VIII) e 6 santi (San Magno, San Pietro, Santa Secondina, Santa Aurelia, Santa Neomisia e, appunto, Santa Oliva). La sua storia si legge in una epigrafe del 1133 dell’antipapa Anacleto e il suo corpo si trova nella cattedrale.

Le prime notizie della chiesa di Trivigliano risalgono invece al 1295 e l’attuale chiesa è in una cripta sotto la Chiesa di Santa Maria Assunta.

A Trivigliano il culto è ancora molto sentito e si festeggia con una doppia processione, la sera del 10 giugno viene portato in processione il braccio di Sant’Oliva in un suggestivo corteo con fiaccolate lungo le piccole vie del centro storico.

La mattina seguente, poi, si svolge la solenne processione con la statua montata su apposito piedistallo portato a spalla dai membri della confraternita. Le processioni sono scandite dalla musica della banda di Trivigliano.

Ma i miracoli di Sant’Oliva continuano e c’è un incredibile aneddoto che riguarda la seconda guerra mondiale. Pontecorvo si trovava lungo la linea Gustav di difesa dell’esercito tedesco che fu fortemente bombardata dall’esercito alleato. Per qualche motivo nessuna delle bombe colpì il paese e l’unica che cadde nel centro, non esplose.

Dopo la guerra, il soldato americano che aveva sganciato le bombe su Pontecorvo si trovò a passare per il paese e fu portato all’interno della chiesa. Quando passò davanti al ritratto di Sant’Oliva restò pietrificato e iniziò a piangere. Disse che mentre lanciava le bombe una signora distese il suo mantello a protezione della città e tutte le bombe rimbalzarono e colpirono altri bersagli:

“Quella signora aveva il volto del ritratto di Sant’Oliva della cattedrale di Pontecorvo!”.

Forse proprio per questa sua avversità alla guerra, Sant’Oliva è sempre rappresentata con una colomba e un ramoscello di olivo, come nei racconti del diluvio universale.

Un’ultima curiosità: Sant’Oliva è molto venerata a Charlottesville (USA) dai discendenti degli emigranti ciociari!

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Fumone e Celestino V monaco eremita e papa
Fumone e Celestino V monaco eremita e papa

Fumone e il suo castello sono intimamente legati alla figura di papa Celestino V, una delle figure più emblematiche della chiesa cattolica avvolta ancora da un fascino particolare. Qui il santo ha trascorso i suoi ultimi anni chiuso in una cella.

Pietro Angelerio dal Morrone, nasce in Molise nel 1215, e sin da giovane mostra una straordinaria predisposizione all’ascetismo e alla solitudine. Da giovane, si ritira in solitario eremitaggio in una piccola grotta nel Monte Morrone, vicino Sulmona, da cui prende poi il nome. 

La sua figura è molto seguita e con i suoi seguaci fonda la Congregazione dei Fratelli dello Spirito Santo. La sua fama disturba Roma che vuole sopprimere l’ordine, così Celestino si reca a Lione, dove si svolgevano i lavori del Concilio di Gregorio X, per impedire che l’ordine monastico fosse soppresso.

Nel 1292, alla morte di Niccolò IV, i 12 cardinali del Conclave non riuscivano ad eleggere un nuovo papa soprattutto per la lotta fra le famiglie Caetani e Colonna ognuna spalleggiata da qualche monarca europeo.

I cardinali si riuniscono in varie parti d’Italia ma senza mai arrivare ad una soluzione fino a che il re Carlo d’Angiò irrompe nel conclave di Perugia e sollecita una scelta. Con questa pressione e dopo varie vicissitudini, si sceglie come futuro papa proprio Pietro Angelerio, una persona pura totalmente al di fuori dei giochi politici e ignara delle dinamiche pontificie.

Pietro tra la sorpresa e lo sgomento, accetta e l’elezione a Papa avviene nella basilica di Collemaggio a L’Aquila il 29 agosto 1294.  Pietro da Morrone sceglie il nome di Celestino V. 

Dietro consiglio di Carlo d’Angiò, Celestino V trasferisce la sede della Curia a Napoli, ma nel corso delle sue frequenti meditazioni, tra insidie e intrighi, il nuovo papa giunge alla decisione di abbandonare il suo incarico e il 13 dicembre 1294, da lettura della propria rinuncia nel corso di un concistoro che sembra gli sia stata suggerita dal cardinale Caetani.

Undici giorni dopo viene eletto pontefice Benedetto Caietani con il nome di Bonifacio VIII. Bonifacio teme disordini e rinchiude l’anziano monaco nella Rocca di Fumone, che allora era controllata dalla famiglia Caetani. Il soggiorno divenne prigionia e dura 10 mesi e si conclude con la morte di celestino V il 19 maggio 1296, all’età di 81 anni. 

Secondo una tradizione, una luminosissima croce appare alla finestrella dell’angusto carcere e nel 1313 Celestino V fu iscritto nell’Albo dei Santi da Clemente V. Il suo corpo riposa oggi nella basilica di Collemaggio a L’Aquila ed è ancora molto venerato.

Nei suoi pochi giorni di pontificato, Celestino V compie un atto molto significativo che può essere considerato come l’emanazione della prima indulgenza formale. Con una Bolla Papale, Celestino V emana la Perdonanza, un atto di carattere universale diretto a tutti i cristiani. 

Egli invita tutti alla riconciliazione e fissa le condizioni: entrare veramente pentiti e confessati nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio nel giorno della ricorrenza della decollazione di san Giovanni Battista.

È il primo giubileo avente carattere universale a cui potevano accedere tutti e, soprattutto, non prevedeva altri fini se non quelli spirituali. Qualche anno dopo, esattamente nel 1300, l’idea di Celestino fu ripresa da Bonifacio VIII con l’indizione del famoso giubileo. 

Ma forse sia Celestino V che Bonifacio VIII ripresero l’idea di Innocenzo III della ‘Indulgenza dei Cento Anni’. In ogni caso Celestino è sempre più moderno e la sua figura ancora ispira molti scrittori e poeti.

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Trivigliano- Castello by Claudia Bettiol
Trivigliano- Castello by Claudia Bettiol

Come la maggior parte dei borghi di altura, anche Trivigliano si forma attorno ad una torre anzi, in questo caso, attorno a tre torri che poi danno il nome al paese stesso.

Il castello di Trivigliano era il nucleo iniziale del borgo: oggi restano solo le tracce di una torre e di un piccolo edificio caratterizzato da una elegante bifora in marmo. Queste costruzioni si trovano all’interno di un complesso residenziale che dal 1646 appartiene alla stessa famiglia ed è articolato su vari livelli con diversi affacci sul paese.

Prima di allora era stato anche la residenza del Governatore che guidava il paese per conto della famiglia Colonna e fra le sue mura si era consumata la storia di Trivigliano.

Si accede al castello attraverso due ingressi di cui uno si trova direttamente nel centro storico proprio nel cuore medioevale di quello che doveva essere la corte del castello e a cui si arriva attraversando vicoli e caratteristici sottopassi. Percorrendo queste stradine si ha proprio l’impressione di attraversare la storia e di tornare nel medioevo.

Il secondo ingresso nel centro del paese è un signorile portone in un palazzo ottocentesco. Questo palazzo fa parte delle sistemazioni ottocentesche del vescovo Gaspare Maria Petochi, vicario del Papa, che qui trascorreva le sue estati e i momenti di pausa in famiglia.

Già nel settecento la famiglia aveva unito diverse costruzioni medioevali preesistenti e questa opera fu poi continuata dal vescovo. Il prelato aveva sistemato la facciata e allargato il palazzo con un affaccio sull'elegante giardino a cui si poteva accedere con carrozze e mezzi. All’interno del palazzo si può vedere lo stemma di famiglia nella sua camera da letto e c’è anche una piccola cappella con arredi del Settecento.

Monsignor Petochi è morto nel 1855 ed è sepolto nella chiesa di Santa Maria Assunta, ove una targa lo ricorda.

L’ingresso principale al castello è ora rappresentato da un lungo viale alberato che parte dal piazzale, dove all’altra estremità c’è il Camposanto del paese, costeggiato da olivi e alberi di nocciole, dal tennis e da un campo di bocce.

Un secondo cancello ci introduce nella parte alta del giardino disegnato all’inglese e si arriva nella piccola corte dove si affacciano i diversi edifici.

Questa sistemazione è stata fatta agli inizi del secolo scorso da Giuseppe Petochi che divideva la sua vita tra Roma e Fiuggi.

Al centro della corte c’è un albero di noce che fu piantato alla nascita del figlio Domenico, e di cui si racconta una strana storia: l’albero sembrava seccarsi e morire proprio in coincidenza della morte di Domenico ma, con le cure della famiglia, ha ripreso linfa vitale ed oggi domina ancora la scena.

Giuseppe nel 1884 era andato a Roma con suo fratello ed aveva aperto una delle prime gioiellerie proprio nel centro della capitale. Grazie alla sua arte e alla sua bravura era diventato il gioielliere di fiducia della famiglia reale e di molte famiglie nobili che d’estate trascorrevano le vacanze a Fiuggi. Fiuggi e Trivigliano sono molto vicine e il castello negli anni cinquanta era un centro di vita mondana per chi non voleva essere troppo solo e ritrovarsi nella buona società.

Il castello di Trivigliano era diventato, quindi, un punto di riferimento culturale e artistico per ritrovarsi in un ambiente amichevole ed accogliente.

Oggi il castello e il giardino sono ben curati e ospitano alcune manifestazioni della vita del paese, come il Presepio vivente a Natale, concerti e presentazioni di libri in estate.

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Bowling Pins
Bowling Pins

A Trivigliano uno dei migliori centri di bowling ma pochi conoscono le sue vere radici. Siamo abituati a vedere il bowling come uno ‘sport americano’, spesso associato a qualche film di Hollywood, ma le sue origini sono ben diverse e nasce in Egitto nel IV-III millennio AC.

Sono stati ritrovati resti di palle del 3200 AC realizzati con bucce di grano, ricoperte di materiale come il cuoio e legati con una corda. Alcune palle realizzate con porcellana che avevano prese simili a quelle attuali. Erodoto descrive il gioco e dice che era stato introdotto dal popolo della Lidia in Asia Minore.

Anche i legionari romani passavano il tempo a lanciare rocce cercando di farle capitare vicino alle altre in un modo che, poi, si è naturalmente evoluto nel gioco delle bocce molto diffuso in Italia. Ovviamente non era esattamente come quello di oggi, ma possiamo dire che aveva qualche affinità.

Altre notizie di giochi simili si hanno in aree della Germania intorno al 400 DC in cui come pista si usava il pavimento liscio delle chiese e come birilli si usavano delle rappresentazioni di demoni. In realtà il gioco aveva anche un intento purificatorio!

Nel 1299 è stato costruito il più antico campo da bocce, in stile bowling, il Master's Close a Southampton, in Inghilterra, che è ancora in uso e noto come il Bowling Club di Southampton.

Ma il primo documento scritto che cita il gioco risale a re Edoardo III d’Inghilterra, quando in una lettera del 1366 il re lo bandì perchè era una distrazione alla pratica del tiro con l’arco.

Nei secoli XV-XVII i campi di bowling si diffusero in Germania, Austria, Svizzera e nei Paesi Bassi con superfici di gioco realizzate in cenere o argilla cotta.

Il primo campo di gioco coperto risale al 1455 a Londra quando le piste furono coperte da tettoie e il bowling si trasformò così in un gioco per tutte le stagioni. In Germania questi posti erano chiamati kegelbahns, ed erano spesso collegati a taverne e pensioni (e come oggi si trovano ancora in molti pub inglesi).

Nel 1511, il re inglese Enrico VIII, che era un avido lanciatore, vietò il bowling alle classi inferiori imponendo un prelievo per le piste private. Un'altra legge inglese del 1541 (abrogata nel 1845) vietava i lavoratori di praticare il bowling tranne che a Natale e solo nella casa del padrone e in sua presenza.

Nel 1530 il re trasformò il Whitehall Palace nel centro di Londra come la sua nuova residenza, e la dotò di piste di bowling all'aperto, campo da tennis coperto, posto per le giostre e un’area per il combattimento di galli.

Intorno al 1520, il fondatore della Riforma Protestante Martin Lutero fissò il numero di birilli a nove (mentre prima variava da 3 a 17) e costruì una pista di bowling accanto alla sua casa per i suoi figli, talvolta arrotolando una palla da solo.

Un aneddoto sul gioco risale al famoso ammiraglio inglese Sir Francis Drake che il 19 luglio 1588 stava giocando a bowling a Plymouth Hoe quando gli fu annunciato l'arrivo della Invincibile Armada Spagnola. Sir Francis rispose al messaggero: "Abbiamo abbastanza tempo per terminare la partita e battere anche gli spagnoli".

Il gioco di bowling è arrivato in America direttamente con la prima colonizzazione olandese quando nel 1609 l'esploratore Henry Hudson ha scoperto la baia di Hudson, e ha fondato poi New Amsterdam (successivamente New York). Nel 1670 gli olandesi amavano giocare presso la Tavernetta di Armi del Vecchio Re, vicino la odierna Broadway.

La più antica pista di New York risale al 1733, il Bowling Green a New York City, e fu costruita al posto di un mercato di bestiame mentre la prima pista coperta risale al 1 gennaio 1840, i Knickerbocker Alleys.

Le rivoluzioni in Europa del 1848 portarono ad accelerare l'immigrazione tedesca negli Stati Uniti, che raggiunse i 5 milioni entro il 1900, e i tedeschi portarono con se il loro amore per la birra e il bowling. Alla fine del XIX secolo New York City era un centro di bowling.

I birilli passano da 9 a 10 quando nel 1841 lo stato del Connecticut vieta lo sport a 9 birilli perché troppo legato alle scommesse. Il gioco semplicemente cambia le regole!

La codifica dello sport con le sue regole e i suoi standard viene fatta però negli Stati Uniti solo nel 1895 e da allora la sua massima diffusione si ha proprio in questo paese. Oggi viene giocato da circa 100 milioni di persone in oltre 90 paesi ma la parte del leone la fanno gli Stati Uniti con 70 milioni di praticanti.

Tutto si riassume in una pista liscia, 10 birilli e una ‘boccia’. Il giocatore prende la palla con tre dita e la deve far roteare nella pista fino a colpire tutti i birilli. Vince chi fa cadere più birilli.

Tutto il resto è il segreto del mestiere: il modo di impugnare la boccia, di camminare, di far roteare il braccio. Ognuno ha le sue tecniche che si affinano con gli anni e con la pratica, ma non è tutto così semplice!

Ma non si può parlare di Bowling senza avere in mente almeno qualche scena di film americani, senza pensare alla serie televisiva Happy Days o al Grande Lebovski del 1988 tutto ambientato in una sala da gioco.

Il bowling è anche lo sport preferito da Homer Simpson, della seguitissima serie di cartoni animati seguita in tutto il mondo, e dagli uomini della famiglia dei Flintstones, i famosi primitivi.

Comunque vada in Italia esiste una sezione del CONI, Comitato Olimpico Nazionale Italiano, specificatamente dedicata a questo sport! Il centro bowling di Trivigliano si possono prendere lezioni e assistere a gare nazionali.
 

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Trivigliano una reliquia in onore di SantOliva
Trivigliano una reliquia in onore di SantOliva

Per chi che non è nato e cresciuto nelle tradizioni della chiesa in Italia, il concetto di culto di una reliquia sembra inusuale.

Quindi, per assistere a una messa e alla processione in onore di un Santo, dove l'oggetto venerato è un reliquiario d'argento che racchiude un pezzetto del braccio del santo, è una nuova esperienza con un impatto emotivo sconosciuto.

Santa Oliva è la santa patrona di Trivigliano, uno dei borghi della Lega Ernica arroccato sulla cima di una basa montagna degli Ernici non lontano da Fiuggi. la santa viene celebrato l'11 giugno con una processione della statua durante la mattina. Ma la sera prima c'è un servizio speciale di culto e una processione che porta il reliquiario per le strade della città.

Questa è la storia di una di quelle sere.

Siamo arrivati ​​presto, quasi 2 ore prima del crepuscolo e ci siamo sistemati in Piazza Roma, il Belvedere così chiamato per la meravigliosa vista sulla campagna e sulle colline attorno al Lago di Canterno.

La cripta della chiesa di Santa Maria Assunta era aperta e la reliquia faceva bella mostra dietro una griglia sicura, mentre altri oggetti di culto e tesori artistici erano disposti sulle pareti.

Eravamo soli e solo alcune delle vecchie generazioni erano sedute sulle panche di marmo della piazza mentre la chiesa era aperta per invitare ad un'offerta per la pace, ma la messa non era ancora celebrata dai suoi ufficiali. Il tempo passava, scandito ogni 15 minuti dalle campane nel campanile della chiesa fino alle 8 quando i musicisti della banda, vestiti di blu e bianco con cappelli blu, hanno cominciato a portare gli strumenti.

Il prete apparve poco dopo portando il suo abito bianco ed ha iniziato a salutare persone, in particolare i proprietari del Caffé Belvedere, appena riaperto questa sera. Due signore anziane arrivarono accompagnate in "macchina" per prendere i loro posti sui banchi della chiesa. Altri ufficiali di Dio arrivarono, portando la loro croce d'ufficio, e salutando i parrocchiani che si riunivano nella piazza.

Tante opportunità di fotografia sono offerte dalle preparazioni per la serata e la processione che si svolgono con la posa delle candele di cera lungo il percorso della processione. Forse era mezz'ora più tardi che potevamo sentire i suoni in lontananza della banda mentre compiva il suo giro iniziale intorno alla chiesa. Nel frattempo, la concorrenza musicale si era accesa con il suono dell'organo proveniente dalle viscere della chiesa.

All’improvviso la banda compare mentre marciava lentamente sulla collina oltre il municipio verso il Belvedere: 24 membri che coprono tutte le età dei cittadini e dei figli della città. La qualità e l'equilibrio delle prestazioni creavano un'esperienza più che piacevole ed era con qualche riserva che alla fine ci siamo avventurati nella chiesa ormai travolgente per la messa.

Di fronte a sinistra dell’altare, erano disposti i ‘festaroli’, gli otto membri della congregazione che avevano tenuto le statue della santa per tutto l'anno passato.

La messa solenne è stata accompagnata dalle chitarre ed era evidente che la congregazione stava aspettando l'inizio della processione. Dopo la comunione e la conclusione, arrivò il momento appropriato e il prete alzò il reliquiario e seguì lo stendardo per dare inizio alla processione. In questo periodo l'oscurità totale era aumentata sulla città e ognuno di noi ha preso una candela per illuminare la strada.

La processione ha preso la salita alla destra del Caffè e del museo mentre la banda conduceva i fedeli in una processione di oltre 100 metri. Le case erano ornate da bandiere e le finestre erano aperte e si vedevano gli interni illuminati.

Dopo aver percorso la città vecchia, la processione seguì la strada intorno alla cima della collina fermandosi per la preghiera presso la chiesa di Sant'Elena. Un'esperienza unica di questa processione sono le migliaia di luci di candela nei campi sotto la città e non siamo rimasti delusi dall'incantesimo e abbiamo chiesto a Santa Oliva di pregare per noi.

C'è qualcosa di speciale in questa celebrazione insolita, nella passeggiata tranquilla nel buio che dura più di un'ora. Non è solo la processione con la candela ma qualcosa che va oltre alla gioia della banda, oltre la vista dei campi, oltre alle invocazioni del prete e alle risposte delle persone.

Forse, è il potere della pace delle centinaia di persone che seguono tranquillamente le loro preghiere mentre percorrono dolcemente il luogo che chiamano casa.

Le vecchie signore con rinnovato vigore per la passeggiata lunga, i bambini piccoli tranquilli e felici, gli uomini non sono soli, nessuno cade, nessuno fallisce. E alla fine, la banda continuava a suonare rappresentando tutto il particolare impegno delle bande locali e dei loro membri nella comunità.

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Bellegra terra degli Equi o degli Ernici Foto by Lilia Cera
Bellegra terra degli Equi o degli Ernici Foto by Lilia Cera

Poco si conosce della storia prima dei Romani, non ci sono documenti scritti ma resta qualche traccia di antiche rovine e soprattutto storie e leggende che hanno plasmato lo spirito delle persone del posto.

Le testimonianze a Bellegra si ritrovano nelle mura ciclopiche (o poligonali) e nelle leggende che riguardano soprattutto il conflitto con i Romani.

Bellegra sorge sulla cima del Monte Celeste, si erge tra la valle del fiume Aniene e la valle del fiume Sacco, e gradualmente si innalza fino ad 815mt slm. Monte Celeste è al centro di un immenso anfiteatro di monti: a nord i Monti Ruffi, poi l’arco montuoso prosegue con i Monti Carseolari ed i Simbruini, a sud i Monti Ernici, ad ovest i Monti Lepini e, dopo la stretta zona pianeggiante anticamente percorsa dalla via Latina, troviamo i Monti Prenestini che chiudono l’immenso anfiteatro che fa di Bellegra “la città dei panorami”.

Da diversi punti di osservazione si vedono 40 paesi arrivando fino all’azzurro del Mar Tirreno. Il panorama che si apre intorno a Bellegra è vasto, vario e splendido in ogni stagione dell’anno con vaste pianure, ridenti colli, austeri monti dai molteplici colori e forme e numerosi paesi, che durante il giorno ricordano le vicende del passato e nelle ore notturne sembrano costellazioni luminose.

“Civitella sorge su un alto monte, ma il suo aspetto è così bello ed elegante che piace anche a chi non lo voglia” (Vincenzo Maria Ronconi 1791). 

Civitella era il nome di Bellegra prima del 1880 e possiamo affermare che l’antica Civitella esisteva già nel VI secolo AC e forse aveva avuto origini più remote. Lo storico Tito Livio narra che “Cneo Marcio Coriolano” la espugnò prima di marciare contro Roma.

Un’altra conferma della sua lunga storia la abbiamo dai consistenti avanzi di mura poligonali di I Tipo. Vitella non fu fondata dai romani, si pensa agli Equi, ma dalle fonti storiche a disposizione, è impossibile indicare con certezza il popolo che gli ha dato i natali, e si può ritenere probabile che sia stata fondata dagli Ernici.

Perché Coriolano dopo l’occupazione non la riconsegnò agli Equi? e perché la maestosità delle mura poligonali presentano analogie con quelle degli Ernici e la fanno entrare di diritto nella terra dei Ciclopi?

L’area fra Lazio e Abruzzo era abitata dagli Equi e questo non era sopportabile dai romani durante la loro fase di conquista iniziata ancora con la monarchia dei famosi 7 re di Roma.

Nelle lotte fra Equi e Romani, nel 360 Vitellia (Bellegra) fu espugnata dagli Equi nel 360 (Tito Livio XXIX) e gli abitanti fuggirono in massa a Roma. “Gli Equi si impadronirono di Vitellia, colonia romana, essendo però l’occupazione avvenuta di notte per tradimento, la maggior parte dei coloni ebbe la possibilità di fuggire dalla parte opposta della città e di raggiungere Roma” (Tito Livio XXXIX).

Vitellia divenne definitivamente territorio Romano intorno al 491 AC all’epoca della disfatta subita dagli Ernici per opera dei Romani. La zona fu affidata al console L. Lucrezio il quale con il suo esercito sconfisse i nemici in campo aperto e tornò vincitore a Roma. Il fatto che la Repubblica Romana affidasse la zona al console sta a dimostrare l’importanza della città di Vitellia. In seguito i Vitelli vollero assumersi il compito di difendere Vitellia.

I panorami e le storie di questa fiera belligeranza contro l’usurpatore hanno caratterizzato la vita di tutti i Bellegrani fino ai giorni nostri e questi tratti si possono trovare nel carattere di persone fiere che guardano lontano, che sanno aspettare avendo una propria chiara strategia sul loro destino.

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BCC of Bellegra cooperative for local development
BCC of Bellegra cooperative for local development

Un efficiente sistema bancario è uno dei requisiti per avere ripresa e sviluppo economico e questo è quello che è accaduto a Bellegra nel dopoguerra con la Banca di Credito Cooperativa che allora si chiamava Cassa Rurale ed Artigiana.

Bellegra occupa un intero cocuzzolo di una montagna tanto da avere a distanza la forma di una mammella dei Monti Ruffi. E’ un meraviglioso posto per i panorami ma non l’ideale per pensare di sviluppare una società industriale.

Eppure proprio da qui, nel 1959, è partita una delle banche più attive nel territorio che ha supportato lo sviluppo di una vasta area fra l’alta Valle del Sacco, la Valle del Giovenzano e i Monti Simbruini e Prenestini.

L’idea di associarsi per creare una propria banca nasce da 32 soci fondatori coordinati da Amedeo Patrizi e all’inizio aveva un interesse soprattutto nel mondo dell’agricoltura. Oggi i soci sono oltre 1586 e continuano a crescere grazie ad un sistema di accorpamento con le banche di credito cooperativo vicine nel territorio.

La piccola banca era amministrata con saggezza e lungimiranza e presto apre le prime nuove filiali ad Olevano Romano, San Vito Romano, Gerano, e Genazzano diventando un vero punto di riferimento per migliaia di piccoli imprenditori e risparmiatori.

Grazie a questo sistema di assistenza mutualistica ha potuto portare benessere ad un vasto territorio sia supportando nuove iniziative imprenditoriali che ridistribuendo gli utili a vantaggio della popolazione locale in iniziative di sviluppo e promozione del territorio.

Ma come nascono queste banche che sembrano così diverse da quei colossi che fagocitano l’economia locale? Questo sistema cooperativo di supporto allo sviluppo locale è un fenomeno molto conosciuto in Italia e si può dire che è nato intorno al 1800 in Germania da Raiffeisen.

In Italia la prima banca viene costruita a Loreggia nel 1883 e nel 1890 nasce la prima Cassa Rurale cattolica.

Un grande supporto alla sua diffusione è stata l’enciclica Rerum Novarum di papa Leone XII, un papa con origini ‘campagnole’ nativo della vicina Carpineto Romano che per primo ha affrontato il problema dell’assetto sociale che deve accompagnare lo sviluppo economico con l’enciclica “Rerum Novarum”.

Poi arriva il fascismo e le Casse Rurali compiono un balzo in avanti e diventano cooperative particolari con molti aspetti in comune con il sistema bancario tradizionale ma con una loro spiccata autonomia locale. Nascono anche le prime federazioni e confederazioni che riuniscono banche che operano in modo simile a livello nazionale.

La guerra porta diversi sconvolgimenti e la necessità di ricostruire una società distrutta da anni di sofferenze e da pesanti bombardamenti che, soprattutto a Bellegra, avevano compromesso la struttura sociale preesistente.  Nel 1950 rinasce la Federazione Italiana delle Casse Rurali e artigiane e poco dopo nasce la Cassa Rurale di Bellegra.

Nel corso di questi anni si sono avvicendati presidenti e direttori, ma lo spirito non è cambiato e per capire il forte legame fra la banca e i cittadini è sufficiente partecipare ad una delle loro assemblee o leggere la lista delle attività della banca sul territorio. Iniziano con il concerto di inizio anno a San Vito Romano e terminano con il supporto ai bisognosi a Natale.

Nel 2016 la BCC di Bellegra ha compiuto un importante passo di cambiamento con le nuove strutture europee ma sempre in linea con lo spirito mutualistico della banca e con la figura del socio come protagonista delle decisioni importanti della banca e, quindi, della comunità.

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