L’amore per Roma nascosta

L’amore per Roma è travolgente e il mio è cresciuto sui banchi di scuola quando un professore aveva diviso la città in sezione e ognuno di noi doveva investigare in una certa area.

Capitava allora di conoscere le storie “parallele” a quelle dei libri e che solo i residenti conoscevano. Una di queste storie riguarda la “Fontana dell’acquaiolo”, una delle 6 “statue parlanti”, quelle che potevano accogliere (come succede ancora) bigliettini di satira dei romani verso i potenti.

E' la “fontana del facchino” che Vanvitelli erroneamente attribuì a Michelangelo, li ricollocata da altra via e nascosta per proteggerla dagli incidenti dovuti agli urti delle carrozze e dagli sberleffi, a suon di sassi, dei monelli.

Inizialmente questa statua rappresentava solo una delle figure che portavano l’acqua dalle fontanelle alle case, prima del 1500 quando i pontefici ripararono gli acquedotti. Ma nel tempo le leggende hanno modificato il significato di questa figura.

Infatti, nel 1874 questa statua ormai consumata viene spostata In Via Lata, una stradina che si affaccia a destra di chi percorre Via del Corso verso piazza del Popolo, vicino ad una osteria. Qui diventa una parodia per gli osti che annacquavano il vino per guadagnare sempre di più!

E allora la statua diventa la rappresentazione di qualcos’altro o qualcun altro. Nel quartiere si dice che quel facchino (o oste secondo altre versioni) abile nel bere e di forza smisurata, è un tal Abbondio Rizzo. Abbondio si beveva il vino buono e “ricaricava” il contenuto della botticella con fresca acqua di fontana.

Era talmente noto che ai primi del ‘900 il poeta Armando Fefè, con un grande amore per Roma, gli dedicò un vivace e simpatico sonetto che così recita:

St'amico che se fa' chiama' facchino,
faceva invece l'oste,
e fregava le poste,
mettenno l'acqua ar vino.
In fin de vita se la vide brutta
e disse al Padreterno:
“Signore se me sarvi dall'Inferno,
l'acqua vennuta la riverso tutta”.
M'be', so quatrocent'anni e ancora butta.

Amore per Roma, il suo vino e la sua acqua.

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Passione e Fiducia di Origin

Alla Fiera di Vicenza c’è stato un cambiamento questo maggio: l’annuale fiera orafa è stata sostituita da Origin Passion and Belief, un “incontro” sul Fashion.

Questo evento è stato spiegato dal co-organizzatore, NJAL (Not Just a Label) come un incontro tra 100 designer da tutto il mondo, selezionati da NJAL per lo stile e per la sostenibilità, e 100 aziende italiane del settore della moda.

Non a caso la maggior parte delle aziende del fashion, abbigliamento, accessori e gioielli si trovano in Veneto e i 100 designer scelti da NJAL venivano da tutto il mondo. Il tutto con il supporto dei fondi europei.

La fiera ha attratto non molte aziende manifatturiere italiane. E forse non basta pensare che il motivo della loro “riservatezza” verso le nuove opportunità sia questo momento di crisi in Italia. Forse non era chiaro chi dovessero essere gli spettatori di questa fiera, nonostante l’alta qualità e l’innovazione dei designers e dei manifatturieri.

Da una prospettiva positiva, i visitatori e gli espositori sono stati trattati bene, con tavole rotonde e relatori il cui obbiettivo era aiutare i designer a fare il salto da un buon prodotto alla “fama e ricchezza”.

La 22esima sfilata di Mittelmoda della domenica sera è stata un successo, per i giovani designer i cui capi hanno sfilato in passerella, per gli ospiti che sono stati ben intrattenuti e “sfamati”, e per i padroni di casa, Mittelmoda e Fiera di Vicenza.

Tuttavia, se questo evento diventasse un membro permanente nel calendario della Fiera di Vicenza, ci sarà bisogno di svegliare più interesse nell’industria e nel commercio e portare più visitatori internazionali. Forse l’approccio di Energitismo agli artigiani e alle piccole medie imprese può aiutare. Alla fine, si deve fare business.

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Fabio Fornasier: arte e tecnologia nel vetro di Murano

Fabio Fornasier è un maestro del vetro di Murano che ha saputo trasformare il tradizionale lampadario veneziano in un prodotto futurista destinato ad interni classici e moderni.

Dalla sua voglia di andare ‘contro’ la banalità e la normalità, Fabio ha dato vita al lampadario LU-Murano che ha stregato clienti importanti nel mondo. Una linea che nelle ultime versioni è diventata tecnologica ed incorpora un impianto acustico di ottimo livello.

Nella sua fornace di Murano, attorniato dalle sue creazioni in cui la modernità si innesta con la tradizione, abbiamo incontrato Fabio che ci ha raccontato della sua instancabile sfida con il vetro.

Fabio, ti consideri un artista o un artigiano?

Assolutamente un artigiano che ha una sua originale interpretazione artistica! Da bambino guardavo le mani di mio padre mentre creavano opere in vetro e mi stupivo. In lui riconoscevo un talento che avrei voluto scoprire anche in me stesso e, per questo, ho lasciato la scuola a 14 anni. Da allora mi sono dedicato totalmente alla lavorazione del vetro: il mio tormento interiore.

In fornace ho iniziato come garzone, secondo una gerarchia interna che ora non è più così rigida. Al fuoco mi avvicinavo solo quando mio padre si riposava. Ricordo che mi arrabbiavo, perché le mie mani non creavano nulla di bello finché un giorno ho realizzato il mio primo pezzo: un delfino che cavalca un’onda del mare. Mi piace ancora adesso.

…..da allora sei diventato un maestro del vetro di Murano e i tuoi lampadari parlano per te nel mondo!

C’è stato tanto lavoro, tanta fatica ma anche tanto amore nella mia carriera di artigiano. L’amore di voler sperimentare nuove frontiere, di mettersi alla prova creando per me e i miei clienti dei lampadari che fossero simbolo di modernità e classe.

Il lampadario LU-Murano è nato da un bozzetto di un’ampolla con dell’olio all’interno disegnato su una salvietta. E così ha preso vita ‘Aria e Fuoco’, un lampadario la cui luce viene alimentata dall’olio nelle ampolle, come nella tradizione.

In seguito ho inserito lampadine a bassa tensione e ho iniziato a giocare con la parte artistica utilizzando tutti i colori più diversi di Murano.

Fin qui una sperimentazione artistica, ma come avviene il matrimonio con la tecnologia?

La mia voglia di sperimentare non si ferma e volevo provare a dare altre funzioni al lampadario. Ho pensato che la sua posizione centrale in grandi ambienti è ottimale per trasmettere bene i suoni a 360 gradi, eliminando riverberi e donando bellezza alle casse acustiche.

Ho lavorato molto sulla perfetta combinazione di vetro e tecnologia per raggiungere una purezza del suono che soddisfacesse le orecchie più raffinate.

Queste mie creazioni sono ora nel Museo del Vetro di …. e sono parte integrante del patrimonio culturale di Venezia e di Murano.

Mentre la tua sensibilità la hai evidenziata con un lampadario di bottiglie, ancora sostenibilità e tradizione veneziana.

Con le bottiglie di vino della Franciacorta, per delle cantine e dei collezionisti, ho creato un lampadario riutilizzando i colli di bottiglia. Lo stile richiama una forma storica della tradizione veneziana ma l’uso del vetro delle bottiglie vuole essere un messaggio di sostenibilità e di amore per il vino.

Ed ora Fabio dove stai andando?

L’ultima mia opera è un lampadario tagliato in due: per una metà è un lampadario veneziano e per l’altra è un lampadario LU-Murano. Rappresenta il passato e il presente della mia vita in fornace.

Io vado avanti! Sono guidato da testardaggine e dalla voglia di emergere. Ho ricevuto premi importanti, insegno nel mondo ed espongo le mie opere in fiere a Parigi, Londra, Francoforte e Milano ma cerco ancora sfide audaci per il futuro.

Sono abituato così!

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Il maestro del vetro di Murano

Nascere a Murano segna la vita di un giovane e il destino di Simone Cenedese era quello di diventare un maestro del vetro di Murano. Le sue parole scorrono limpide mentre ci racconta il suo amore per il vetro di Murano.

Aveva solo 7 anni quando andava a giocare in fornace con il guardiano notturno e 15 quando ha iniziato a lavorare come garzone, ma oggi è uno dei maestri più giovani del vetro di Murano. Dal primo bicchiere alle sculture, Simone ha ancora molto forte l’emozione di lavorare questa materia in questo posto speciale a due passi dal centro di Venezia.

Simone, cosa provi pensando al tuo lavoro?

La magia quotidiana di essere “Hic et Nunc” (qui e ora). Appartenere alla tradizione di Murano, e quindi di Venezia, mi rende felice ogni giorno. Respirare la bellezza e la storia sapendo che oggi ne sono una parte integrante mi rende orgoglioso ed anche responsabile di come continuare a costruire e tramandare questa bellezza.

E’ cambiata Murano da quando eri piccolo? Quale è la tua visione?

Murano è stata per secoli un centro industriale del vetro. Nel dopoguerra qui si realizzavano molti prodotti di largo consumo come lampadine, catarifrangenti o fiale per medicine. Piano piano queste industrie si sono spostate in terra ferma e Murano ha assunto sempre di più una connotazione artistica.

Posso dire che siamo cresciuti “respirando” la cultura industriale e apprendendo molte tecniche che poi ci hanno permesso di liberare la creatività e di sperimentare linguaggi artistici originali. Oggi siamo ricercati per la nostra arte e le fornaci sono sempre di più anche dei “centri culturali”.

Quale è la tua visione del ruolo del vetro di Murano?

Murano si è evoluta naturalmente e progressivamente verso un ruolo più artistico che industriale e dobbiamo accompagnare questo passaggio raccontandolo alle persone che vogliono circondarsi di raffinati oggetti di vetro. Non possiamo competere sul prezzo e dobbiamo imparare a valorizzare le nostre tradizioni usando nuovi linguaggi.

I nuovi turisti che vengono a Venezia, soprattutto quelli provenienti dall’Asia e dal lontano oriente, non conoscono i dettagli della nostra storia e dobbiamo stabilire un tipo di relazione che tenga conto delle loro caratteristiche. Un linguaggio semplice e multimediale per poter trasmettere l’importanza e il senso di quello che facciamo.

Siamo una importante parte nella storia dell’umanità e siamo un patrimonio di tutti. Se sapremo fare questo, allora il vetro di Murano vivrà per sempre.

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Ritratti a matita: meraviglia, silenzio, equilibrio

Talvolta le malattie ci aiutano a trovare il nostro cammino e così è stato per Marco Orlandi che ha iniziato una nuova vita disegnando ritratti a matita. Un periodo di sordità assoluta, dopo un incidente, lo ha obbligato ad arrivare alla sfera intuitiva ed emozionale.

Marco ne esce migliore e con la consapevolezza di doversi continuare ad esprimere con i linguaggi dell’arte: musica, disegno e anche artigianato artistico.

Pensa a se stesso ma anche agli altri e la vista di fabbriche che chiudono e di un disincanto crescente fra i suoi amici lo ha portato a dedicare molte delle sue energie ad una idea bizzarra ma profondamente etica: far rinascere alcune attività cessate.

Con il progetto “Il Borgo dei Cartai” ha cercato di restituire orgoglio a Subiaco, la sua città alla quale è molto legato. L’idea iniziale di tornare a fare carta a mano a Subiaco, la prima cartiera dello Stato Pontificio, si è poi allargata alla realizzazione di un centro per insegnare arti e mestieri antichi ma oggi ancora molto ricercati.

Con il suo lavoro Marco Orlandi è arrivato a Roma (Palazzo Ruspoli), Firenze, Venezia, Napoli, a Ferrara, a New York.

Marco, quali sono i tuoi punti di riferimento?

Ho imparato da autodidatta facendo segni decorativi sui miei diari di scuola, segni e ritratti a matita, ma lo sprone dei miei compagni mi ha indotto a credere di poter riuscire.

Come afferma Goethe: “C'è una verità elementare, la cui ignoranza uccide innumerevoli idee e splendidi piani: nel momento in cui uno si impegna a fondo, anche la provvidenza allora si muove... “ ed a me è accaduto proprio questo.

Come definiresti il tuo lavoro?

Credo sia il tentativo di scoprire cosa c’è dietro il fenomeno naturale, oltre ciò che è leggibile della realtà che ci circonda. E il tentativo di recuperare il senso delle cose a prescindere dal loro contesto e libere da ogni relazione.

Questo è il modo privilegiato di godere della loro essenza che è unità alla forma che le delimita. Forma e sostanza sono la medesima cosa.

Di quali opere sei orgoglioso?

Il quadro di Gandhi, un importante ritratto a matita in cui ho provato empatia per il personaggio e mi sono emozionato profondamente. Lo ho realizzato con la grafite in forma pittorica e ha vinto molti premi.

Come artigiano realizzo sculture luminose utilizzando un gioco di legno e luce per il quale devo associare precisione, manualità e design. A queste aggiungo poi descrizioni poetiche per completare le emozioni che vorrei trasmettere a chi le vede.

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“Il Piccolo Principe” e il Raku

Vedere oltre le cose, è questo ciò che un artista fa con il raku. Per farlo serve concentrazione, ci racconta Giuseppe Lorenzi mentre già pensa alla prossima opera.

La distrazione, invece, appartiene alla massa di tutti coloro che vivono nel caos quotidiano; la Bellezza è sempre più ignorata, divenuta invisibile, perché data per scontata. L’Arte allora ha il grande potere di farci vedere ciò che solitamente ignoriamo.

Giuseppe Lorenzi, occhi che penetrano il mondo, necessita di “vedere” e far vedere. Poniamo una brocca: vi siete mai chiesti quale sia la sua utilità? Prima dell’acqua, o di un buon vino, “a monte” c’è il vuoto. Le ciotole di Giuseppe sono, prima di tutto, questo: contenitori di vuoto.

Il suo viaggio corre sui binari di sincerità e fantasia. Come il Piccolo Principe, sempre alla ricerca di qualcosa di bello e di nuovo, la ricerca interiore di Lorenzi si esprime anche con una tecnica che è, per propria natura, continua sperimentazione: la ceramica raku.

“Per ogni fine c’è un nuovo inizio”, dice il Piccolo Principe. E come Giuseppe, continua a cercare.

La tecnica raku nasce in Giappone, ha origini antiche, è intrisa di dottrina zen, e veniva utilizzata per produrre vasellame per la cerimonia del tè. In un certo senso è la tecnica del Piccolo Principe, quella che accompagna un uomo in continua ricerca di se stesso. Uno stile di vita che è una sperimentazione continua e una crescita interiore.

Per dare soddisfazione ai sensi Lorenzi attribuisce elementi di raffinatezza, colori e sfumature: bianco opaco e foglie d'oro, ramato opaco e turchese, nero opaco e oro. L’oro, colore ricorrente nelle sue opere, si contrappone alla terra, che è elemento di luce debole, e dona preziosità alla creazione.

La raffinatezza è data dall’utilizzo delle striature grigie e, talvolta, dal crine di cavallo, animale elegante a servizio di un’opera elegante. Cavalcato per millenni da regali, nobili e persone semplici, il cavallo incorpora un messaggio di eternità.

Infine, “l’arte è molto utile. Ricorda che il bello serve nella vita, senza il bello non si vive”. Queste sono le parole e il concetto alla base dell’opera di Giuseppe Lorenzi, che sembra porsi nello stesso filone de “la bellezza salverà il mondo” di Dostoejevskij.

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Dove siamo nel mondo?

Siamo a metà maggio, nel cuore della primavera, e lungo molte strade di questa metropoli, questa megalopoli, i marciapiedi sono accesi di cespugli di rose, una panoplia di gialli, rosa, arancio e rosso su uno sfondo di foglie verde scuro.

Altrove i lati delle strade sono un susseguirsi di viali alberati e giardini. I gruppi degli alberi più antichi, probabilmente pioppi, sono maestosamente alti, toccano il cielo. Ci sono salici piangenti, abeti di tante varietà, decidue e sempreverdi, olmi e faggi, e anche alcuni eucalipti. Nessuno è stato potato, come accade in Italia dove ogni anno agli alberi lungo le strade viene fatto un test di sopravvivenza potandoli fino al tronco.

Qui la crescita naturale ha un valore e ogni albero è importante per la società. Gli abeti più giovani sono ben curati e fasciati, per intrappolare l'umidità, da piccoli gruppi di uomini e donne. A nessun albero è permesso morire. Quelli che crescono più velocemente sono puntellati in modo che resistano al vento.

Si l’aria è inquinata, come ci si aspetta in una megalopoli, e di sicuro questi alberi hanno un’abbondante fornitura di diossido di carbonio da trasformare in ossigeno. Lontano dalle strade ci sono giardinetti ben curati con tappeti fioriti e siepi potate.

Il cancello principale della vicina università in cui sono in visita è chiuso, ma solo per incoraggiare i visitatori e gli studenti ad entrare dagli altri accessi. La via di fianco all’ università è dedicata ai caffè, ai baracchini di cibo take away e ai ristoranti economici, dove l’igiene sembra un concetto meno serio che negli hotel 4 e 5 stelle del quartiere.

Non ci sono gatti randagi o cani che si buttano sugli scarti e, questa volta, nessun piccione o gabbiano che si tuffa tra i tavoli per le briciole.
Ci sono interi quartieri di torri di appartamenti recentemente completati, con forse più di 20 piani, e la progettazione architettonica di questa megalopoli è esercitata in complessi di uffici e torri. Un enorme supermercato vende di tutto, eccetto centrali elettriche.

Tuttavia, sembra incongruo, le finestre delle torri, siano di uffici o appartamenti, sono tutte fatte di piccole lastre di vetro , nessuna più grande di una normale porta e anzi molto più piccole, incorniciate insieme in una composizione per dare l’effetto di grande distesa di vetro che, in Europa, sarebbe costituita da un’unica lastra temperata molto spessa e costosa, di forse 20 metri quadrati, a seconda dell’ego dell’architetto.

Edifici meno ostentati altrove nella megalopoli sono parzialmente dipinti, meglio dire imbrattati, in rosa, marrone e altri colori tenui: sembra fatto apposta per evitare che appaiano nuovi. I telai in acciaio e le ringhiere spesso hanno ruggine in superficie dopo non molti anni, forse a causa del rivestimento non resistente alla corrosione o alla mancanza di un primer durante la pittura.

Le facciate di cemento degli edifici più bassi, anche dell’università, tendono a rompersi e fanno venire dei dubbi sulla resistenza nel lungo termine di queste strutture, tuttavia per un clima secco la qualità delle costruzioni di questa megalopoli è buona. L’espansione è stata guidata dalle politiche governative e dalle condizioni economiche.

Non c’è un gran trambusto qui nonostante ci troviamo vicino a un incrocio di autostrade in una megalopoli. Curiosamente l’uso del clacson sembra essere in declino: i conducenti, eccetto quelli dei vecchi camion, hanno un maggior rispetto per i loro colleghi “autostradisti”. Ci sono molto più macchine che nelle altre città e, in contraddizione con le leggi della fisica, la maggior parte di esse è nera. E tutti guidano su strade pulite.

Dalla cima di un edificio dell’università guardiamo questa nuova “città spaziale” e le famose montagne a una quarantina di km con l’antica muraglia che si snoda tra le cime, e non vedo l’ora che arrivi il momento del tradizionale banchetto a base di Anatra alla Pechinese.

Sorprendentemente, qui a Pechino, mi è stato detto da un amico che il Decano, le anitre dalla misura e composizione perfetta, sono importate dall’Inghilterra: ma fortunatamente non la mia di questa sera, preferisco la cucina locale.

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Scene di un Matrimonio Australiano

Maggio è il mese delle spose in Australia. Il mio primo matrimonio australiano, e più corto, è stato il 10 maggio, il secondo sabato del mese, di 46 anni fa.

Le nozze protagoniste di questo piccolo racconto si sono tenute il 2 maggio, una settimana prima della Festa della Mamma. Ma di questi tempi le possibilità che si manifesti una creazione materna immediatamente dopo il matrimonio sono rare, anche nel caso di una celebrazione cattolica come lo era questa.

La sposa era vestita di bianco, elegante, costosa, lussuosa e affascinante come non mai, perfino un po’ sexy, ma il futuro marito non mostrava gelosia per i numerosi ammiratori della sua signora quel giorno. Non immagina nemmeno che questa potrebbe essere la più affascinante visione della sua vita coniugale, a meno che non diventi così ricco da ricreare l’allure del matrimonio con una pazzia occasionale da Leonard o da Pucci, mai più con il sorriso speciale della sposa tuttavia.

La sposa tradizionale ha tre damigelle e una bambina per i fiori, e la maggior parte dei matrimoni tradizionali si tiene nella cappella della scuola di uno dei due coniugi. Noi eravamo nella cappella della scuola della sposa, al quinto piano del Convento di Loreto dalla parte del porto quasi sotto il Sidney Harbour Bridge.

Rifletto mentre riprendo fiato in cima alle scale sul perché Dio insiste così tanto a fare scalare una collina a delle ragazze per essere adorato. Probabilmente questo fatto deriva dai tradizionali matrimoni dei paesi collinari in Italia, in particolare quelli in Lazio, Umbria e Toscana, dove i fedeli devono trascinarsi per innumerevoli scalini sotto il sole caldo dell’estate o su pietre coperte di ghiaccio per stare più vicino al Signore.

Qui, nell’abside, una musica proveniente dalla cappella tocca dolcemente le orecchie degli invitati in arrivo. Seduti, aspettando l’inizio della cerimonia e assorbendo con gli occhi l’architettura e le icone, continuiamo a essere cullati dalla musica.

Il “corteo nuziale” è guidato in Chiesa dalla bambina con i fiori, come sempre una giovane e fresca “principessa”. Ogni damigella (che, se sposata, prende il nome di “matrona d’onore”, un appellativo che fa sembrare vecchia qualsiasi giovane femme fatale sposata) appare dall’abside a distanza di alcuni passi l’una dall’altra creando un’elegante trilogia in blu.

E lo sposo? Lui e i suoi tre compari, tutti in abito da sera, sono stati in piedi presso l’altare ad aspettare, con i canonici 10 minuti di ritardo, l’arrivo della sposa. Questa è un’esperienza educativa per lo sposo: sostenere lo sviluppo di una calma e sorridente pazienza che potrebbe diventare la routine degli anni futuri del suo matrimonio.

La sposa arriva, a braccetto con il padre, dopo aver salito le scale e ripreso fiato. Camminano lentamente e con gioia lungo il corridoio per incontrare lo sposo (con un casto bacio), e l’esperto sacerdote. I familiari si scambiano i convenevoli e ognuno torna al suo posto, e il Prete comincia.

Mentre ascolto con sempre maggior godimento il sacerdote celebrare penso che il mondo ha perso un ottimo marito a causa dei suoi voti alla Chiesa: la sua comprensione del matrimonio e delle relazioni tra uomo e donna sembra ben più profonda di quella di molti uomini che hanno passato gran parte della loro vita in compagnia delle donne.

Questo è stato un matrimonio organizzato e orchestrato da ingegneri, non da avvocati, e progettato per essere uno show. Eccoci arrivati alle letture, seguendo la funzione, ma per la gioia di tutti e forse per infondere tensione alla maggioranza dei partecipanti, la prima lettura veniva da Winnie the Pooh, recitata da tre dolcissimi bambini, e il messaggio? “Due è meglio di uno”.

Fortunatamente, per quelli di noi di minore ispirazione ecclesiastica, l’elemento religioso è stato mantenuto a un livello sufficiente per rassicurare Dio delle buone intenzioni di tutti i presenti, senza raggiungere le altezze religiose di alcune cerimonie meno innovative.

Scambiati voti e anelli, con gesti perfetti guidati dal sacerdote, è arrivato il bacio celebrativo, un po’ più lascivo, tanto da fare una certa invidia alla congregazione.

La “coppia felice”, seguita dalle due tribù di tifosi, i suoi di lei dall’ala sinistra e quelli dello sposo dall’ala destra, ha lasciato la cappella nella pioggerellina del tardo pomeriggio per scattare un numero di foto adeguato a giustificare la parcella del fotografo. Quando gli autobus, intelligentemente organizzati prevedendo una moderata ebbrezza, sono arrivati alla location del ricevimento, curiosamente annidata tra le bestie del Taronga Park Zoo, era troppo tardi perché la sposa potesse dare il bacio della buonanotte alla giraffa.

Tuttavia i guardiani dello zoo, riconoscendo l’importanza e la delizia di una notte di matrimonio australiano, sono arrivati, uno cullando un coccodrillino, con la bocca aperta pronta a ingollare, e l’altro intrecciato a un ben più che amichevole serpente. Mi pareva che l’avessero fatto altre volte.

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