La Torre di San Biele uno dei posti più fotografati di Viterbo per la sua particolarità: una torre che chiaramente ha l’aspetto di una porta di ingresso costruita al centro del paese.

In effetti la torre doveva far parte di un allargamento del sistema murario ed è stata costruita nel 1270 dal Capitano del popolo Raniero Gatti, forse l’uomo simbolo di Viterbo. E’ a lui che si deve la sistemazione del Palazzo del Popolo e della nascita del Conclave (chiuso a chiave) come lo intendiamo oggi. 

Il suo nome deriva dalla vicina Chiesa di San Michele, poi storpiato in San Miele e San Biele, che doveva essere protetta dalla nuova cinta muraria. Il nome Torre delle Pietrare o del Cipria, invece, deriva dal fatto che si trovava nella zona della città dove era ubicato un mulino che fabbricava la polvere di Cipro. La polvere di Cipro è oggi comunemente chiamata cipria e il suo nome deriva da quello dell’isola del Mediterraneo. 

La torre ha due piani e una targa racconta la sua storia collegata a quella del capitano Gatti ed anche al fatto che era stata costruita senza aumentare nuove tasse.

L’affresco della Madonna sul trono che un tempo adornava uno dei suoi lati, era consuetudine proteggere le porte con una immagine sacra, si trova oggi nel Museo Civico di Viterbo.

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Il palazzo Lomellino di Aragona-Carnevalini si trova a Viterbo in Via Cardinale La Fontaine e risale al XVI secolo.

Deve il suo nome ad una famiglia di origine ligure i cui membri furono tra protagonisti del Risorgimento e che contribuirono alla caduta dello Stato Pontificio a Viterbo. In particolare il marchese Giacomo Lomellini d'Aragona aveva invitato Garibaldi a soggiornare in questo suo palazzo di Viterbo.

E’ uno degli esempli migliore di palazzo rinascimentale con le sue sale interne riccamente affrescate. 

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Viterbo. Palazzo delle Poste

Il Palazzo delle Poste di Viterbo risale al 1936 ed è un magnifico esempio di architettura fascista disegnato dall’architetto Cesare Bazzani che ha scelto uno stile che in parte richiama alcune tipicità di Viterbo. Come molte strutture di quel periodo, è stato realizzato in parte demolendo alcune case medievali e il ‘bardelletto’, il bordello.

Questa era una zona dove si praticava la prostituzione sin dal medioevo e la vicina chiesa di Santa Maria della Salute era stata edificata proprio per accogliere le donne in cerca di redenzione.

L’edificio ha due caratteristiche fondamentali, un primo livello rivestito in peperino, che richiama i colori della città medievale, e i due piani superiori intonacati che terminano con una esile cornice in peperino.

Tutto l’edificio ha poi importanti segni stilistici verticali che scandiscono le ampie aperture e che culminano con una grande torre alta 39 metri con un orologio. L’orologio ha ancora una cornice in terracotta con i simboli dello zodiaco e un tempo sulla facciata si trovavano anche i segni del fascio e lo stemma della casa reale dei Savoia.

Sulla facciata si può ancora ammirare una scultura in bronzo di Francesco Nagni dedicata al telegrafo mentre quella dedicata alla posta venne rimossa e fusa durante la guerra. Molto bello il salone centrale con soffitto a cassettoni e pavimento in marmo policromo. Da notare che nel dopoguerra l’edificio venne alzato di un piano.

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Palazzo Grandori di Viterbo si trova subito dopo aver attraversato Porta Fiorentina e chiude un lato di Piazza della Rocca con il Museo Etrusco ospitato nella grande Rocca Albornoz. Il palazzo deve il nome alla famiglia Grandori, costruttori che avevano iniziato la realizzazione di questo edificio nel 1880 per realizzare un albergo a servizio della vicina ferrovia.

In realtà il palazzo non fu mai un albergo e venne venduto alla Cassa di Risparmio che ne fece una prestigiosa sede e che allargò la vicina Porta Fiorentina per permettere un migliore accesso alla piazza.

La famiglia Grandori era stata una delle più importanti di Viterbo e Don Alceste, un sacerdote molto amato dai Viterbesi e che ha vissuto a cavallo delle due guerre mondiali. Don Alceste ha distribuito tutta la sua ricchezza alla città in vari modi: ha fondato due squadre sportive (Robur e Viterbium) e ha fondato una tipografia insegnando un mestiere a molti ragazzi.

Fra le sue opere anche il restauro del Santuario di Santa Rosa e la copertura a piombo della cupola. E’ morto nel 1974 fra la disperazione della città ed oggi il suo corpo è sepolto proprio nel suo amato Santuario.

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Il Duecento è stato caratterizzato da un forte scontro fra Papato e Impero per il potere temporale sulla terra e, in questo secolo, la figura dominante è stata certamente quella di Federico II di Svevia.

Nel 1239 Viterbo invoca la protezione dell’imperatore contro le mire espansionistiche di Roma e Federico II inizia con il nominare al governo della città alcuni suoi fidati uomini e a costruire un palazzo per imperiale. Nel 1240 Federico II è a Viterbo acclamato dalla folla e decide di costruire un suo castello di rappresentanza. In quell’anno autorizza Viterbo ad emettere moneta e a istituire una sua zecca.

Viene scelta l’area di Poggio del Tignoso che era in parte nel tessuto urbano ed in parte all’esterno e i lavori dovevano terminare nel la visita ufficiale dell’imperatore del 1247. Un palazzo 

In realtà i lavori furono rallentati dalla peste e da continue scaramucce fra famiglie guelfe e ghibelline (sostenitori del papa e sostenitori dell’imperatore), e il palazzo fu terminato solo in parte e nelle sue sale avvenne il giuramento di fedeltà di Viterbo a Federico II.

Con la morte dell’imperatore nel 1250, la politica di Viterbo cambia totalmente e la città si schiera con il papato al punto tale che poi ospiterà la sede stessa del papato per alcuni anni.

Il palazzo-fortezza di Federico II, che non era stato ultimato, viene smantellato e alcune sue pietre vengono usate per costruire le mura della città ed oggi si possono vedere le fondazioni e alcuni ambienti sotterranei, forse le prigioni, su viale Raniero Capocci.

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Viterbo. Palazzo Valentino della Pagnotta

Palazzo Valentino della Pagnotta si trova nella piazza del Palazzo dei Papi proprio accanto alla Cattedrale di San Lorenzo ed ha un particolare carattere medievale del XIII secolo. Infatti le grandi arcate del loggiato del prospetto frontale hanno un carattere grandioso che si inserisce in una costruzione di dimensioni più modeste. 

Il nome del palazzo viene da un agricoltore che era stato eletto Priore della città nel 1458.

Il palazzo nel corso dei secoli aveva subito manomissioni e il portico era stato chiuso, ma dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, il palazzo è stato restaurato secondo lo stile originario medievale.

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Viterbo. Palazzo Chigi

Durante il Quattrocento, Viterbo era un florido centro economico con mercanti e banchieri che accorrevano da varie parti della Toscana Come Alfonso Caetani da Pisa che eresse una sua sontuosa dimora.

Nel 1510 il palazzo fu venduto ai banchieri Chigi della vicina Siena che lo arricchirono soprattutto con decorazioni interne. All’esterno lo stile del fabbricato è quello di un edificio tardo-gotico, dove già si notano le caratteristiche del Rinascimento come il marcapiano e lo stile del portone e delle aperture del piano nobile e del piano della servitù. Lo stemma dei Chigi è scolpito nel peperino e si ritrova in uno degli angoli della facciata.

Accanto al palazzo si ammira una alta torre in peperino del duecento, tipica dello stile di Viterbo. La torre termina con quattro aperture e ricorda il carattere difensivo di tutte le costruzioni medievali. 

Un elemento di forte carattere del palazzo sono le decorazioni interne a partire da un affresco di Antonio del Massaro (detto il Pastura) nel porticato del cortile interno che rappresenta una Madonna con il Bambino benedicente.

Dobbiamo ricordare che la famiglia Chigi è stata uno dei principali sponsor di Raffaello aiutando la sua ascesa di grande pittore. Ai piani alti si possono ammirare le sale di San Paolo, con affreschi Cinquecenteschi che raccontano la vita del santo, il salone di rappresentanza con affreschi di scene di caccia e mitologiche, la sala di Afrodite e la cappella. Tutti i soffitti sono a cassettoni con eleganti decori e le stanze sono dotate di enormi camini in peperino scolpito con maestria.

Al piano terra si trovano le botteghe e le cucine ancora conservate nella loro originaria bellezza e con un particolare esempio di vincellario.
 

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La storia di Palazzo Doria Pamphili segue quella della famosa Abbazia di San Martino al Cimino nel comune di Viterbo, infatti originariamente questa era chiamato il Palazzo dell’Abate e nel Quattrocento i monaci vi si rifugiavano in caso di problemi. Al piano terra si trovava l’antico ospedale dei pellegrini collegato all’abbazia.

Nel 1564 il palazzo divenne di proprietà dei principi di San Martino, il fratello di papa Innocenzo X Pamphili e sua moglie Donna Olimpia Maidalchini. La vita di Donna Olimpia è quella di una donna molto particolare e in un certo senso moderna. Era nata ad Acquapendente nel 1591 ed era destinata al convento ma dichiarò di essere stata importunata dal direttore spirituale e riuscì a sposarsi.

Rimasta vedova dopo tre anni andò a Roma e sposò Pamphilio Pamphilj stringendo un forte legame con suo fratello Giovanni Battista. Si dice che Giovanni sia diventato papa anche grazie al forte influsso di Donna Olimpia nella vita romana al punto che veniva chiamata ‘Papessa’. Dopo essere rimasta vedova per la seconda volta, il papa le donò il complesso dell’abbazia chiusa di San Martino al Cimino, un feudo dell’area circostante e la nominò principessa di San Martino.

Suo figlio Camillo diventerà poi Generale e Comandante della flotta papale e la sua vita sarà fortemente influenzata dallo stile di vita della madre.

Arrivata a San Martino al Cimino, Donna Olimpia trasformo questo palazzo nella sua residenza e incaricò grandi architetti di trasformare il borgo e riammodernare il palazzo medievale. Vi hanno lavorato architetti della scuola di Borromini e nella ristrutturazione di questo palazzo vennero impiegati anche alcuni materiali provenienti dal palazzo di Piazza Navona a Roma.

Il palazzo presenta 5 livelli con un primo piano parzialmente interrato destinato al Cantinone e un piano rialzato con la famosa Sala Aldobrandini.

Ma il vero stupore è al Piano Nobile con una serie di sale affrescate come la sala Donna Olimpia che ha un particolare soffitto a cassettoni che ha ancora funzionante il sistema con cui veniva abbassato per essere sistemato. Abbassare il soffitto, poi, era molto utile in inverno perché riduceva il volume delle stanze e quindi dell’aria che si doveva scaldare per raggiungere un certo benessere.

Le sale del vicino ex monastero cistercense, come la bellissima Sala Monaci, sono state trasformate e impreziosite da affreschi del XV e XVI di pittori manieristi famosi come il Zuccari, che era stato allievo di Raffaello, Romano, Gherardi, Zaga e Tibaldi.

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