L’estate è la parmigiana di melanzane

La regina dell’estate è senza altro la Parmigiana di Melanzane, un piatto antico la cui paternità è contesa tra Sicilia, Napoli e Parma, una per la presenza della melanzana, una per la mozzarella e l’altra?

La melanzana ci arriva dagli Arabi che dall’Asia la hanno fatto conoscere a tutti i loro possedimenti rendendola uno degli emblemi della cucina mediterranea dal XVIII secolo in poi. Basilico, melanzane, pomodoro, olio e formaggio … profumi e colori che ricordano il Mediterraneo e in Turchia e Grecia c’è un piatto simile fatto con il pecorino, chiamato Moussaka.

Ma non è una ricetta antica: ricordiamo che il pomodoro ci arriva dal nuovo mondo dopo la scoperta delle Americhe e che per molto tempo le persone non hanno mangiato le melanzane che consideravano dannose per la salute.

Questo piatto ha circa un paio di secoli, ben portati direi se è ancora nei sogni e nei gusti di milioni di persone. Un vero giovanotto!

E cosa c’entra Parma?

Andiamo per ordine: chi dice che il piatto viene dalla Sicilia si riferisce alla parola siciliana ‘parmiciana’ che indica le liste di legno della finestra persiana che, a sua volta, richiamano gli strati della parmigiana di melanzane. Ed anche il fatto di chiamare questo piatto ‘parmigiana di melanzane’ anziché ‘melanzane alla parmigiana’ rafforza questa supposizione. Inizialmente nella ricetta veniva usato il pecorino come nelle versioni turche e greche.

Secondo i napoletani, invece, la parmigiana di melanzane è un piatto partenopeo perché è stato descritto prima nel testo di cucina ‘Il cuoco galante’ di Vincenzo Corrado alla fine del XVIII secolo poi, in modo perfetto, è stata raccontata da Ippolito Cavalcanti nel libro ‘Cucina casareccia in dialetto napoletano’ del 1837. In questo testo la parola parmigiana indica il formaggio di Parma.

Per i parmigiani non c’è storia e la parola indica il loro formaggio!

Ma iniziamo una ricetta di una versione leggera della parmigiana di melanzana più adatta allo stile di vita che abbiamo. Un’idea un po’ diversa: è divertente giocare con la tradizione.

Fate un sugo di pomodori freschi e basilico.

Friggete (grigliate che eresia!) le melanzane e scolatele su carta assorbente. Poi montate a strati melanzane, mozzarella e pomodori freschi. in forno per pochi minuti: il tempo di far filare la mozzarella.

Roma c’è una pizza croccante che in gergo chiamano la ‘scrocchia’ per via della sua friabilità. Montateci sopra le melanzane appena uscite dal forno e cospargetele di sugo

Beviamoci un vino deciso. Va bene anche un rosso, un Nero Buono, uva antica dei Monti Lepini. Anche un po’ freddo non è reato, Marco Carpineti fa un Nero Buono eccezionale.

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Lo Spaghetto al Totano: una esperienza che parte dal mercato del pesce di Anzio

Cosa fare quando volete cucinare un piatto di pesce? Tutti sanno che gran parte del successo dipende dal prodotto e dalla sua freschezza e allora dove andare?

Se proprio volete preparare il miglior piatto di Spaghetti al Totano, il posto adatto per voi dove trovare il Totano perfetto è al porto di Anzio, all’arrivo dei pescherecci dal mare.

La storia di Anzio si perde nei tempi fondata dai Volsci, poi nobilitata dai romani. Qui nacquero gli imperatori Caligola e Nerone, e questi la elesse a residenza estiva ed era già famosa per il suo porto che collegava l’intero mediterraneo. I resti della Villa di Nerone sono ancora visibili e impressionano per la loro estensione: si trovano vicino alle rovine di un teatro.

Più recentemente Anzio è finita su tutti i libri di storia perché qui è avvenuto lo sbarco degli alleati durante la Seconda Guerra Mondiale.

Oggi ha una marineria importante ed il suo pescato è un’eccellenza della costa laziale. Sono nate le prime imprese di trasformazione e la loro qualità ha raggiunto il livello per essere definite una eccellenza italiana.

Ma torniamo al porto, che si trova proprio al centro del paese, e al mercato del pesce. Sui banchi ho scelto i totani appena pescati. Meno nobili dei calamari perché leggermente coriacei: ma che sapore!

La ricetta è molto semplice: faccio saltare i totani in padella con pochissime cose: aglio e olio. Ma l’olio buono, quello che mi vado a prendere da chi lo sa fare. Per questa ricetta ho scelto un olio fatto con oliva Itrana (o di Gaeta, dal nome del porto dove si spedivano i carichi di olive). L’olio è ricavato da olive raccolte dalla pianta all’inizio della invagliatura (quando l’oliva sta cambiando colore) e lavorato a freddo al frantoio.

I totani cuociono pochissimi minuti, e li faccio sfumare con il Cacchione, un vino antico come la città di Anzio e diffuso proprio su questo tratto di costa Laziale.

Gli spaghetti li scolo al dente e completo il piatto mantecandoli velocemente. Servite subito in tavola e gustateli con lo stesso vino nel bicchiere. 

Oggi molte cantine hanno rivalutato quest’uva e ho scelta una azienda della vicina Nettuno, Bacco, l’unica che coltiva quest’uva a piede franco. Questo significa che la pianta non è stata innestata e che radici e tronco sono dello stesso tipo. Sembra una sfumatura ma per chi ama il vino come me è un dettaglio importante.

A questo punto tutto è pronto per la presentazione a tavola. Ho scelto di arricchire l’esperienza visiva dando una nota di colore con una foglia di basilico. È solo una guarnizione ma il basilico fresco è uno dei simboli dell’estate.

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Cosa si mangia a Roma e nelle sue campagne a Ferragosto? Pollo con i peperoni

Se siete a Roma o nelle sue vicine campagne durante l’estate e se entrate in una delle tipiche trattorie di campagna sentirete un profumo particolare ma molto familiare a tutti i residenti: il pollo con i peperoni.

La scelta di dedicare una storia al pollo non è casuale, infatti è il piatto tipico di ferragosto della campagna romana e i protagonisti sono molto semplici. Il pollo con i peperoni è un piatto che evoca la campagna romana, c'è tutta l'estate lì dentro. 

Pomodori o non pomodori? Nel corso dei secoli queste varianti hanno caratterizzato le diversi aree e i paesi italiani.

Un modo di gustarlo è quello di andare a Isola del Liri, l’incredibile borgo vicino Frosinone dove il Liri forma una cascata proprio al centro del paese, e assaggiarlo durante la Sagra del pollo con i peperoni. L’evento è a luglio in occasione della Festa del SS. Crocifisso.

A Ravello in costiera Amalfitana, il pollo con i peperoni è il piatto della tradizione associato al patrono San Pantaleone e si mangia il 27 luglio. Si dice che la ricetta si tramandi dal ‘700 quando veniva cotto anche con l’aggiunta di mele cotogne.

La ricetta del Pollo con i peperoni

La ricetta che presento è rivista e alleggerita per una chiave moderna con l'occhio alla bilancia.

Ricordarsi che per un buon piatto bisogna scegliere gli ingredienti giusti e in questo caso il pollo migliore è quello ruspante che si può trovare nelle macellerie dove il macellaio vi racconterà dove si fornisce. Spesso ai macellai piace parlare molto ma questo è un modo in cui si imparano molte cose e si trascorre un buon tempo, una attesa che aumenterà il piacere del piatto.

Il peperone? Io consiglio quelli a pieno campo un po’ più brutti ma buoni da morire, gialli e rossi per dare colore al piatto.

Si comincia disossando il pollo e tagliandolo in bocconcini. Questi vengono poi saltati in padella con olio ed erbe di campo sfumate al vino. Ma cosa sono le ‘erbe’? Tritate le bave di un cipollotto fresco insieme alla maggiorana e ad un rametto di rosmarino, poi aglio e peperoncino fresco.

I peperoni vengono preparati a parte con il tradizionale processo in cui vengono leggermente cotti al forno e spellati per essere più digeribili.

Pollo e peperoni si uniscono solo all’ultimo per una breve mantecatura insieme nella padella in cui avete cotto il pollo.

Impiattatelo usando un coppapasta … e guarnitelo con una foglia di basilico. Immancabile in estate!

Quale è il vino migliore che consiglio per un abbinamento indimenticabile? Un vino bianco biodinamico e la mia scelta è Fatia di Palazzo Tronconi con uve malvasia puntinata e trebbiano per un connubio di rara eleganza.

Il vigneto e la cantina si trovano ad Arce, sempre in Ciociaria vicino Frosinone, un borgo la cui storia inizia prima dei romani e si sta affermando come uno dei centri della musica popolare ciociara. Da non perdere la Festa della Ballarella a maggio.

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Salsiccia e Broccoletti: Salsiccia al coriandolo di Monte San Biagio e chiacchietegli di Priverno

La salsiccia della nonna! Effettivamente questa ricetta di Salsiccia e Broccoletti è uno dei cavalli di battaglia di tutte le nonne del basso Lazio, da Latina a Frosinone fino a Cassino.

Storicamente sembra nato tra Monte San Biagio e Priverno dove si producono due prodotti tipici e riconosciuti come vere eccellenze gastronomiche: la salsiccia al coriandolo di Monte San Biagio, che risale addirittura al periodo delle scorribande saracene, e i broccoletti di Priverno, conosciuti in questa zona come "chiacchietegli".

Prima di raccontare la ricetta e una sua reinterpretazione facciamo un breve accenno alla bellezza dei luoghi da cui provengono queste eccellenze.

Monte San Biagio è all’interno di una delle ultime sugherete dove un tempo venivano allevati i maiali. Ha una storia molto antica e nasce sul luogo dove i romani sconfissero Annibale, il famoso generale cartaginese che voleva conquistare Roma.

A Monte San Biagio passava l’antica via Appia ed era un paese di confine fra lo Stato Pontificio e il Regno delle due Sicilie: si può visitare la Portella, l’antica dogana. Nel borgo ancora circolano molte storie sui briganti che vivevano su queste montagne.

Alla salsiccia è dedicata una sagra la prima domenica di marzo.

Priverno, nella valle dell'Amaseno, è uno dei più suggestivi borghi del Lazio. L’antica città pre-romana e romana si trova in pianura mentre il borgo medioevale si trova su un vicino colle. Qui la Regina Camilla dei Volsci combatte contro i Troiani di Enea secondo la storia raccontata da Virgilio. I molti reperti ritrovati si trovano nello splendido Museo Archeologico proprio nella piazza principale del borgo antico.

Nella piana si trova uno dei capolavori dell’arte sacra: l’Abbazia di Fossanova con tutto il suo villaggio medioevale. La chiesa era nata su una villa romana ed è stata consacrata intorno al 1200 e affidata ai monaci cistercensi.

I broccoletti sono coltivati vicino l’Amaseno: a loro è dedicata una sagra a febbraio.

La semplicità della riuscita, nel caso di questa nostra reinterpretazione, sta nel fatto che si basa su cotture veloci e pochissimi passaggi.

LA RICETTA

- per la salsiccia: rosolate la parte esterna delle salsicce fino a doratura, quindi sfumate con del vino bianco. Abbassate la fiamma al minimo e fate cuocere per 10 minuti con il coperchio. Controllate se è il caso di aggiungervi un po’ d'acqua.

- per i broccoletti: portate a bollore una pentola con 4 dita d'acqua e immergetevi i broccoletti ben mondati e lavati. Cuocete 5 minuti, quindi scolate e raffreddateli con un po’ di acqua fredda.
- per la crema di patata al pepe nero: stufate una patata finché non sarà molto morbida e frullatela aiutandovi eventualmente aggiungendo un filo d'olio o un po' d'acqua per darle la giusta consistenza, e del pepe nero a piacimento.
- per la salsa di sugo di cottura delle salsicce: fate restringere fino alla densità di una glassa il liquido di cottura delle salsicce.
- per la crema di broccoletti: frullate i broccoletti  aiutandovi eventualmente aggiungendo un filo d'olio o un po’ d'acqua per darle la giusta consistenza.

PER L'IMPIATTAMENTO

Su di un piatto piano mettete le tre salse aiutandovi con un cucchiaino e, colandole da 5/6 cm di altezza, disegnate dei cerchi. Adagiatevi la salsiccia e le foglie di broccoletti a piacimento.

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Per me il carnevale è sempre stato un giorno lungamente atteso, e l'attesa cresceva esponenzialmente con l'avvicinarsi della data dei festeggiamenti.
Il perché una persona, specialmente quando si è bambini, ama questa giornata di festa è presto detto: è un giorno di pura goliardia e divertimento dove quasi si annullano preoccupazioni e impegni per festeggiamenti spensierati e all'insegna dello scherzo. Ma oltre ai colori, agli scherzi e ai costumi, c'è un altro ricordo, un'altra peculiarità di questo giorno di festa che mi ha sempre fatto amare il carnevale.
Si tratta dei dolci.
I dolci che da sempre mi hanno accompagnato durante questa giornata sono le chiacchiere (le frappe come le si chiamano a Roma), un dolce leggero e goloso, dolce e croccante, che potresti mangiare in grandi quantità per la loro bontà. Insieme a queste poi, c'è anche la varietà ripiena, dove con il ripieno ci si può sbizzarrire. Oggi vi propongo queste due ricette, così come ce le tramandiamo di genitore in figlio da innumerevoli generazioni.
Buon carnevale, e ricordatevi: a carnevale ogni scherzo vale!


Per la ricetta delle chiacchiere


 
Per prima cosa mettete fuori dal frigo 40gr di burro e lasciate che si ammorbidisca a temperatura ambiente. Ora amalgamate 500gr di farina 0 insieme a 5gr di lievito in polvere in una ciotola capiente. Aiutatevi mescolando con una forchetta per far sì che il lievito si mescoli adeguatamente alla farina.
Unite ora 80gr di zucchero e 4 uova (3 intere e un tuorlo) e un cucchiaino di sale. Dovrete raggiungere una consistenza liscia e morbida, al punto da potervi affondare senza difficoltà un pollice.
Lasciate riposare l'impasto avvolto nella pellicola a temperatura ambiente (non superiore ai 22°, altrimenti il burro potrebbe separarsi e renderebbe difficile stendere l'impasto) per 1 ora.
Trascorso questo tempo dividete l'impasto in 5 porzioni e tiratelo con il mattarello fino a raggiungere uno spessore quanto più fino possibile, arrivando ad uno spessore di 2/3 mm.
Per tirare la pasta cospargete di farina un piano di lavoro quanto più liscio possibile (una spianatoia di legno sarebbe l'ideale) e infarinate anche il mattarello.
L'ideale sarebbe usare un tirapasta regolabile. Una volta tirata la pasta tagliate dei rettangoli con la rotella dentata (5x10cm ad esempio) e lasciate riposare ancora una decina didi minuti. Intanto riempite un pentolino di olio per fritture (semi di arachide o alto oleico sono i migliori, poiché hanno un alto punto di fumo) e portate a 150/160 gradi.
Ora potete immergervi i vostri rettangoli di pasta e friggeteli per 3 minuti (attenzione a non immergervene troppe altrimenti potrebbe strabordare l'olio), dopodiché scolateli su carta assorbente e ultimate cospargendoli con dello zucchero a velo.



Per le bugie (chiacchiere ripiene)


 
Usando lo stesso impasto della ricetta per le chiacchiere dividetelo sempre in 5 porzioni e stendetelo fino a raggiungere uno spessore di 2/3 mm.

Ora però dividetelo in quadrati di 8x8 cm e su una metà mettete un cucchiaio di crema pasticcera (o del ripieno che preferite, marmellate o creme). Ripiegate il quadrato di pasta e passate la rotella dentata sui 3 angoli "aperti".
In questo modovi ritroverete un rettangolo ripieno di crema con tre lati dentati. Fate riposare dieci minuti in frigo e friggete in olio caldo (150/160°) per 3/4 minuti, finché non cambieranno colore, imbrunendo e arrivando ad un color rame.
Scolatele le chiacchiere ripiene su carta assorbente e cospargete di zucchero a velo.
 
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Una versione originale dello Gnocco al Cavolo Romanesco e Pecorino by Daniele Zito
Una versione originale dello Gnocco al Cavolo Romanesco e Pecorino by Daniele Zito

Andare a Filettino e innamorarsi! Eh sì, mi è successo, ma in senso metaforico: mi sono innamorato di un sapore, quello del Cavolo Romanesco.

L'avevo già gustato altre volte, più o meno simile, più o meno buono. Eppure qui, alla locanda "La Galleria", dalle sapienti mani della cuoca Maria, una signora anziana ma ancora più che arzilla, mi sono innamorato perdutamente del sapore del cavolo romanesco abbinato al cacio romano, il tutto a condimento di un fantastico gnocco fatto a mano! 

La giornata era perfetta a Filettino, il più alto comune del Lazio a 1.075 metri di altezza slm, circondato da alti faggi e dalla natura rigogliosa del Parco dei Monti Simbruini.

Qui nasce l’Aniene, il secondo fiume di Roma, e tutto profuma di pulito. Si possono sentire gli odori della terra e si possono gustare ortaggi di alta quota tra i più saporiti.

Che dire? Grazie ai ristoratori locali dall'ottima esperienza gustosa e abbondante, quantità da vera osteria, e ora speriamo di poter essere all'altezza del compito in una versione personale dello Gnocco al Cavolo Romanesco e Pecorino!

Ovviamente non posso fare a meno di inserire un mio tocco aggiungendo qualche alicetta che lega benissimo il pecorino al cavolo romanesco e che mitiga l'odore sulfureo del broccolo. 

Per la ricetta: la preparazione degli gnocchi

Lessate le patate (ovvero mettetele in una pentola con acqua fredda e fate prendere il bollore) finché non saranno sufficientemente morbide da poterci infilare una forchetta con facilità, all'incirca tra i 30 e i 45 minuti dalla bollitura.

Pelatele ancora calde e schiacciatele con lo schiaccia patate all'interno di un recipiente. Adesso aggiungete un pizzico di sale (un cucchiaino) e un uovo per kg di patate e 100gr di farina, all'incirca, impastate fino ad ottenere una massa omogenea, compatta e morbida allo stesso tempo. 

Verificate se non è il caso di aumentare le dosi della farina o quelle dell'uovo, ma ricordatevi di non massaggiare troppo che potreste renderli più duri in cottura.

Lasciate riposare la massa 15/20 minuti in frigo, quindi provvedete a staccarne dei pezzi che stenderete su una spianatoia con della farina, e fatene dei cilindri della dimensione di un pollice. Riadagiateli in frigo per altri 15/20 minuti, in maniera che si compattino e tengano la cottura. 

Potreste trovare un ottimo alleato nella farina di riso, circa 20gr per kg di patate, per dare una struttura più forte all'impasto.
Gli gnocchi sono pronti appena arrivano a galla, non ve lo devo dire io spero!

La crema di cavolo romanesco

Sbollentate (calare un prodotto in acqua bollente e rimuoverla quando ricomincia il bollore, o al massimo qualche secondo o minuto dopo) le cime e il gambo del cavolo romanesco facendo in più di 2/4 pezzi le cime della base, quelle più grandi.

Il gambo vuole qualche minuto in più, pertanto, fatto a pezzetti, calatelo nell'acqua in ebollizione 5/6 minuti prima delle cime piccole e verdi.

Una volta sbollentati scolateli e mettete da parte un quarto di cime, tra quelle più belle, il resto frullateli con 10/12 alici per cavolo romano, aiutandovi con un po' di acqua di cottura e olio extravergine, quindi regolate di sale (attenzione che le alici sono salate).

La cialda di pecorino

Ponete in una pentola antiaderente abbastanza larga e rovente due buone manciate di pecorino romano e aspettate finché non cambieranno colore e prenderanno un colore dorato, giratela e completatela qualche secondo o qualche minuto anche dall'altro lato. Tenete da parte e fate freddare. In totale ci vorranno 3/4 minuti massimo.


L'impiattamento

Togliete gli gnocchi appena affiorano e portateli nella padella con la crema di cavolo romanesco, con la crema che deve essere molto calda ma a fuoco spento, quindi premunirsi di riscaldarla.

Aggiungere un filo d'olio a crudo e del pecorino grattugiato, smuovere con il mestolo e aiutarsi aggiungendo un po' di acqua di cottura. Raggiunta la consistenza desiderata, completare adagiandovi sopra le cime tenute da parte, ripassate qualche minuto in padella a fiamma viva con dell'aglio, del peperoncino e un filo d'olio.

Aggiungete qualche pezzettino di alice appena scolate dal loro olio e qualche semino di finocchio se piace! 

Sbriciolatevi infine la cialda di pecorino e servitevi.

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Il panpepato è sempre stato presente sulla tavola imbandita per la vigilia e per il pranzo di Natale.

Nella nostra zona del Lazio i dolci natalizi hanno sempre rivestito la parte più importante, perché anticipavano l'apertura dei regali e di conseguenza ci dedicavamo sempre a mangiarli in un clima di convivialità e serenità tipici di queste festività.

Quando si arrivava al panpepato il godimento era assicurato: un'esplosione di frutta secca, canditi, cioccolata e sopratutto il sapore forte e deciso del mosto di vino cotto nella tradizione di Anagni!

Una prelibatezza assoluta, frutto delle sapienti mani delle nonne e delle mamme che raramente si sbagliavano quando si trattava di sorprendere le nostre papille!

La tradizione del mosto è tipica di Anagni, la città dei papi del medioevo che ha dato i natali a ben 4 papi. La città del famoso schiaffo di Anagni dato a papa Bonifacio VIII e la cui cattedrale nasconde uno dei capolavori assoluti dell’arte, una cripta affrescata considerata la cappella sistina del medioevo.

Io oggi vi propongo un panpepato rivisitato da me, sotto forma di mousse, adatto ad essere declinato ad ogni tipo di pranzo o cena, specialmente durante il periodo natalizio dove potrete sorprendere i vostri ospiti regalandogli una reinterpretazione di grande effetto!


PER LA PREPARAZIONE (x 6 persone)

- per la sfera di mousse: procuratevi uno stampo a mezza sfera di silicone, pochi euro massima resa e non solo per questa ricetta. Ora squagliate a bagno maria, in una bacinella di metallo, 300 gr di cioccolato fondente al 70% insieme a 270 gr di acqua.

Appena sarà sciolto ponete la bacinella in un'altra contenente acqua e ghiaccio, e iniziate a frustare a mano o con la frusta elettrica, finché non sarà montata (cambierà colore, si schiarirà)

- Per la panatura: procuratevi nocciole, noci, uvetta passa, arancia candita, pinoli e mandorle, fatene un trito riducendo il tutto a una granella tale da poterci impanare le sfere di mousse.

Impanate le sfere di mousse solo dopo averle fatte congelare (almeno 3/4 h), e ungetele con dell'olio in maniera tale che la panatura di frutta secca e canditi vi aderirà con maggior facilità.

- Per il mosto di vino cotto (per 1 lt): ponete in una pentola 150gr di farina e 150 gr di zucchero, accendete il fuoco e mettete al minimo.

Iniziate ad amalgamare gli ingredienti con l'aiuto di una frusta che vi servirà a evitare che si formino i grumi. Una volta che si sarà sciolto lo zucchero aggiungete il mosto d'uva pian piano per evitare che si formino grumi.

Fate cuocere il tutto per circa 10/15 minuti, arrivando a veder sobbolire il mosto. Dopo averlo fatto bollire spegnete e il vostro mosto è pronto.


 

PER L'IMPIATTAMENTO

Procuratevi un piatto fondo, anche se andrebbe bene qualunque altro tipo di piatto l'effetto con un piatto fondo è più appagante.

Versate un buon mestolo di mosto di vino sul fondo del piatto, magari dopo averlo intiepidito leggermente.

Posizionate la mezza sfera di mousse, oppure, se ne avete il tempo e soprattutto vedete che i vostri ospiti sono ancora molto affamati, posizionate due mezze sfere sovrapposte in maniera tale da formare una sfera.

Adesso spargete un po' di noce moscata e pepe, meglio se bianco che non sarà troppo invadente, fate cadere una manciata di trito di frutta secca e guarnite con dei ritagli di arancia candita.

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Il polpo è un ingrediente che non può essere accostato a nessun altro alimento marino. È infatti l'unico prodotto del mare che per essere gustato al meglio si fa cuocere nei suoi liquidi, nella "sua" acqua.

Esistono diverse scuole di pensiero riguardo la cottura del polpo e oggi grazie alle nuove tecnologie ne abbiamo a disposizione una gran quantità, tutte molto valide ai fini del contenimento del calo peso.

Questo è infatti un problema che nel polpo tende a manifestarsi in maniera molto palese: vi è mai capitato di acquistare un polpo per una ricetta e constatare a fine cottura che il vostro ingrediente principale si è ridotto della metà, e che di conseguenza

i vostri ospiti dovranno portare più dolci o più vino del previsto per ovviare a quest'inconveniente?

In ogni caso ora andremo ad utilizzare una tecnica in auge sin dai tempi della Roma pre-imperiale: la cottura in tegame di coccio (se non siete provvisti di questa pentola, un po' in disuso ormai, andrà benissimo una pentola d'acciaio inox delle più comuni).

A questo polpo abbiamo accostato un ingrediente di stagione quale la rapa rossa, a cui abbiamo aggiunto del peperoncino e una maionese di Alici che esalta la sapidità con un gusto di mare che ben si sposa con il polpo.

La rapa rossa che abbiamo scelto viene da Monte San Biagio, un borgo sui monti Ausoni non lontano dal mare, che è famoso perché proprio qui si è combattuta la seconda guerra punica intorno al 219 AC, quella che vedeva i Romani contro Annibale di Cartagine.

Monte San Biagio era attraversata dall’Appia antica e per molti anni è stato il posto di dogana fra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli e nel suo forte a Passo Portella hanno soggiornato principi e sovrani. Forse per questo essere a cavallo fra stati e culture diversi Monte San Biagio è un territorio dove si coltivano prodotti particolari con storie uniche.

PER LA RICETTA: 

- Per il polpo: ungete la pentola di olio d'oliva, fate riscaldare e rosolatevi il polpo insieme ad una patata. La patata ha lo scopo di rilasciare amido che servirà al polpo per cuocersi senza sfaldarsi e senza perdere colore.

Una volta rosolato, dopo circa 5 minuti di fiamma viva, sfumate con del vino rosso e aggiungetevi un bicchiere pieno d'acqua. Mettete la fiamma al minimo e cuocete per 40 minuti un polpo di pezzatura media (800/900 gr) dopodiché spegnete e lasciate che si freddi il contenuto.

Una volta raffreddato tagliate i tentacoli e la testa alla quale rimuoverete il beccuccio che si trova nella parte inferiore.

- Per la crema di rapa rossa e peperoncino: dopo aver pelato la rapa rossa tagliatela a cubetti di 1/2 cm di lato e saltatela in una padella rovente con un filo d'olio, aggiungete il peperoncino a piacimento (valutate se olio piccante o peperoncino secco), quindi proseguite la cottura a fiamma dolce con un po' d'acqua.

Quando sarà morbida, all'incirca dopo 15 minuti, frullatela, aiutandovi con un po' d'acqua e olio per raggiungere la consistenza desiderata.

- Per le gocce di senape: diluite un cucchiaino di senape con dello yogurt greco, decidendone le quantità in base al proprio gusto personale.

 

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