Vittorio Livi: se lo incontri non puoi dimenticarlo

La prima volta che ho incontrato Vittorio Livi mi sembrava uscito da un racconto di Fellini: i suoi lunghi capelli ricci, la sua parlata e il suo buon umore sono quelli che ci si aspetta di trovare nei romagnoli.

Quando ero piccola eravamo tutti incantati dalle persone di quest’area a cavallo fra Pesaro e Cesena dove sembrava che il sorriso non tramontasse mai e che la vita fosse tutta un fluire di “liscio”.

Vittorio viene da Pesaro e l’amore per le sue radici gli ha permesso di innovare e di essere un pioniere internazionale ma di portare ricchezza alla sua comunità. E' nato a Tavullia e li ha ancora la sede della sua impresa FIAM, mentre la sua casa è a pochi chilometri in una splendida villa-Museo del Vetro a Pesaro.

Abbiamo un caro amico in comune, il conte Nani, e quando volevamo fare qualcosa per le piccole imprese (ma non sapevamo ancora cosa), è riuscito a trovare del tempo per partecipare ad un nostro convegno e raccontarci la sua esperienza umana e di imprenditore. Un fiume in piena! Allora non concludemmo nulla ma ognuno di noi è uscito con emozioni positive e con l’idea di “non arrendersi alla mediocrità, puntare al bello”.

Aveva deciso sin da bambino di voler fare qualcosa di bello, lo aveva detto al padre, ed ancora non è contento di quello che ha raggiunto. Vittorio mi fa venire in mente la poesia di Hikmet:

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

Come ogni anno lo vado a trovare allo stand della Fiam al Salone del Mobile di Milano. Questa volta riconosco la sua area da lontano: due grandi sculture di Helidon Xhixha segnano l’entrata. La nuova collezione di arredi in vetro è stata realizzata con questo grande artista albanese. Mi lascia senza parole la sua bellezza e semplice ricercatezza.

Riconosco i suoi capelli e mi avvicino per salutarlo. Sempre sorridente e pronto ad offrirmi un caffè e a dedicarmi parte del suo tempo. Non sono un compratore, non sono un designer eppure riesce a trovare uno spazio per raccontarmi di come ha incontrato Helidon Xhixha ed ha iniziato questa collaborazione da cui è già nata una amicizia. Poi mi presenta la sua agente per una intervista.

Vittorio sorprende e “va oltre” sempre in anticipo rispetto ai tempi ma sempre al punto giusto per realizzare le sue visioni. La sua prima impresa nel vetro la fonda a 17 anni (allora si diventava maggiorenni a 21) e ha bisogno delle firme di altri per iniziare.

Ma presto inizia a camminare da solo e a sperimentare qualcosa di unico: arredamenti totalmente in vetro curvato.

Tutto parte da uno sgabello e da un giornalista che lo fotografa mentre cercava di dimostrare la resistenza del vetro curvato stando in piedi e facendo una “prova di carico”. La foto finisce diventa virale e Vittorio capisce la potenza di quello che stava creando.

Da allora non ha ancora smesso di stupire giornalisti e pubblico.

Gli anni erano giusti e il mercato tirava. Molti sono diventati imprenditori ma molti si sono anche bruciati presto. Quando si “vende facilmente” si rischia di smettere di innovare e di perdere il desiderio di crescere in qualità. L’ubriacatura delle produzioni di massa ha rovinato alcuni imprenditori.

Ma il caso della Fiam è diverso e dei quasi 50 anni di collaborazione con grandi designer e artisti internazionali lo dimostra.

Nel caso di Vittorio, l’innovazione supera i confini della sua azienda e arriva nella comunità. Sin dagli anni ’70 fonda una società in USA per far conoscere i marchi industriali italiani e aprire le nostre imprese ai mercati internazionali. Nuovi mercati, nuovi stimoli e nuove opportunità. Allo stesso tempo capisce l’importanza di creare una vetrina di alto valore in Italia e con Fla Eventi si impegna nella più importante fiera del design internazionale: il Salone del Mobile di Milano.

 

Se il Made in Italy è riuscito ad affermarsi all’esterno nell’arredamento e nel lifestyle è grazie a personalità come quella di Vittorio, un inarrestabile ottimista che guida la sua impresa e la sua vita sotto la bandiera della creatività, dell’amore per il bello, della famiglia e della comunità in cui è nato.

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Il destino jazz di Lord Nelson

Lord Nelson viene ricordato in molte città non tanto per le sue doti militari ma per il nome che dà a locali e alberghi.
Nella città vecchia di Stoccolma con i suoi vicoli stretti e uno stile di vita ‘jazz’, due dei più famosi vecchi alberghi sono il Lord Nelson e il Lady Hamilton, non troppo distanti e probabilmente più vicino di quanto lo sono stati per 210 anni, dalla sfortunata morte di Horatio Nelson nella battaglia di Trafalgar.
Lo stesso Nelson è ricordato molto più, dalla Colonna di Nelson nella piazza dal nome appropriato di Trafalgar Square al famoso 'pub' Lord Nelson a Woollahra in Sydney, dove per molti anni la strada antistante era inondata dai bevitori che si godevano un grande jazz.
Il più nobile Lord Horatio Nelson, visconte e Barone Nelson, del Nilo e di Burnham Thorpe nella Contea di Norfolk, Barone Nelson del Nilo e di Hilborough in detta Contea, Cavaliere del più prestigioso 'Order of the Bath, vice ammiraglio della Squadrone Bianco della flotta, comandante in capo delle navi e imbarcazioni di Sua Maestà nel Mediterraneo, duca di Bronte nel Regno di Sicilia, Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine siciliano di San Ferdinando e del Merito, membro dell'Ordine Ottomano Crescent, Cavaliere di Gran Commendatore dell'Ordine di San Gioacchino, è nato in questo giorno, 29 settembre, 1758.

Il suo ricordo, forse il più grande ammiraglio navale per gli inglesi, è accompagnato da alcuni eventi curiosi nella sua ammirevole vita. La sua storia d'amore con la splendida e vivace Emma Hamilton, Lady Hamilton, il ménage à trois che coinvolge il marito rimbambito, Lord Hamilton, che andava da Napoli a Londra, non ha affievolito la sua fama con gli inglesi.
Per i meno rispettosi, alcune le sue ultime parole, dopo essere stato colpito nel punto cruciale della battaglia di Trafalgar, hanno l'immortalità. Il vero significato dietro 'Baciami Hardy' è sconosciuto.
Un grande stratega militare, un amante senza vergogna, e un uomo per il suo re e il suo paese, adorato dai marinai della Royal Navy, rispettato da alleati e nemici, Horatio Nelson. A Sydney lo festeggiamo ancora con birra e musica!
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Stella il cane adottato dai bimbi a Paliano
Stella il cane adottato dai bimbi a Paliano

Eravamo nella piazzetta di Paliano, un paese immerso nella Ciociaria e c'era questa grande palla di pelo bianca e nera che girava per le vie, fra la gente.
Non era un cane, era parte di quella gente: nessuno al suo passaggio sobbalzava, né tanto meno la schivava, anzi tutti le rivolgevano un saluto come si fa con un vicino.
Stavamo guardando Stella - così si chiama - entrare indisturbata in chiesa, quando un signore ci raccontò la sua storia: abbandonata, le insegnanti della scuola del paese decisero di adottarla.
Da allora Stella è diventata un personaggio di Paliano e tutti si sono abituati a lei, anche perché ha saputo ricambiare la fiducia. Ricordate Nana, il cane-bambinaia di Peter Pan?
Ecco, Stella ne è un esempio. Ogni mattina accompagna i bambini all'entrata di scuola e li aspetta all'uscita. La verità è che Stella non è un cane speciale, fuori dal comune, straordinario. Ogni cane è fedele, riconoscente, buono, qualunque cane farebbe le feste a chi gli dà una carezza o gli rivolge uno sguardo gentile.
Ad essere eccezionale è la mentalità della comunità che l'ha accolta, curata, rispettata, protetta. L'immagine ritratta in questa foto ha cristallizzato un altissimo momento di umanità.
I ragazzi stavano disponendo le sedie per la manifestazione musicale in piazza e Stella dormiva esattamente in mezzo. Nessuno si è sognato di scacciarla via, ma le sedie sono state posizionate intorno a lei per non disturbarla.
La comunità si è adattata al cane, non viceversa.

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Segni, un’antica città ciclopica del Lazio

Sparse in posizioni strategiche fra le colline del Lazio, con ampie visuali sui pendii più bassi e le pianure fino al mare, ci sono città che risalgono a oltre 3000 anni, con solide prove archeologiche di una continua ‘occupazione’ fino a questo giorno. Una di queste città è la ‘ciclopica Segni’.

Ciò che sorprende è che Segni, come la maggior parte delle altre città ciclopiche relativamente vicine, non sono mai state seriamente esplorate e scavate, probabilmente a causa dell'occupazione continua, a differenza del Foro di Roma o di Atene.

Un Venerdì pomeriggio, poco prima del tramonto all’inizio dell’autunno, siamo andati a trovare degli amici nella ciclopica Segni da Colleferro, una città creata per la guerra e lo spazio. Segni è un paese indaffarato e densamente abitato e la città vecchia sorge sull'acropoli. Abbiamo parcheggiato all'ingresso del centro storico proprio sotto la cattedrale.

È una struttura davvero notevole, con un marmo maculato unico e una vetrata relativamente moderna. La cattedrale si è andata gradualmente riempiendo di vecchie signore della città, quindi siamo usciti tranquillamente e abbiamo notato che le scale dell'ingresso formano un angolo con la pianta della chiesa.

Le strade ei vicoli (Vicoli) sono tutti pavimentati con ciottoli romani che, sotto la pioggia della prima serata, sono apparsi come un mare nero in un vento leggero, i picchi e le depressioni del mare a casaccio che scorrevano sotto i nostri piedi.

Mi sono ricordato dei miei anni più giovani a Sydney, dove uno dei locali dove preferivo mangiare era Il Vicolo sotto China Town, e ho capito che il nome era adeguato al vicolo in cui si trovava.

Molti degli edifici, tutti in pietra, sono costruiti in stile romano con piccole pietre quadrate. Alcuni edifici mostrano elementi architettonici e decorazioni, ma la maggior parte sembrano utilitaristiche. Certo, le strade strette sembrano anteriori all'epoca romana e si adagiano su tutta la collina.

Sono venuto a una conclusione sulla Fiat Panda, quando ci siamo spostati da un lato per lasciarla passare e la ho osservata navigare tra le pareti a pochi centimetri dal muro, che il design di questa vettura deve aver certamente incluso un periodo di prova nelle strade di Segni.

Arrivare a piedi sulla cima dell'acropoli ha richiesto molti giri e la navigazione in numerose vie corte fino a quando siamo usciti allo scoperto. Sulla nostra destra si domina Gavignano dopo un lungo cammino sotto le colline boscose. Spostandosi di un'altra cinquantina di metri lungo il percorso ci viene mostrato alla nostra sinistra un breve tratto delle mura ciclopiche di Segni, tutta la lunghezza è di circa 5 chilometri, che marciano sul fianco della collina.

Sì, le tutte le rocce pesano diverse tonnellate. Sì, sono scolpite anche se più o meno ed inserirsi in una matrice densa ed equilibrata.

E no, non sarebbe stato un compito facile per 100 manovali costruirle in una vita. Si prega di venire e decidere da soli come queste mura ciclopiche di Segni sono state costruite più di 3000 anni fa.

Il nostro ospite, Bruno Sopino, è un chimico in pensione e un artista espressionista. Lui e sua moglie Manuela, sono fuggiti da Colleferro per stare vicino alle antiche mura di Segni. La loro casa nascosta, nella città vecchia, sale rapidamente dalla strada su vari livelli per finire in un secondo appartamento apparentemente proprio sopra la loro casa. Come altri artisti appassionati, l’amore per il suo lavoro gli impedisce di essere commerciale.

Le pareti ei mobili sono tutte coperte con dipinti di Bruno, di Ferrari, e di due amici artisti che incontreremo un altro giorno. E da qualche acquisto occasionale nei mercatini di paese.

La maggior parte delle sue opere sono accatastate accanto, in cima o sotto i mobili. Lui ha uno stile personale che è ultra-espressionista, e il suo approccio alla natura morta e alle 'belle donne' catturano lo spettatore.

Tra le sue numerose opere nella camera da letto principale c’è un piccolo documento incorniciato, quattro brevetti di Bruno del 1980 per l'invenzione di una nuova resina epossidica a bassa viscosità, un risultato di cui è giustamente orgoglioso.

Ora il suo orgoglio torna alla creazione artistica e alla musica che riempiono il suo cuore.

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Un Genio dell’arte nascosto a Segni

Vi ricordate le immagini dei Geni? Formosi, calvi, visi tondi e vestiti con abiti larghi. Se è così, ascoltate la mia storia.

Mentre guidate lungo la strada tortuosa che da Colleferro (a sud di Roma) porta a Segni, una delle città ciclopiche, avvicinandosi al paese, dall’altra parte di una piccola valle, si può vedere una vecchia terrazza in una casa in pietra proprio sotto le mura della città.

Una volta che si entra in città, si trova una intersezione a 'Y' dove si deve guidare con attenzione lungo la strada brecciata per arrivare a queste case con terrazza. Solo una parte è occupata mentre le altre sono in uno stato di abbandono o forse in riparazione. Siete alla ricerca di un uomo particolare che occupa questa terrazza.

La piccola porta d'ingresso è adeguatamente sotto il livello del suolo con 4 gradini di una scala in acciaio. I vostri sforzi per attirare l'attenzione si notano e, dopo una breve attesa, il Genio appare sulla porta. Il suo nome è Emanuele Bandu.

E' apparso da un altro mondo artistico. E’ il migliore copista di quadri, un riproduttore di capolavori antichi La sua caverna è meno stimolante di una soffitta parigina, ma le pareti sono piene di bozzetti e dipinti apparentemente di grandi maestri. Si tratta di uno studio di un maestro?

L'immagine del Genio non ispira a tale conclusione ma, come nel corso della storia, le prime impressioni sono spesso illusioni. Intorno, le pareti sono piene di carte e di buste con immagini di grandi opere mentre lo spazio rimanente contiene cataloghi e libri d'arte. È interessante notare che le pareti contengono anche immagini di alcuni dei più famosi compositori: Beethoven, Mozart, Haydn. Una busta contiene le immagini della maggior parte dei grandi dipinti di cavalli, altri sono tributi a Rubens.

Il Genio dell'arte espone alcune delle sue creazioni e capiamo che il suo lavoro non comprende creazioni di nuova arte ma, proprio come l'arte della pittura di icone, questo genio crea repliche esatte delle opere dei grandi artisti, in particolare del Rinascimento. Eppure, mentre ammiriamo la sua ricreazione di una grande opera di Rubens, notiamo che Rubens è stato rivisitato con un collage di nuove immagini 'rubenesque'.

Emanuele è nato in Romania, ed era un monarchico in un regime comunista. Fuggì in Italia e visse in strada fino a quando qualcuno, riconoscendo il suo grande talento artistico, lo spinge a diventare un copista di quadri, un ispirato riproduttore di capolavori antichi. Ma Emanuele non è un tecnico, è una enciclopedia vivente in questa città ciclopica.

La sua conoscenza e la comprensione degli artisti d'Europa è da capogiro. E non conosce ad occhi chiusi solo i soggetti di un'opera di Rubens, ma tutti i minuti dati personali e tecnici di sua creazione che vengono a cascata dal cervello di questo genio.

Non è solo l’arte pittorica che ha catturato il genio di Emanuele. Può fischiettare oltre un migliaio di opere classiche e raccontare con precisione dati su ogni minima opera e confrontare i grandi compositori, come una digressione.

Non ci si imbatte per caso in Emanuele. Ma se avete il desiderio di un Rubens, Ghirlandaio, Tiziano o uno qualsiasi dei grandi maestri (e vi mancano i necessari € 50 Milioni) forse potete trovare la bottiglia del genio dell’arte tra le sabbie mobili sotto le rocce ciclopiche di Segni.

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Una classe di ferro: W LA FURLAN

Ieri notte mi arriva questa strana fotografia via FB: quattro signori su un campo da tennis con una coppa e un foglio con scritto “W la Furlan”.

Aurelia Furlan era mia nonna ed era la maestra di Luigi Malluzzo, il vincitore del torneo svoltosi in Calabria.

Ma come siamo arrivati a questo? Mia nonna diceva “chi semina vento raccoglie tempesta” ed evidentemente lei ha seminato amore fra i bambini che cresceva a scuola.

Dopo 50 anni alcuni di questi “bambini-attempati” fanno una rimpatriata arrivando da ogni parte d’Italia per ricordare la loro maestra delle elementari e scoprono che gli anni non hanno intaccato i loro ricordi e la passione per la loro maestra. Decidono di fare un gruppo e di continuare a vedersi più spesso.

Uno di loro, Bruno Sopino, decide di scrivere un libro sulla storia del suo paese e mi contatta per avere dei dettagli sulla vita di mia nonna. Ne resto sorpresa, ma la vita è una piacevole sorpresa quando è il cuore a guidare la partita.

Mia nonna veniva dal Friuli. Precisamente da Sacile splendidamente adagiato sul Livenza e allora importante centro strategico di confine a cavallo delle due guerre. C’erano teatri, una vita frenetica e si respirava l’aria della Belle Epoque. Mia nonna era alta e felice di essere emancipata: lavorava, si guadagnava da vivere ed era indipendente: prima come segretaria di una associazione di ingegneri eppoi come maestra.

Mio nonno si innamora di lei e la vuole con se al centro Italia dove si era trasferito dal Veneto per opportunità di lavoro. Lei aveva superato i 30 anni e la mamma iniziava a preoccuparsi che non si sarebbe maritata, anche se era bellissima e aveva una schiera di corteggiatori (molti dei quali si erano arresi alla voglia di indipendenza di mia nonna ma non Giuseppe Furlan).

Il giorno che Aurelia prese il treno per venire nel Lazio disse a sua madre: “se non lo trovo alla stazione ad aspettarmi torno su e non mi sposo!”. Ma mio nonno era alla stazione e tutti e due iniziarono una vita insieme a Colleferro.

Per ottenere il trasferimento come maestra delle elementari da Sacile a Colleferro mia nonna accettò di essere istruttrice di ginnastica durante il sabato fascista. Tutti i bambini e i ragazzi dovevano andare allo stadio a fare ginnastica sotto la guida di una maestra. Mi dicono che lo stadio era gremito e che molti uomini accompagnavano i figli per vedere le gambe di mia nonna che insegnava ginnastica in pantaloncini.

Ci sono molte cose che potrei raccontare ma forse quella che più mi lega a lei è la parlata veneta-friulana. Non la aveva mai persa e a casa si parlava rigorosamente in dialetto e vi erano sempre “piccoli scontri dialettici” fra friulano e veneto. Fuori del cancello l’italiano, dentro le mura il veneto. Il venerdì la polenta gialla con il baccalà e la domenica “poenta bianca e osei”.

Eppoi mi ritornano in mente le lagrime quando andavamo al nord a trovare il resto della famiglia. Lagrime che iniziavano a sgorgare appena superato il Po, quando ci fermavamo a Rovigo per mangiare quello che per loro era il “vero pane” mentre per me era un pane inconsistente. E i miei cugini mi chiamavano “pagnotta” perché domandavo loro se conoscevano il pane che avevamo a Roma e che mi pareva decisamente più gustoso.

Trovare questo gruppo di amici che espone con orgoglio “W la Furlan” mi ha commosso e li ringrazio di avermi cercata. E devo dire che mia nonna aveva ragione a non seminare tempesta.

Quando si semina amore prima o poi si raccoglie gioia.

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conviviotalia

Due persone si incontrano in un “convivio”, un pranzo fra amici e fra le delizie della tavola scoprono di avere in comune un profondo amore per la cultura, il loro territorio e la figura dell’imprenditore.

Marco Zamboni e Michelangelo Muraro sono i due amici e la loro idea è che le tre cose sono fortemente connesse. Lo sviluppo e la sostenibilità passano attraverso una rilettura dei territori, con la lente della cultura e delle tradizioni, per immaginare nuove imprese e dare un vantaggio competitivo a quelle esistenti.

Si accorgono, poi, che questi concetti così semplici in realtà non sono comuni. Ci sono migliaia di associazioni, iniziative e idee ma manca un momento di dialogo e di incontro fra operatori spesso molto diversi fra loro. Non ci pensano molto e, dopo pochi giorni, nasce l’associazione Convivio Italia che vuole essere questo momento di incontro: una rete fra cultura e impresa che opera come “attivatore di sinapsi” attraverso “cene conviviali”.

Ovviamente dove si attivano meglio le idee e le connessioni? A tavola, in un “convivio”. “I migliori affari si fanno a tavola" diceva Oscar Wilde, ed è qui che si concordano e si smussano le decisioni più spigolose.

Le cene e gli incontri dell’associazione sono organizzati in luoghi incantati come le famosissime Ville Venete, così belle ma anche così poco valorizzate. In queste serate si gode di buona musica, buon cibo e nei tavoli si incontrano persone interessanti tutte pronte a cercare opportunità di affari.

Si potrebbe obiettare che la formula non è nuova, il Rotary o i Lions già sperimentano con successo da anni “incontri conviviali” molto diffusi nel mondo anglosassone, eppure la differenza è notevole. Il desiderio di aprire nuove iniziative è sempre legato alla valorizzazione del territorio e della cultura. Il business segue una etica sostenibile e il sogno di valorizzare le radici storiche come un modo per aumentare la competitività in un mercato globale.

E proprio per sottolineare la non concorrenza delle associazioni ma, anzi, la loro sinergia, “Convivio-sinapsi” assieme al Rotary organizza il premio ConvivioItalia alle idee di imprese. Le premiazioni sono all’interno del convegno-convivio “La Villa Veneta, modello e seme di cultura e impresa”.

I premi di questo concorso sono delle Bosse Buffone donate da Energitismo Italia, una associazione che internazionalizza imprenditori, artigiani e territori raccontando le loro storie. La Bossa Buffona incarna proprio l’esempio di come si può creare un legame fra passato e futuro. Si tratta di una caraffa “bucata” da cui sembra impossibile riuscire a bere e per questo gli amici vengono sfidati alla prova. Veniva usata nei matrimoni e nelle cene goliardiche eppoi era caduta nell’oblio. Riproposta e riattualizzata in alcune cene da Energitismo, ha suscitato molta attenzione e divertimento.

E poiché i romani dicevano che "Prima di conoscere bene una persona, ci devi mangiare un chilo di sale", bisogna che Convivio Italia organizzi molte altre cene per far nascere agli imprenditori italiani la voglia di cooperare (qualcosa per cui il nostro paese non è molto rinomato!).

Ad majora!

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Mostra “Lapidi di strada”

“Lapidi di Strada - Tutti dormono sulla Collina” è il titolo della mostra di fotografie di Simeone Ricci che raccoglie immagini di epitaffi lungo le strade italiane. La mostra si trova all'interno della II edizione “ARTE a KM 0” a Corviale (Roma) ed è uno studio sulle lapidi poste lungo le strade italiane e che testimoniano i tanti incidenti stradali.

Inizialmente questo lavoro era nato per una campagna sulla sicurezza stradale ma la profondità di quello che Simeone Ricci ha trovato lo ha convinto ad approfondire la ricerca. Queste lapidi sono state poste dai familiari delle vittime di incidenti a memoria di quanto accaduto ai loro cari.

“La prima volta che ne ho fotografata una pensavo di trovare frasi di morte. Sono stato abbagliato da quella lapide, in apparenza fredda e gelata, un apparente simbolo di morte e di perdita di affetti. E invece dietro ho percepito un mondo infinito. Più mi avvicinavo e più mi rendevo conto che non c’era solo lutto e dolore, ma una voglia disperata di vivere”.

La ricchezza dei versi ricorda da una parte gli epitaffi lasciati dagli antichi romani lungo la via Appia e dall’altra i testi dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Un abbraccio fra continenti ed epoche che riassume la vita di questo fotografo romano che ha trascorso molti anni negli Stati Uniti.

“Ho vissuto molti anni a New York, senza avere mai posseduto un’automobile, poiché risiedevo a Manhattan, dove quasi nessuno ne possiede una. Ricominciai cosi, a guidare al mio ritorno a Roma. Mentre guidavo notai che le nostre strade erano disseminate da queste lapidi. Spesso mentre le notavo, qualcuno mi tagliava la strada, non rispettava le precedenze, non segnalava un cambio corsia o parlava al telefono guidando. Cosi per curiosità ma credo più per una forma di attrazione, un giorno, dopo aver accompagnato i miei ragazzi a scuola, mi fermai davanti ad una di esse. Ci passavo ogni giorno.

Una sete di vivere.

Quindi non il semplice desiderio di poter resuscitare qualcuno caro, un parente, un fratello, un amico, ormai perso per sempre. Non c’era un vero rimpianto del passato che non c’è più. Ma c’era la vita che va incessantemente avanti. La vita legata a quell’attimo preciso, impercettibile, ma oramai facente parte di un passato.

C’era il presente, ma c’era soprattutto il futuro.

Ma c’erano anche una tragedia di sui si parla solo quando si vuole. Di forme di fatalismo e immortalità legate alla nostra cultura cattolica, d’irrazionalità e sfida del pericolo, di voglia di sballo, di strafare. Mi sono accorto che la maggioranza delle lapidi erano di ragazzi/e sotto i 30 anni.

Per questo ho pensato a Spoon River e non ho più smesso di fotografarle. Volevo esprimere i colori, la loro esplosione di vitalità, celata dietro la superficie lugubre e tetra. Non il dolore, ma la gioia che la vita va avanti, a prescindere e nonostante tutto. Ho voluto testimoniare alle persone, ma soprattutto ai ragazzi, che quando ci mettiamo alla guida di una macchina, di una moto, un motorino siamo potenzialmente al volante di una possibile arma letale. Quando invece dovremmo essere alla guida di una “macchina” di vita, ma ancor più di libertà.”

Le fotografie della mostra sono state proiettate durante le rappresentazioni teatrali di “Il Vetro e l’Anima”, liberamente tratto dal racconto ”120!140!160!” del libro ” Mandami a dire“ di Pino Roveredo.

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