Anna d’Alessandro: come internazionalizzare le produzioni italiane

Incontrare Anna d’Alessandro è una esperienza particolare, la sua capacità comunicativa e la ricchezza delle sue esperienze ammaliano e incuriosiscono.

La sua è una storia a cavallo fra due continenti, gli Stati Uniti e l’Italia, fra l’agile pragmatismo americano e la creatività italiana, inserita in un sistema barocco di gestione degli affari. Anna studia architettura a San Antonio, in Texas. Dopo il Bachelor torna in Italia e si accorge che non c’è reciprocità dei titoli universitari.

Poco importa: essendo cresciuta all’estero, desidera approfondire la storia e la cultura italiana. Torna all’università, questa volta in una facoltà umanistica e arriva fino alla specializzazione e al dottorato di ricerca in “Cultura dell’età romano-barbarica”.

“Ho sempre amato la storia e ho voluto approfondire gli aspetti sociali ed economici di quel particolare periodo perché li trovo molto affini ai nostri giorni. I primi 4 secoli del medioevo hanno visto prima lo scontro e poi l’incontro di culture molto diverse tra loro ed è stato molto interessante studiare come sono stati gestiti i cambiamenti sociali ed economici. Dal passato ho imparato molte tecniche e dinamiche sociali che mi sono poi servite nel mio lavoro quotidiano”.

Una volta apprese le dinamiche della gestione dei cambiamenti, la voglia era quella di sperimentarle anche nella vita quotidiana. A quel punto torna a farsi sentire il pragmatismo americano e Anna inizia a volersi confrontare con il mondo del lavoro. E’ venuto naturale occuparsi di scambi interculturali e di relazioni internazionali per le imprese interessate ad aprire nuovi business all’estero.

Lavorare a livello internazionale significa per prima cosa interagire con culture, modi di fare e consuetudini sociali diverse. Un imprenditore, per avere successo, deve sapersi presentare correttamente, gestire la propria immagine in modo efficace e in tempi brevi. Solo così raggiungerà il proprio obiettivo di business. Non importa quale sia il tipo di impresa, le tecniche non cambiano ma bisogna sapersi confrontare con il diverso e con i continui cambiamenti che la società globale di oggi ci impone.

“Il cambiamento deve avvenire, prima di tutto, dentro di noi. Non possiamo semplicemente pensare di continuare a comportarci come facciamo di solito e ritenere che le persone possano percepire la nostra evoluzione. Dobbiamo imparare a presentarci in modo sintetico, lanciando pochi ma precisi segnali e lasciando agli altri lo stupore della scoperta e la voglia di approfondire.”

E veniamo alla Aldebaran Distribution e all’idea di portare i cartoni animati italiani nel mondo. Anna voleva creare una società che rappresentasse la sua personalità creativa e pragmatica allo stesso tempo, dove poter mettere a frutto tutta la sua esperienza internazionale.

“Il settore dell’animazione, a mio avviso, è pura espressione della capacità creativa italiana, che nulla ha da invidiare al resto del mondo. Per vari motivi sociali, culturali e legislativi, l’animazione italiana ancora non ha trovato piena espressione a livello internazionale.”

La mission di Aldebaran è proprio quella di aiutare i produttori di animazione italiani a farsi conoscere nel mondo e ha già ottenuto risultati notevoli. E’ stata la prima società italiana in assoluto a vincere il prestigioso premio “International Pitch Award” al MipJunior in Cannes dove è risultata fra le top 10 rating companies.

Per incontrare questa affascinante e positive donna, per scambiare nuove idee e costruire nuove strategie per raggiungere nuovi mercati, contattate Anna e ditele che vi manda Claudia.

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Nunzio Martinello, l’informatica fra Italia e India

Ci sono persone che iniziano a camminare con le proprie gambe molto presto, Nunzio Martinello è una di queste. Nell’informatica molti giovani diventano imprenditori, ma pochi arrivano al successo e lo sanno mantenere.

La prima volta che lo ho incontrato con Gavin sono rimasta sorpresa dall’accento indiano del suo inglese e dalla assoluta padronanza con cui con grazia dominava la conversazione. Nell’informatica si manifesta una dinamica sociale molto interessante: i giovani insegnano ai ‘meno giovani’. Potremo quasi definirlo un processo di ‘mentoring inverso’ che inevitabilmente coinvolge anche me che non appartengo alla ‘generazione digitale’. I figli insegnano ai padri.

Nunzio era ancora più giovane di oggi, la barba (forse per aumentare la percezione della sua età) e le mani in tasca eppure spiegava a due navigati leoni come noi quello che secondo lui avremo dovuto fare per la nostra idea di portale web rivolto alle piccole imprese, artigiani di qualità. E gli abbiamo dato fiducia e lo abbiamo incaricato del portale.

Dopo un primo momento di smarrimento, più dovuto alla percezione di quello a cui stavamo andando incontro che ad altro, ci siamo seduti in platea ad ascoltare la sua storia. La serata del club di imprenditori veneti di Ad Hoc era dedicata a quello che era riuscito a fare per ‘i’m Watch’ (ora chiusa dopo l’ingresso nel mercato dell’Iwatch di Apple).

Anche ‘i’m Watch’ era una start-up che aveva bisogno di vendere sul web il suo orologio e si era rivolta a Nunzio per la strategia digitale e il supporto nella sua implementazione. Il successo è stato talmente incredibile che la storia viene raccontata da molti giornalisti e blogger ed ancora rimbalza fra convegni e tavole rotonde.

La sua storia imprenditoriale è in realtà iniziata da una app di Fb che lo aveva proiettato giovanissimo sulla ribalta e gli aveva posto il primo quesito: continuare l’università o immergersi totalmente nella sua impresa?

“Non importa se segui un percorso accademico o meno, l’importante è sapere che non si deve mai smettere di studiare. L’informatica è basta sull’innovazione continua e bisogna sempre conoscere le evoluzioni tecnologiche e saperle leggerle con una mente aperta e creativa”.

Nunzio decide di optare inizialmente per l’impresa, riservandosi in un secondo momento di tornare all’università. Con il suo inseparabile amico Nicola Possagnolo apre Noonic (www.noonic.com) (Noonzio e Nicola) a cui subito si unisce Sebastiano Favaro.

Sin da subito il loro approccio è professionale e proiettato verso il mondo. Nunzio trascorre molti mesi in Australia per imparare l’inglese e aprirsi a nuovi modi di pensare (Gavin aveva riconosciuto anche l’inflessione australiana nel suo inglese) e Noonic sin dall’inizio ha una sede in India.

Per chi non conosce bene l’India dobbiamo raccontare che questo magnifico paese ha molte contraddizioni fra le quali una incredibile scuola di matematica e di informatica in università talvolta non adeguatamente note. La mentalità e la filosofia indiana sono perfette per le astrazioni matematiche e per seguire la logica dei computer. Il numero zero, ad esempio, è nato in India eppoi è arrivato in Europa tramite gli Arabi.

Così, Nunzio parte e vive per 6 mesi in India, il tempo necessario per aprire una società e formare il personale e da allora la sua vita si divide fra lunghi soggiorni in India e frenetici ritorni in Europa. Se si segue Nunzio sui social network ogni tanto si possono trovare foto di incredibili spiagge esotiche o di situazioni di quotidiano caos nel traffico.

“Se si vuole capire l’India bisogna sempre avere tolleranza per le sue enormi contraddizioni, per la povertà e lo sfarzo. È un paese dove il divario fra ricchi è poveri è costantemente visibile e le usanze sono spesso distanti dalle nostre, nella vita di tutti I giorni così come nel business.. Per riuscire con successo in India è necessario avere una mente aperta e spirito di adattamento, rispettandone le traduzioni e la cultura millenaria”

C’è della saggezza in qualcuno che così giovane riesce a far convivere una mente imprenditoriale, a gestire personale di diverse culture eppoi a mantenere la freschezza della sua età quando suona musica o crea con i suoi coetanei. C’è creatività negli incontri in cui delinea e implementa strategie di penetrazioni nel web per imprese molto diverse fra loro.

C’è saggezza in chi decide di investire tempo in azioni di volontariato destinate ad aiutare altre giovani start up ma anche associazioni umanitarie come quelle che fanno informazioni sull’Alzheimer .

“L’idea di questo video ci è venuta dopo aver visionato un video molto simile fatto da un’associazione spagnola. L’idea era davvero buona e, grazie alle conoscenze dei membri della nostra associazione, siamo riusciti a riproporla, migliorandola, su scala internazionale e sfruttando meglio il web ed il marketing digitale”.

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Santa Chiara a Murano rinasce grazie alla famiglia Belluardo

Sono stata molte volte a Murano ma non avevo mai sentito parlare di Santa Chiara prima di un articolo su un giornale cinese che parlava di Giovanni Belluardo.

In questo giornale si faceva riferimento ad un signore che da quattro anni stava restaurando una antica chiesa del 1200 sconsacrata da Napoleone, che la aveva trasformata in alloggio per le sue truppe, e che stava diventando un centro per l’arte del vetro. Il testo e la fotografia mi hanno incuriosito al punto di chiedere una intervista e di recarmi personalmente a Venezia.

A Murano molte fornaci hanno chiuso preferendo passare dalla produzione al commercio e i veri maestri del vetro sono impegnati a creare nelle loro fornaci e meno nella divulgazione di questa arte.

Il confine fra arte e artigianato è impalpabile ma per un turista è difficile capire il sapere e il sudore degli anni di apprendimento che c’è dietro un’opera. Senza una storia e una guida, un turista si lascia guidare dal prezzo e dal gusto personale.

Ho imparato qualche anno, e molte interviste, per capire tutti i diversi modi di lavorare il vetro, questo materiale amorfo che può prendere forme e colori diversi e riflettere la luce in modo emozionante. Fragile ma tagliente. Docile ma resistente.

Giovanni lo ho incontrato direttamente a Santa Chiara dove sono arrivata grazie all’istinto. Nessuno dei locali la conosce, anche quelli che lavorano nei paraggi.

Dopo le truppe napoleoniche questo edificio è stato venduto a privati che lo hanno trasformato in una fornace del vetro. Vi hanno lavorato fino a 700 persone distribuite in tutto l’ex convento. Poi tutto è stato abbandonato, frazionato e venduto in lotti separati e si è persa la memoria della sua esistenza.

“Lo sai perché lo ho scelto? Per il numero 13, il mio portafortuna. Quando lo ho visto aveva il tetto caduto giù e alcune parti del muro erano crollate. Ma aveva 13 capriate ed era il giorno 13. Io sono nato il 13 gennaio e tutto quello che di importante è avvenuto nella mia vita mi è successo in connessione con questo numero”.

Giovanni è un atletico signore di una certa età con uno strano accento fra il siciliano e l’inglese. Mi racconta che ha lasciato la Sicilia all’età di 13 anni per venire a lavorare negli alberghi a Venezia. Qui ha conosciuto sua moglie e con lei è andato a Toronto, in Canada. La conversazione è metà in inglese e metà in italiano, con quello strano linguaggio che hanno le persone che convivono con una doppia identità.

“Sono stato bene in Canada, avevo avviato una impresa sulla lavorazione del ferro, ma mia moglie aveva sempre nostalgia di Venezia. Così ad un certo punto siamo tornati. Non so bene se abbiamo preso la decisione giusta ma la famiglia viene prima di ogni cosa”.

E infatti Giovanni non è solo e subito dopo le prime storie si mette da parte e mi lascia in compagnia di suo figlio Giuseppe e suo genero romeno Ion Cafadari, ‘Cafi’. Due persone solari felici di avere ruoli diversi e di compenetrarsi e di seguire il padre in questo avventura imprenditoriale.

Cafi è poliedrico, è un artigiano del vetro e la mente artistica mentre Giuseppe è nella parte della promozione, amministrazione e pubbliche relazioni. Il rispetto per il padre è palpabile, così come l’amore che si trasmettono in continuazione con frasi, sguardi e piccole accortezze.

“Sono riuscito a vedere la bellezza di Santa Chiara perché vengo da fuori e ho potuto vedere Murano con uno sguardo distaccato. Come quando ho lasciato la Sicilia, non capivo che cosa avesse di particolare il mio paese Pozzallo vicino Ragusa. Poi quando ci sono tornato dopo aver viaggiato e aver assunto un certo distacco, sono rimasto sorpreso dalla sua bellezza e dal suo patrimonio. I muranesi si erano assuefatti all’esistenza di questa chiesa”.

Mi ricorda la frase di Proust ‘L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi’. Una frase che si comprende solo dopo aver provato tante esperienze diverse.

La struttura della chiesa è imponente e i lavori di ingegneria sono ormai terminati. Ora manca la pulizia della zona esterna e si iniziano a vedere le diverse postazioni di lavoro all’interno.

Sei diversi artigiani si avvicenderanno su aree attrezzate con strumenti antichi e moderni per far vedere tutte le diverse lavorazioni del vetro. I visitatori potranno fare esperienza visiva dal vivo e capiranno gli anni di esperienza che servono per creare ‘arte dalla sabbia’ (il vetro viene prodotto dalla sabbia).

“Vogliamo far vivere questo posto creando eventi e presentando i diversi grandi artisti e artigiani maestri del vetro. Vogliamo che sia un centro di cultura dove ognuno si senta a casa e i visitatori di Murano possano capire lo spirito unico di questa isola di Venezia che da secoli è un centro mondiale del vetro”.

Per quello che sta facendo per Venezia e per l’amore che guida le sue scelte, Giovanni Belluardo è stato nominato Cavaliere dell’Ordine di San Marco.

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Vittorio Garrone, dai cavalli vapore ai cavalli da salto

La prima volta che ho incontrato Vittorio Garrone eravamo ad una cena all’ambasciata italiana a Varsavia, in Polonia. Una sorridente persona in abito elegante ma sportivo che non amava farsi notare troppo.

Ci avevano presentati perché avevamo in comune le energie rinnovabili ma non sapevano che in realtà condividevamo molto di più: la passione per i cavalli. Dovevamo parlare di chilowatt ma il discorso non si spostava mai dalle emozioni che si provano vicino a questi animali.

Non so perché nasce la passione per i cavalli, ma quando arriva prende totalmente e non ti lascia più per tutta la vita. A Vittorio è nata nel 1989 e la sua famiglia non aveva tradizioni in questo mondo e gli studi e le passioni le ha condivise con sua moglie Simona.

Insieme hanno comprato una tenuta ad Arquata Scrivia, nell’area dove il Piemonte e la Liguria si incontrano e si confondono.

Hanno ristrutturato un casale, dove hanno abitato per molti anni, e messo su l’allevamento Basini che oggi ha anche una sede in Normandia, un’area con pascoli più adatti ai giovani puledri.

“Basini era il nome dell’area, ma in dialetto vuol dire anche “bacini” e questo doppio significato mi ha attratto perché sottolineava la passione e l’amore che ognuno deve mettere in quello che fa. E’ l’amore che impedisce alla passione di diventare una mania e di superare i confini dell’etica.”

L’etica, la giusta relazione fra uomo e natura, fra uomo e cavalli è stata il filo conduttore della sua vita e, nell’allevamento Basini, l’attenzione alla serenità del cavallo è sempre andata di pari passo con la ricerca di metodi dolci per la crescita degli animali.

Vittorio si propone di allevare cavalli sportivi secondo i principi base dell'etologia così da garantire ad amatori e professionisti cavalli sani e preparati nel corpo e nella mente. Per far questo deve migliorare l'interazione uomo Cavallo, secondo il principio dell'ascolto. Sensibilizzare il mondo dell'equitazione ad un approccio basato sul dialogo.

"Il nostro risultato non è ottenere che il Cavallo faccia la determinata cosa, ma è che il Cavallo decida di volerla fare. Ad un certo punto ho capito che non bastavano le regole matematiche dei metri quadri per i box o per i paddock, ho capito che per agire sugli animali dovevo prima agire sugli uomini e ho iniziato a scegliere le persone con cui circondarmi.”

Ha fondato un team di cavalieri e iniziato a supportare giovani promesse dell’equitazione. Il team ha un nome fantastico, che non si può dimenticare e che fa ‘molta scena’ quando gli speaker lo annunciano nelle competizioni. Il team si chiama WOW. Una scelta così originale probabilmente nasce dall’esperienza maturata da Vittorio sia all’interno dell’impresa di famiglia (ERG) sia quando per anni si è dedicato del marketing della passione di suo padre, la squadra di calcio della Sampdoria.

“All’inizio, quando in famiglia è stato deciso che mi sarei occupato del marketing della squadra mi sono sentito un po’ costretto in un ambiente che non era il mio. Poi mio padre mi ha lasciato libero di applicare al calcio la stessa filosofia che applicavo nel mio allevamento e ho vissuto esperienze esaltanti e trascorso momenti indimenticabili.”

Anche nel calcio la prima cosa è stata la cura del vivaio, proprio come nel suo allevamento di cavalli, l’attenzione e la cura ai bambini che si avvicinano allo sport tirando calci al pallone e scoprendosi talentuosi. Ma il talento senza la disciplina, l’amore e il divertimento non può bastare per diventare un campione. E molti si ricordano ancora la disputa fra il papà Riccardo e il talentuoso ma indisciplinato giocatore Cassano.

Poi ha iniziato a fare gemellaggi sportivi fra vivai di ragazzi in varie parti del mondo. Questo lo ha portato a viaggiare e a conoscere realtà molto diverse da quella italiana ed Europea.

“Avevamo concluso un importante accordo con una squadra cinese per uno scambio di ragazzi del vivaio e per fargli vivere esperienze sportive in altri paesi. La prima volta che sono andato in televisione con la sciarpa della Sampdoria sul collo e ho chiesto i dati dell’ascolto sono rimasto sorpreso. Venti milioni di persone avevano seguito la mia intervista e chiedevano informazioni su quello che facevamo. Numeri da capogiro.”

Finita l’avventura con il calcio, Vittorio si torna a concentrare totalmente sui cavalli e sulla squadra WOW e affida il team a Luca Moneta, un cavaliere che ha fatto del metodo dolce di doma la sua filosofia di vita. Uomini e cavalli iniziano la loro relazione sin dalla nascita dei giovani puledri e il rapporto si fonda sul piacere di superare insieme sfide e di vincere. Per Luca la cosa più importante è il dialogo, anche quando per le necessità dello sport si è abituati a dover dire tanto e ad ascoltare un po' poco. Invece un buon etologo ascolta molto e dopo aver ascoltato, comincia a trovare un dialogo.

I cavalli possono percepire tutte le nostre sensazioni, hanno un legame particolare con l’uomo che li rende idonei ad aiutare molti che hanno handicap fisici o mentali. L’empatia fra cavallo e cavaliere è così forte che le persone possono cambiare dopo un contatto con questi animali e l’ippoterapia è riconosciuta a livello internazionale.

“La forza del Team WOW è determinata principalmente dalla volontà e dalla consapevolezza che ognuno di noi può fornire un importante contributo a quella che a tendere, potrà essere considerata una vera e propria rivoluzione nel mondo dell'equitazione. I nostri Cavalli ci stanno regalando enormi soddisfazioni, cerchiamo di ricambiarli quotidianamente con affetto, attenzioni e relax, e lavoriamo ogni giorno con entusiasmo, per ricambiare la loro grande generosità.”

Per questa sua professionalità, per l’etica dell’allevamento Basini e della squadra WOW, a Vittorio è stato assegnato il “Premio Flambo. Etica, Cultura, Scienza e Sport” con il Patrocinio del CONI, del Comitato Italiano Paralimpico, della FISE e degli Enti di Promozione Sportiva AICS e ASI e del Ministero della Salute italiano.

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Natalino Pagano, il discepolo di Adriano Olivetti

Ho conosciuto molti ex dipendenti di Adriano Olivetti e tutti mi hanno tessuto le sue lodi ma, a Trani, Natalino Pagano è andato oltre ed ha continuato a realizzare il sogno di Adriano. Un vero maestro ha bisogno di discepoli che perpetuino i suoi insegnamenti rendendoli vivi e presenti, facendoli uscire dalle pagine della storia.

Il cavalier Natalino è un imprenditore pugliese e la sua azienda SECA crea allestimenti di spazi comuni da oltre trenta anni. Il suo spirito intraprendente si manifesta presto e già prima dei diciotto anni aveva aperto una radio e un giornale locale. Subito dopo le scuole parte per il nord per “imparare un mestiere” e arriva nel reparto tecnico della Olivetti, dove si imbeve dello spirito di Adriano.

L’Olivetti non era solo un centro di creatività e produzione industriale, ma era un esperimento sociale dove si fondevano cultura umanistica e tecnologica, dove non esistevano lavoratori ma collaboratori, dove le esigenze dell’uomo venivano prima del profitto.

Natalino è un giovane curioso e inizia a lavorare sulle macchine per scrivere ammirandone la complessità tecnologica e la precisione della meccanica. Assorbe lo spirito che lo circonda ma la sua indole è quella di creare anche lui qualcosa e, contro corrente, decide di tornare a Trani ed aprire una impresa di riparazione macchine per scrivere. Eppure, quando si rivolge alla Olivetti lo fa in prima persona, ancora coinvolto dallo spirito di questa impresa.

“La prima macchina di Camillo Olivetti la M1 era composta da circa 6000 pezzi, la sua evoluzione la M 20, ne aveva circa la metà. Un capolavoro di ingegneria. Una macchina per scrivere è bella da osservare, studiare e ascoltare quando funziona. Era un piacere personale toccarle e rimetterle in funzione”

La sua impresa cresce, la sua creatività lo porta ad aggiungere servizi e a spostarsi nel settore attiguo dell’arredamento per uffici e infine ad allestire musei, sale conferenze e centri direzionali. Nel frattempo, ogni volta che qualcuno buttava una vecchia macchina per scrivere, Natalino la raccoglieva, la sistemava e la metteva in mostra a casa sua. La collezione cresce a tal punto che decide di allestire uno spazio all’interno della sua impresa nella sala formazione, con la perplessità dei collaboratori che si vedevano ridotti i loro spazi operativi. Sanno che Natalino ama il suo lavoro e li considera la sua famiglia, ma non condividono da subito la passione del collezionista.

Infatti, lo spirito del collezionista inizia a prendere il sopravvento e, finita la collezione di tutte le macchine Olivetti, Natalino sfida se stesso per trovare in giro per il mondo tutti i “primi esemplari” delle grandi imprese statunitensi e tedesche per poi poter pensare a qualcosa di diverso.

“Sono un imprenditore e anche quando ho un sogno cerco di crearmi obiettivi intermedi e il traguardo finale, quello del museo. La mia è una lucida follia che condivido con Isabella”

Isabella entra in punta di piedi ma è la sua ancora e con lei condivide tutti i sogni ed anche quello di donare ad una fondazione la loro collezione per renderla fruibile agli appassionati e metterla al servizio della vita sociale della loro comunità di Trani. E’ lei la presidente della Fondazione SECA che gestisce il Museo delle Macchine per Scrivere.

La Fondazione SECA e il Museo delle macchine da scrivere


SECA si intreccia nella vita di Natalino in molti modi. Aveva impegnato diverso tempo a creare un acronimo per la sua impresa e “Servizi Elettronici per la Contabilità Aziendale”  che gli sembrava il giusto equilibrio professionale. Ma non poteva essere il nome della Fondazione.

SECA diventa "Scripturae Evolutio Cum Arte" (L'evoluzione della scrittura con arte) e la fondazione  crea il Museo della Macchina per scrivere e prende in carico il Museo Diocesiano e il Museo della Sinagoga di Sant’Anna in un edificio proprio nella piazza di fronte alla incredibile Cattedrale di Trani. Con una tale vista sul mare da dare la sensazione di essere su una barca.

Già prima della sua apertura, il passa parola ha raggiunto i maggiori editori italiani e la presidente del Parlamento italiano che sono venuti a visitarlo. Ma la magia che si trova non è descrivibile dal lungo elenco di macchine esposte. Si può restare sorpresi dalla evoluzione ingegneristica della parte tecnica, dalla ‘storia di costume’ della sua immediata connessione con il mondo femminile, della arguzia delle apparecchiature militari o dei giochi per bambini. Si può restare stupiti di fronte ad una macchina con carrello al contrario per gli arabi e gli ebrei o alla complessità di una giapponese.

Si può restare stupiti di fronte a quella di Jan Fleming (James Bond) o a quella nazista. Si può contrapporre il pragmatismo delle macchine americane con la solidità di quelle tedesche ed infine con il design italiano. Si può leggere il museo in tanti modi ma quello che è certo è che vi si può leggere una parte della storia dell’uomo in una chiave originale.

Ho avuto la fortuna di visitarlo con Natalino e sono rimasta ammutolita non tanto dalle storie che mi raccontava su ogni macchina (ognuna era la “sua preferita”) ma dall’amore che trasmetteva. L’amore di un fanciullo che condivide i suoi giocattoli con gli amici per poter essere felici tutti insieme e trascorrere del “tempo lieve”. Ed il tempo è letteralmente volato!

Oltre la macchina da scrivere, lo spirito della comunità di Olivetti

Un museo del genere è destinato ad attrarre anche molti giornalisti e scrittori. Ognuno di noi che ha la passione delle lettere ha iniziato su una macchina da scrivere e trovarle significa ritrovare una parte di noi stessi. Così un Museo delle Macchine per scrivere coniuga immediatamente spirito tecnologico, imprenditoriale, umanistico e si presta ad essere un centro di cultura nel senso più bello e allargato del termine.

Il primo piano del museo è un luogo di incontro e creatività a servizio della città dove si alternano già concerti, convegni, incontri con scrittori e artisti. Siamo in inverno, con il museo non ancora ufficialmente inaugurato e già si succedono eventi di ogni tipo che lo trasformano in un centro della comunità di Trani. E uso il termine comunità nel senso profondo che Adriano Olivetti ha dato a questa parola e che Natalino ha fatto proprio realizzando qualcosa a servizio della sua comunità.

“Il Museo è solo l’inizio di un nuovo cammino. Ho concluso la mia sfida di realizzare una delle collezioni più complete al mondo ed è nata quella di renderlo vivo e pulsante per condividere con la mia città momenti di piacere attraverso la cultura. Ora devo seguire Adriano nel suo spirito più profondo!”

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Daniel Mari, così vicino ai grandi musicisti …

Potevo sentire il sangue scorrere nelle mie vene il giorno che ho incontrato Daniel Mari e ha iniziato a raccontarmi delle sue relazioni personali con John Lennon e Jimi Hendrix.

Normalmente leggo di questi grandi musicisti solo sulle riviste o sul web. Il loro mondo è così differente dal mio che non avrei mai creduto che un giorno sarei stata così vicina a grandi musicisti del passato e del presente. Tutti hanno una cosa in comune: il loro bisogno di avere un buon fornitore di corde di prima qualità.

Daniel Mari non è solo il miglior cordaio di New York, ma è anche il solo che custodisce gli antichi segreti dei maestri delle corde di budello della regione Abruzzo in Italia. Questa regione a est di Roma era parte del Regno di Napoli e della Sicilia. In pochi paesi chiusi fra le alte montagne e il mare c’era la più alta concentrazione di cordai d’Europa.

Forse per la presenza di molte pecore e capre o forse perché questo gruppo aveva formato una corporazione e custodiva tutti i segreti, che si tramandavano solo di padre in figlio, per secoli il centro della musica a corde è stato in Abruzzo.

La situazione è cambiata durante la Seconda Guerra Mondiale quando molte persone hanno lasciato l’Abruzzo in cerca di fortuna in America. Daniel è stato uno di questi. La sua famiglia ha cominciato una nuova impresa di corde a New York mentre Daniel era formato per diventare un buon soldato e quindi un buon cittadino americano.

Ha evitato la guerra in Corea per un caso e quando arrivò la pace decise di spendere il suo tempo allietandosi con la compagnia di pensatori e artisti che a quel tempo facevano base a New York. E’ stato amico dei migliori scrittori, pittori e musicisti. Si è goduto la libertà della sua giovinezza e quando ha deciso di entrare nell’impresa era pronto e semplicemente è diventato il migliore.

I musicisti come John Lennon o Jimi Hendrix (ma molti altri che non posso citare) gli chiedevano set di corde speciali e Daniel creava soluzioni personalizzate in armonia con lo stile e lo spirito del musicista. Questa è la ragione per cui la stessa musica suonata da differenti musicisti sembra quasi diversa.

Quando abbiamo iniziato ad usare e lavorare con la chimica del nylon di Dupont tutto sembrava magico. Non avevamo più problemi con i rifiuti delle corde di budello e il suono era più potente, eppoi potevamo creare una infinità di soluzioni differenti. E ho ancora molte nuove idee che voglio sperimentare.

Daniel è vicino ai 90 ma il suo spirito è quello di un teenager. E’ emozionato dalla musica in tutte le sue forme e dalle differenti generazioni che arrivano sulla scena. Una delle sue sfide era quella di trovare la giusta persona a cui trasmettere i suoi segreti sulle corde di budello finché non ha trovato Mimmo Peruffo.

Mimmo Peruffo è chi mi ha creato la connessione con Daniel Mari ed ero incantata dalle difficoltà a cui è andato incontro per imparare a fare buone corde di budello. Mimmo è di origini venete ma è nato in Sardegna e ha fondato Aquila Corde. Ha deciso di capire come fare corde di budello per nessuna altra ragione che la necessità di capire l’evoluzione dei suoni della musica del passato.

Durante una recente fiera musicale, Mimmo ha postato un messaggio dove diche che finalmente ha incontrato Daniel e che ora conosce tutto sulle corde di Budello. Sono in attesa di ascoltare Bach suonato da queste corde.

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direttore museo Antiquarium di Colleferro
Angelo Luttazzi: il valore dell’identità

Alla apertura di una mostra sul Castello di Piombinara di Colleferro mi sono trovata a riflettere su come ringraziare Angelo Luttazzi del lavoro che ha svolto in questi anni e ho deciso di farlo pubblicamente con un articolo. Non è un plauso solo al suo lavoro, ma al suo ruolo nella crescita di una comunità.

Molti di noi da ragazzi avevano sogni di assoluta gloria, di lasciare il paese di provenienza e di attraccare su altri lidi per fare fortuna, di arrivare sulla luna, di vincere il premio Nobel. Angelo ha sempre avuto l’idea di realizzare un museo archeologico nel suo paese e di trovare e conservare la memoria storica di tutta una comunità. E ci è riuscito.

E ora che la comunità ha perso la sua precedente identità e si interroga sul futuro, il ruolo di Angelo diventa importantissimo perché tutti sanno che da lui si può ripartire. Non per chiedergli soluzioni o per guidare i cittadini verso un futuro di gloria, ma per avere punti fermi a cui ancorarsi.

Angelo è quello che in sociologia si definisce un “valore”, qualcosa che non va messo in discussione e che è un elemento vitale della vita di un gruppo. Se un gruppo esiste è anche perché c’è anche qualcuno che si occupa della memoria storica, che ricorda chi eravamo e i risultati di cui essere orgogliosi.

Colleferro è sempre stato un paese industriale. Nato 80 anni fa intorno alle fabbriche, la storia della sua comunità non è districabile da quella delle fabbriche. Fabbriche belliche, chimiche, tessili, aerospaziali, cementifici e tutto il corollario di piccole imprese altamente specializzate e sofisticate, nate dai tanti tecnici delle fabbriche che si sono messi in proprio.

La storia di Colleferro segue esattamente quella italiana. Un paese dall’urbanistica avanzata cresciuto in fretta attorno ad una industria bellica, altamente tecnologica, e molto utile in tempi di guerra.

Un paese modello nato per volontà di imprenditori che realizzano un ciclo completo: fabbrica, asili, scuole elementari e medie, scuole professionali per gli operai, comune, caserma e chiesa, pompieri per la fabbrica, villaggi per lavoratori, dirigenti e direttori ed infine un centro sportivo e un ospedale all’avanguardia. Tutto sotto la supervisione di un grande ingegnere come Riccardo Morandi.

Un polo industriale e tecnologico all’avanguardia. Grandi fisici e matematici internazionali soggiornano a Colleferro, ma anche Gheddafi, Saddam Hussein e tanti altri.

Poi il paese ha cavalcato il boom economico con il cementificio e l’edilizia. Iniziano gli eccessi, la chimica degli insetticidi e infine lo spazio con la partecipazione all’Arianne. Insomma tutti più o meno ignari di quello che facevano ma contenti di fornire bombe a Iraq e Iran, di cementificare il più possibile e di usare plastica e viscosa a più non posso.

Poi l’amaro risveglio: l’inquinamento. Parte del boom era basato su inquinamento di falde, di terreni e di aria. Le grandi imprese non investono più ma preferiscono speculare e abbandonano un’area che inizia a “scottare”, in cui l’inquinamento non può più essere nascosto e il cui nuovo skyline è delineato da una enorme discarica e due imponenti termocombustori in bella vista sopra una collina all’ingresso del paese.

La deindustrializzazione è evidente e il processo è uguale al resto d’Italia: vendita a multinazionali straniere, appropriazione di brevetti e know-how e abbandono del sito.

Chi era un ingegnere importante e riverito negli anni ’50 oggi non sa più chi è. Chi pensava di essere parte di una gloriosa impresa si ritrova ad essere complice di inquinatori e di non aver saputo salvaguardare l’ambiente per i proprio figli. Nel frattempo giovani hanno il mito di calciatori e veline e mettono in secondo piano persone che, con la loro etica e il loro lavoro, hanno mantenuto il sapere per metterlo a disposizione di tutti al momento opportuno.

E’ ora di invertire la rotta. Oggi Colleferro è un paese in transizione verso qualcosa che non ha ancora individuato, un cambiamento inevitabile ma che si delinea in modo positivo. Giovani che ritornano ai valori e ad apprezzare le piccole cose.

La chiamano la “generazione Youtube” perché sta tornando ad imparare gli “antichi e  futuri” mestieri dal web saltando la formazione codificata tradizionale. La scuola tradizionale non riesce a seguire i cambiamenti in corso. E imparano di tutto ed in fretta!

E torniamo alla presentazione del libro e della mostra su Piombinara e alla sala gremita da un pubblico interessato che faceva domande. Alla domanda sul perché finanziare una ricerca archeologica, lo storico Luca Calenne fa questo esempio:

“se mando all’asta un quadro anonimo del 500 il suo valore è di circa 30.000 Euro, ma se mando all’asta lo stesso quadro con un nome e una storia, di chi lo ha dipinto o di dove e come è stato ritrovato, lo stesso quadro vale 300.000 Euro”.

E’ un problema di identità. Il tuo valore aumenta se sai chi sei. Una lezione che arriva da lontano, da Socrate che ci esortava a conoscere noi stessi a Gesù che predicava di “amare gli altri come amiamo noi stessi”. E’ un problema che dobbiamo affrontare tutti nei periodi di cambiamento, quando sapevi chi eri eppoi lo hai perso.

Spesso, infatti, ci identifichiamo con il lavoro: sono un ingegnere, un avvocato, un imbianchino, un pompiere (quasi un acronimo di noi stessi). Perso il lavoro si perde anche l’identità artificiale, quella convenzionale che usiamo per comunicare con gli altri. Eppure non cambiamo e siamo ancora ingegneri, avvocati, imbianchini e pompieri. Solo che non guadagniamo regolarmente da questi acronimi.

La metafora del valore dell’archeologia mi ha rincuorato per il lavoro che abbiamo iniziato circa quattro anni fa ma che ancora non sappiamo definire con un acronimo. Giriamo l’Italia in cerca di artigiani, famosi e meno famosi, di persone che tornano a produrre con sapienza oggetti e manufatti e che hanno bisogno di essere conosciuti e di avere una identità e un valore riconosciuto anche dalla comunità in cui vivono.

Grazie Angelo per ricordarci il nostro valore e la nostra storia. Per ricordarci che con la tenacia si raggiungono i propri sogni e per l’etica che deve sempre essere parte dei nostri sogni. Grazie per aver messo la cultura alla base dei tuoi sogni.

Personalmente aggiungo la bellezza. Cultura e bellezza penso siano i punti dai quali ripartire. E' armonia. La strada è lunga, ma costruire è più emozionante che distruggere. Far parte della squadra che “ricostruisce” da una felicità interiore senza prezzo. E questo lo dico seguendo il mio acronimo di “ingegnere” che si ricorda della gioia di progettare qualcosa di bello e di entrare in un cantiere per partecipare alla sua realizzazione.

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Daniela Raccanello, grande stilista, donna speciale

Gli uomini pensano di capire le donne ma in realtà non hanno idea di quello che pensiamo o della enorme energia che abbiamo. Così capita che una donna può rifiorire e rinascere a nuove vite come un gatto, proprio come è successo a Daniela Raccanello.

La incontro per la prima volta oltre tre anni fa quando tutti insieme decidemmo di realizzare un gioiello solare e Daniela mi viene indicata come colei che lo avrebbe creato. Non la chiamano subito “stilista” e in azienda non trovo che la sua postazione sia lo stereotipo della “creativa”. E’ un posto ordinato, con qualche attrezzo del mestiere ma senza fotografie, schizzi o elementi “auto-incensanti”.

Daniela è china a lavorare con ago e filo e il volto nascosto dai numerosi ricci biondi. Fa precise domande tecniche sui moduli e sulle condizioni da rispettare. Ogni tanto qualcuno si avvicina al suo tavolo ergonomico per studiare qualche nuova soluzione, ma niente lascia trasparire novità emozionanti.

Passano i giorni e ci presenta una proposta per la collana fotovoltaica: bella da lasciare senza fiato. Giriamo un documentario dove tutti devono ripetere la scena, Daniela è l’unica che racconta con naturalezza quello che fa e tutto fila liscio al primo ciak:

“le creazioni mi vengono naturalmente dalla manipolazione, sono le mie mani che iniziano a muoversi e mi lascio andare a nuove forme con la mente”.

Nel corso di questi anni ho potuto passare molto tempo con lei e non finisce di sorprendermi. La collezione delle Chicche è qualcosa che lascia ogni donna con il desiderio di indossare questi gioielli e di provare i differenti accostamenti di colore.

Ma niente a confronto dei gioielli oro e seta e di questa avventura iniziata un piovoso agosto con il suo inseparabile marito Giampietro Zonta. Daniela aveva deciso di sperimentare nuove forme di gioielli. Aveva visto Sofia Loren e altre attrici di una certa età indossare sciarpe e foulard sul collo per nascondere le rughe e ha pensato di realizzare qualcosa di speciale con seta e oro.

Ma c’era un piccolo problema: non esisteva più la seta italiana. Daniela e Giampietro seguono una loro filosofia molto particolare: sono molto rispettosi della sostenibilità ambientale e sociale. La loro casa e la loro azienda sono energeticamente efficienti e tutta la loro produzione è certificata Made in Italy. Come fare?

Un’altra delle doti di Daniela (a parte quella di essere una cuoca incredibile) è la capacità di fare ricerche su internet e trascorre le sue serate navigando nella rete. Riesce a trovare gli ultimi esperti di sericoltura che ancora si ricordano delle filande, risale all’ultimo centro di ricerca sulla seta ancora aperto in Europa e con il marito comprano l’unica filandina ancora in funzione per scopi didattici.

Il resto è storia ben nota, una storia che continua di giorno in giorno e che vede televisioni di tutto il mondo venire in Dorica a riprendere i gioielli oro e seta e la filandina che dipana i bozzoli.

Daniela è una stilista e una creativa come poche persone che ho incontrato. Eppure la sua modestia non la rende visibile immediatamente. E’ una donna che va scoperta in punta di piedi, che non si lascia andare con chiunque e che sembra sempre un passo dietro il marito. Salvo poi essere un passo avanti quando si trasforma nella regina della casa.

Una volta il mio omeopata mi ha regalato un libro, Il Potere di Adesso, e mi ha invitata a riuscire a godere dell’attimo presente per poter essere felice. Daniela Raccanello è così e nei miei pensieri è seduta sulla sua sdraio in giardino con la coperta mentre si gode ogni sera la vista su Bassano del Grappa e il cielo stellato felice della bellezza del mondo.

E ogni giorno sono sempre curiosa di passare vicino al suo tavolo da lavoro per sorprendermi di quello che ha creato di nuovo!

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