Shazia Naqui I Sport Travel
Shazia Naqui: il destino nel viaggiare

Shazia Naqui Carfagna: nel suo nome è racchiuso tutto il suo destino. Shazia è un nome di origini persiane e, come tutti i nomi dei bambini della cultura Urdu, è stato scelto dai genitori con un preciso significato: ‘rara’ ‘principessa’ – bellezza e regalità.

Shazia nasce in Pakistan, a Karachi, da genitori indiani che si erano trasferiti dopo l’indipendenza dell’India e suo padre avvia un’attività di esportazione di materie prima dal Pakistan e lavorazione del cotone arrivando ben presto a fornire le migliori catene di distribuzione americana. Ma il loro destino è l’Italia.

Come è strana la vita! Quando suo padre aveva soli 12 anni, ed una conoscenza molto limitata del mondo, durante un gioco aveva detto che sarebbe andato a vivere in Italia e così quando molti anni dopo la Camera di Commercio Pakistana gli ha chiesto dove volesse andare a lavorare e a promuovere il loro paese, lui non ha avuto dubbi e ha risposto: ”in Italia!”.

Così a 3 anni Shazia arriva in Italia con la sua famiglia, frequenta le scuole americane e inizia a costruire questa sua particolare personalità in cui emergono almeno 3 culture: la dolcezza e la profondità di quella Indo Persiana (Urdu è una delle 3 lingue ufficiali dell’India), il pragmatismo di quella americana e la gioia e creatività di quella italiana. Anzi ‘Romana’!

L’Italia è un magnifico paese composto da molte anime. Io mi sento profondamente romana. Amo questa città in cui sono cresciuta e che ho imparato a conoscere in modo particolare. I primi anni a scuola era come se vivessi in un mondo parallelo. Parlavo soprattutto Urdu e Inglese e i miei compagni erano tutti internazionali. Roma mi è entrata nell’anima respirando l’aria e gli umori delle persone!

Con questo mix di culture non poteva che avere successo nella vita. Un successo scritto nel destino.

Il suo nome italiano, Carfagna, è quello del marito che ha conosciuto durante un tamponamento sulla Roma-Fiumicino (l’autostrada che porta all’aeroporto). Credo che questa sia la cosa più ‘romana’ che esista: la fila di auto sul Grande Raccordo Anulare e il tamponamento. Se non ti è mai successo nella vita, allora non sei di Roma.

Il suo lato americano emerge negli affari e Shazia gestisce imprese da quando aveva 19 anni, quando un malore del padre la obbliga a prendere in mano le redini della impresa di commercio internazionale di famiglia. Lo fa con classe e con successo. Gira il mondo ma non sente che quello è il suo destino.

Ha lavorato per supportare suo padre, poi per suo marito in imprese che amava di riflesso, perché erano care alle persone della sua vita, ma non erano il suo destino. Quando diventa mamma ha l’occasione per concentrarsi di più su se stessa e su sua figlia e finalmente inizia il suo cammino.

Quando si ha la fortuna di amare il proprio lavoro è come se non si lavorasse mai. Vita e lavoro si confondono in un piacevole percorso. Ho iniziato I Spor Travel, la società di viaggi legata al mondo dello sport, ispirata dal desiderio di far crescere bene mia figlia e i suoi compagni di scuola. Il mondo dello sport era rimasto ancorato a schemi di business che non favorivano scambi culturali e una formazione aperta e internazionale dei ragazzi. Ho seguito le tendenze del mercato inglese e abbiamo creato nuove opportunità per i ragazzi e le famiglie, italiane e da tutto il mondo.

Il segreto di questa impresa è quello di dare subito una impostazione professionale ai ragazzi portandoli a contatto con i grandi campioni o le grandi società sportive, facendoli vivere da campioni e spingendoli ad assaporare il sapore della vittoria. Quando un ragazzo capisce la bellezza della adrenalina positiva poi è spinto a dare il meglio.

Ma le madri hanno un altro interesse, dare ai propri figli una conoscenza ampia del mondo, far apprezzare arte e cultura e i viaggi di Shazia sono sempre accompagnati da esperienze nella cultura dei luoghi.

Per me che ho vissuto con i piedi e il cuore in un mondo interculturale è importante poter conoscere e apprezzare lo spirito dei luoghi. Quel patrimonio intangibile fatto di sfumature che bisogna imparare a leggere come ho fatto io da bambina!

I Sport Travel è cresciuta ed oggi si rivolge ad un pubblico di tutte le età a cui propone una combinazione di Sport e Cultura Italiana, mantenendo il suo spirito iniziale di un viaggio nel meglio delle espressioni dell’uomo.

Lasciarsi viaggiare da Shazia è come lasciarsi andare alle emozioni.

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homeopathy in vineyards in Piglio
Cesanese del Piglio, omeopatia per il vigneto più amato

Piglio è famoso per il suo vino Cesanese DOCG ed ora anche per il particolare modo con cui alcuni viticoltori si prendono cura dei loro vigneti. E’ il caso di Geminiano Montecchi che usa l’omeopatia per i vigneti, con cui protegge le sue piante, e organizza corsi per diffondere questa cultura.

Geminiano Montecchi e la sua compagna Maria Ernesta Berucci sono viticoltori e la famiglia Berucci produce Cesanese e Passerina al Piglio da secoli. Prima di tornare alle loro radici hanno girato il mondo e lavorato a contatto con culture e popoli diversi, portando innovazione nella conduzione dei loro vigneti.

In uno dei suoi viaggi Geminiano incontra Radko Tichavski, Direttore dell'Istituto Comenius in Messico che diffonde il metodo "omeopatico" in agricoltura tramite corsi e consulenze. Tichavski è andato oltre la classica “agro-omeopatia” e ha coniato il termine di “olo-omeopatia”, che riprende il concetto di "Olone" del filosofo Arthur Koestler, nel 1968. L’olone è un sistema dove ogni elemento contiene la stessa informazione del tutto e un minimo cambiamento in una parte del sistema si ripercuote in tutto il sistema.

Secondo il metodo olo-omeopatico l’azienda agricola è un unico organismo, un sistema complesso di elementi viventi e non viventi di cui l’uomo svolge il ruolo centrale di curatore. Il centro dell’attenzione sono le relazioni e non i singoli elementi, sono le relazioni che devono essere rinforzate. Geminiano è un geologo e conosce bene come si stabiliscono le relazioni fra gli elementi naturali e ora ha studiato come intensificarle.

Tutto è in comunicazione. Le piante, ad esempio, comunicano tra loro attraverso i COV (Complessi Organo Volatili) emessi nell'aria dalle foglie e con altre molecole emesse dalle radici nel suolo. Il suolo, poi, mette tutti in connessione grazie ai funghi che con le loro ife, estese anche per chilometri quadrati, costituiscono il ‘web del suolo’. Parassiti e malattie non sono visti come nemici da debellare, ma come messaggeri di un disequilibrio nella dinamica vitale del sistema, che automaticamente si ritirano quando viene ristabilito l’equilibrio.

L’agricoltore interagisce con il sistema utilizzando i cinque sensi: odora il suolo e le piante per valutarne lo stato di salute, assapora le piante, osserva la loro disposizione e quella delle loro single parti (come rami, fiori, frutti, crescite asimmetriche ecc..), osserva i cambiamenti episodici, giornalieri e stagionali. Maria mi spiega il concetto con parole molto semplici:

Curare un vigneto secondo l’omeopatia, quindi, significa osservare il tutto. Osservare le piante e leggere le informazioni che ci inviano per aiutarle a crescere. Un po’ come quando si educano i bambini assecondando la loro indole e non intervenendo solo nelle crisi.

Come noi osservano gli amici dei nostri figli per capire come si stanno incamminando nella vita e se sono in pericolo, Geminiano e Maria osservano, ad esempio, gli alberi di noce e di melo, che sono gli amici e le ‘sentinelle’ del vigneto, e le altre piante vicine.

Lo scopo del metodo olo-omeopatico è quello di prendersi cura del sistema agricolo intensificando le relazioni tra i vari organismi viventi in modo da creare un sistema più' "robusto" e in salute, e fortificare le piante per produrre alimenti sani, di qualità, rispettando tutti gli esseri che vivono nell’ambiente in cui operiamo.

Le tecniche utilizzate nell'omeopatia per i vigneti sono la consociazione di piante idonee tra di loro, il suolo non viene arato per non rompere le radici, e non disconnettere le piante, e vengono dati preparati omeopatici generici e specifici.

I vantaggi del metodo olo-omeopatico sono una alta qualità dei prodotti, un maggiore gusto e valore alimentare. L’armonia e la vitalità delle piante si manifestano con una maggior resistenza ai parassiti, alle malattie, e alle avversità climatiche. Il tema è affascinante ma per chi non è esperto restano molte domande come quale sia la differenza tra l'agricoltura biologica e quella omeopatica.

L'omeopatia cura il malato e non la malattia, lavora sui livelli energetici. Secondo l'omeopatia la malattia non è uno stato ma un processo. Un essere vivente si trova sempre in una situazione di equilibrio dinamico tra gli estremi salute-malattia che sono tra loro complementari. L’agricoltura biologica lavora con la materia (compostaggio, ecc.) mentre l’olo-omeopatia lavora con l'energia.

Ad esempio, quando si verifica una distorsione nel sistema si deve preparare una soluzione specifica, ma un preparato omeopatico non si può trovare con una analisi chimica del prodotto perché è totalmente diluito nell’acqua. Durante la fase di dinamizzazione del preparato, le nano-particelle di silice si staccano dal contenitore di vetro e creano delle matrici con le particelle d'aria. Su questa matrice si stampa il "messaggio energetico" che verrà dato alla pianta mediante l'acqua (il vettore).

Questa è la differenza: un messaggio energetico invece di un messaggio chimico. In questo modo si immette nel sistema la capacità di riequilibrare i suoi livelli energetici specifici per correggere le sgradite distorsioni che si sono verificate.

Alcuni concetti di bio-dinamica erano noti ai coltivatori nella aree dove la tradizione vitivinicola è antica. Ad esempio si possono osservare piante di rose all’inizio di ogni filare di viti perché le rose hanno il compito di avvisare quali stress e attacchi sta subendo il filare, come ad esempio l’attacco di peronospora.

Per avere notizie sui corsi di omeopatia nei terreni potete seguire la pagina Fb o chiamare l’agriturismo Casa Berucci al Piglio.

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Rocca Priora Robazza horse
L’avventurosa Storia del Cavallo Rampante di Rocca Priora

La storia del cavallo rampante di Rocca Priora coincide con la storia del suo scultore, Mario Robazza. Un grande artista la cui vita è più avventurosa di un film di James Bond.
Per quelli che passano quotidianamente lungo la via Anagnina, il cavallo di Rocca Priora è diventato un ‘amico’ e un punto di riferimento: “ci vediamo al cavallo!”. Così negli anni molti si sono dimenticati che lo scultore del destriero è grande un artista di fama internazionale, che ha vive fra l’Italia e gli Stati Uniti, e che si è innamorato di Rocca Priora grazie al destino e ad una promessa.
Robazza, detto Johnny, è arrivato al successo dopo le privazioni della guerra, la galera, la marina, il pugilato, il taglio dei diamanti, la ricchezza, l’arte, la fama internazionale, l’incontro con presidenti americani e mondiali e l’esposizione nei più grandi musei del mondo. Ma andiamo per ordine.
Mario Benedetto Robazza nasce a Trastevere il 2 marzo del 1934 e il suo accento non lascia dubbi sul suo puro spirito ‘de romano de Roma’. Aveva tutte le premesse di una vita ‘normale’: un padre architetto, una bella mamma e un fratello.
Suo padre parte per la guerra di Russia e resta invalido alle gambe e viene poi deportato in Germania dove muore. Arriva la guerra anche in Italia e il fratellino muore di meningite. La mamma si strazia dal dolore per la scomparsa dei suoi uomini e si abbandona al rifiuto di capire la vita. Mario Benedetto Robazza ha 10 anni e deve improvvisamente crescere in fretta, prendersi cura della mamma e imparare a procurarsi soldi e cibo.
E’ chiaro che un bambino sottoposto a questo stress si trova in una situazione delicata in cui può diventare un grande o può finire in riformatorio. Può vivere da leone o seguire il gregge. Robazza sceglie di vivere da leone.
Sopravvive alla guerra facendo di tutto ma ritrovandosi bravo in una cosa che sembrava non gli potesse portare denaro: dipingere e scolpire. Il suo legame con Rocca Priora nasce proprio in questo periodo e la sua riconoscenza è frutto di una promessa che ancora vuole mantenere a tutti i costi. Ma questo è l’uomo Robazza che si ritrova dietro le sue opere. Un sanguigno, un uomo che protegge i deboli (come qualcuno avrebbe dovuto fare con suo padre), uno che rispetta la parola data.
“Quando arrivano gli americani, un soldato mi adotta e mi insegna due cose che mi saranno poi molto utili tutta la vita: a boxare e a ballare. Che poi, se ci pensiamo bene, hanno movimenti dei piedi molto simili ma una diversa funzione sociale!”

Nella vita di chi deve arrangiarsi negli anni duri del dopoguerra, si può diventare un ladro o un truffatore. Robazza scopre di non saper leggere e scrivere ma di avere una estrema abilità manuale ed inizia a fare statuine del presepe e quadri. A questo punto scopre che si guadagna di più quando si ‘taroccano’ orologi di marca. Usa allora la sua abilità artistica per riprodurre tutto, compresi i marchi che disegna a mano libera e che sono perfetti. Ma il gioco si interrompe con la galera.
Robazza si guarda intorno capisce che deve prendere il suo destino in mano imparando un mestiere e si arruola in marina. L’obbedienza militare non gli è congeniale e l’analfabetismo gli impedisce di avere una qualsiasi prospettiva futura. Ma la boxe e l’arte gli vengono in aiuto e inizia la sua nuova carriera in modo inaspettato.
“Un giorno mi regalano una enciclopedia, inutile per chi non sa leggere ma uno stimolo incredibile per chi ha fame di imparare. Ho visto la sezione in cui spiegano la gemmologia e il taglio delle pietre ed è come se lo avessi fatto da sempre. Imparo tutto con avidità e vado a Bruxelles nella migliore scuola. Da li il mondo mi sembra andare in discesa“.

Ma la vita gli ha insegnato a rispettare la fortuna e a distribuirla agli altri. Come aveva fatto il soldato che lo voleva portare in America. Robazza offre una seconda chance a tutti i suoi amici che aveva incontrato a trafficare nelle piazze e in galera. La sua filosofia è che bisogna offrire una opportunità ed essere riconoscente alle persone che ci hanno aiutato in qualche modo nei momenti difficili.
Un giorno, al colmo della ricchezza, un gallerista gli chiede in prestito un busto che aveva fatto a sua moglie e l’esposizione ha talmente tanto successo che Robazza cambia vita improvvisamente ancora una volta. Va finalmente in America e si dedica totalmente all’arte diventando uno dei maggiori artisti contemporanei. Si realizza il sogno che aveva sin da bambino: vivere scolpendo e dipingendo.
Oggi vive fra Roma e Rocca Priora con sua moglie con cui si amano da oltre mezzo secolo e con cui hanno condiviso tutte le peripezie rimanendo sempre fanciulli, con la voglia di ‘mangiare la vita a bocconi’. La sua biografia uscirà presto mentre in tutti le librerie si trovano libri sulle sue opere.
Il cavallo di Rocca Priora è una delle opere che ha donato alla città di cui si è innamorato e che oggi è diventato uno dei suoi simboli. I cavalli con il loro spirito libero sono uno dei suoi soggetti preferiti assieme alle sculture in cui musica e corpo femminile si fondono in una armonia di suoni, forme e significati.
Ma il suo capolavoro assoluto è la rappresentazione dell’Inferno di Dante, un’opera di 90 metri di lunghezze per 2,5 metri di altezza che lascia senza fiato per la maestria con cui si riesce a penetrare nelle sofferenze dei dannati e nella arroganza dei demoni. L’opera è stata esposta in America, in Cina e in Italia ma il maestro la vuole ‘vicino a lui’ e ha deciso di esporla a Rocca Priora in modo da poterla guardare ogni volta che lo desidera. Alla sua morte il Comune ne diventerà il proprietario.
Ora quando passeremo davanti al cavallo di marmo all’ingresso di Rocca Priora, possiamo immaginare braccia muscolose e mani forti che tirano pugni o che usano attrezzi da scultore. Immaginiamoci un uomo con un forte senso di riconoscenza che ama il suo paese adottivo in modo assoluto e senza chiedere nulla. Rocca Priora ha dato a Mario qualcosa di più prezioso.
Quando diamo un appuntamento a qualcuno impariamo a dire: “Ci vediamo sotto il cavallo di Robazza!”. In questo modo renderemo onore a un grande artista, al paese che lo ospita e a noi stessi e alla curiosità che ci premia.
E se vogliamo andare più in profondità conoscendo altre opere di Mario Robazza possiamo fare un giro nel centro storico di Rocca Priora e ammirare le stazioni della Via Crucis lungo li vicoli o ammirare il suo capolavoro, l’Inferno, nel museo del comune.
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Murano calici raffinati
Raffinati Calici scolpiti da Massimiliano Caldarone

Sensuali donne all’interno di nidi di morbide curve di vetro che formano quasi delle ‘gabbie’ in cui la figura femminile si esalta ma diventa irraggiungibile. Questo è l’universo di Massimiliano Caldarone e la linea di raffinati calici che ha lanciato all’ex Chiesa Santa Chiara di Murano.

Massimiliano è un maestro delle tecniche a lume e ‘Muranese’ di adozione perché è qui che ha scelto di vivere e lavorare. Il suo stile è unico e fonde la scultura moderna del vetro realizzata con la tecnica ‘a lume’ con la classicità delle forme dei calici.

Dalle sue creazioni si capisce che la creatività nasce da una vita vissuta ‘a bocconi’, una di quelle su cui bisognerebbe girare un film. Massimiliano girovaga fra le esperienze della vita e fra posti diversi alla ricerca di una pace che solo l’arte può dare.

L’arte è in grado di assorbire tutti tormenti e far trovare il bello anche quando sembra impossibile.

Massimiliano Caldarone non ha mai avuto una vera casa se non nelle sue mani mentre modella le stecche di vetro per comporre le sculture. Il lume è quella tecnica in cui si prendono delle sottile bacchette di vetro colorato, si scalda una delle estremità e si iniziano a creare oggetti componendo colori e modellando le forme. Una volta che l’opera è completa si mette in forno per temprarla.

Chi ama questa tecnica ama il fuoco. C’è un sottile piacere nel vedere come dalle fiamme nasce la bellezza. L’elemento della natura che sembra essere il distruttore diventa invece il creatore. Dal male nasce il bene.

Sembra una tecnica semplice, ma diventare maestri è un cammino molto lungo. Un maestro riesce a capire quale è quella frazione di secondo il cui la pasta liquida di vetro può ancora essere modellata assumendo le forme volute dall’artista e non lasciandosi rifiutando l’opera dell’uomo. E’ un millisecondo, ma ci vogliono anni per trovarlo. E gli anni significano pazienza e dedizione totale.

Massimiliano inizia a vivere da solo a 15 anni scappando di casa, come poteva trovare la su pace a quell’età. Aveva ancora tanta strada, tante esperienze e tante persone da incontrare prima di essere pronto. Prima di abbassare la testa e dedicarsi totalmente alla creatività. Un annullamento della personalità spavalda per poter apprendere. Poi la spavalderia può tornare: ma sono le opere realizzate che parlano per lui.

La prima volta che era arrivato a Murano aveva 17 anni, viveva da solo già da un paio di anni, e pensava di essere già un grande artista. Murano era il centro del mondo dell’Arte del Vetro e pochi avrebbero accolto a braccia aperte un ragazzino capellone che con spavalderia si presentava alle varie fornaci in cerca di lavoro.

Oggi è tornato e vive qui a Murano ma la situazione è totalmente diversa. Le sue opere sono esposte all’Ex Chiesa Santa Chiara – Murano Experience e sono ricercate da chi ama il bello e sceglie di vivere immerso in oggetti artistici.

L’ex Chiesa Santa Chiara è uno spazio aperto di recente recuperando una chiesa sconsacrata da Napoleone. Al suo interno e nel suo giardino si possono ammirare artisti del vetro all’opera e avere una grande galleria delle migliori creazioni di artigianato artistico.

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Cafi e Santa Chiara, la Galleria del Vetro di Murano

La storia artistica di Santa Chiara, la famosa Galleria del Vetro di Murano, è strettamente legata a ‘Cafi’ (Ion Cafadaru) che ha speso quattro anni a progettare ed eseguire la sua ricostruzione.

La ex chiesa di Santa Chiara è appena stata recuperata e già è diventata un punto di ritrovo di famosi artigiani del vetro e una importante galleria del vetro di Murano dove turisti e viaggiatori possono comprendere l’arte del vetro e acquistare alcuni dei migliori esempi di creazioni artistiche.

Quattro anni fa, quando la famiglia Belluardo la ha acquistata, il suo recupero sembrava una operazione impossibile. Il tetto era crollato in un incendio e la sua collocazione al centro dell’isola di Murano rendeva pressoché impossibile l’organizzazione dei lavori di restauro.

Le grandi capriate di Santa Chiara dovevano essere sostituite e non vi erano mezzi (gru) che potevano aiutare nella loro posa. Come sempre la differenza la fa l’uomo e il suo amore, e Cafi è stato capace di coordinare un gruppo e di eseguire personalmente i lavori usando arditi sistemi di carrucole.

La storia di Cafi è quella di un uomo destinato a diventare un artista. Dice di non esserlo ancora ma noi possiamo vedere le sue realizzazioni e giudicare da soli.

Ho iniziato con scuole tecniche e ho studiato finanza all’università. Allora c’era ancora il regime comunista e non avevamo problemi di dover cercare lavoro. Il regime si prendeva cura del nostro futuro.

Caduto il muro di Berlino si ritrova libero ma con l’impegno di doversi inventare un futuro. Il destino lo porta a lavorare nelle vetrate artistiche e apre una società a Bucarest con un suo amico. Il boom economico e la vita in città gli regalano anni splendidi finché non conosce la moglie italiana e il dubbio di dove vivere. Vincono le donne e arriva a Venezia.

Lo stile italiano è una novità, gli architetti hanno altro stile ed esigenze e Cafi riprendere gli studi e questa volta, finalmente, frequenta una scuola d’arte: il corso per “Restauratori di beni culturali” a Padova.

Quando arriva Santa Chiara, Cafi è pronto come esperienza professionale e preparazione artistica per quella che è una sfida con cui tutti gli artisti vorrebbero misurarsi. Operare in un ambiente storico rispettandone il passato ma inserendo esigenze moderne. Far compenetrare passato e futuro, segni del tempo stratificati nei secoli, per creare uno stile unico e inconfondibile.

Cafi ha iniziato da subito a raccogliere fotografie e materiale per il suo blog sui lavori e per un futuro libro che racconterà la storia del recupero della ex chiesa e delle sfide tecniche e artistiche che il suo gruppo ha dovuto superare.

Entrare oggi in Santa Chiara significa trovarsi in un ambiente unico, con una sua personalità inconfondibile, che richiama Venezia e la sua storia ma che ha un dialogo moderno con i visitatori. Dove magnifici lampadari classici sanno dialogare anche con arredi moderni e dove artisti di oggi creano le opere di domani.

Santa Chiara è nata nel 1200 come chiesa, poi trasformata in una fabbrica del vetro ed ora completamente restaurata in una galleria d’arte del vetro.

Un moderno ‘Tempio del Vetro’, una galleria dove è possibile vedere diversi artigiani all’opera che lavorano secondo tecniche diverse: dal vetro soffiato alle tecniche a lume, dall’incisione alla doratura. Il visitatore può così entrare in diretto contatto con chi lavora e imparare a riconoscere la qualità delle opere in vetro di Murano.

Un luogo dove incontrare i protagonisti dell’arte del vetro e scambiare quattro chiacchiere in un ambiente confortevole in spazi studiati per educare divertendo. Un luogo dove sentire dalla viva voce di Cafi le meraviglie di questo posto.

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Massimo Tizzano, pittore Kitsch

Da nord a sud, da ovest a est: questa potrebbe essere la storia del pittore Massimo Tizzano.

Massimo nasce da una famiglia che dal sud si sposta al nord, poi lui si reca ancora più a nord per raggiungere il suo maestro norvegese Odd Nerdrum, e infine qualche anno fa torna a vivere in Calabria seguendo le radici e i colori. Ha respirato l’aria di mare della Calabria, delle montagne norvegesi e della pianura padana di Padova e Bologna dove ha vissuto e studiato.

Ma il suo percorso interiore segue percorsi differenti. Seppure sia cresciuto in occidente, che lo vorrebbe un economista e un organizzatore, Massimo arriva alla pittura passando per l’oriente seguendo un percorso piuttosto originale. Suo padre era un pittore e così anche il suo padrino ma, ad un certo punto viene allontanato dall’arte.

Con tutta questa confusione di segnali, con l’università che lo pressava con temi di studio noiosi e poco stimolanti, Massimo si rifugia nello yoga e nelle arti marziali.

La cultura Zen lo forgia e gli da il senso della manualità e della concentrazione. Chi si dedica all’Aikido deve riuscire a utilizzare tutte le sue risorse fisiche, mentali e spirituali. Ci vuole grande concentrazione e una grande pratica fisica in cui le azioni si ripetono milioni di volte finché non sono totalmente assorbite e diventano parte dell’uomo. Finché non c’è più distinzione fra mente e corpo.

Dalle arti marziali Massimo Tizzano arriva tramite il maestro Norio Nagayama, alla calligrafia che in Cina e in Giappone rappresenta una alta forma di espressione artistica. Le opere dei grandi maestri del passato scritte su carta di riso, vengono incise su pietra per preservarli e lasciare che il loro insegnamento continui per le generazioni future. Occorrono anni per imparare a compiere il gesto di scrivere un ideogramma su carta in pochi secondi, anni che sono spesi anche ad imparare il significato profondo degli ideogrammi che sono rappresentativi del mondo reale.

“Non esiste un bravo pittore che non sia anche un grande calligrafo" (detto giapponese).

Dalla calligrafia nasce allora un fiume in piena e un irrefrenabile desiderio di imparare a dipingere. Basta limitazioni e confini, basta economia, ma contemplazione del mondo e della bellezza. Filosofia di vita e pittura si confondono nella passione. Anni a copiare i quadri dei maestri del passato (specialmente quelli italiani e fiamminghi del periodo compreso tra ‘400 e ‘600) per imparare le tecniche e recuperare il saper fare. Il suo spirito è quello degli apprendisti nelle botteghe d’arte.

“Bisogna fare tanto esercizio prima di poter liberare le emozioni su tela. Come i cuochi giapponesi che devono imparare a tagliare le verdure per tre anni prima di tagliare il pesce, così ho passato anni a imparare la calligrafia prima di avventurarmi nella pittura.”

Massimo inizia un quadro realizzando il telaio e preparando la tela. Prepara da solo i colori partendo dai pigmenti e concentrandosi su quello che vuole esprimere. Ma non è più solo un copista di altissimo livello. Con il suo maestro Odd Nerdrum si è avvicinato alla filosofia del Kitsch e partecipa alla rinascita positiva di questo termine troppo a lungo frainteso.

“Kitsch è un termine che si riferisce all'emozione, che nasconde significati e valori filosofici antitetici all’arte contemporanea: pathos e sentimenti, tragedia e gioia di vivere, situazioni che l’arte concettuale moderna tende a nascondere. Per me non devono esserci mediatori per arrivare al cuore dell’osservatore. Il messaggio deve essere comprensibile a tutti, deve rappresentare gli archetipi dell’uomo”.

Una persona con questa storia è un incrocio naturale di diverse culture. Esperienze che sono state assorbite e personalizzate in una espressività unica che si ritrova negli autoritratti e in quadri come le figure dei giovani samurai o nel bellissimo ‘Il cercatore’.

La mostra a Città della Pieve è stata fortemente voluta come un omaggio al Perugino, Pietro Vannucci, e ai grandi maestri del passato. Ospite eccezionale sarà il critico d’are Vittorio Sgarbi, con il quale Massimo condivide la battaglia per preservare la memoria del passato e la difesa della bellezza.

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Silvio Rossignoli, un uomo fortunato

Quando incontrate qualcuno come Silvio Rossignoli che vi dice di essere “un uomo fortunato” ascoltatelo con attenzione perché è una persona da cui si possono imparare molte cose. Tutti passiamo attraverso momenti difficili e di disperazione, non esiste la vita perfetta, ma chi riesce a trovare positività anche nelle avversità è qualcuno che ha compreso il segreto della vita.

Lo avevo sentito ad una riunione in Regione Lazio dove partecipava in rappresentanza delle piccole imprese del Lazio. Era l’ultimo relatore ma era quello che aveva parlato con il cuore. Si capiva che accanto a grandi competenze tecniche c’era un profondo amore per il ruolo che ricopriva. Il suo intervento è stato una apologia degli imprenditori e delle piccole imprese. Lo avvicino e gli chiedo un appuntamento per conoscerlo meglio e ci incontriamo il giorno dopo.

Così Silvio ti dice che è fortunato per il lavoro creativo che fa, di essere entrato da giovane laureato in ingegneria aeronautica in una grande impresa come la GE eppoi di aver lasciato il mondo delle grandi imprese da cui ha appreso la disciplina e le metodologie. Racconta di essere fortunato di aver ricominciato a studiare per imparare il mestiere di ‘formatore’ e di averci messo il cuore per capire come trasmettere concetti. Per spiegare la qualità si è divertito a realizzare due libri a fumetti con Bruno Bozzetto. Non male per un ingegnere, una figura ancora oggi che richiama stereotipi di ottusità.

Poi dice di essere stato ancora fortunato a tornare a lavorare nell’alta tecnologia come consulente di una grande impresa inglese per la quale svolgeva il ruolo creativo di ‘risanatore’. Prendevano aziende in crisi ma con potenzialità, le facevano tornare competitive e le rimettevano sul mercato. Uno dei lavori più complessi ed esaltanti che si possano immaginare, dove le sfide sono tecnologiche, economiche, finanziarie ma anche umane.

Infine dice di essere fortunato perché andando a lavorare in una di queste imprese ad Aprilia si è innamorato della tecnologia e ha deciso di diventare imprenditore. Nasce la Aero Sekur e la sua ‘terza’ vita lavorativa in una impresa di tessuti tecnologici.ù

“Sono rimasto affascinato dai tessuti per motivi filosofici e per gli stimoli creativi che mi trasmettono. Un tessuto per sua natura è collegato al concetto di protezione. E’ la prima protezione per quasi ogni uomo sulla terra, i vestiti ci avvolgono, ci nascondono e ci proteggono dalle intemperie e dagli sguardi. E questo senso di protezione aumenta con i tessuti tecnologici, pensiamo al paracadute o al salvagente in mare. Pensiamo agli airbag nelle automobili… una creatività ancora da esplorare”.

La sua azienda ha sede ad Aprilia ma in rapida espansione in altre regioni, ogni volta che trova stimoli di nuove applicazioni o nuove competenze creative da aggregare.

“Invece di una multinazionale siamo una multiregionale e questo mi affascina per la storia che trovo in ogni luogo. Non è solo la storia dell’arte ma quella del sapere tecnico che in Italia si è consolidato in aree e distretti geografici e che ancora resiste allo smantellamento industriale. Mi diverto a cercare questi saperi per contaminare il nostro lavoro sui tessuti.”

In realtà la su azienda crea attorno a due concetti: i tessuti e l’aria. Avevo visitato la sua impresa qualche anno fa con l’università ed ero rimasta colpita da quello che riuscivano a fare confinando l’aria. A partire dalle applicazioni più scontate come quelle di supporto agli elicotteri o alla realizzazione di ricoveri protettivi fino ad arrivare alle serre per le coltivazioni di ‘food for space’. Infatti la Aero Sekur lavora nell’agrospazio, ossia forme di agricoltura compatibili con situazioni estreme, per produrre il cibo dei colonizzatori di Marte.
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Mi trovavo ad Aprilia, in una zona che non può certo essere considerata fra le più belle d’Italia, in una piccola impresa non nota al grande pubblico e i tecnici di questa impresa mi mostravano come pensavano di costruire una serra per il pianeta Marte. E la stavano realizzando! Ho chiesto di poter assaggiare la prima insalata nata in queste serre speciali e sono in fila (ma ho chance di provare presto questa emozione).

“D’altra parte se noi terrestri vogliamo veramente avere una colonia su Marte dobbiamo pensare a come coltivare del cibo su questo pianeta. Dobbiamo essere indipendenti. E per far questo è nato il concetto di agrospazio, ossia coltivazioni per zone estreme. Analizziamo la situazione locale e cerchiamo di realizzare una struttura in grado di mantenere le condizioni terrestri che permettono alcune coltivazioni, tipo la coltivazione idroponica.”

Sembra una frase banale, eppure sono sicura che moltissimi mie amici tecnici avranno immediatamente iniziato a pensare a come risolverebbero il problema. Credo che chiunque abbia una preparazione e una curiosità tecnica si vorrebbe cimentare in questi problemi. Bene, per tutti questi tecnologi amanti del futuro consiglio di partecipare al convegno biennale sull'agrospazio e al ‘Food for Space’ organizzato da Silvio Rossignoli e la Aero Sekur. Un appuntamento a cui partecipano studiosi e tecnici da ogni parte del mondo e che è giunto alla sua 7° edizione  a Sperlonga, una perla della costa laziale. Me lo appunto nella agenda e ci andrò.

Quante sorprese e stimoli in un breve incontro che non vorrei terminasse. La mia curiosità non si ferma perché oggi sul bigliettino da visita di Silvio c’è scritto ‘Federlazio’ e gli chiedo come è avvenuto questo passaggio: da una sua impresa così creativa e in espansione al ruolo di presidente di un importante sindacato di imprese. Cosa lo ha spinto ad allontanarsi da un mondo che lo diverte ancora così tanto (e lo capisco dal tono della voce e dalla luce negli occhi).

“Ho 71 anni e la mia impresa doveva imparare a camminare da sola. Non sarei mai riuscito a lasciare liberi i miei collaboratori se gli fossi rimasto troppo vicino. La tentazione di continuare ad essere il protagonista della ricerca e delle scelte quotidiane sarebbe stata troppo grande. Così mi sono allontanato impegnandomi in Federlazio. Sono fortunato, ora posso utilizzare le competenze imparate quando ero un ‘consulente’ di imprese e un formatore.”

E sono sicura che presto ci saranno delle importanti novità perché l’ottimismo pragmatico di Silvio e il suo profondo amore per la figura dell’imprenditore (e del suo ruolo nella società) sono contagiosi.

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