Pope Ormisda and Pope Silverio together forever
Pope Ormisda and Pope Silverio together forever

Frosinone ha dato i natali a due papi che avevano un legame veramente speciale, papa Ormisda e papa Silverio: uno era il padre dell’altro. Ma non c’era peccato perché quando Ormisda ebbe suo figlio era solo un diacono.

Andiamo per gradi perché Silverio rivela sorprese: è uno dei nove papi ad aver rinunciato al pontificato (gli altri sono Ponziano, Benedetto XI, Gregorio VI, Gregorio XII, Clemente I, Giovanni XVIII, Celestino V, Benedetto XVI).

Papa Osmida era nato a Frosinone e si avvicina alla chiesa solo dopo essere stato sposato e aver avuto un figlio. È vicino a Papa Simmaco e lo aiuta a ricucire lo strappo dovuto allo scisma laurenziano.

In quel periodo il cuore politico non è più Roma ma Costantinopoli e gli imperatori mal digeriscono il crescente potere dei papi. Le dispute però non avvengono tanto sui campi di battaglia quanto su questioni filosofiche che sono relative alla gestione del potere.

In quel periodo, Osmida sale al pontificato nel 514, il problema era la divisione fra potere temporale e potere spirituale e questo si rifletteva nella disputa sulla doppia anima di Cristo. Era una persona con una doppia identità, umana e divina, ma aveva anche una doppia volontà?

Per la chiesa romana esisteva una sola volontà (il potere della chiesa) per l’imperatore che appoggiava la chiesa ortodossa esistevano due volontà (papa e imperatore che agivano su piani diversi).

In un primo momento Ormisda riuscì nel compito di riconciliare le chiese e i rapporti con Costantinopoli, soprattutto quando venne eletto Giustino I che era un fervente cristiano. Nel suo pontificato riuscì a smorzare ogni altro tentativo di polemica ed ebbe buoni rapporti con i nuovi governanti ostrogoti in Italia e vandali in Africa.

Silverio era probabilmente nato a Ceccano ed era diventato suddiacono della Campania, un grado che non si usa più ma che rappresentava il primo grado verso il sacerdozio. Divenne papa nel 536 con molte polemiche perché l’imperatrice Teodora voleva un diacono vicino alle tesi della supremazia dell’impero e il compromesso venne trovato proprio su Silverio.

Ma la sua vita non è stata facile e le lotte fra papato e impero assunsero livelli problematici da gestire. I vari conquistatori che si erano spartiti l’impero romano si facevano la guerra fra loro usando sempre il papa come una pedina del gioco del potere.

Roma si trovò devastata da Goti e Bizantini mentre l’imperatrice Teodora combatteva la sua battaglia personale contro Papa Silverio. Teodora aveva ambizioni di recuperare il potere su Roma ma la crescita della figura religiosa del papa lo impediva. Sotto il problema della doppia natura di Cristo (umana e divina) si celava la lotta fra papato e impero che non cesserà fino all’unità d’Italia.

Teodora alla fine riuscì ad accusare papa Silverio di complicità con i Goti e il papa fu costretto a dimettersi e ad andare in esilio prima in Turchia eppoi nell’isola di Palmarola, parte del meraviglioso arcipelago laziale. Qui è sepolto ed è venerato come patrono dell’isola di Ponza.

Insieme a suo padre Ormisda, San Silverio è patrono di Frosinone e i due sono così uniti per sempre.

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La visita di Papa Francesco a Paliano nel giovedì Santo

È il giovedì Santo nella settimana cristiana della Pasqua, in una bella calda giornata di primavera con un tocco di brezza, e cerchiamo il soffio del Signore sulle colline intorno a Paliano, in provincia di Frosinone.

Per il pranzo, ci accontentiamo di mangiare un semplice ma gustoso piatto di pasta con un bicchiere di vino bianco da Terremoto, una trattoria aperta dal 1890 nei pressi del castello di Genazzano, e poi iniziare le nostre ricerche attraverso questa città medievale.

Nonostante il nostro interesse, la Chiesa di San Giovanni e il Castello Colonna sono veramente ben chiuse così ci avventuriamo al Santuario della Madre del Buon Consiglio notando che il 25 aprile è il 550° anniversario della fondazione della chiesa con il dono dagli angeli di un'immagine di Maria proveniente da una chiesa in Albania.

La facciata della chiesa ha sei mosaici in vetro colorato in vari stati di riparazione e intriganti porte in bronzo fuso con figure ‘extraterrestri’ nell’ingresso principale. In attesa, compriamo un gelato e ci sediamo per attendere l'apertura della chiesa, ma alla fine scopriamo che l'orario di apertura delle 3:00 non vale per oggi. Forse Dio sta pregando da solo.

Torniamo alla macchina e decidiamo di tornare a casa senza aver raggiunto tutti gli obiettivi e ci ricordiamo che oggi Papa Francesco sarà in visita Paliano. Al suo arrivo sotto la città di Marcantonio Colonna, incontriamo gruppi di persone sparse lungo la strada, a quanto pare in attesa del corteo Papa Francesco. In totale accordo parcheggiamo in un angolo vicino a casa per unirci alla ‘folla’ attesa.

C'erano solo circa 12 persone raccolte a nostro angolo, ma tutte sembravano entusiaste dalla possibilità di salutare il Papa. Lì, guardando attraverso l’orizzonte fino alla fine delle montagne dei Castelli Romani, i monti della tradizionale residenza estiva del Papa, mi avevano riportato ai miei ricordi d’infanzia.

Era circa 1954, quando bambini di scuola, io ei miei compagni di classe eravamo allineati sul ciglio della strada a Sydney, in Australia, con tre quarti della popolazione, per dare il benvenuto alla nostra nuova regina Elisabetta II e al suo consorte, il principe Filippo. Ognuno di noi aveva una bandiera nazionale che sventolava. In quel giorno, nel mio ricordo lontano, compreso il corteo con una Daimler Landaulette decapottabile aperta per la regina, che viaggiava a 10 chilometri all'ora.

Oggi la strada rurale dal casello della Roma-Napoli a Paliano era solo un piccolo ricordo di quegli anni passati, ma conservava ancora alcuni tratti dell’aura di vedere una persona famosa nelle vicinanze. In comune con il corteo della regina, papa Francesco è stato trasportato in un veicolo nero, ma meno ostentato, con il gruppo di supporto di Carabinieri in Alfa e moto davanti e dietro.

Non sono sicuro se ho scorto la sua onda attraverso la vetrata oscurata del veicolo, ma mentre passava mi sono ricordato le parole del grande primo ministro australiano, Robert Gordon Menzies, dal 1963 durante la seconda visita della Regina in Australia, quando ha ripetuto le parole di un poeta del 17° secolo con il più grande orgoglio - 'La ho vista solo passare, ma io la amo fino alla morte'.

Il corteo andava troppo di fretta ed è subito scomparso lungo la strada tortuosa verso Paliano e siamo tornati a comporre i nostri ricordi. Forse non abbiamo visto il Signore oggi a Genazzano, ma, come cristiani, credo che abbiamo raggiunto un buon secondo livello sulle strade rurali di Paliano.

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A master craftsman carpenter in Rocca Priora by Gina Zee
A master craftsman carpenter in Rocca Priora by Gina Zee

Rocca Priora è famosa per i suoi boschi, nati da una particolare storia che li lega ad una piccola glaciazione, ed anche per falegnami artigiani capaci di lavorare il legno.
In genere questi legni erano una materia pregiata utilizzati a Venezia per costruire le fondazioni delle case della città o dagli amanti del vino per creare botti per vino pregiato.
Oggi sono pochi i falegnami che a livello locale realizzano le loro opere uniche, e noi abbiamo la fortuna di incontrare e di ascoltare la storia di uno di un vero falegname artigiano. Claudio Rosi è un ‘mastro’, un giovane artigiano del legno di Rocca Priora che insieme a sua moglie Barbara guida la sua bottega da 35 anni.
Falegname per tradizione, suo papà lavorava il legno con amore e passione. Claudio, mentre portava a termine i suoi studi da geometra, lo guardava catturando i segreti del mestiere per prepararsi ad intraprendere la sua stessa strada portando avanti la tradizione di famiglia.
Claudio è un giovane papà che fa della sua umiltà l'arma vincente, una persona speciale che difficilmente ammette la bellezza delle sue creazioni.
Conosce bene le caratteristiche del legno e delle essenze arboree. Predilige lavorare il noce italiano, sceglie con cura il fusto da lavorare andandolo a selezionare personalmente.
Piantare noci era una tradizione tutta italiana che serviva a preparare il corredo degli sposi. Quando nasceva una bambina si piantavano gli alberi di noce con cui poi si sarebbero realizzati i mobili per la futura casa della bambina.
Quando qualcuno desidera qualcosa di speciale che si adatti perfettamente alle sue esigenze e agli spazi della casa, Claudio comincia con un'idea, una intuizione che trasforma in un piccolo progetto: elabora, disegna e crea pezzi unici. Mobili resi ancora più speciali dalle mani di una decoratrice che collabora con lui da 20 anni.
Claudio lavora nel suo laboratorio, mentre Barbara si occupa con amore e pazienza dei clienti. Lei che sognava di diventare insegnante oggi realizza i sogni di giovani coppie, di famiglie in cerca dell'arredamento perfetto, dell'idea originale per arredare la casa.
Ci raccontano la difficoltà di trovare un aiuto, l'unica persona a cui si rivolgono per chiedere consigli è un amico di vecchia data, un altro artigiano falegname.
Claudio ci mostra con soddisfazione ma con estrema umiltà una sua creazione: un tavolo realizzato con 4 essenze arboree: castagno, rovere, frassino, noce un incontro perfetto che realizza un’opera unica e rara. Mentre Barbara ci svela l'amore e la cura con cui suo marito si occupa dei suoi progetti:
“Un tavolo a cui era legato in modo particolare è stato in mostra per anni, ogni volta c'era una scusa buona per non venderlo fino a quando ha trovato le persone ideali in grado secondo lui di prendersi cura nel modo giusto della sua creazione”.

Il loro sogno: uno spazio espositivo dove raccontare attraverso le proprie opere di artigianato la loro storia, quella della loro famiglia e quella del pregiato materiale. Claudio è un vero giovane e moderno artigiano del legno. Il sogno di realizzare una scuola dove altre persone tornino ad amare il legno ed imparino a lavorarlo rispettandolo.
In attesa di realizzare il “Dream Rosi”, Claudio e Barbara vi aspettano nella loro bottega per rendere unico il vostro sogno d'arredo.
 
www.mobilificiorosiclaudio.it
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Dinosaur footprints in Sezze
Tre amici e i dinosauri di Sezze

La storia della più grande scoperta di orme di dinosauri di Sezze nel centro Italia, sui Monti Lepini, inizia in modo accidentale.

Siamo nel 2003 e Jurassic Park aveva inciso profondamente nella vita di ognuno di noi facendoci riscoprire il mondo dei dinosauri e facendo rinascere la voglia di essere scopritori. In molte parti del mondo iniziano ricerche di tracce della vita passata di questi animali.

Ad Altamura, in Puglia, viene scoperto un incredibile sito con oltre 40.000 impronte ben conservate e tutti i geologi iniziano a domandarsi se anche nelle loro vicinanze potrebbero trovarsi alcune di queste impronte.

Daniele Raponi è un paleontologo di Pontinia che ama profondamente i Monti Lepini e che li ritiene uno dei migliori parchi geologici d’Italia:

L’area dei Lepini presenta 95 diverse particolarità geologiche. E’ una sorta di paradiso per noi studiosi. Possiamo trovare i resti di antiche scogliere, lagune tropicali, pieghe e faglie nelle rocce carbonatiche, varie forme di carsismo che ci sembra di essere immersi in un trattato geologico.

Daniele contatta Fabio Marco della Vecchia, un esperto di dinosauri e di rettili e gli chiede se è disponibile a studiare insieme l’area dei Lepini. Fabio si ricorda di un articolo apparso molti anni prima sul Piccolo di Trieste che parlava proprio dei Monti Lepini e del ritrovamento di un osso di un Adrosauro, i dinosauri a becco d’anatra.

L’articolo era stato scritto da un suo amico amatore con il quale andavano spesso in Istria a cercare orme insieme. Questo amico si era recato sui Monti Lepini e aveva trovato delle tracce ma non era riuscito a pubblicare nulla perché non voleva rilevare i dettagli precisi del luogo in quanto tutte le riviste e una parte della comunità scientifica seguivano la corrente di pensiero comune dell’epoca che non vi erano dinosauri nell’Italia Centrale.

Oltre ai due amici c’è un altro geologo, Gaspare Morgante, e insieme convincono la Comunità Montana a finanziare i viaggi di Fabio e ad autorizzare le ricerche. Inizia così il giro di tutte le cave alla ricerca di un particolare piano geologico, quello del Cenomaniano nella parte alta del Cretacico Inferiore, in cui pensano si possano trovare le orme.

Girano tutte le cave invano e restava solo la cava di Sezze, oggi parzialmente occupata da un impianto di calcestruzzo. Appena entrano capiscono subito che è quella giusta.

Una emozione incredibile. Camminando riconosciamo subito i segni di Mud Cracks, ossia fratture nel fango ormai litificate, ossia divenute parte integranti della roccia calcarea. Sono un segno indiscutibile di emersione subaerea della superficie. Insieme ai Mud Cracks abbiamo subito riconosciuto “strane” depressioni nella roccia ricolme del sedimento originale ormai divenuto anch’esso una roccia. In pratica l’orma ormai fossilizzata del dinosauro era stata riempita e coperta, in un momento diverso, da altro fango carbonatico e che noi abbiamo portato via con il nostro martello per portare alla luce le impronte originali. Siamo rimasti a bocca aperta riconoscendo i segni del passaggio di questi animali.

A Sezze si trovano sia sauropodi erbivori di taglia media, lunghi fra gli 8-10 metri e dal peso di diverse tonnellate. Poi specie di carnivori.

200 impronte di dinosauri di Sezze, specie diverse di animali su tre diversi strati geologici: questo è in numeri il parco di Sezze che ora la Regione Lazio ha elevato a Monumento Naturale.

Per avere maggiori informazioni sui dinosauri si può andare sul sito http://compagniadeilepini.it della Compagnia dei Lepini che promuove questo incredibile territorio.

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orchestra da camera di Frosinone
‘Ultimo’ tango a palazzo Colonna

Astor Piazzola, Palazzo Colonna, Paliano, Orchestra da Camera di Frosinone: che cosa hanno in comune? Un ‘Tango a palazzo’ per il nostro piacere.

Non è un paradosso che una musica sensuale del 20° secolo faccia vibrare le spesse mura di pietra di un palazzo rinascimentale o persino di una precedente architettura medievale. Questo era il programma in una fredda serata invernale a Paliano, per provare un 'Tango a palazzo' (o forse solo l'Ultimo tango a Paliano?) nella casa di famiglia del principe di Paliano, Marcantonio Colonna.

A partire dalla metà del 1600 questo palazzo è stata la residenza di 'campagna' del ramo principale della storica famiglia Colonna, il cui il principe è spesso chiamato Marcantonio. Il più famoso Marcantonio Colonna è stato il secondo, ammiraglio della flotta papale nella battaglia contro i Turchi a Lepanto.

Ha vinto, ma questa è una lunga storia da raccontare un altro giorno, una storia raccontata su un fregio nella fortezza Paliano che da metà del 1800 è un carcere per i prigionieri speciali.

Siamo entrati nell’imponente Salone degli Arazzi del palazzo e ci siamo trovati in una grande sala, di proporzione cubica, con un alto soffitto. E' stata una serata in cui il calore dalla stanza veniva risucchiato dal profondo cielo.

Il salone era sistemato con una cinquantina di posti a sedere che riempivano i 2/3 della stanza e lasciavano uno spazio prima dei leggii dei musicisti posti vicino la parete di fondo.

Il salone era già pieno, e ci siamo diretti verso una panca contro il muro. Tre delle pareti della sala era ornate con magnifiche grandi bandiere della famiglia Colonna, con lo stemma di famiglia in cui una singola colonna di marmo bianco definisce il nome della famiglia.

Sotto la colonna appare il motto di famiglia "Colonna Semper Immota" - letteralmente tradotto come "sempre impassibile".

Dopo essermi seduto mi sono ricordato delle parole di una principessa di un’altra famosa famiglia romana che mi ha consigliato di:

visitare il suo palazzo in inverno indossando almeno due cappotti e scialli perchè le pietre del palazzo potrebbe congelare la vita dal cuore più caldo!

Per fortuna, i musicisti hanno capito il rischio del pubblico di ‘battere i denti fuori tempo’, il ritmo del Tango, e sono subito arrivati entusiasti sul palco per riportare la vitalità.

I musicisti sono stati semplicemente perfetti a catturare il pubblico, ogni strumento, ogni musicista emozionava con virtuosismo e il gruppo si perdeva nel ritmo di tango. Così, presto abbiamo perso la sensazione del freddo e siamo rimasti ‘intrappolati’ nei suoni creativi di Astor Piazzolla.

Tra una melodia e l’altra, Maurizio Turriziani, il conduttore, ci ha raccontato alcune storie della vita e dello stato d'animo di Astor Piazzolla e questo ha aumentato il piacere della musica stessa.

‘Libertango’, dedicato a coloro uccisi durante le Olimpiadi di Monaco, ‘Autunno al porto di Buenos Aires' e la ‘Trilogia dell'Angelo’ sono solo tre esempi della connessione emozionante tra il tango e la vita.

Astor Piazzolla è stato in grado di elevare una musica popolare ad una forma d'arte e i musicisti della Orchestra da Camera di Frosinone, la bellezza del palazzo Colonna a Paliano e l'aria invernale ghiacciata hanno trasformato questa notte in qualcosa di speciale. Qualcosa che ricorderemo per sempre.

Non vediamo l'ora del prossimo concerto nel palazzo per 'Un altro Tango (musica) a Paliano'

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New Zealand Rugby Museum
Museo del Rugby e Confucio

Il rugby è uno sport con un’etica unica che contraddistingue giocatori e tifosi. Uno spirito che va oltre lo sport e sconfina nella vita. L’incontro fra due direttori di Musei del Rugby mi ha stranamente ricordato gli insegnamenti di Confucio. Ma andiamo per ordine.

L’occasione della partita tra gli All Blacks e l’Italia ha portato a Roma la squadra Neozelandese e Stephen Berg, il direttore del New Zealand Rugby Museum. Stephen è venuto a visitare il museo italiano e ad incontrare il suo presidente Corrado Mattoccia. In suo onore è stato organizzato un III Tempo speciale, la cena con la quale si finanzia il museo, alla quale hanno partecipato oltre 300 persone.

Italia e Nuova Zelanda sono due paesi molto lontani che hanno in comune le bellezze della natura, i terremoti e due importanti musei del Rugby. Certo quello degli All Blacks può vantare delle storie più antiche e un prestigio unico al mondo che lo rende speciale ma quello italiano è sorprendentemente cresciuto negli ultimi anni.

Inutile raccontare chi sono gli All Blacks, quanti campionati mondiali hanno vinto (3) e cosa è la Haka (la performance dei giocatori all’inizio degli incontri), ma è interessante sapere altre storie. Ad esempio che dopo le partite a turno tutti i giocatori puliscono gli spogliatoi e lasciano tutto pulito, che il rispetto della famiglia è così importante che le maglie vengono date alla moglie o alla mamma e che non esistono nemici ma solo rivali.

Stephen è arrivato al museo con il padre Peter che, oltre a divertirsi alle partite degli All Blacks, era stato invitato ad un pranzo con la Regina Elisabetta II per i meriti acquisiti con il suo consorzio di ‘custodi delle foreste della Nuova Zelanda’. I ‘Kiwi’, il nomignolo con cui sono conosciuti nel mondo inglese, fanno parte del Commonwealth e condividono i reali inglesi con altri paesi.

Il padre osservava il figlio da lontano e si poteva percepire un legame fortissimo fra di loro. Questa forte connessione con la famiglia che poi si estende alla famiglia allargata dei compagni di squadra, quando si gioca, e poi ai tifosi della propria squadra e infine a tutti gli appassionati del rugby mi ha ricordato Confucio.

Secondo il maestro cinese, vissuto nel IV secolo AC, ognuno di noi dovrebbe spendere la sua vita cercando di migliorare se stesso e per farlo deve impegnarsi nello studio e rispettare i valori fondamentali della famiglia e delle relazioni della comunità. I rapporti fra le persone hanno un qualcosa di innatamente sacro che nessun uomo deve ‘sporcare’.

Questa è anche l’etica del rugby e questo è proprio quello su cui dibattevano i due direttori: quanto rispetto bisogna avere del passato e dei giocatori che hanno dimostrato destrezza e umanità. Secondo Stephen il loro compito è estremamente importante per supportare la crescita dei ragazzi

Il museo del Rugby preservando la memoria delle persone grandi aiuta i bambini e i ragazzi ad avere esempi positivi da emulare. Li aiuta a non disperdere le loro energie ma a concentrarsi su sfide positive per la loro formazione e per la comunità in cui vivono. Un museo del Rugby raccoglie i frutti nel medio periodo e il suo scopo va oltre il momento della visita.

In Nuova Zelanda una sezione del museo è interattiva e viene data ai ragazzi la possibilità di toccare alcuni cimeli e di essere sfidati con qualche gioco:

Per permettere ai ragazzi di toccare alcune maglie storiche abbiamo fatto delle repliche perfette. Abbiamo preso un telaio d’epoca e preparato il tessuto a mano. Poi abbiamo fatto cucire la maglie e ricamare il logo a mano. Ad essere pignoli, l’unica differenza fra l’originale e la copia è che il filo del ricamo oggi è seta cinese e un tempo era di cotone… E’ stato un grande lavoro ma lo stupore dei ragazzi ci ricompensa ampiamente.

In Italia la sperimentazione ha riguardato l’arte e il museo del rugby ha avviato un progetto di ‘Arte e Rugby’ con l’associazione Energitismo facendo dipingere da un artista alcune palle da rugby in ceramica, una delle quali è stata donata proprio al museo neozelandese.

I due direttori sembravano grandi amici, la loro passione e la serietà con cui si divertivano li ha portati a scambiarsi consigli su come migliorare il loro ruolo nella diffusione di questo sport. Concordavano su tutto e anche sul fatto che sotto i 5 anni i bambini hanno una bassa concentrazione e 'vogliono solo giocare’.

Alla fine siamo arrivati al Terzo Tempo con la cena preparata dal gruppo dei volontari del museo, ai quali va tutta la mia personale stima, e abbiamo fatto tutti insieme gli auguri via ‘Snapchat’ alla sorella di Stephen che compiva gli anni.

Mi resta il dubbio di cosa avrebbe potuto pensare Confucio del Terzo Tempo. Secondo me gli sarebbe piaciuto!
Il museo si è ora spostato ad Artena

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Futsal Intercultural exchange
Marco Giustinelli Scambi interculturali nel Calcio a 5

Mi imbatto quasi per caso in Marco Giustinelli e nella storia della invincibile squadra della Polisportiva Forte Colleferro di Calcio a 5, anche se dire quasi per caso è un po’ fuorviante perché la sua stazza non lo fa passare certo inosservato.

Sguardo vivace e occhi quasi trasparenti che fanno intravedere tutte le sinapsi del suo cervello che lavorano ad un incredibile ritmo. Marco ha vissuto più di qualche vita e oggi le sta finalmente riunendo tutte. Sportivo e giocatore da giovane, manager di una multinazionale con incarichi sui controlli di qualità, ed infine educatore e direttore di una Istituto di formazione che avvia i ragazzi alle professioni. Una scuola dove convivono ragazzi provenienti da oltre 20 diversi paesi del mondo.

Ma il suo tempo libero è tutto dedicato alla passione sportiva e in particolare al Calcio a 5 in cui oggi è il responsabile della comunicazione della FIGC Calcio a 5 del Lazio e della Polisportiva Forte Colleferro, allenata e gestita da Paolo Forte, uno dei più importanti tecnici italiani di questo sport. La professionalità e l’amore per il loro lavoro li ha portati ad essere un punto di riferimento per scambi internazionali con i paesi asiatici, in particolare con il Giappone.

Il calcio a 5 è fondamentale per educare bene i ragazzi al gioco di squadra ed è molto importante per avviare i bambini al calcio. E’ un gioco che mette in risalto la tecnica e il campo piccolo permette a tutti i bambini di divertirsi mentre in un campo grande solo quelli dotati riescono a essere protagonisti delle partite.

Tutto nasce quando Marco aveva bisogno di una palestra per la scuola in cui far esercitare i ragazzi e si rivolge a Paolo Forte che con la sua Società ha in gestione un palazzetto dello sport a Colleferro completo di palestra, sala pesi, e tribune per 1000 posti.

Lo scambio avviene sul terreno della passione e Marco ottiene la palestra per i suoi ragazzi in cambio della telecronaca delle partite e della comunicazione della squadra di Paolo. I due scoprono di avere lo stesso modo di intendere lo sport e una visione comune sul loro ruolo come educatore dei ragazzi.

Inizia un periodo di successi in cui gioco e vita si intersecano in modo estremamente professionale. La squadra di ragazzi viene trattata con estrema professionalità con medico sportivo, massaggiatore, dietologo e con un canale di comunicazione che in breve tempo ‘sbanca’.

La loro radio web e i canali social sono seguiti da oltre un milione di spettatori ed iniziano le richieste di scambi culturali ad alti livelli.

Hanno iniziato con Spagna, Malta, Venezuela e, da ultimo, con il Giappone e da anni ospitano gruppi di ragazzi di varie età. Il programma si svolge in una settimana e viene studiato in funzione dell’età dei ragazzi e delle esigenze del loro allenatore.

La settimana in genere comprende visite a Roma e nei magnifici comuni della Ciociaria e si conclude con un torneo triangolare con altre squadre con tanto di radiocronaca, medaglia e coppa a ricordo della bella esperienza italiana. Sono settimane gratificanti e la parte più difficile è quella di imparare bene i cognomi giapponesi per fare la telecronaca!

Lo sport è fondamentale nella crescita dei ragazzi e gli permette di imparare le regole della società impegnandosi e divertendosi. Non tutti diverranno campioni ma tutti diverranno adulti e dovranno iniziare a percorrere la loro propria strada.

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La Selva Park Paliano
Intitoliamo il Parco La Selva al ‘Principe Antonello Ruffo di Calabria ’

Ci sono uomini che lasciano delle orme profondissime sulla terra dove passano e altri che le lasciano solo nei cuori. Antonello Ruffo di Calabria ha cambiato la storia di Paliano costruendo un parco naturalistico dedicato agli uccelli in un momento storico in cui tutti costruivano industrie.

La travolgente storia di questo principe visionario è stata raccontata da Giusy Colmo nel libro ‘Il principe che spostava le colline’ che ha raccolto direttamente dalla sua voce le sue incredibili storie e le trascritte in modo avvincente. La presentazione del libro a Paliano ha fatto scoprire alcuni lati del principe sconosciuti a molti che lo rendono un ‘eroe moderno’.

Storie del padre aviatore amico di Dannunzio, dell’infanzia durante i bombardamenti di San Lorenzo, della dolce vita romana, dei numerosi viaggi ma, sullo sfondo, sempre La Selva di Paliano e l’idea di trasformarla in un centro naturalistico e culturale.

Il suo obiettivo è quindi stato quello di modificare il paesaggio accompagnando una trasformazione delle linee dell’orizzonte da campagna a parco. Ad esempio creando insenature per ospitare eventi e colline per nascondere punti naturalistici da scoprire, piantando milioni di alberi e, soprattutto, creando i laghetti e portando uccelli per il Parco La Selva.

E’ stato un vero paesaggista, i suoi segni erano sempre morbidi ma erano riconoscibili a distanza e dall’alto. La sua visione dell’ambiente non è mai stata quella di un giardiniere ma di un ‘principe’ che modellava il suo regno per renderlo incantato. E questo regno doveva essere riconosciuto a distanza e con i 5 sensi. Così nascono i milioni di alberi di mimose e cipressi (il cui profumo si sentiva in tutta la valle del Sacco per un paio di settimane), le linee di bambù, i parcheggi alberati dalle linee morbide e i laghetti.

L’anima culturale è stata animata da pittori, scultori e letterati che avevano ne La Selva il loro punto di riferimento. Il parco si popolava di sculture alcune delle quali rispecchiavano l’ironia e lo spirito ribelle di don Antonello come il grande spaventapasseri di tufo nel cui cappello si trovava il cibo per gli uccelli.

Ho avuto la fortuna di lavorare per lui un periodo della mia vita ed è grazie a questo legame che sono venuta a vivere a Paliano.

E l’occasione del libro di Giusy ha riacceso un interesse in tutte le persone. Praticamente in ogni famiglia di Paliano ci sono episodi che riguardano La Selva e il principe e che il tempo trasforma sempre di più in ‘ricordi memorabili’.

Mentre mi recavo alla presentazione del libro e facevo la spesa in frutteria o nei piccoli alimentari, tutti parlavano di Don Antonello: chi aveva scritto la lettera a Fidel Castro per far arrivare i primi fenicotteri al parco, chi non capiva la sua proibizione della Coca Cola nei ristoranti del parco, chi aveva colto l’uva nel vigneto e chi aveva preso parte a qualcuna delle sue innumerevoli manifestazioni.

Alla presentazione del libro e dei ricordi che ognuno di noi voleva condividere con gli altri è nata una proposta che vorrei condividere e realizzare: intitolare il Parco La Selva al "Principe Antonello Ruffo di Calabria” e dedicare il 31 maggio ad una ‘Festa della Primavera’ da celebrare ogni anno al parco. Il 31 maggio è il suo compleanno e i miei ricordi vanno ad una incredibile festa organizzata dai suoi figli in occasione dei suoi 60 anni in cui ‘natura e cultura’ si integravano perfettamente.

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