Premio Town Ambassador a Edoardo Filippucci

Questa volta il Premio Town Ambassador va ad un architetto che appartiene ad una famiglia che da anni ha una cosa fissa nel suo cuore: la città di Albano Laziale.

L’architetto si chiama Edoardo Filippucci ed è il nipote di quell’Orlando Filippucci che compose un poema in versi nel dialetto locale dedicato ad Albano Laziale come città dalla quale è poi nata Roma.

Edoardo, come molti di noi, ha attraversato le difficoltà della vita riuscendone più sorridente e con più voglia di fare qualcosa di positivo per gli altri. E fra questi altri al primo posto c’è Albano Laziale. 

Mi ricordo bene il giorno in cui nel gruppo di Albano Strategica doveva raccontare la situazione del tessuto socio-economico della sua città con il dato di quanti ragazzi partono in cerca di fortuna all’estero e della tipologia delle piccole imprese locali impegnate nel turismo. Dopo una prima sorpresa, l’atteggiamento è stato subito quello costruttivo di immaginare un modo per aiutare la crescita delle imprese e per far diventare Albano una vera meta turistica.

Un entusiasmo travolgente con cui ha creato collegamenti fra tutti i presenti e le associazioni locali attive nel territorio. La ricerca di sinergie in modo che il vincitore finale fosse sempre Albano Laziale e la sua crescita.

Ad essere sincera, Albano Laziale merita tutta di essere conosciuta e la sua storia è una delle più incredibili che ho incontrato.

Praticamente la città è nata sull’accampamento della II Legione Partica che faceva la guardia all’imperatore Settimio Severo. L’unico accampamento del genere in Italia perché in genere le Legioni stazionavano ai confini dell’impero.

Sono sicura che Edoardo continuerà a voler sperimentare tutto quello che di positivo troverà nel suo cammino per migliorare la sua città e sono sicura che trasmetterà questo suo amore anche alle prossime generazioni. Nel frattempo sogniamo tutti insieme perché come dice il famoso proverbio africano: “se vuoi andare veloce cammina da solo, se vuoi andare lontano cammina in gruppo”.

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“Town Ambassador” a Luca Calselli, l’architetto della Cultura

Conferito il premio Town Ambassador all’architetto Luca Calselli promotore dei territori e vincitore di due concorsi Città della Cultura del Lazio nel 2018 e 2019. Due sfide vinte contro ogni pronostico: nel 2018 con il progetto Colleferro e il Novecento e nel 2019 con San Felice Circeo e il Mare di Circe.

A questo punto potremo definirlo ‘l’architetto della cultura’, ma prima dobbiamo investigare sul significato di cultura legato ai territori e alla loro crescita. Se infatti intendessimo la cultura come qualcosa di statico entreremo nel campo dell’archeologia mentre lo spirito di un architetto è comunque e sempre quello di innovare.

Una innovazione che nei territori oggi passa più attraverso la ricerca di una identità e una messa a sistema delle forze vitali esistenti attraverso il design e la creazione di manifestazioni.

‘Il passato sono le radici, ma un architetto progetta il futuro. Il ruolo del design e della comunicazione identitaria è fondamentale anche nella promozione dei territori perché bisogna comunicare a sé stessi e agli altri l’essenza di quello che si è’.

Luca infatti si definisce come un designer del territorio e delle manifestazioni e attribuisce un grandissimo significato al ruolo che il design ha avuto nella storia dell’architettura italiana e nel successo del Made in Italy.

Per questo da anni si impegna nell’ADD – Associazione del Distretto del Design di Sora e nel 2012 ha contribuito a scrivere il ‘Manifesto del Design Italiano’. In questo manifesto si ripercorre la potenza innovativa del Design Italiano nel Novecento che ha saputo dare un senso estetico alla funzione. Il Manifesto auspica che gli architetti si riapproprino di questa potenza applicandola anche ad altri settori.

Prima di allora il design era soprattutto la ricerca di una funzionalità estrema di un prodotto in uno spirito minimalista, ma negli anni ’70 gli italiani con Ettore Sotsass introducono qualcosa di innovativo. Una eleganza riconoscibile che dà uno stile alle funzioni e rende gli oggetti della produzione di massa qualcosa di unico.

Un ossimoro fra produzione di massa e identità che diventa la caratteristica del Made in Italy.

Oggi questo spirito è ancora presente ma gli italiani non sono più i soli a fare design. In un certo senso il successo della Apple è stato aver applicato questi concetti anche all’informatica. E non a caso Steve Jobs raccontava di aver preso ispirazione durante una lezione di calligrafia.

‘La cultura è quello che ha permesso agli italiani di innovare sempre. Siamo stati innovatori nel Rinascimento, nel Barocco, nel Futurismo e nel Design, ma poi ci siamo dimenticati della modernità. Se solo riuscissimo ad avere radici nel passato ma sguardo verso il futuro avremo sconfitto il declino e avviato una rigenerazione’.

Questo ci dice Luca Calselli che ha fatto della cultura classica e dell’innovazione la chiave del suo successo come progettista di rigenerazione di territori. I suoi progetti sono una sintesi fra questi concetti.

Ma il vero punto di forza è la capacità evocativa del design applicato anche ai territori e capace di ritrovare l’identità di un territorio mentre contemporaneamente spinge all’aggregazione degli operatori e ad allungare lo sguardo verso il futuro.

Città della Cultura 2019: San Felice Circeo e il mare di Circe

Prendiamo il caso di San Felice Circeo Città della Cultura del Lazio 2019 e andiamo alla ricerca di questo spirito. Il problema di San Felice era quello di uno splendido paese all’interno del Parco Nazionale del Circeo che era diventata famosa con le seconde case di splendide ville e che poi aveva esteso il modello delle seconde case ad una edilizia improbabile che aveva portato ad un inevitabile declino.

Una economia basata su una stagione turistica che si restringe sempre di più al solo mese di agosto e un modello da reinventare.

Quando interviene Luca Calselli la situazione è esattamente questa con un territorio che non sa più chi è e che cosa offre ad un turista che nel frattempo è sempre più in cerca di emozioni e di esperienze.

Luca parte dal passato e dalla sua evocazione moderna e il progetto si chiama ‘il mare di Circe’. Come si fortificano i legami con il passato? La risposta sembra semplice come l’uovo di Colombo e forse per questo nessuno la aveva perseguita.

La storia della maga Circe riporta a Ulisse e al suo viaggio di ritorno a Itaca ed allora ecco un gemellaggio con l’isola greca. Ma anche una riscoperta della lingua greca e delle sue propaggini fino ai nostri giorni. Ecco passato e presente.

E il presente? La prima cosa è ragionare su una grande scala e pensare da subito ad una candidatura di San Felice Circeo insieme alle isole dell’arcipelago pontino: Ponza e Ventotene.

Sono tre ‘isole’ (considerando che San Felice Circeo appare come un’isola a chi la guarda) che offrono esperienze molto diverse ai turisti ma che oggi non dialogano fra loro. Non sono collegate via mare e questo le ha rese distanti anche per l'identità di una esperienza di arcipelago.

Il progetto allora inizia da un collegamento marino e dalla ricerca di un segno identitario che le unifichi agli occhi dei residenti e dei turisti. E se il Circeo ricorda la maga, a Ventotene si trovavano le sirene di Ulisse con il loro canto e Ponza era nella rotta dell’Odissea.

E il futuro?

Il futuro si costruisce tutti insieme con una sapiente regia. Nel progetto Luca Calselli ha messo in rete tutte le diverse realtà che fino ad ora hanno lavorato in maniera caotica come in preda a dei moti Browniani.

Il segreto del successo dell’architetto della cultura è proprio in un grande lavoro di creazione di collegamenti fra entità e persone che hanno interesse sociale, economico e culturale su una porzione del territorio. Il successo è proprio quello di avere dato uno stile e una identità a questi collegamenti con un certosino lavoro di relazione e grazie ad un design che ha fatto uscire l’anima dei territori.

Per questo motivo pensiamo che il premio Town Ambassador a Luca Calselli sia un riconoscimento ad una capacità unica di aver saputo interpretare il ruolo del progettista nella rigenerazione urbana e del designer nella creazione di una ‘identità dinamica’ che si proietta verso il futuro.

A breve racconteremo in dettaglio gli eventi e le esperienze della trasformazione per aiutare anche altri a seguire l’esempio di un caso di successo ed imparare dai migliori.

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Se cercate qualcuno che applica la filosofia cinese dove ‘ogni crisi è una opportunità’, allora dovete conoscere la vita di Ivo Pulcini e se siete fortunati potete condividere qualche sorriso con lui.

Chi è Ivo Pulcini? Basta digitare google e si trovano pagine su di lui: cardiologo, medico sportivo di molte federazioni nazionali e della Lazio. Ha curato il Dalai Lama, cardinali e molti grandi personaggi dello spettacolo.

Le sue mani sono d’oro e riesce a sentire tutte le connessioni biomeccaniche del nostro corpo per cui con un tocco sistema dolori e traumi che sembravano impossibili da curare.

Ma Ivo è molto di più di tutto questo che si trova in un curriculum. E’ una vera gioia e un esempio per tutti. La prima volta che ci hanno presentati e ha sentito che facevo guide turistiche per i paesi del Lazio mi ha detto:

“ho bisogno di te. Oltre ai miei figli, io amo due cose: mia moglie e il mio paese Leonessa che in questo momento ha bisogno di essere promosso”.

Così abbiamo iniziato a frequentarci per mettere a punto storie e un testo per la guida bilingue. Leonessa è un paese incredibile alle falde del Terminillo dove si respira un’aria particolare: infatti faceva parte del Regno Borbonico e l’impianto del paese è diverso dal resto della regione. Nel Rinascimento ha avuto un grandissimo periodo di prosperità grazie al commercio della lana e ad una esenzione di tasse dovuta alla ‘Madama’, la figlia del granduca d’Austria che era stata la sua feudataria. Se non conoscete Leonessa vi consiglio di andare a trascorrere qualche giornata a passeggio nei suoi boschi e su per la montagna.

Ma torniamo ad Ivo che cresce a Villa Pulcini, una delle frazioni di Leonessa, e che va in collegio in seminario per qualche anno perché non avevano i soldi per farlo studiare. Quando gli chiedo perché ha scelto di diventare un medico, Ivo mi ha citato San Tommaso:
“Mi ha guidato una frase di San Tommaso che dice: << ho cercato Dio e non l’ho trovato, ho cercato me stesso e non l’ho trovato, ho cercato gli altri e ho trovato tutti e tre>>.

Allora avevo tre scelte: servire la patria, servire Dio o servire gli altri. Ho scelto di diventare medico e servire gli altri.

I fiumi non bevono la propria acqua, gli alberi non mangiano i propri frutti, il sole non brilla per sé stesso, ed i fiori non disperdono la propria fragranza per se stessi. Vivere per gli altri è la regola della natura. La vita è bella quando tu sei felice, però la vita è molto meglio quando gli altri sono felici per merito tuo. La nostra natura è di essere al servizio: chi non vive per servire non serve per vivere”.

Ancora più rocambolesca è la sua avventura da studente. Il padre non era d’accordo con la scelta di medicina ed Ivo deve studiare e lavorare. Dopo un paio di anni di brillanti studi, deve interrompere per andare a guadagnare denaro da mettere da parte e va a Londra dove lavora come barman, tassista abusivo e organizzatore di eventi. Impara le lingue (oggi ne parla 8) e torna in Italia per riprendere a studiare.

Al primo esame festeggia con il padre che non aveva capito che festeggiavano un solo esame e crede che il figlio sia laureato. Allora il padre felice mette annunci e comunica a tutti la lieta notizia. Per non deludere il papà, Ivo si mette sotto e in un anno sostiene 23 esami (tre anni in uno) e si laurea con il massimo dei voti.

Ecco come una crisi diventa una opportunità.

Poi dopo la laurea doveva scegliere la specializzazione e ancora una volta il caso lo guida. Seguiva una squadra di basket, la Stella Azzurra di serie A come segretario, per guadagnare qualcosa già da studente e si rende conto che questo era un settore ancora non molto evoluto ma che secondo lui avrebbe avuto sviluppi. Appena laureato ne diventa il medico sociale, il più giovane in Italia.

Lavorare con i giovani era poi stimolante e creativo e lavorare nelle competizioni significa anche lanciare sfide quotidiane da vincere. Va bene il detto francese sulla partecipazione, ma una squadra scende in campo per battere l’avversaria.

Così prende due specializzazioni: una in cardiologia e una in medicina sportiva e diventa anche un esperto di nutrizione. Le sue squadre vincono e lo cercano tutti. In poco tempo raggiunge una fama incredibile e con questa l’invidia.

Come ognuno di noi anche Ivo ha dovuto affrontare le insidie della vita e ad un certo punto si trova coinvolto in un reato in tribunale ordito da qualcuno perché ‘si tirò addosso l'ira funesta delle cagnette a cui aveva sottratto l'osso’.

Ivo rideva sempre davanti al giudice che quasi non capiva il suo stato di leggerezza di fronte alle bugie e portò una intera squadra a testimoniare che quel giorno si trovava fuori dall’Italia e non poteva aver commesso alcun crimine. Pagò il viaggio a 20 atleti dall’estero ed infine anche il giudice si mise a ridere, seppure irritato dalla perdita di tempo.

Ancora una volta una scelta e ancora una volta una opportunità. Inizia una carriera al Gemelli ma dopo poco abbandona e si butta a capofitto nello sport dove si occupa anche di doping.

Come nel suo stile non si accontenta e ha talmente tanto rispetto che viene invitato dal Governo Tedesco a Berlino e per 6 ore discute in parlamento con i massimi esperti mondiali di WADA (World Anti Doping Agency). Dopo questo incontro anche la Germania ha seguito l’Italia (legge 376/2000) e ha emanato una legge antidoping. I suoi consigli sono stati tutti recepiti.

Ma diventa anche uno dei massimi esperti di Medicina Manuale e Posturologia Clinica, per intenderci: quella in grado di far rialzare gli atleti anche dopo un duro scontro in campo. Vi siete mai chiesti se gli atleti fingono o se c’è qualcuno in grado di risolvergli in tempi brevi gli effetti di un duro contrasto? Ecco, potete chiedere a Ivo Pulcini.

Per i risultati degli atleti che segue e per le commissioni di doping internazionali viene conosciuto in tutto il mondo e con la sua capacità di apprendere lingue lavora un po’ ovunque.

Leonessa - Fontana Margaritiana by Bettiol
Rieti- Leonessa and its hamlets Villa Pulcini

Ivo Pulcini e Leonessa

In tutto questo riesce sempre a ritagliare spazio per la sua Leonessa e fonda la Pro Loco che nel 1990 organizza la famosa ‘Sagra della Petata: Arosta, Lessa e Rescaldata’. E questa è una questione su cui non dovete scherzare. Da buon visionario, Ivo aveva capito che per questioni di marketing bisognava puntare sulle radici usando il dialetto ma unendo basi scientifiche come una sana alimentazione basata sulle proprietà della patata di montagna.

Ma chi lo ha seguito ha cancellato la parte scientifica e cambiato il nome in ‘Sagra della patata’ perdendo tutto l’effetto del contrasto e mettendola in concorrenza con altre centinaia di sagre in Italia.

Ivo ha creato una pagina FB e si batte come un leone per poter dare notorietà alla sua Leonessa e per stimolare a volare sempre più in alto.

Ma Fb è il suo regno assoluto. Ha diversi profili e potete trovare la sua passione per le Ferrari, per il collezionismo di moto (ha la moto n. 1 del Duce e la Vespa di Vacanze Romane con Audrey Hepburn).

E poi è attivo per promuovere le sue associazioni “Un cuore per tutti…tutti per un cuore onlus”, medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica, fondata nel 1997 con Fabrizio Frizzi e Little Tony, e ‘Bambini cardiopatici nel mondo’ con il dr. Alessandro Frigiola, che ha salvato 1650 bambini cardiopatici, dopo aver creato un centro di cardiochirurgia pediatrica a Damasco e un villaggio a Barranqueras (Chaco) in Argentina per oltre 100 i bambini poveri con le loro famiglie: il “Barrio Ugo Pulcini”. Infine un riconoscimento ufficiale dal Dalai Lama per aver contribuito alla costruzione del Tibetan Children's Village in India.

Ma chiudiamo con un messaggio che ha scritto sul suo profilo e dedicato ai giovani che mi ha toccato il cuore:

“Messaggio di speranza per i giovani disoccupati e senza futuro. Cari amici, se è vero che gli esempi fanno da traino (exempla trahunt: lo dicevano i Latini padroni del mondo), vi assicuro che l'impossibile non esiste e tutti i sogni possono diventare realtà. Basta crederci e volerlo.

Ero selvaggio come Tarzan, senza cultura, analfabeta, senza mezzi e al limite della sopravvivenza. Ho scoperto solo qualche anno fa che i miei paesani di Villa Pulcini e Leonessa, scommettevano che sarei morto prima dei 20 anni di età, tali erano le condizioni di vita impossibile. 

Orbene, ho cominciato a sognare, sognare, sognare ad occhi aperti e a programmare la mia vita. Ho raggiunto traguardi apparentemente impossibili. Potete farlo anche voi, se ci sono riuscito io, signor nessuno!

Regola importante rispettate sempre tutto e tutti. 

Ma sopra noi c'è solo Dio, sotto a noi nessuno: anche i cosiddetti ultimi possono essere migliori di noi.

Non abbiate mai paura di niente e di nessuno, come io non ho avuto paura dei lupi da piccolo. Un esempio delle mie difficoltà esistenziali che hanno mutato il male in bene e che, forse vi farà sorridere: in casa non avevo il bagno, la luce e l'acqua. Mi lavavo nudo sulla neve. 

Da allora non mi sono mai lavato con l'acqua calda, ma non ho mai preso un'influenza. Non ho avuto l'Asiatica, la Hong Kong, né altre. E non mi sono mai vaccinato.

Mai un giorno d'assenza al lavoro. 

Potete farcela e dovete farcela di sicuro anche voi. In bocca al lupo (evviva il lupo!). Fatemi partecipe dei vostri sogni e vi aiuterò a realizzarli.

L'impossibile non esiste. 

Un abbraccio forte a tutti.”

Ivo Pulcini

Come non potevamo consegnare il Premio Town Ambassador ad Ivo Pulcini? E come non chiedergli di aiutare con il suo esempio tanti giovani ad amare il loro paese e a costruire il proprio futuro impegnandosi con professionalità nella creazione di imprese incentrate nella valorizzazione del territorio e dell’agricoltura biologica?

Lo inviteremo a presenziare alla prima riunione di tutti i Town Ambassador.

Grazie Ivo per il tuo sorriso, l’amore e per la professionalità con cui affronti la vita. Mi ricordi un grande poeta. Ivo Pulcini è Socio fondatore della NAIM (Nuova Associazione Italiani nel Mondo).

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Incontro con Rocco Maiuri fondatore del Ciociaro Club di Windsor

Abbiamo incontrato Rocco Maiuri in occasione di una giornata dedicata a 'Emigrazione: un patrimonio di storia, tradizioni e lavoro degli italiani all'estero' organizzata dall'ANFE - Associazione Nazionale Famiglie degli Emigranti e dall'associazione YourFuture.

Ci siamo incontrati nella superba sala Vittorio de Sica del Palazzo della Provincia di Frosinone dove era stato organizzato questo incontro.

L'obiettivo era quello di ricostruire i ponti cercati tra queste due "rive" lontane. Si tratta degli emigranti che dal 1870 hanno lasciato la Ciociaria e le loro famiglie e luoghi di origine.

Ora sembra tutto semplice, Skype, Facetime e Facebook sono bridge digitali che mantengono vivi i contatti. Ma fino a non molti anni fa c'erano "carta e penna" e talvolta il telefono.

La prima ondata di emigrazione avvenne subito dopo l'Unità d'Italia e quegli emigranti erano spesso persone prive di istruzione che conoscevano a malapena qualcosa di più della storia della loro città e forse di quelle vicine.

Quelle persone sono ormai giunte alla IV, V e VI generazione e molti dei loro discendenti vogliono scoprire le proprie radici. Ma non parlano italiano e non hanno parenti di primo o secondo grado da contattare.

Vogliono sapere qualcosa della loro famiglia, del paese, delle tradizioni e dei costumi vissuti dai loro antenati.

Sembrano richieste semplici ma sono tante le barriere da superare per avere queste risposte: la lingua, la storia dei piccoli borghi in modo comprensibile per un turista, le emozioni da vivere per chi conosce entrambe le culture.

La storia di Rocco Mauri ha commosso tutti: quando ha detto di aver finito il liceo a Ceprano prima di seguire la sua famiglia che si era già trasferita negli Stati Uniti.

Ha fatto di tutto ma sempre con la curiosità e la voglia di intraprendere un viaggio che doveva essere migliore di quello che aveva lasciato.

Poi con amici fondano il Ciociaro Club. Nessuno credeva che ci sarebbero riusciti, sembrava un'avventura troppo grandiosa!

Si trova a Windsor, in Canada, nell'unico punto che si trova a sud degli Stati Uniti ed è separato da Detroit da un ponte (o tunnel) che attraversa il fiume Detroit. La facciata ricalca quella del Santuario della Madonna di Canneto di Settefrati ma alle sue spalle c'è un edificio moderno che risponde all'esigenza di intrattenere, pur non perdendo la memoria del passato.

Non solo celebrano le feste dei singoli paesi come si svolgono in Italia, ma i ristoranti servono oltre 3000 pasti a settimana e nel parco di 18 ettari si trovano diversi campi da calcio, da baseball, piste ciclabili e molto altro.

"Prima del Ciociaro, gli emigrati italiani dicevano di venire da un posto 'vicino a Roma', ma ora sono orgogliosi di dire che vengono dalla Ciociaria!"

L'esigenza di ricreare un ponte è molto forte e per questo Discover Places nasce come portale bilingue che racconta le storie dei territori del Lazio come www.discoverplaces.travel che viene letto molto in Canada e USA.

Per questo abbiamo ascoltato con grande interesse le segnalazioni ei racconti dell'ANFE, in particolare Paolo Castaldi che è il rappresentante della provincia di Frosinone.

Siamo certi di poter dare il nostro contributo a questi ponti digitali ma anche reali con il programma 'scopri le tue radici' di giornate personalizzate dedicate a chi vuole conoscere la storia della sua famiglia e del suo Paese di origine.

E magari a giugno saremo tutti al Ciociaro Club con il premio Rocca d'Oro del giornalista Giancarlo Flavi che con il generale Carlo Felice Corsetti e la banda dei Carabinieri stanno organizzando uno scambio di cerimonie tra Italia e USA!

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L’eroe che combatte per salvare la Pecora Quadricorna

Sapevate che esiste la Pecora Quadricorna? E conoscete l’Asino dei Lepini? e le galline di razza Ancona?

Sono sicura che molti non hanno mai sentito parlare di questi animali in via di estinzione e pochi conoscono Roberto Dalia che ha fatto del salvataggio di queste specie la missione della sua vita.

Andiamo per ordini e partiamo dalla storia di Roberto che lavora in banca ma dedica tutto il suo tempo libero alla preservazione di queste specie. Il suo amore per gli animali inizia a manifestarsi presto con un incubatore per uova di galline che gli viene regalato a 14 anni.

La sua famiglia ha molte sfumature e un suo nonno è nato a Casablanca da genitori siciliani, un’altra nonna è albanese ma sua madre è dello splendido borgo di Monte San Giovanni Campano ed è li che Roberto vive in campagna.

Crescendo si innamora dei cavalli e per 14 anni alleva cavalli italiani da salto a ostacoli fino a che trova un crescente contrasto fra il suo amore e la cupidigia di chi tratta con poca cura l’animale che viene visto solo come una macchina che deve vincere competizioni.

Poi un giorno accade una cosa stranissima:

‘ero a Picinisco e guardava un libro sulla pastorizia, ero molto distratto fino all’ultima pagina quando trovo una foto di una pecora con quattro corna e, in un certo senso, mi innamoro incuriosito di conoscere di più di questo animale’.

Lo trova nell’elenco dell’Arsial, l’agenzia regionale per lo sviluppo e l’innovazione dell’agricoltura del Lazio, fra le specie considerate estinte, ossia quando ci sono meno di 100 esemplari. Visto che il libro riguardava Picinisco inizia la sua ricerca proprio in questo paese arroccato su una montagna nel versante laziale del Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise. 

Contemporaneamente trova il veterinario Cesare Veloccia che aveva curato la ricerca e la catalogazione delle razze autoctone per conto dell’Arsial. In quel periodo alcuni studiosi erano addirittura convinti che si trattasse di una mutazione genetica.

Roberto va dai macellai di Picinisco e uno di loro, che ne aveva macellate molte, si sente quasi in colpa di aver contribuito alla sua messa in pericolo e mi porta da un pastore che ancora ne aveva qualcuna.

La storia di questo animale è particolare e la ricostruisco grazie ad un libro della Hoepli del 1905 che la descrive come ‘Ovino di Siria’, attestando in questo modo le origini medio-orientali, molto diffuso nell’Appennino centrale.

La storia della pastorizia in queste aree ha subito grandi cambiamenti dopo la seconda guerra mondiale. Ricordiamo che la Linea Gustav, il fronte di difesa tedesco contro l’avanzata degli alleati, passava proprio in questi territori. I bombardamenti, la distruzione e la guerra hanno portato grande povertà e una forte emigrazione all’estero dopo la fine del conflitto.

Altri pastori hanno invece lasciato le greggi per andare a lavorare nelle grandi fabbriche e questo abbandono ha scardinato sistemi socio-economici che si erano retti per secoli, forse per millenni.

La fortuna della Valle di Comino è stata il suo isolamento e questo ha permesso a paesi come Picinisco di conservare alcune tradizioni e lavori tradizionali come quello della pastorizia. Non a caso oggi Picinisco è molto conosciuta per il suo Pecorino di Picinisco DOP e per manifestazioni come Pastorizia in Festival che uniscono cultura, enogastronomia, esperienze all’aperto e musica.

Nel 2011 Roberto riesce ad avere il suo primo Maschio chiamato Quattro, poi 18 mesi dopo la sua prima femmina ed infine 6 mesi dopo i suoi primi agnellini.

Trovano dei resoconti di viaggio del 1400 di Niccolò Frescobaldi in Terrasanta in cui scrive 4-5 righe che riguardano la pecora quadricorna: “intorno a Il Cairo ho visto pecore con 4 corna e una coda così grassa che la usano come noi usiamo il porco”. Forse questa coda serviva a queste pecore nel deserto per immagazzinare energie come le gobbe del cammello e le pecore Damaria con la coda grande.

Oggi ci sono circa 30 esemplari conosciuti e monitorati costantemente. Quelli di Dario sono in forma e sono nutriti con amore e con prodotti di prima classe come quelli che gli regalano gli amici della Cooperativa Terre Sane che produce grani antichi in un modo che supera il biologico, senza uso di null’altro che non sia prodotto naturalmente. A Ripi, Atina, Esperia … recupera terreni abbandonati per tornare a piantare il grano per produrre una delle migliori paste che si possano gustare.

Il sogno di Roberto? Avere 100 animali e dichiarare ‘non estinta’ la pecora quadricorna, poi iniziare a produrre formaggio dal latte di questa pecora. Ci assicura che è qualcosa di speciale… noi ci saremo alle prossime prove!

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Casalvieri, Genesio Rocca e il ‘paese dei palloncini’

Una storia avvincente ed avventurosa è quella che ha trasformato il piccolo borgo di Casalvieri, nella Valle di Comino, in uno dei centri mondiali della produzione dei palloncini. Protagonista assoluta della trasformazione è stata la famiglia Rocca, soprattutto il cavaliere Genesio Rocca e il suo omonimo nipote.

Tutto inizia con la prima ondata di emigrazione poco dopo l’Unità d’Italia quando Clemente Rocca va a cercare fortuna a Marsiglia e si ritrova a vendere palloncini nelle strade. I palloncini venivano prodotti in un laboratorio artigianale e Clemente riesce ad imparare l’arte e ad aprire una sua piccola impresa nel 1888.

Le cose vanno bene e in Francia arrivano la moglie, la suocera e il piccolo cognato Angelo detto ‘Angeliglio’. Sarà poi proprio Angelo, con la sua vita fuori dagli schemi e piena di avventure, uno dei protagonisti della nostra storia.

Un ragazzo bellissimo che faceva da modello ai pittori francesi, come andava di moda in quel periodo, e poi un uomo intrigante che ha avuto molte donne, molte mogli e 17 figli.

Nel 1899 Clemente si sente abbastanza ricco da tornare al proprio paese con la famiglia e di aprire a Casalvieri una sua impresa di palloncini grazie alle forniture di qualità della Pirelli. Angelo decide di rimanere in Francia nel laboratorio di Marsiglia e di ‘mettersi in proprio’. Aveva 15 anni, un coraggio da leone e una capacità di lavorare unica.

Angelo aveva fatto una promessa e a 18 anni anche lui torna a Casalvieri dove si sposa e apre una propria impresa di palloncini. Ma non riesce a fare il salto da artigiano a industriale e si sente stretto nel suo paese. Decide allora di andare a conoscere il mondo e lavora un paio di anni per la costruzione del canale di Panama, poi a Detroit fino all’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale.

Da soldato si ritrova ad un certo punto a passeggiare per le vie di Bologna dove vede una venditrice di palloncini e ritrova la passione adolescenziale.

Nel 1920 la guerra è ormai finita e insieme ad un socio fonda una impresa che poi rileverà nel 1930. Era all’avanguardia nelle forme e nell’uso della gomma con due colori. Inventa macchine moderne con un meccanico di Sora e inizia la rivoluzione di Casalvieri. È anche grazie a lui che si diffondere la conoscenza sulla fabbricazione dei palloncini e si aprono ‘ditte concorrenti’ che danno origine ad un vero distretto industriale.

L’autarchia del periodo fascista lo spinge ad innovare la tecnica di produzione e a realizzare per primo i palloncini con la gomma liquida. Ma la Seconda Guerra Mondiale ferma tutto e le imprese ripartono solo nel 1947. Negli anni ’50 arriva il lattice di gomma dalla Malesia e i palloncini assumono le forme più strane come i animali, cuori, personaggi di Disney e altro.

Tra i tanti figli e nipoti, Genesio Rocca è quello che ha eredito lo spirito intraprendente e visionario realizzando il passaggio da grande artigiano a grande industriale. Genesio, classe 1930, fonda una impresa con il suo nome negli anni del boom economico e apre uno stabilimento tecnologicamente all’avanguardia capace di produrre 200.000 palloncini al giorno.

Inizialmente non vengono venduti e riempiono i magazzini, la fabbrica sembrava sovradimensionata per il mercato ma Genesio aveva una visione diversa.

Quell’uomo che inizialmente viene guardato con sarcasmo aveva capito che fino ad allora il mercato aveva seguito solo logiche stagionali, mentre questo prodotto poteva essere venduto tutto l’anno.

Il segreto è stato quello di trasformare il palloncino in un desiderio, in un oggetto che accompagna la crescita dei bambini durante la loro vita. In aggiornare costantemente forme e colori per creare emozioni sempre diverse e di aiutare i creativi.

I palloncini, infatti, si dividono in due grandi categorie: i palloncini e i bibis, quelli dalle forme allungate che oggi possono arrivare anche a qualche metro di lunghezza. L’innovazione è stata quindi tecnologica ma anche di prodotto trasformando l’idea in emozione e supportando chi creava nuove forme.

Genesio scompare prematuramente in un maledetto incidente stradale e i suoi giovani figli Angelo e Aldo subentrano al comando della azienda. La giovane età e lo spirito innovativo li portano a rivoluzionare ancora una volta i cicli di produzione e i macchinari.

Nel 1990 Angelo Rocca crea la Germar Ballons srl e apre due nuovi stabilimenti in località Tittarocca sempre a Casalvieri. Casalvieri si consolida come centro mondiale del palloncino e oggi la Germar è diretta da un ‘nuovo’ Genesio Rocca, coadiuvato da sua moglie e sua sorella. La Germar produce 5.000.000 di palloncini che esporta in 50 paesi del mondo con lo stesso spirito di sempre.

“Lifting the moment” – “Solleva il momento”. 

Questo è lo spirito che ha seguito la famiglia Rocca da quando la prima volta a Marsiglia ha visto i palloncini fino ad oggi con l’Accademia del Palloncino che è stata fondata proprio per diffondere l’arte del palloncino e la creatività delle nuove forme.

Un’altra emozione è rimasta intatta di generazione in generazione: l’amore per Casalvieri e per la propria terra. La Germar e la famiglia Rocca sono sempre in prima fila nel supportare le manifestazioni del proprio paese e nel renderlo attrattivo a residenti, turisti e ai tanti emigrati che ogni anno tornano in estate e per la festa del patrono Sant’Onorio.

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Il ricordo di San Benedetto da Norcia è affidato al ritratto fatto da San Gregorio Magno nel II libro dei suoi Dialoghi: “Scrivere la vita di un santo significava narrarne i miracoli per celebrarne le virtù. Tale fu la sua grandezza da venir considerato rifugio nel tempo del grande buio”.

Benedetto da Norcia visse in una delle epoche più travagliate della storia d’Italia: quella delle guerre gotiche tra Goti e Bizantini che, con alterne vicende, insanguinarono la nostra penisola tra la morte di Teodorico (526) e l’invasione dei Longobardi (568).

Carestie, massacri, deportazioni. E alla contrapposizione delle razze si aggiungeva quella delle religioni, in quanto il cattolicesimo dei Romani non era condiviso dai barbari, ariani.

Benedetto nacque a Norcia intorno al 480, appena dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e da adolescente fu mandato a Roma a compiere i suoi studi. L'impatto con la vita dissoluta della capitale lo spinse ad abbandonare gli studi umanistici per timore di essere coinvolto nel degrado L'abbandono degli studi coincise con la nascita della sua vocazione religiosa.

A 17 anni, insieme con la sua nutrice, si ritirò nella Valle dell'Aniene ad Enfide, l'attuale Affile, dove compì il primo miracolo. San Benedetto scelse proprio la Valle dell’Aniene per ritirarsi nella sua solitudine in una grotta nei pressi di Subiaco.

Il giovane eremita non rimase però a lungo nascosto e ben presto la sua fama di santità attrasse numerosi discepoli. Fu richiesto come abate da una comunità di monaci che si trovava nelle vicinanze, a Vicovaro. L'esperienza fu negativa e fu costretto a tornare nella sua grotta di Subiaco, attorno alla quale organizzò una colonia monastica. L’invidia di un prete del luogo lo indusse ad abbandonare anche Subiaco.

Benedetto da Norcia si diresse, nel 529, verso Cassino e non tornò mai indietro.

La trasformazione del luogo ebbe del miracoloso. L’abbazia di Montecassino è diventata la madre di tutte le abbazie d’Europa che si ispirano a Benedetto da Norcia. Un monastero con uomini in sintonia con lui, che rendono di nuovo vivibili quelle terre abbandonate dopo la caduta dell’impero romano.

Di anno in anno, ecco di nuovo campi, frutteti, orti, il laboratorio. Qui si comincia a rinnovare il mondo: qui diventano uguali e fratelli “latini” e “barbari”, ex pagani ed ex ariani, antichi schiavi e antichi padroni di schiavi. Il suo monachesimo non fugge il mondo. Serve Dio e il mondo nella preghiera e nel lavoro.

Una vera e propria rivoluzione. Con Benedetto da Norcia finisce il concetto di monachesimo-rifugio e incominciava quello di monachesimo-azione, secondo il motto "ora et labora" (prega e lavora). La Regola (del 540) stabilisce inoltre che ciascuna comunità monastica debba essere diretta da un abate, di padre amoroso e di guida spirituale.

Benedetto da Norcia morì a Montecassino il 21 marzo 547, quaranta giorni circa dopo la scomparsa di sua sorella gemella Scolastica. Secondo il racconto di San Gregorio Magno, spirò in piedi, sostenuto dai suoi discepoli, dopo aver ricevuto la comunione e con le braccia sollevate in preghiera.

Le diverse comunità benedettine ricordano la ricorrenza della morte del loro fondatore il 21 marzo, mentre la Chiesa romana ne celebra ufficialmente la festa l'11 luglio, papa Paolo VI ha proclamato San Benedetto da Norcia patrono d'Europa il 24 ottobre 1964.

Oggi molti pellegrini percorrono ancora il cammino di San Benedetto che parte da Norcia, in Umbria, e arriva a Montecassino attraversando i borghi di Cascia, Monteleone di Spoleto, Leonessa, Poggio Bustone, Rieti, Rocca Sinibalda, Castel di Tora, Orvinio, Mandela, Vicovaro, Subiaco, Trevi nel Lazio, Collepardo, Casamari (Veroli), Arpino e Roccasecca.

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Luigi Plos e l’animo del moderno esploratore

Ci siamo conosciuti su Facebook come accade spesso tra persone che hanno interessi affini mentre entrambi eravamo impegnati a promuovere territori minori del Lazio.

Uno strano passato ci accomuna ed entrambi siamo partiti dall’energia e dalla sostenibilità per poi arrivare alla sostenibilità locale fatta anche di piccole attività che possono nascere intorno alla valorizzazione e promozione delle bellezze storico naturalistiche locali.

Luigi è alpinista ed escursionista di alta montagna fin da giovane e membro della commissione sentieri del CAI di Roma – Club Alpino Italiano ed ha iniziato un blog e aperto un gruppo su Facebook, intitolato ‘Luoghi segreti a due passi da Roma’.

Dopo il successo di follower ha deciso di pubblicare un primo libro che raccoglieva con metodo le passeggiate e gli itinerari che si potevano fare a nord, est, sud e ovest di Roma.

Oggi è arrivato al terzo volume e si è allargato il gruppo di sostenitori che qualche volta chiede informazioni ma qualche volta fornisce nuovi spunti e suggerisce altri luoghi nascosti da scoprire e valorizzare.

“Non sono guide che illustrano sentieri e luoghi noti. Danno solo basilari informazioni botaniche, geologiche, storiche, artistiche, archeologiche (visto che è ormai semplice trovare notizie di questo tipo nelle tante guide escursionistiche in commercio, e poi su internet). Ed è per questo che sono entrato in un settore apparentemente saturo come quello delle guide escursionistiche: perché vado a riempire un vuoto”.

Ogni luogo risponde ad almeno 5 dei 6 requisiti. Il primo è che deve essere praticamente sconosciuto, e spesso lo è anche agli abitanti dei dintorni. Poi non è generalmente indicato nelle guide escursionistiche più comuni e non ci arriva alcun sentiero segnato. L’ubicazione non è semplice da individuare ma deve essere vicino a Roma (non più di 30 Km dal GRA. E la maggior parte si trova a pochissimi Km dal GRA).

Infine il posto deve essere sufficientemente suggestivo da suscitare emozione e stupore.
Alcuni di questi cinquanta luoghi rispondono anche a un settimo requisito: una discreta difficoltà a livello escursionistico.

E questo li rende appetibili anche a camminatori esigenti. Penso in particolare agli iscritti al Club Alpino Italiano.

Molti sono gli ambienti naturalistici che vengono approfonditi:

“È difficile a credersi, ma nel raggio di venticinque/trenta chilometri di distanza dal Grande Raccordo Anulare troviamo ambienti così eterogenei e spettacolari, che non sfigurerebbero in zone quali l'Appennino o la Provenza o i parchi naturali della Croazia. Laghi sconosciuti, Fenomeni termali, Cascate, Forre, Doline carsiche e molti altri. E questo solo per citare la parte naturalistica”.

Non tutti i luoghi sono accessibili, alcuni si trovano in terreni privati e non possono quindi essere visitati. Questo ha peraltro contribuito a preservare molti di questi.

Ma per preservarli dal vandalismo c’è un altro modo ed è quello di far conoscere il loro valore. E’ una strada più lunga ma che da frutti inaspettati.

Molto spesso la cultura locale non è stata raccontata o è stata relegata a raffinati studiosi che scrivevano per pochi esperti. E questo è stato un ostacolo alla nascita di un vero sentimento sui beni comuni e alla valorizzazione del patrimonio locale.

Questa valorizzazione con parole semplici dei tesori nascosti in ogni piccolo paese è un po’ quello che facciamo anche noi di discoverplaces.travel quando realizziamo una guida bilingue del paese: cerchiamo di far conoscere ai turismi ma anche ai locali il loro immenso patrimonio.

Questo patrimonio assieme a quello del paesaggio è l’unico non-delocalizzabile che rappresenta la nostra vera ricchezza e che ci rende unici al mondo.

Nel caso delle Guide di Luigi Plos c’è anche un'altra considerazione che riguarda il tipo di persone che vogliono avventurarsi in scoperte di luoghi segreti:

“Così possiamo trovare posti pressoché incontaminati e rimasti integri nei secoli (alcuni da migliaia di anni, come le opere idrauliche della valle dell’Arrone), dal momento che sono situati in zone difficilmente raggiungibili, fangose/acquatiche, “sgarrupate” e senza sentieri.

 

Solo pochi luoghi descritti nelle guide come Torre Fiora (e Grotta Marozza), la Valle Bruciata e pochi altri sono fruibili con facilità”.

Spesso le avventure che Luigi descrive nelle sue guide sono gite di mezza giornata ma che hanno tutti le caratteristiche di una vera scoperta da esploratore:

“Mi ricorderò sempre il primo sopralluogo al mio luogo del cuore, la Cascata dell'Inferno - nel parco di Vejo.

E' un percorso realmente avventuroso, in ambiente fluviale, con poca luce per via della fitta copertura ombrosa, e con tanta umidità.

La prima volta che lo feci l’arrivo fu sorprendente (e lo è ogni volta ancora oggi, nonostante ci sia andato almeno 15 volte): sentii uno scroscio d'acqua, ma non capivo cosa fosse. Solo dopo una curva della gola rocciosa al cui interno ero penetrato, mi apparve improvvisa e grandiosa (era primavera, e quindi al massimo della portata) la cascata”.

Per trovare ulteriori informazioni sui Luoghi Segreti ci si può iscrivere al gruppo Facebook "Luoghi segreti a due passi da Roma" o sulla pagina, si può andare sul blog "www.luigiplos.it" e iscriversi alla mailing list luigiplos.gr8.com per ricevere in anteprima news e informazioni esclusive su alcuni luoghi particolari nei pressi di Roma.
 

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