Franco De Re: l’imprenditore dei due mondi

Per molti secoli Sacile è stata una cittadina aperta agli scambi economici ed i suoi abitanti erano abili commercianti, quindi per Franco De Re, un imprenditore nato in Australia, è stato naturale iniziare a viaggiare e a cercare opportunità per la sua impresa con sede a Sacile.

Questo essere a cavallo di continenti diversi lo ha portato a ricercare linee e design che fossero la fusione di oriente e occidente. Una filosofia che si esprime in linee pulite, essenziali ma raffinate. Uno stile di vita occidentale immerso in una eleganza orientale.

Franco De Re ama il mondo ed ha visitato più di 80 paesi per far promuovere e far conoscere le creazioni della sua impresa, ‘Elite, to Be’, che realizza arredi per esterni ed interni tra cui una linea speciale dedicata al vino. Una particolarità quest’ultima che ci ha portato a parlare subito di vino con Franco De Re quando lo abbiamo incontrato nella sue impresa a Sacile (fra l’altro i vini friulani sono fra i migliori al mondo!).

Cosa le ispira il vino, quali emozioni?

Curiosità verso la bottiglia, verso il gusto e l’emozione che mi dà ha detto Franco De Re. L’effetto del rosso è più corposo e più voluttuoso, di spessore. Il bianco è più sofisticato e raffinato. Entrambi meritano di avere un posto speciale nelle nostre case.

Dove trova la creatività? Come nasce una nuova linea?

Il luogo creativo è dappertutto….casa, ufficio…nel momento in cui prendo in mano un oggetto, qualcosa…. amo la materia, la devo toccare e sentire le sensazioni che mi da.

Sono un uomo curioso e questo mi è stato utile quando ho iniziato a frequentare le fiere in cui osservavo e ascoltavo ciò che mi veniva detto. Ho una forte memoria figurativa delle persone e della materia ed ero sempre attratto dal modo in cui questa viene plasmata da persone con culture e storie diverse.

Che cosa rende i vostri prodotti diversi dagli altri presenti nel mercato?

La fortuna di “Elite”, prima, e oggi di “Elite, to be” è di credere nel concept, ossia nel modo di concepire i prodotti. Sono tutti uniti da un’unica filosofia che è racchiusa nella parola “to be”, “ per essere”. Offriamo al cliente un lifestyle che va dai mobili all’oggettistica, dall’illuminazione all’assistenza totale. Questo è ciò che ci rende differenti

Per avere successo è necessario, secondo lei, essere sempre “ brave”?

Credo che oggi manchi molto il buon senso e l’umiltà per avere successo. Il successo lo devi cercare e volere, allora arriva.

Come dice un detto australiano, “i segreti del successo sono 3: don’t give up, don’t give up, don’t give up!”.

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The art of sports photography
L’arte nella fotografia sportiva

In poco tempo nel mondo degli amanti dell’equitazione è accaduta una piccola rivoluzione artistica: un fotografo romano ha iniziato a pubblicare scatti “con l’anima”.

Massimo Argenziano, l’artefice di questa nuova filosofia, viene dalla fotografia artistica e per anni aveva curato lo sviluppo e la stampa di artisti fotografi e aveva fotografato opere d’arte per conto di gallerie e musei. La sua è una vita trascorsa fra l’alta tecnologia, la sperimentazione e la cura del dettaglio e dell’inquadratura.

Suo padre aveva fondato un laboratorio fotografico nel centro di Roma nel 1975 e l’ingresso di Massimo nell’impresa familiare era stato caratterizzato dal suo amore per le sfide delle immagini digitali. Un connubio di Arte e Tecnologia che lo ha portato in contatto con importanti artisti ciascuno dei quali gli ha trasmesso una sensibilità particolare nel cogliere le emozioni delle persone e di suscitarne a sua volta altre.

Lo abbiamo incontrato nella sua casa di Rocca di Papa proprio vicino il Vivaro, il mitico centro equestre federale conosciuto in tutto il mondo per le sue discese, e gli abbiamo chiesto la storia de La Fotografia Sportiva, la sua popolare pagina Facebook.

Massimo Argenziano ha iniziato a fotografare e amare lo sport perché ho avuto la fortuna di praticare sport a livello agonistico sin da piccolo. A 6 anni ho iniziato a praticare nuoto al centro sportivo del CONI all'Acqua Acetosa di Roma, ho proseguito per anni con la carriera agonistica per poi passare alla pallanuoto.

Ho vissuto e respirato l'aria che si respira nelle competizioni di alto livello fino a 20 anni, e non ho mai perso l'occasione di praticare o vivere da vicino lo sport e per questo ho cresciuto i miei figli dando allo sport un ruolo educativo molto importante.

Quando mia figlia si è trasferita in Germania ho avuto il tempo per osservare quello che accadeva intorno a me durante una gara: gli stati d'animo, la concentrazione, tensione, gioia, ed allora ho deciso di arricchire il mio lavoro di fotografo con le passioni della mia vita: lo sport, i cavalli e la fotografia.

Per me la fotografia è  una professione da 37 anni ma è anche una passione che mi ha trasmesso mio padre. Prima di considerarmi un fotografo sportivo ho creato un profilo FB anonimo per testare il gradimento.

Poi Massimo sentiva gli altri parlare delle sue foto e di come fossero diverse dalle altre e questo lo ha convinto ad insistere. Sentirsi un fotografo sportivo e misurarsi in campo internazionale è stato un passaggio naturale. Arte durante la settimana e Sport nei fine settimana.

Le sue foto sono presenti nella Press Gallery della FEI, della Federazione Italiana e Federazioni di altri paesi e sempre più persone si stanno avvicinando al suo modo di cogliere le emozioni di una gara. Anche altri fotografi curano l'anima delle persone e non solo le tecnicalità dei cavalieri più bravi.

Il consiglio di Massimo per chi vuole fare fotografie che diano emozioni è quello di essere curiosi, guardarsi intorno, studiare i comportamenti delle persone che fanno parte del contesto che fotograferanno. E soprattutto di farlo con il proprio coinvolgimento emotivo, lasciandosi vivere l'evento.

“Se non ti emozioni a guardare una fotografia fatta da te come pensi possa essere un’emozione per gli altri?”

Poi ci sono le premiazioni: la foto a cui è più affezionato è sicuramente quella fatta al giro d'onore del Team della Spagna vincitrice della tappa “FEI Nation Cup” a Montelibretti, grazie a quella foto è stato contattato l'anno successivo da una importante agenzia Internazionale per conto FEI per fotografare il giro d'onore della squadra che avrebbe vinto l'edizione successiva.

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Incontro con Roberto Scardella: Scultore di bronzo

Roberto Scardella è uno scultore romano meglio conosciuto per la sua arte dei cavalli di bronzo. Lo abbiamo incontrato a Frascati, sulle colline romane dove, nella piazza principale dove fa bella mostra di sè proprio uno dei suoi cavalli in bronzo.

Raccontaci di come sei arrivato all’arte

Quando ero molto piccolo a scuola ricordo che mi chiesero di scrivere l’alfabeto alla lavagna e io piansi. Fortunatamente la maestra capì il mio disagio e mi chiese cosa preferissi fare e io risposi disegnare. Disegnai un grappolo di uva e presi 10 e così non ho più ripensato a quell’episodio.

Ero inadatto all’educazione tradizionale ma ho insistito nel prendere gli studi classici per rimanere in compagnia dei miei amici. Gli studi classici mi hanno supportato nella vita così come nella mia arte. L'insegnamento per me si traduce nella promozione della creatività e della libertà.

Alla fine della scuola ho dovuto prendere una decisione e architettura mi sembrò essere la migliore direzione per supportare la mia continua passione per il disegno e per liberare la creatività. Oggi realizzo di aver sempre avuto una memoria visiva, non uditiva o concettuale, e questa è stata una cosa bellissima.

Come è iniziato il tuo interesse per la scultura?

Da una coincidenza, stavo facendo un favore ad una mia amica dandogli ripetizioni di matematica, lei era la figlia di un artigiano che aveva una fonderia. Lei notò il modellino di un cavallo che avevo modellato, che era sopra la scrivania e così mi disse ‘perché non lo fai di bronzo?’. Poco dopo mi portò ad incontrare suo padre e immediatamente mi innamorai della scultura in bronzo. Questo è stato l’inizio della mia vita da artista, attraverso un cavallo di bronzo e la scultura in metallo.

In quale modo l’architettura ha anche influenzato il tuo lavoro?

Io sono anche un architetto. Il mio periodo architettonico preferito è il periodo Greco, quello medievale e neoclassico. L’architettura Greca è corpo e anima. I greci sceglievano un sito naturale e creavano il loro teatro o tempio in equilibrio con la natura stessa. I Romani costruivano solamente le loro megalopoli in ogni luogo strategico per la politica - che poi in fondo sono simili ai nostri moderni centri commerciali.

Inoltre mi piace l’architettura barocca perché così attenta alla riproduzione della natura. Per inciso Frank Lloyd Wright si è inspirato all’architettura Umbra per la sua casa sulla cascata in Pennsylvania progettata con un design organico.

E l’amore per il barocco ha guidato Ie tue ultime creazioni funzionali?

Si, ho voluto creare sculture che le persone possano utilizzare, e ho anche voluto versare la fantasia barocca in questi oggetti funzionali. Questi pezzi sono inclusi nella serie DesaRteS e ne sono il risultato. In questa collezione ho tentato di creare tavoli funzionali e sedute con forme organiche – simile all’influenza barocca.

E adesso dove andrai?

Forse ritornerò alla mitologia.

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Corrado Di Giacomo, Camerlengo del Nobile Collegio degli Orefici

L’arte orafa tramandata sotto l’ombra dello Stato dei Papi sino oggi: intervista con Corrado di Giacomo, Camerlengo del Nobil Collegio degli Orafi.

Se amate i gioielli e amate Roma, allora dovete andare a visitare il Nobil Collegio degli Orafi in via S. Eligio, nell’unica chiesa disegnata dal grande Raffaello Sanzio. E se non trovate il campanello per entrare non dovete preoccuparvi, infatti la sede è proprio nella chiesa. Il Nobil Collegio è stato fondato nello Stato Pontificio ed era una sua istituzione, quindi era naturale che proprio una chiesa fosse la sua sede istituzionale.

A Sant’Eligio abbiamo incontrato Corrado di Giacomo ossia il Camerlengo, il nome storico con il quale si designa il presidente del Collegio, che ci ha introdotto all’archivio storico. Abbiamo potuto vedere e sentire il passato e per un attimo siamo entrati nelle “botteghe” dei grandi maestri come Benvenuto Cellini.

Corrado, cosa si prova a rappresentare una istituzione così storica?

E’ un onere e un onore, significa preservare e far crescere una cultura che accompagna l’uomo da sempre. Il Nobil Collegio nasce come sodalizio tra maestri artigiani, allo scopo di conservare e tutelare nel tempo l’antica e preziosa arte e la cultura dell’oreficeria e dell’argenteria. Per questo da secoli svolgiamo attività di animazione culturale come conferenze, corsi, premi, rivolti, con una particolare attenzione ai giovani che un domani dovranno prendere il nostro testimone.

Il nostro archivio è parte di questa cultura ed è possibile visitarlo concordando un appuntamento con il console conservatore. Entrare a contatto con gli antichi manoscritti è una esperienza unica, particolarmente per gli americani che spesso mostrano un rispetto assoluto per tutto ciò che risale a prima della scoperta dell’America nel 1492 e non osano sfiorare le pagine. Assistere a queste scene mi riempie di orgoglio per il ruolo che ancora svolgiamo attivamente per la categoria degli orafi e da un senso nuovo alla nostra istituzione.

Dove arrivano le vostre radici, quanto lontano arrivano nel tempo?

La nostra storia è in realtà ancora più antica: siamo l’erede delle antiche corporazioni d’arte che affondano le proprie origini in epoca romana. Infatti, la fondazione delle corporazioni - o meglio dei Collegia - risale a Numa Pompilio uno dei primi sette re di Roma. Quella degli orafi, chiamati prima aurarius faber ed in seguito aurifex, è tra le più antiche.

L’Università degli Orefici, Ferrari e Sellari è la VI Corporazione e aveva originariamente sede presso la Chiesa di S. Salvatore alle Coppelle, eretta nel 1196 sotto il Pontificato di Celestino II. Un regolamento scritto della nostra attività si trova già negli statuti di Roma del 1358, in cui si stabiliva che l'argento dovesse avere un "punzone" di garanzia e, quindi, l’autorità papale necessitava di una organizzazione di controllo dei punzoni.

Nel 1404, la VI Corporazione si scisse nelle tre Arti ed ebbero origine le confraternite autonome, che continuarono ad avere come vincolo il Santo protettore Sant’Eligio Vescovo di Nojon e la sede. Solo alla fine del XV secolo gli Orefici decisero di fondare una propria corporazione indipendente dalle altre anche nella sede.

A due passi dal Tevere e nella zona più bella di Roma: anche la storia della vostra sede merita di essere ascoltata.

Il 13 giugno 1508, la Corporazione degli Orefici acquista un terreno nel rione Regola, vicino al Tevere e inoltra al Papa la richiesta di edificare una nuova chiesa da dedicare a Sant’Eligio come sede della Corporazione.

L’autorizzazione alla costruzione venne concessa il 20 giugno 1509 da Giulio II con bolla papale. Il progetto della chiesa fu affidato a Raffaello il quale, pur con l’influenza del Bramante suo maestro, impresse all’edificio il suo genio e fece della piccola costruzione un gioiello da tramandare ai posteri. L’undici novembre 1516 venne commissionata a Sebastiano da Como, muratore, la costruzione della nuova chiesa. Oggi ci troviamo ancora in quella chiesa e la nostra sede non è mai cambiata durante tutti questi secoli.

Quanti Camerlenghi si sono susseguiti e come ci si sente a guidare una istituzione con radici così profonde nella storia?

Negli anni, ma direi nei secoli, si sono avvicendati all’incirca 250 Camerlenghi. Personalmente, vivo questa carica con molto orgoglio, ma allo stesso tempo con grande responsabilità: cerco di lavorare, sempre, mantenendo salde le fondamenta di questo antico e nobile sodalizio, con un occhio vigile verso il futuro e con grande attenzione per le nuove generazioni.

Passato e futuro: vede nel Collegio un ruolo “attuale” nella diffusione dell’arte orafa?

Certamente, il nostro sodalizio nasce per tutelare questa antica arte ma, contemporaneamente continuiamo a vivere proprio perché quest’arte non vada persa. Oggi più che mai sono convinto che l’artigianato ha un ruolo attivo nella società e possa essere il volano per una completa affermazione del made in Italy nel mondo. In questo siamo maestri e non dobbiamo dimenticarlo!

Invito tutti a venirci a trovare ed a condividere con noi i piaceri di un concerto e di una chiacchierata sull’arte orafa nelle diverse manifestazioni che trovate sul sito

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Fiorella Rizzo su “benessere con i colori”

Perché in alcuni ambienti proviamo piacere e in altri stati di disagio? Molto spesso la risposta è nel colore di questi spazi. Il colore interagisce con noi in modo totale, sia nella parte sinistra che in quella destra del cervello.

In particolare, si può definire come composto da una parte energetica visibile - più “grossolana” - e da significati simbolici percepibili solo con la parte destra del nostro cervello. Per questo motivo il colore è in grado di connettersi con la parte più intima di noi donandoci emozioni, attraverso “campi di energia” diversi, a seconda delle sfumature cromatiche e della loro disposizione nell’ambiente.

Colori diversi per anime diverse.

Poiché ognuno di noi è unico, e reagisce in modo diverso con i colori, la sensazione di benessere è personale e si possono studiare modi di aumentare la percezione positiva degli ambienti.

Fiorella Rizzo, un caounselor siciliano, ha capito l’essenza dei colori e ha approfondito la tecnica del Colore Dinamico e delle Mappe Cromo-emozionali per il riequilibrio delle persone e il potenziamento della loro autostima. Questa teoria si è poi concretizzata in un sistema chiamato Evolucrom.

La storia di Evolucrom – Evoluzione del colore - coincide in parte con la storia di Fiorella Rizzo. Come è nato questo metodo?

Quando i miei clienti venivano in studio per risolvere i loro disagi di natura affettivo-relazionale notavo che spesso le parole non bastavano. Allora ho cercato un mezzo più diretto, in grado di comunicare con la loro anima, ed ho trovato che il colore corrispondeva appieno  a queste mie  esigenze.

Perché usi la parola “dinamica del colore”?

Ho notato che durante le sedute, i clienti reagivano non soltanto al colore con cui stavano lavorando, ma anche al modo in cui questo veniva disposto sulla superfice. Ho capito quindi che affinché un colore possa esprimere in pienezza l’energia di cui si fa portatore, è essenziale il movimento che assume nello spazio. Per questo ho iniziato a identificare i movimenti simbolici dei vari colori, per poter valorizzare le loro potenzialità applicativa.

Come definiresti Evolucrom?

E’ una personalizzata sovrapposizione e compenetrazione di colore in trasparenza applicata su parete che stimola nella persona sensazioni di profondo benessere. Non ci sono immagini, e la sua efficacia si basa sulla particolare disposizione delle sfumature cromatiche nella parete da decorare.

I colori, quindi, vengono disposti in modo da rispettare il loro “carattere” oggettivo, l’intima natura di ciascun colore, senza essere condizionati da personali esigenze artistiche o raffigurative, e in modo da creare un effetto di profondità, tridimensionalità. Ad ogni persona corrisponde una sfumatura leggermente diversa e gli ambienti interni devono essere progettati anche per rispettare il benessere dell’anima di chi li vive.

“La vibrazione del colore è una delle esperienze più belle che si possano sperimentare: colorare è un’opera senza fine; rimanda ad un continuo ritmo interiore di musicalità, solarità e percezione innata, che non solo centra e rilassa, ma proietta nel mondo della creatività e dell’intuito, in un “gioco” infinito.”

 

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Lo sport come stile di vita: il rugby entra nei Musei

Se uno conosce il rugby immediatamente lo ama, è uno sport che non lascia indifferenti. La storia del terzo tempo, quando le squadre si ritrovano dopo la partita e festeggiano insieme, è una delle particolarità che trasforma il rugby da sport in stile di vita.

Il suo nome deriva da quello della città di Rugby dove nel 1923, durante una partita di calcio, William Webb Ellis realizza esaltante la prima “meta”. Dal 1863, poi, i due sport si separano e nascono le diverse federazioni sportive.
Il terzo tempo è solo del rugby, cementa amicizie e favorisce collaborazioni inaspettate. I giocatori si scambiano magliette e cimeli ed ogni giocatore di rugby, a qualsiasi categoria appartenga o abbia giocato, ha una sua collezione privata di ricordi, un suo museo. Corrado Mattoccia è andato oltre ed è uno dei fondatori e l’anima di un vero Museo del Rugby aperto a Colleferro, un paese di solide tradizioni rugbiste dove la rivalità con il vicino Segni ha portato questo sport a livelli alti.

Corrado, come è nato il Museo?

Come tutti i giocatori, ho iniziato a raccogliere pezzi dal 1976. Poi nel 2007 dopo aver casualmente stretto amicizia con alcuni azzurri della Nazionale, in particolar modo con i fratelli Bergamasco, ho iniziato: ordinato tutte le cianfrusaglie, raccolte per poterle affiancare a quei rari doni che avevo iniziato a ricevere dagli azzurri. Poche cose che per me rappresentavano un tesoro. Poi nel 2008, in seguito ad una copiosa donazione da parte di Giovanni “Nanni” Raineri, abbiamo incominciato seriamente e il 14 novembre 2012 la Fondazione è nata.

La parola Museo è spesso associata alla parola “cultura”. Che cosa è la cultura sportiva? Come si differenzia il rugby dagli altri sport?

E’ una domanda pericolosa. Potrei scrivere fiumi di parole sulla cultura sportiva. Intanto per me la “cultura sportiva” è, e dovrebbe essere prima di tutto, uno stile di vita. Non si può fare cultura sportiva senza vivere da sportivi. Esempio? Come si può accettare che un giornalista scriva di sport senza che questo sia stato mai nemmeno una volta in palestra? Come può uno sportivo che dedica la sua vita allo sport e per lo sport, anche se lo facesse da professionista, accettare che qualcuno metta in dubbio “le sue fatiche” senza che questi abbia una “cultura sportiva?”

Nella nostra società contemporanea c’è sempre meno spazio per lo sport praticato e sempre troppo spazio per lo sport “parlato”. Ecco, per me la cultura sportiva è vivere da sportivo, è vivere mettendo in risalto i valori dello sport che si pratica. Se poi scendiamo nello specifico del Rugby bisogna aggiungere passione, rispetto, amicizia, sacrificio. E’ impossibile praticare uno sport duro come il rugby se non si hanno ben presenti questi valori. Gli amici che mi sono fatto nel rugby sono per tutta la vita!

Quante maglie ha raccolto? La maglia più antica o quella più prestigiosa?

Ad oggi abbiamo raccolto oltre 1400 maglie tutte ‘match worn’, cioè maglie che sono state indossate durante una partita. La più antica quella di Maci Battaglini che il Sindaco di Rovigo, Bruno Piva, ha voluto donare al Museo.

La più prestigiosa?  Per un rugbysta le maglie sono tutte prestigiose, anche quella con la quale ci si è giocato nel modesto club di appartenenza. Nel Museo oggi ce ne sono talmente tante che forse sarebbe meglio venire a vederle…. Gareth Edwards, David Campese, Jonny Wilkinson, Stefano Bettarello, Grant Fox, Jon Smit, Victor Matfield, Neil Jenkins, Martin Jonshon, Lawrence Dallaglio, e tanti altri.

Quali altri cimeli raccoglie?

Il museo raccoglie oltre 15.000 cimeli: palloni, crest, pins, cravatte, caps, match, programmi, libri, riviste, tazze, medaglie.

Quale è il ruolo dello sport e del rugby in particolare nella formazione dei ragazzi?

Io sono un esempio vivente di quanto uno sport possa aiutare un ragazzo nella crescita. Prima di fare rugby ero talmente timido che nel praticare un altro sport non avevo mai fatto la doccia con gli altri compagni perché mi vergognavo…oggi posso ballare nudo su un tavolo…se ne vale la pena. Ad ogni livello scolastico lo sport dovrebbe avere spazi opportuni, almeno 6 ore settimanali. Per quanto mi riguarda, queste dovrebbero essere tutte dedicate al rugby; noi diciamo sempre che “ce li prendiamo bambini e li restituiamo uomini!”

Quando è possibile visitare il Museo?

Sempre e ogni volta che ci viene chiesto… altrimenti che Museo del Rugby sarebbe??!!
Il museo si è ora spostato ad Artena

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