Lo spirito della vera Roma in uno Street Philosopher

Rincontro Massimiliano Massimi su Fb dopo tanti anni di lontananza, talmente tanti che non sapevamo più nulla delle nostre vite. Sono colpita da alcune sue frasi “sagge” sul modo di prendere la vita.

Ci ricontattiamo e ci ritroviamo con qualche nuova moglie/marito, figli e una passione comune per andare a cercare il senso ultimo della vita. Mi sembra che abbiamo percorso sentieri mentali paralleli pur partendo da punti di partenza diversi. Ed ora abitiamo su colline parallele a Paliano .

Massimiliano è stato un giovane politico che ha avuto la fortuna di essere in una amministrazione innovativa che amava arte e architettura e cercava di portarle a Paliano. Il coraggio di far venire un architetto di rottura come Massimiliano Fuksas, allora non così famoso, a realizzare una palestra “de-strutturata”, allora scandalosa e ora in tutti i libri di architettura (non a caso Fuksas si è sposato dentro la palestra a Paliano considerando questo edificio come il suo trampolino di lancio internazionale).

Si laurea in scienze cognitive e diventa un importante manager. Poi la crisi e la libertà. Lo ho sentito dire a dei giovani durante un corso di orientamento filosofico:

“Quando non hai niente da perdere perché intorno a te tutto sta cambiando è quando sei libero di tornare a sognare e di impegnarti a fare quello che veramente ti piace”.

Massimiliano  fa corsi di filosofia per manager e per ragazzi al bivio. Ma è qualcosa di più: è il vero e autentico rappresentante dello “spirito romano”, un diretto discendente del poeta e pensatore Gioacchino Belli.

Spesso accompagno amici, che dall’Italia e dall’estero vengono a visitare Roma, in cerca dei fasti dell’antico impero anche nello spirito delle persone del posto. Immancabilmente sono delusi di questa mancanza di orgoglio e audacia dei romani e devo spiegare loro che dopo gli imperatori ci sono stati secoli di Papi e tutti sapevano che “morto un papa se ne fa un altro” senza possibilità di sfuggire al destino.

I romani sono abituati a servire le mollezze del potere e conoscono le nefandezze dei potenti di turno. Per noi era normale sapere che molti Papi avevano amanti, figli e famiglie e che queste si facevano la guerra. Nella capitale non c’era San Francesco e la chiesa degli umili ma la vendita delle indulgenze per completare la Fabrica di San Pietro e primeggiare sulla terra.

I romani tollerano tutto questo da secoli con sarcasmo. Sono talmente abituati alle debolezze umane che le accettano e sono indifferenti a qualsiasi abuso, non si indignano ma le deridono, “je rimbarzano”. E in questo sono unici e grandi. Mi ha sempre messo tristezza Alberto Sordi e cerco di non usare la cadenza romana ma, se devo guardare con distacco qualcosa e non farmi coinvolgere emotivamente da qualche sgradevole circostanza, il romanesco “è liberatorio”.

Massimiliano è questo, il più grande fra i nuovi poeti romaneschi. Ti incanta con la sua chitarra intramezzando grandi musiche con commenti sarcastici sulla vita. Poi ti dice

“ma perché devo seguire qualche guru della comunicazione se il più grande oratore di tutti i tempi viene da qualche chilometro solo da casa mia? Imparo da Cicerone, rileggo le sue lezioni con gli occhi dei nostri tempi e le trasmetto agli imprenditori”.

Poi ti sorprende definitivamente quando ti spiega che nessun venditore è mai stato tanto grande come Sant’Agostino che era un avvocato che cercava di convincere le persone a convertirsi al cattolicesimo. Il suo libro “De Catechizandis Rudibus”, vere e proprie istruzioni per i catechisti affinché imparino la migliore arte persuasiva, è il miglior trattato di psicologia delle vendite sia mai stato scritto.

Perché a Roma? I Papi sono stati anche originali nel loro regno talvolta crudele e tolleravano alcune forme di satira. A Roma sono famose le “statue parlanti” e in particolare quella di Pasquino dove tutti potevano andare a mettere fogli satirici contro il potere. Gli unici veri poeti dialettali sono Trilussa e Belli entrambi con scritti scanzonatori contro il potere e l’arroganza. Massimiliano è il loro migliore erede. E io non voglio perdere le sue lezioni di Street Philosophy.

powered by social2s
Il professore della mobilità elettrica, Fabio Massimo Frattale Mascioli

Fabio Massimo Frattale Mascioli: un nome così lungo per una persona alta e dallo sguardo profondamente disincantato.

Questo è quello che la vita ha dato a Fabio Massimo Frattale Mascioli, professore all’università Sapienza di Roma ma soprattutto fondatore di un gruppo di ricerca che 10 anni fa era pioniere nel settore della mobilità elettrica.

Con Fabio avevamo immaginato e fondato il centro di ricerca Pomos (POlo della MObilità Sostenibile della Regione Lazio) , un centro che doveva diventare il punto di riferimento per i piccoli produttori di veicoli elettrici. Eravamo antesignani e pochi riuscivano a capire quello che vedevamo.

Da subito tante piccole imprese iniziano a gravitare intorno alla sede/officina di Cisterna, ognuna offrendosi di prendere parte alla trasformazione del mondo e al passaggio dalle maleodoranti auto a “petrolio” alle inodori (ma non ancora profumate) auto elettriche.

Un tripudio di emozioni: i migliori cervelli e gli imprenditori più audaci iniziano a gravitare intorno al POMOS.

In realtà (e ora lo capiscono tutti), tutte le case automobilistiche progettavano e realizzavano auto elettriche ma facevano finta di non interessarsene per mantenere competitive quelle a combustione interna. Negli scantinati di ogni centro ricerca si pensava al futuro, ma gli uffici marketing non volevano parlare di questo. Altrimenti non si spiegherebbe come in breve tempo da qualche mese tutti i maggiori marchi di automobili siamo usciti con sfavillanti auto elettriche. Da ricercatori siamo sicuri che le auto non le porta la cicogna!

Fabio Massimo e il suo amico Leone Martellucci fondano la sezione “Pomos competizione sportive” e partecipano con i loro prototipi alle gare fra studenti universitari di tutto il mondo. Leone all’inizio non crede proprio al “full electric” ma la perseveranza di Fabio lo convince e oggi il team Pomos ancora gareggia nel mondo.

Sarebbe una storia di successo, un pioniere che vede riconosciuta la sua visione e rende competitive tante piccole imprese. Ma qualcosa va storto. In Regione si succedono assessori spenti e incapaci di vedere non oltre il domani ma “oltre i dieci minuti”, alcuni sono fermati dalla giustizia altri lo saranno dalla storia. Fabio deve prestare attenzione più ai formulari burocratici che alla ricerca e alcune imprese smettono di sognare in Italia.

La vera chicca è la partecipazione ad un bando del 2007 chiamato “Industria 2015” del Ministero dello Sviluppo Economico. L’idea originale era quella di scommettere su alcune idee imprenditoriali che avrebbero potuto rilanciare interi settori industriali. Fabio Massimo mette in piedi un gruppo di imprese, facciamo riunioni per amalgamare il gruppo e immaginare una nuova vettura sportiva tutti insieme.

Una macchina da far invidia alla Tesla, un’auto che ricordasse i tempi in cui Enzo Ferrari fondava la scuderia.
Le due maggiori protagoniste sono la Picchio di Teramo e la Rainbow SGW, una specializzata in piccole serie di auto e l’altra che realizza i sofisticati cartoni 3 D delle Winx.

Ho visto il risultato in anteprima: un sogno!

Peccato che al ministero abbiano appena assegnato i fondi per l’anticipo del progetto, che molte imprese hanno chiuso e che altre hanno abbandonato. Ma l’idea e il risultato erano validi e sono ancora attuali e si raggiungono grazie alla perseveranza di chi “non molla”. L’Italia non è più un pioniere nel mondo industriale ma alcuni spiriti restano quelli che hanno reso il nostro paese famoso nel mondo.

Fabio si è fatto crescere la barba, ha perso qualche chilo e cammina più lentamente ma dietro le sue parole disincantate i suoi occhi emettono la luce di chi sa che farà qualcosa di unico. La vita è una e va giocata fino in fondo!

Se volete partecipare al sogno di nuove imprese italiane nelle auto elettriche sportive andate al POMOS di Cisterna di Latina o contattate Fabio Massimo Frattale Mascioli all’università: potrete tornare a sognare.

powered by social2s
Un sorriso che cammina

Collego sempre Alcatraz alla pioggia. Non importa quante volte ho trovato il sole. La prima volta che sono arrivata da Jacopo Fo c’era la pioggia e mi ero persa per le curve di Gubbio ed ora per me Alcatraz è pioggia e nuvole grigie.

L’ultima volta ci sono andata per partecipare ad Ecofuturo ma, soprattutto, per incontrare quelli che sono i miei amici più gioiosi e positivi, quelli che credono in un mondo migliore e si impegnano ogni giorno per realizzarlo. Una giornata di fine estate con una bella luce sulle colline umbre e una strada che sembra una collana di perle su un morbido corpo femminile.

Era fine agosto ma non ero preparata ad incontrare un sole che camminava rasoterra.

Arriviamo e iniziamo a salutare i molti amici, tutti italiani e la maggior parte di loro conosce l’italiano, in tutte le sue declinazioni territoriali, ma non l’inglese. Gavin mi aveva accompagnato immaginando di dover trascorrere 3 giorni a scrivere in solitudine fino a che qualcuno ci dice ”guarda che c’è Mario che parla bene inglese”.

Cerchiamo Mario.

Troviamo un sorriso che cammina, un saltimbanco/giullare capace di incantare in italiano e in inglese. Mario Pirovano è un uomo senza età e non credo agli anni che ha dichiarato. Per me è un bambino curioso che racconta storie per non farsi riprendere dalla mamma.

Lo troviamo con un gruppo di bambini: gioca a fare il drago mentre con le parole è in grado di ricreare mondi e scene di un altro tempo. Le sue parole disegnano nell’aria immagini e colori e ti catturano in una macchina del tempo. D’incanto ti trovi nel 1200 con San Francesco, poi sei con Picasso ed infine stai lavorando al Duomo di Modena.

La storia di Mario è incredibile. Di famiglia modesta, comincia a lavorare all’età di 12 anni , a 24 anni lascia l’Italia e si stabilisce a Londra, dove svolge i lavori più diversi. Come tanti italiani diventa cameriere e il suo modo affabile e “arlecchinesco” lo porta ad essere il miglior cameriere, quello che a fine serata ha le tasche gonfie di mance.

I clienti fanno a gara per essere serviti da lui e gli propongono in continuazione di aprire nuovi ristoranti e di entrare in società in varie parti del mondo. Potrebbe andare a Melbourne in un giorno ma, si domanda, a fare che? Se sei un cameriere sei sempre in un ristorante, che sia a Londra o Melbourne cosa cambia?

Ma la sua vita cambia d’improvviso una sera quando per la prima volta va a teatro; a Londra era appena arrivata una coppia di italiani, tali Dario Fo e Franca Rame, di cui aveva tanto sentito parlare, ma che non aveva mai visto. Entra in sala e quando inizia lo spettacolo viene rapito dal testo, dal modo di recitare. Decide che non può fermarsi solo in platea, deve approfondire, capire di più.

Va a salutarli in camerino ed esprime loro la sua gioia. Quello che accade poi è incredibile e la sua vita cambia. Inizia a seguire Dario e Franca in tournée facendo di tutto: dall’aiuto macchinista alla comparsa, dall’autista al responsabile vendite di libri e audio/video.

Entra a far parte della famiglia in punta di piedi, spinto dalla passione per gli spettacoli teatrali e per le storie che Dario sapeva costruire con parole semplici sintetizzando studi approfonditi. A Milano Mario doveva restare qualche giorno a casa dei Fo prima di trovare un suo alloggio… e vi trascorre 10 anni! Un fratello? Non lo so e nessuno potrà mai saperlo. Un’ombra, certo.

Un giorno la sua vita cambia ancora. Si trova d’estate a lavorare per la Libera Università di Alcatraz, fondata da Jacopo Fo, quando provocato da un gruppo di ragazzini, racconta loro un episodio del Mistero Buffo. Sale sul palcoscenico e si sente “a casa”. Recita, salta e balla come se lo avesse fatto tutta la vita. E non vuole più scendere!

Aveva sperimentato quello che i maestri zen cercano di spiegare ma che pochi riescono a provare. Aveva interiorizzato talmente la vita dell’attore che lo era diventato, ma lo aveva potuto scoprire solo salendo sulle scene.

Da allora Mario non è più sceso da palco ma ha trasformato la sua vita in un palco.

E questo è come lo abbiamo conosciuto. Ci ha fatti salire sul suo palco e ci ha regalato i suoi raggi di sole. Un sole che cammina.

Da oggi l’immagine di Alcatraz non sarà più legata alla pioggia.

powered by social2s
Un artista è sempre un artista!

Per trovare Massimo Lunardon bisogna iniziare a salire sulle prime colline che dividono la pianura padana dalle Alpi. San Giorgio di Perlena è preceduto da vigneti adagiati sui pendii ed è talmente piccolo che lo si attraversa senza accorgersene, pensando di dover ancora aspettare la piazza principale ed il centro.
Avevamo visto le sue creazioni ironiche in un ristorantino di Solagna e avevamo visto le sue fotografie scanzonate sul web, ma non eravamo preparate a quello che avremo incontrato.
Per trovare la sua ‘officina’ siamo andate in lungo e in largo attorno ad un fabbricato bianco che sembrava una latteria. E più ci indicavano il posto e meno capivamo dove andare. Massimo ha scelto di aprire il suo laboratorio proprio al centro del paese recuperando una vecchia latteria dismessa e non cambiandone i connotati esterni. Vive e lavora a contatto con persone vere e con storie reali.
Appena passata la soglia di ingresso tutto cambia: da una parte un laboratorio con una quindicina di posizioni di lavoro ben attrezzate e dall’altra una sala mostra con le meraviglie: le sue creazioni. Caraffe, bicchieri, piatti … tutto quello che è possibile realizzare con vetro borosilicato giocando con forme e colori.
Massimo è un artista vero, uno che sente l’urgenza di esprimersi in modo personale, ma a lui piace essere chiamato artigiano. “Per imparare il mio mestiere sono andato prima a bottega eppoi mi sono messo a studiare. Se vuoi lavorare il vetro soffiato prima devi passare anni per diventare suo amico e conoscere i suoi segreti, poi puoi liberare la fantasia e volare con la creatività!”
Dopo il periodo ad imparare le tecniche base, Massimo voleva aprire una sua impresa ma non vicino agli altri laboratori di Bassano. Voleva essere riconosciuto e trovare forme diverse per esprimere le sue emozioni.
Prende una valigia e va a Milano. Non sapeva bene quello che sarebbe successo ma in quegli anni Milano era una capitale del design e le migliori menti erano attratte dallo spirito di questa città. Qui avviene la trasformazione da artigiano di provincia ad artista internazionale. Le sue creazioni sono uniche arrivano sulle prime pagine di tutte le riviste di arredo internazionale e i “Vip” fanno la fila per avere creazioni personalizzate per la loro tavola e la loro casa.
“Il mio stile è nato dall’incoscienza giovanile. Io soffio il vetro borosilicato, molto resistente ma molto costoso ed i colori sono ancora più costosi. Forse per questo nessuno li usava. Ma allora ero molto giovane e non avevo assolutamente idea di cosa fosse una impresa, di come si fa un bilancio o di come si definisce il prezzo di una creazione. Ho iniziato a usare i colori come un pittore. Ho fatto migliaia di prove per capire in che modo accostare i colori e come raggiungere certe tonalità con il vetro soffiato senza preoccuparmi del costo di quello che facevo. E più provavo e più mi divertivo. E più mi divertivo e più osavo nell’ironia delle creazioni”.
Ed ha avuto ragione.
Nonostante la fama internazionale, Massimo ha delle radici solidissime: la sua filosofia è diversa. Apre il suo laboratorio nel centro del suo piccolo paesino e comincia subito ad assumere e formare giovani. Molti artisti sono gelosi di quello che sanno fare e non rivelano i loro segreti, e questo li porta forse ad essere ricchi personalmente ma non ad arricchire la loro comunità.
Una delle sue fortune, invece, è proprio la condivisione del sapere e dei sogni. La sua impresa è una bottega nel senso rinascimentale, dove giovani volenterosi possono andare ad apprendere un mestiere dal maestro per poi aprire proprie imprese. Questi giovani devono solo sapere che ci vogliono molti anni per apprendere i segreti del vetro.
“Ci vogliono circa dieci anni prima che una persona interiorizzi il saper fare necessario per poter avere libertà espressiva”.
Massimo incontra Giordano e insieme compiono il passaggio da piccolo laboratorio artigiano a bottega artistica imprenditoriale. Giordano è l’alter ego di Massimo, insieme si completano. Condividono la sostenibilità ambientale, e la loro sede è ad alta efficienza energetica, e quella sociale e si impegnano per la valorizzazione dei piccoli negozi, quelli che vivono nei centri urbani e hanno proprietari che amano il loro lavoro.
Se dovessi descrivere in due parole quello che ho visto userei “amore” e “ironia”, e il binomio è stratosferico (soprattutto per me che amo il surrealismo). Amore per la bellezza, le persone, la comunità, gli amici e la famiglia. Ironia nel sapere che abbiamo solo qualche anno di tempo in questa vita e che conviene passarlo cercando di ridere e di far sorridere: di avere del “bel tempo”.
E per capire quello che dico andate a ricercare foto di Massimo Lunardon nel web: un artista è sempre un artista (anche nella sua vita personale)!
E mi ha fatto veramente sorridere quando durante il nostro incontro mi raccontava come organizza delle “jam session” la notte o la domenica fra “addetti del mestiere”, ossia artigiani, artisti e designer. La sua notorietà lo porta in giro per il mondo ma il suo cuore trova godimento quando crea nel suo laboratorio con i suoi strumenti e con altri creativi.
powered by social2s
Giampietro Zonta, niente altro

Per dovere e per diletto ho letto molti libri sulla leadership ma nessuno mi ha insegnato di più che osservare Giampietro Zonta nella sua impresa D’orica.


E’ un uomo di successo? Dipende dai parametri con cui si giudica il successo. Non ha una Ferrari e non ha una casa a Londra, se questi dati possono dare indicazioni utili. In compenso lo cercano giornali e televisioni di tutto il mondo per raccontare la rivoluzione che sta compiendo nel mondo della seta.
Giampietro Zonta e sua moglie Daniela hanno avuto il sogno imprenditoriale di realizzare gioielli di oro e seta italiana. Contro ogni suggerimento di esperti industriali, stanno realizzando questo sogno in modo originale, seguendo quella che sembrerebbe la strada più contorta e meno redditizia.
La realizzazione della seta è per sua natura complessa e coinvolge agricoltura, allevamento e industria. Si devono coltivare gli alberi di gelso, allevare i bachi da seta che si nutrono delle foglie di gelso e realizzare fili di seta con i bozzoli dei bachi da seta. Poi questi fili si devono trasformare in tessuti o gioielli. Chi compra un capo di seta in genere non ha idea dei diversi processi di trasformazione che sono avvenuti.

Giampietro Zonta ha deciso di realizzare seta in modo biologico ed etico. Come?


Facendo quello che ha sempre fatto nella vita: tecnologia, sostenibilità e amore. Questa è la ricetta con cui ha portato la sua impresa al successo (anche se qualcuno dice che tutto questo è condito da un inarrestabile diluvio di parole e che la vera passione di Giampietro è ‘parlare’).
Precisione tecnologica maniacale, cura fino all’ultimo dettaglio e innovazione continua. La sua impresa orafa Dorica la chiama “officina metallurgica” per il modo in cui lavora questo prezioso metallo. Ho visto alcuni suoi clienti di Hong Kong controllare con il microscopio la qualità delle lavorazioni dei gioielli senza riuscire a trovare pecche e a spuntare prezzi più bassi. Per non parlare dei gioielli sostenibili: una collana con la fotosintesi che abbiamo realizzato insieme.
Sostenibilità: cosa dire di uno che vive in una casa in classe energetica ‘oro’ e una sede in ‘Classe A’ sin dal 2002? Riscaldamento a pavimento e ogni altro benessere per i lavoratori (a parte l’addetto al termostato che ancora non ha capito bene la regolazione della temperatura ed ogni tanto in estate il pavimento è troppo freddo e provoca occasionali sorgenti).
Eppoi c’è l’amore. Quello per Daniela innanzi tutto, poi per la vita in tutte le sue sfaccettature. Uno che riesce ad amare gli errori e a trovare qualcosa di positivo nelle avversità che la vita ti fa affrontare: “le innovazioni mi sono sempre venute fuori dalla necessità di affrontare qualche grande problema che sembrava insormontabile”. E questa visione positiva è contagiosa, una energia che arriva a chi gli sta accanto.
Cosa dire di un uomo che con gli amici di classe delle superiori ancora incontra regolarmente la sua professoressa di italiano? O che festeggia tutti i compleanni dei suoi collaboratori in azienda? Sembra uscito da una favola. I 25 anni di Dorica sono stati un tripudio per tutti: ogni collaboratore (non ama definirli dipendenti) ha partecipato ad un recital sulla sostenibilità di Michele Dotti, un delizioso pranzo biologico nella biblioteca del liceo del paese (per sottolineare il legame con la cultura e il territorio) e ha avuto un week end in un centro benessere.

Una persona di questo tipo poteva semplicemente comprare una macchina e riavviare il motore girando la chiave? Ovviamente no!


Prima produzione Dorica del 2014, non si produceva seta in Europa da oltre 40 anni e tutto il know-how restante era nelle mani e nelle menti di pochi ‘giovanotti’ più vicini ai 70 che ai 20 anni. La bachicoltura era praticamente morta a causa dell’inquinamento e della particolare circostanza che i bachi da seta non conoscono né i giorni festivi e né la notte. Infatti, questi voraci vermetti mangiano a tutte le ore e vanno continuamente alimentati. Per qualche mese gli allevatori devono dedicarsi totalmente a loro dimenticando discoteche, messe religiose e i lunghi pranzi domenicali con le fettuccine della nonna.
Giampietro Zonta e Daniela hanno deciso che se la seta “si doveva fare”, si doveva fare in modo diverso.
Di tutta l’incredibile industria serica che per secoli aveva creato ricchezza in Italia i coniugi Zonta trovano che ancora esisteva una piccola filandina in una cooperativa di disabili. Veniva usata solo in alcune feste con i bambini delle scuole e la manutenzionava un giovanotto in pensione. Contro ogni suggerimento comprano questo pachiderma Nissan del 1964, assumono un giovane ingegnere siciliano, che aveva speso alcuni mesi in Giappone in una filanda, e iniziano.
A questo punto inizia la favola e un impegno sociale nel difendere l’unica istituzione scientifica, il CREA di Padova, che custodisce il sapere sulla bachicultura e prepara le uova per la deposizione dei bachi nei “telaini”.
Si crea una rete di impresa per avere tutta la filiera necessaria a produrre seta etica: cooperative sociali, centro ricerca e giovanotti esperti vari sotto il coordinamento di Laura Stieven e Claudio Gheller. Qualsiasi cosa accada oggi, Giampietro Zonta ha trovato due cari amici con cui divide ore e ore di telefonate, riunioni, momenti familiari e conviviali. Cosa volere di più di un sogno condiviso con amici!
Ma non potrei raccontare questa storia senza parlare della nostra amicizia, nata per i gioielli sostenibili e per una condivisione etica della vita. Io e mio marito australiano avevamo deciso di creare Energitismo, una rete di piccole attività e di promuoverle raccontando le loro storie in inglese. Giampietro è stato il primo imprenditore che ha aderito ed ora la nostra associazione Energitismo ha sede in Dorica. Questo ci permette di avere pillole di energia positiva tutti i giorni.
Molte filosofie orientali dicono che il segreto della nostra vita è nel carattere e che per vivere bene ci vuole uno spirito positivo e capace di adattarsi ad ogni circostanza.
Ma forse nel caso di Giampietro Zonta si deve andare oltre, alle parole del poeta Tonino Guerra: “l’ottimismo è il profumo della vita!”
powered by social2s
Vittorio Livi: se lo incontri non puoi dimenticarlo

La prima volta che ho incontrato Vittorio Livi mi sembrava uscito da un racconto di Fellini: i suoi lunghi capelli ricci, la sua parlata e il suo buon umore sono quelli che ci si aspetta di trovare nei romagnoli.

Quando ero piccola eravamo tutti incantati dalle persone di quest’area a cavallo fra Pesaro e Cesena dove sembrava che il sorriso non tramontasse mai e che la vita fosse tutta un fluire di “liscio”.

Vittorio viene da Pesaro e l’amore per le sue radici gli ha permesso di innovare e di essere un pioniere internazionale ma di portare ricchezza alla sua comunità. E' nato a Tavullia e li ha ancora la sede della sua impresa FIAM, mentre la sua casa è a pochi chilometri in una splendida villa-Museo del Vetro a Pesaro.

Abbiamo un caro amico in comune, il conte Nani, e quando volevamo fare qualcosa per le piccole imprese (ma non sapevamo ancora cosa), è riuscito a trovare del tempo per partecipare ad un nostro convegno e raccontarci la sua esperienza umana e di imprenditore. Un fiume in piena! Allora non concludemmo nulla ma ognuno di noi è uscito con emozioni positive e con l’idea di “non arrendersi alla mediocrità, puntare al bello”.

Aveva deciso sin da bambino di voler fare qualcosa di bello, lo aveva detto al padre, ed ancora non è contento di quello che ha raggiunto. Vittorio mi fa venire in mente la poesia di Hikmet:

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

Come ogni anno lo vado a trovare allo stand della Fiam al Salone del Mobile di Milano. Questa volta riconosco la sua area da lontano: due grandi sculture di Helidon Xhixha segnano l’entrata. La nuova collezione di arredi in vetro è stata realizzata con questo grande artista albanese. Mi lascia senza parole la sua bellezza e semplice ricercatezza.

Riconosco i suoi capelli e mi avvicino per salutarlo. Sempre sorridente e pronto ad offrirmi un caffè e a dedicarmi parte del suo tempo. Non sono un compratore, non sono un designer eppure riesce a trovare uno spazio per raccontarmi di come ha incontrato Helidon Xhixha ed ha iniziato questa collaborazione da cui è già nata una amicizia. Poi mi presenta la sua agente per una intervista.

Vittorio sorprende e “va oltre” sempre in anticipo rispetto ai tempi ma sempre al punto giusto per realizzare le sue visioni. La sua prima impresa nel vetro la fonda a 17 anni (allora si diventava maggiorenni a 21) e ha bisogno delle firme di altri per iniziare.

Ma presto inizia a camminare da solo e a sperimentare qualcosa di unico: arredamenti totalmente in vetro curvato.

Tutto parte da uno sgabello e da un giornalista che lo fotografa mentre cercava di dimostrare la resistenza del vetro curvato stando in piedi e facendo una “prova di carico”. La foto finisce diventa virale e Vittorio capisce la potenza di quello che stava creando.

Da allora non ha ancora smesso di stupire giornalisti e pubblico.

Gli anni erano giusti e il mercato tirava. Molti sono diventati imprenditori ma molti si sono anche bruciati presto. Quando si “vende facilmente” si rischia di smettere di innovare e di perdere il desiderio di crescere in qualità. L’ubriacatura delle produzioni di massa ha rovinato alcuni imprenditori.

Ma il caso della Fiam è diverso e dei quasi 50 anni di collaborazione con grandi designer e artisti internazionali lo dimostra.

Nel caso di Vittorio, l’innovazione supera i confini della sua azienda e arriva nella comunità. Sin dagli anni ’70 fonda una società in USA per far conoscere i marchi industriali italiani e aprire le nostre imprese ai mercati internazionali. Nuovi mercati, nuovi stimoli e nuove opportunità. Allo stesso tempo capisce l’importanza di creare una vetrina di alto valore in Italia e con Fla Eventi si impegna nella più importante fiera del design internazionale: il Salone del Mobile di Milano.

 

Se il Made in Italy è riuscito ad affermarsi all’esterno nell’arredamento e nel lifestyle è grazie a personalità come quella di Vittorio, un inarrestabile ottimista che guida la sua impresa e la sua vita sotto la bandiera della creatività, dell’amore per il bello, della famiglia e della comunità in cui è nato.

powered by social2s
Albana Termali

Per conoscere Albana Temali siamo andati a Bologna dove vive e lavora. La conoscevamo dal suo sito www.albacenter.it diventato un punto di riferimento per l’arte e la cultura albanese nel mondo ma non la avevamo mai incontrata di persona.

L’appuntamento sotto la Fontana del Nettuno, pieno centro vicino San Petronio e le torri degli Asinelli e la Garisenda ci aveva lasciato intendere che non sarebbe stata una giornata qualsiasi. La mattinata di sole rendeva Bologna più fascinosa e scorgiamo Albana mentre fotografa la fontana.

Una donna elegante e gentile che subito ci lancia una sottile sfida: “Vi ho invitato qui perché siamo in una area con importanti monumenti. A voi piace l’arte? Vorrei portarvi alla Chiesa di Santa Maria della Vita a vedere le statue di terracotta del 1400 di Niccolò dell’Arca e la Biblioteca dell’Archiginnasio dove si trova la prima università del mondo e la sala dello Stabat Mater - dove Rossini ha eseguito la prima della sua opera sotto la direzione di Doninzetti”.

E mentre pronunciava queste parole si capiva che la nostra risposta sarebbe stata il metro con cui ci avrebbe giudicato e sul quale sarebbe nata la nostra relazione. Una misura di amore per l’arte, la cultura e la creazione umana. La parte migliore dell’uomo quando si ricorda il valore della vita e non si perde a pianificare guerre e distruzione.

Visitare la prima università mi ha emozionato pensando a tutti gli studenti che nel corso di secoli avevano percorso prima di noi quei corridoi, al tempo dedicato a studiare e investigare nella vita del mondo e di noi stessi. Ai loro vestiti, ai loro costumi e al linguaggio così diversi nel corso dei quasi 10 secoli dalla fondazione dell’università.

Albana è stata una pioniera nel comprendere l’importanza dei piccoli artisti ed artigiani e nell’aiutarli a crescere e ad affermarsi. Un percorso parallelo al nostro nato dall’amore per l’arte ma anche dalla necessità di dare un senso alla sua doppia anima di nativa albanese ma con una vita trascorsa con la sua famiglia italiana.

Seduti a mangiare in un piccolo ristorante dietro San Petronio rappresentavamo un esempio di multicultura e integrazione: un australiano, una albanese e una italiana innamorati della vita e delle cose belle che l’uomo può creare. Innamorati delle storie e dei piccoli segreti che in modo sorprendente e inaspettato portano alla bellezza.

“Sapete che Bologna ha 45 km di portici? Sapete perché sono stati costruiti?” ci domanda Albana. Non avevo la più pallida idea - a parte la banale protezione dalla pioggia e dall’umidità dell’inverno. “Perché quando sono cominciati ad arrivare i primi studenti a Bologna cercavano stanze da affittare e i bolognesi hanno pensato bene di allargare le loro case. Potevano allargarsi solo verso le strade ma dovevano rispettare i negozi aperti al piano terra. Così hanno costruito delle ‘stanze sospese su colonne’ e sono nati i portici”.

E la pragmatica osservazione australiana è stata: “un po’ costosi ma sono 700 anni di affitto (tanto antica è l’università di Bologna) e se li saranno ben ripagati!”.

Abbiamo lasciato ‘Bologna la dotta’ con la certezza che è la relazione con Albana è nata sotto i migliori auspici ed è destinata a continuare a livello personale ma anche lavorativo. Grazie Albana per quello che hai fatto e per averci disvelato alcune delle perle di Bologna.

powered by social2s
Il segreto del Frosinone Calcio

Una cosa va detta sui giocatori del Frosinone Calcio: corrono fino all’ultimo minuto e corrono felici.

Certamente arrivare alla Serie A provenendo da un piccolo centro nella Ciociaria, una bella area nota all’estero per il famoso film con Sofia Loren, è un sogno non da poco, ma c’è qualcos’altro. E’ un messaggio di poesia contro lo strapotere della finanza e dei diritti televisivi che considerava una “iattura” l’arrivo di piccole squadre note solo ai loro concittadini.

Ho avuto il privilegio di poter “piluccare” la dolcezza questa poesia assaporando i frutti che andavano maturandosi. Conosco il medico sportivo del Frosinone Calcio da diversi anni, Michele Pirelli è stato il mio dottore e ogni volta che lo andavo a trovare mi aggiornava sulle vicende della squadra.

Andavo per parlare di cavalli e mi ritrovavo ad ascoltare la dieta dei calciatori calcolata in base al loro DNA e al loro gusto personale. Cercavo di dirottare il discorso sui cavalieri e mi sentivo consigli su come essere pronti ad “apprezzare il momento” soprattutto quelli sportivi: ogni evento è unico e va goduto fino in fondo.

Una filosofia orientale, ma Michele è un medico che ama il suo lavoro e il karate. Ha scelto Medicina Sportiva proprio per poter capire scientificamente quello che la filosofia giapponese gli aveva insegnato sulle relazioni fra il corpo umano, la mente e le prestazioni degli atleti. Shin (mente), Ki (cuore, energia) e Tai (corpo, tecnica).

Dopo la promozione del Frosinone Calcio, lo ho incontrato chiedendogli quali fossero i segreti di questo successo e quale il suo ruolo in questa squadra. Mi ha risposto Ichi-go Ichi-e (ogni incontro nella vita è unico), parole così profonde che in Giappone erano state messe come sottotitolo del film Forrest Gump.

Nelle arti marziali questo è usato per ammonire gli studenti a non essere negligenti, a non fermarsi a metà strada nelle tecniche ma di "riprovare", nonostante gli errori. Non solo perché in una lotta per la vita o di morte, non vi è alcuna possibilità di "provare di nuovo", ma per essere pronti e godere di ogni evento singolare e decisivo nella vita.

Con questa filosofia Michele si è avvicinato alla medicina sportiva e con questa dedizione e perfezione orientale si prende cura dei giocatori: “Un giocatore è una macchina complessa, a livelli del professionismo per ottenere prestazioni migliori bisogna lavorare sui dettagli e avere sempre la considerazione della mente, del cuore e del corpo.

Il mio primo approccio è quello di essere il “medico sociale”, il dottore di famiglia dei giocatori in modo da non separare mai le componenti di un giocatore, un approccio olistico all’uomo di cui il giocatore è l’espressione visiva.”

Nei suoi racconti ho in parte preso parte al sogno di questo gruppo di giocatori in cui anche la dedizione, l’amore e la professionalità di Michele hanno contribuito al sogno della serie A.
Ichi-go Ichi-e Frosinone!

powered by social2s

Iscriviti alla Newsletter

Scopri un territorio attraverso le emozioni di chi l'ha raccontato in prima persona.