Scoprire Archimede a Siracusa

Ricordiamo le grandi menti dell'antichità greca per la loro matematica e la loro filosofia. Archimede è uno degli ultimi di quel periodo e, come molti delle figure precedenti, anche la sua vita è stata legata dalla guerra.

L’effetto dei conflitti è quello di dirottare i progetti dei matematici puri di mente verso l'ingegneria per aiutare la macchina della guerra. In realtà guardando avanti, non è così difficile vedere paralleli tra le vite dei grandi inventori, Archimede, Galileo e Leonardo. Ognuno ha lasciato una ricchezza di invenzioni che dovevano essere utilizzate, direttamente o indirettamente, per la guerra.

Archimede, un greco di Siracusa sulle coste meridionali della Sicilia, era un figlio della più potente città greca nel Mediterraneo e probabilmente 'di alto lignaggio'. Siracusa fu fondata circa 450 anni prima della sua nascita dai Greci di Corinto.

Tutte le invenzioni e le dimostrazioni matematiche di Archimede vengono da questa terra finché una spada romana lo immerse definitivamente nella storia, all'età di 75 anni. Archimede ha lasciato poche prove dirette della sua grandezza ma è stato raccontato dagli storici dell'epoca.

Qual è stata la sua grandezza?

Archimede si trova in cima alla piramide dei più grandi matematici di tutti i tempi. A quanto pare ha studiato ad Alessandria dove ha mantenuto continue relazioni, inviando ai suoi nuovi amici nuove soluzioni matematiche e alcuni trucchi per testare la non-così onesti tra di loro. Credeva che la sua opera migliore fosse la scoperta della connessione matematica tra un cilindro circoscritto su una sfera e, a quanto pare, aveva dato istruzione che sulla sua tomba fossero scolpiti questi elementi geometrici.

Ma lo riconosciamo anche per la matematica dei numeri, ora chiamati irrazionali, come la radice quadrata di 3 e π. Archimede è quindi legato all'invenzione del calcolo circa 15 secoli dopo. Eppure, per molti secoli la sua matematica non è stata utilizzata.

Archimede è conosciuto tra gli studenti di tutto il mondo per una sola parola: "Eureka", in greco "ho trovato" quando si racconta che sia saltato fuori dalla sua vasca da bagno e correva nudo per le strade raccontando come determinare la purezza dell'oro misurando il volume di acqua spiazzato.

Ma sua immortalità è arrivata con la scoperta del principio di Archimede. Le invenzioni legate alla progettazione e all’ingegneria sono ancora riconosciute e ricostruite per ricordare la sua brillantezza.

Percorso di conoscenza al Tecnoparco Archimede

Di fronte al Teatro Greco di Siracusa, in cui ogni anno a maggio vengono rappresentate le tragedie, c’è un altrettanto famoso memoriale delle grandezze del passato: il Tecnoparco Archimede , Parco Museo di Archimede.

Si possono trovare accurate ricostruzioni dell'ingegneria e delle macchine da guerra di Archimede storicamente ricavate da antichi documenti. Perché era la guerra che ha monopolizzato la sua attenzione nei suoi ultimi anni, quando i Romani hanno incessantemente assediato Siracusa per tre anni dal 215 AC.

Ma prima di questo Archimede ha assicurato il futuro al settore inventando la vite di Archimede, ancora oggi utilizzata nella prima fase di separazione della preziosa goccia dai gambi e dalle foglie, così come in ogni altro miscelatore.

Al Parco del Archimede, troverete questa vite e una selezione delle sue macchine più aggressive, l’Artiglio di Archimede, i riflettori solari (sia per la creazione di incendi a bordo delle navi o di accecando i romani che attaccavano) e una serie di balestre e di catapulte per scagliare grandi rocce in mare. Tutte queste armi letali dimostrano elegantemente la sua padronanza della matematica, fisica, meccanica e ingegneria dei materiali.

Girate nel parco e ammirate le sue gesta o sedetevi all'ombra di un albero, mentre ripensate al commento di Plutarco, il migliore biografo di Archimede:

'Archimede possedeva uno spirito così alto, un’anima così profonda, e tali tesori della conoscenza scientifica, che lui però queste invenzioni avevano ormai ottenuto la fama di più di saggio fra gli uomini, ma non si degnava di lasciare dietro di sé alcun commento e di scrivere su tali soggetti; ma, ripudiando come sordido e ignobili l'intero commercio di ingegneria, e di ogni genere di arte che si presta a mero uso e profitto, ha messo tutto il suo affetto e ambizione in quelle speculazioni più pure dove non ci può essere alcun riferimento alle esigenze volgari della vita'.

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Tante belle persone

In un pomeriggio autunnale, dopo l’annuale raccolta delle olive, con mia figlia Maria siamo andate a Zagarolo, un paese che conoscevo da sempre solo per la fermata del treno, dove un gruppo di belle persone aveva organizzato una due giorni di “resilienza” a Palazzo Rospigliosi.

Tutto attraverso i social network: amici in comune che si occupano di sostenibilità, amicizia digitale con qualcuno che fa commenti sagaci ai post, qualche messaggio e informazioni sugli eventi.

Francesco Neri, uno dei supporter, lo ho conosciuto in questo modo, una formazione tecnica in comune e il desiderio di utilizzare questa vita terrena per fare qualcosa di bello. Di armonico nel senso filosofico del termine.

Ero stanca, ma mia figlia era un po’ depressa e così ho deciso di andare a vedere Palazzo Rospigliosi (devo ammettere anche una certa attrazione verso il Museo del Giocattolo ospitato in una ala del magnifico palazzo).

Il paese ci appare incantevole, arroccato su una piccola collina come molti dei centri dell’area dei castelli romani. Nato attorno ad un palazzo di una delle tante famiglia papali con un viale di accesso diventato nel tempo il principale corso del paese con le botteghe ai suoi lati. Palazzo e paese vivono in simbiosi e i loro destini sono fatalmente intrecciati anche se non più su un piano di sudditanza. Ti aspetti di incontrare Alberto Sordi vestito da Marchese del Grillo con la sua aria scanzonata sul ruolo delle piccole persone nel mondo: “perché io so’ io e voi nun siete un caz..!”.

Palazzo Rospigliosi è stupendo, restaurato da poco e destinato ad usi civici. Dal modo in cui è descritto nei documenti ufficiali mi sembra sia diventato un bene comune della città. Mi sorprende l’amore che trapela dalle fredde descrizioni dei depliant e mi ricordo della canzone di Paolo Conte sui testi dell’avvocato divorzista “sono parole d’amore scritte a macchina, baby, baby, van tanto bene per me...”.

Entriamo e troviamo tantissimi giovani di età fra i 30 e i 40 che si sono “reinventati” una vita. Molti di loro hanno studiato e sono stati sorpresi dalla crisi nel loro percorso programmato. Potevano lasciare il paese, potevano seguire i cortei dei politici di turno o assecondare i messaggi televisivi ma hanno scelto l’amore. Hanno iniziato a pensare che se questo mondo è così squilibrato prima o poi si arriverà a un collasso e si dovrà ripartire. Come? In modo armonico e sostenibile.

Questa è la resilienza, un fenomeno noto a chi studia fisica come la capacità di un materiale di assorbire un cambiamento e di adattarsi in modo positivo e originale.

Festival della Resilienza

Arrivate nel cortile interno siamo subito salite al primo piano iniziando a chiacchierare. Ci sembravano tutti sorridenti e felici di quello che stavano facendo. Da una parte volevo conoscere le loro storie per il nostro blog Energitismo, dall’altra per far vedere a Maria come ci sono tante belle persone talvolta non sulla ribalta internazionale o sulle riviste patinate ma che meritano di essere ascoltate. E magari ci possono dare il coraggio di fare le nostre scelte apparentemente più difficili.

Natascia Di Mora lavora a ferri e collabora con artiste della ceramica realizzando gonne spiritose, pensa di lasciare la capitale e di venire a vivere in provincia, più a dimensione umana.

Sofia Modena ha un loro laboratorio di tessitura a mano, vive a Zagarolo ed è arrivata ad elaborare tessuti complessi utilizzando solo fibre naturali. Mi viene voglia di toccare tutte le sue creazioni. I suoi telai vengono da Treviso ed è interessata a riavviare la bachicultura nel Lazio piantando alberi di gelso. E qui tutto si ricollega divinamente a quello che Daniela e Gianpiero Zonta hanno riavviato in Veneto con la rinascita della Via della Seta e il sostegno al CREA di Padova.

“Artigianato e conoscenza scientifica sono il perfetto connubio, il futuro del nostro pianeta.”

Un giovane intento a creare una spilla con fili di ottone e rame ci invita ad entrare nel suo mondo. Cristian Romei vive a Rocca di Papa e da 12 anni è orgoglioso di essere un fabbro a confine fra arte e artigianato. Il suo sorriso strega e non si può far a meno di ascoltare tutte le sue sperimentazioni con diversi materiali. Unisce ferro battuto e PVC lavorato e plasmato a caldo con la fiamma: sembra un abbinamento improbabile ma il risultato è sorprendente.

Ma forse Daniele Dell’Orco è quello che resterà di più impresso a mia figlia, e non solo per lo squisito cioccolato che produce “a freddo” nel paesino semi-sconosciuto di Labico. Ci fermiamo per assaggiare tutti i diversi tipi di cioccolato che produce e, con la voce roca dalle troppe parole dette negli ultimi giorni, è felice di spiegare cosa fa e di parlare di se.

Daniele è diventato vegetariano a 7 anni dopo aver visto maltrattare un animale. A 17 diventa vegano. Ha una laurea, un master in Olanda e un Dottorato in Antropologia Culturale a cui manca la tesi. Ed ora ha aperto una piccola attività di cioccolato e una associazione di una quarantina di operatori come lui che fanno fiere ed eventi dove sanno di poter essere apprezzati.

Lo lasciamo per andare ad assaggiare un dolce dal forno vegano di Olevano e sentiamo che ricomincia a raccontare del cacao criollo (lo stesso nome della razza di cavalli) e di come si esaltino le sue proprietà con la preparazione a bassa temperatura. Tanto non lo perderemo… il suo cioccolato è troppo buono e ha tante storie da raccontare per il nostro blog.

La crisi economica mi sembra stia facendo venire a galla molte opportunità e tante belle persone che dovrebbero diventare un esempio ed un faro guida per le generazioni più giovani.

Siamo uscite felici di aver incontrato persone speciali, che il comune di Zagarolo usi Palazzo Rospigliosi per promuovere queste belle persone e un mercato domenicale di prodotti bio locali e, forse, anche per l’olio nuovo della mattina. Alla fine la vita è bella per chi ha gli occhi per vederla.

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Passeggiando nella storia di Anagni

Per fare una gita panoramica, si può arrivare nell'antica Anagni da Roma lungo la via Casilina passando per Colleferro e poi seguendo le indicazioni. A piedi nella storia di Anagni significa camminare a ritroso nel tempo.

Si inizia da Porta Romana (o, più precisamente Porta Cerere), dove si attraversa la porta cercando di decifrare la citazione, e si inizia il nostro percorso nella storia di Anagni a piedi.

Per noi è stata una bella domenica mattina autunnale, ancora senza freddo, quando abbiamo iniziato lungo la strada principale di Via Vittorio Emanuele (come spesso vengono chiamate queste vie in Italia). Appena la strada si restringe, il sole scompare e vaghiamo nell’ombra.

Gli edifici in questa zona di Anagni sono del 17° secolo e molto eleganti. A destra e a sinistra abbastanza regolarmente si incontrano vicoli e rampe di scale poco profonde che salgono a sinistra e scendono a destra.

Guardiamo giù attraverso gli archi passanti tra i vecchi edifici e i vasi di fiori appesi, registrando l'ultimo scorcio di una passata estate, con in fondo un brillante cielo blu soleggiato.

Poco più avanti, a destra, si passa a Piazza Perfetti con il suo paradosso: un ristorante in stile americano su un lato e un ristorante storico artigianale La Ciociara, più di nostro gusto, sulla destra. Di tanto in tanto sulla sinistra si possono trovare interessanti laboratori e punti vendita di orgogliosi artigiani ciociari specializzati in gioielli, oggetti religiosi e ornamenti.

Usciamo dal modo ombreggiato ed entriamo in Piazza Cavour con i suoi giardini e la vista sulla valle del Sacco, su Sgurgola e, sopra tutti, sui monti Lepini.

Uscendo dalla zona assolata ci dirigiamo su per il pendio verso la città medievale passando, ma non in questa occasione, per 'Del Gallo' il più antico ristorante della città. Sulla sinistra ci sono le splendide arcate “più moderne” del Municipio che, curiosamente, non occupa una sua propria piazza. Su e giù in quasi ogni vicolo c'è una sorpresa: un giardino, un ristorante o una caratteristica architettonica.

Camminiamo lentamente per gustare le particolarità prima di entrare nel borgo medievale. Non lontano dalla piazza della cattedrale si trova Carlo Turri, un notevole artigiano di legno tarsiato il cui laboratorio merita una visita.

In questo giro di Anagni a piedi non ci sono reminiscenze della storia antica etrusca o romana di questa città. Eppure, in quel periodo gli imperatori romani avevano realizzato che, come sperimentiamo oggi, l'aria fresca di Anagni fa respirare salute. In seguito, dal X secolo, tutti i Papi che volevano sfuggire all'aria opprimente di Roma in estate come località più fresca sceglievano Anagni.

La cattedrale di Anagni, iniziata nel secolo XI in stile romanico sotto l'autorità del vescovo di Salerno, è di recente stata de-restaurata per recuperare quello stile originario che può essere concepito come il più lontano possibile dal barocco.

Gli affreschi rappresentano una eccellente arte bizantina e i pavimenti a mosaico prodotti dalla famiglia dei Cosmati sono originali del 13° secolo. Il campanile in piedi di fronte alla cattedrale ci ricorda la storia dei terremoti di queste montagne e infatti ogni suo livello è stretto da catene.

Ci viene ricordato che Anagni ha dato i natali a quattro papi nel finale del 13° secolo con Bonifacio VIII, che è stato oggetto della 'Schiaffo di Anagni', un record riportato da una citazione di Dante sopra Porta Cerere.

A riportarci ai giorni nostri, in un angolo della piazza del duomo troviamo due statue del famoso scultore italiano Tommaso Gismondi, la cui bottega è diventata il suo museo appena dietro una straordinaria porta scolpita.

Abbiamo passato diversi ristoranti specializzati in cucina ciociara nel nostro giro nella storia di Anagni a piedi e ora, tornando sui nostri passi fino ai giorni nostri, è il momento di sceglierne uno per pranzo.

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Bansky e Dismaland
Bansky e Dismaland

Se qualcuno pensa che con i sistemi di controllo e il “Grande Fratello” che ci osserva non possiamo più nascondere la nostra vita, allora deve conoscere la storia di Bansky e di Dismaland.

Chi è Bansky ? Anche il principe Carlo d’Inghilterra vorrebbe sapere quale volto (o volti?) si celano dietro quello che oggi è considerato uno dei più grandi street artist del mondo. E’ un artista di graffiti, un attivista politico, un regista e un pittore. Le sue opere sono abusive ma vengono contese in aste milionarie. Non male per un artista rivoluzionario!

E come raccontare quello che è successo in una amena località del Somerset, Weston-super-Mare, avviata al declino come molte altri paesi da quando Monarch e Rynair hanno reso accessibile a poche sterline i caldi paesi del Mediterraneo? Qualcuno dice che da bambino Bansky veniva proprio qui al mare sul canale di Bristol (sua presunta città natale).

Ai cittadini era stato raccontato che la piscina e l’area del Tropicana erano stati scelti da una società di Hollywood, presunta Atlas Entertainment, per girare il thriller Grey Fox. Cartelli in tutto il paese e lavori in corso per costruire quello che a tutti sembrava un set cinematografico.

Si vedeva emergere un castello dai teli che nascondevano i lavori e poco male se il castello non aveva colori accesi e brillanti, il film doveva essere un giallo e già il titolo incupiva un po’.

Tutto è stato finanziato dall’artista e i primi dubbi su quanto stava realmente avvenendo si sono avuti ai primi di agosto quando il suo agente è stato visto nella zona. La notizia si è sparsa nel web e i primi curiosi sono arrivati per cercare di capire cosa stesse accadendo.

Con sorpresa, dal 21 agosto al 27 settembre, ha aperto i battenti Dismaland, un parco di divertimenti “anti-Disney”. Critici d’arte e spettatori da tutto il mondo si sono precipitati a Weston-super-Mare nel Somerset per andare a vedere le installazioni di Bansky. Dieci sue nuove opere e altri 58 artisti coinvolti che fanno la parodia al consumismo e alla sdolcinatezza dei parchi a tema, una vera trappola per i genitori.

Un flusso di gente incredibile che pagava per “essere trattato con sufficienza e con poca grazia” da tutti gli addetti del parco, dalla Minnie incavolata all’arrivo al Gift Shop senza gift. Si passa per Cenerentole vittime di un incidente a Paperino con l’ISIS a giostre di cavalli gestite da macellai, per raccontarne solo alcune.

Dai conti della BBC ci sono stati 4.500 visitatori al giorno, 300.000 tweets, 86.000 foto su Instagram e il video su Youtube è stato visto da 2,6 milioni di persone. Ha cambiato l’economia del paese e ha creato 20 milioni di sterline di indotto.

Per chi lo segue c’era da aspettarsi qualcosa di unico e un forte messaggio contro il consumismo. Da sempre i messaggi di Bansky, che usi stencil, brani o documentari, ridicolizzano il sistema capitalistico e la guerra. I suoi disegni sul muro eretto da Israele e che lo separa dalla Palestina esprimono con una elegante denuncia tutta la violenza dell’isolamento. Quegli squarci di mari tropicali che emergono con forza dal grigio cemento sono più efficaci di mille testi di inutili parole di disappunto.

Avevo saputo di Bansky da un articolo che raccontava di come il Principe Carlo si fosse precipitato a vedere un murales quando gli avevano detto che avrebbe potuto incontrare Bansky. Poi ho capito che i sui disegni sono ripresi da migliaia di post su Fb in cui nessuno riportava l’autore dei disegni. Ora anche io faccio parte dei suoi seguaci. Ma spero che non riveli mai la sua identità e che non cada mai nelle trappole dello star system.

 

Vorrei continuare a sognare che qualcuno può “fottere” il sistema, uscire dai controlli ed essere libero. Qualcuno può andare nei musei più importanti del mondo e appendere le sue opere assieme a quelle già presenti. Passano giorni prima che qualcuno si accorga che nel Settecento non esistevano telefoni e maschere antigas e che forse quelle opere non sono originali.

Per chi volesse vedere gratuitamente qualcosa di Dismaland potrebbe andare a Calais dove le strutture saranno montate per costruire rifugi per i migranti accampati alla frontiera. Sul sito di Bansky il suo ironico ultimo messaggio riporta:
“Coming soon… Dismaland Calais, senza biglietti on line!”

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Il professore della mobilità elettrica, Fabio Massimo Frattale Mascioli

Fabio Massimo Frattale Mascioli: un nome così lungo per una persona alta e dallo sguardo profondamente disincantato.

Questo è quello che la vita ha dato a Fabio Massimo Frattale Mascioli, professore all’università Sapienza di Roma ma soprattutto fondatore di un gruppo di ricerca che 10 anni fa era pioniere nel settore della mobilità elettrica.

Con Fabio avevamo immaginato e fondato il centro di ricerca Pomos (POlo della MObilità Sostenibile della Regione Lazio) , un centro che doveva diventare il punto di riferimento per i piccoli produttori di veicoli elettrici. Eravamo antesignani e pochi riuscivano a capire quello che vedevamo.

Da subito tante piccole imprese iniziano a gravitare intorno alla sede/officina di Cisterna, ognuna offrendosi di prendere parte alla trasformazione del mondo e al passaggio dalle maleodoranti auto a “petrolio” alle inodori (ma non ancora profumate) auto elettriche.

Un tripudio di emozioni: i migliori cervelli e gli imprenditori più audaci iniziano a gravitare intorno al POMOS.

In realtà (e ora lo capiscono tutti), tutte le case automobilistiche progettavano e realizzavano auto elettriche ma facevano finta di non interessarsene per mantenere competitive quelle a combustione interna. Negli scantinati di ogni centro ricerca si pensava al futuro, ma gli uffici marketing non volevano parlare di questo. Altrimenti non si spiegherebbe come in breve tempo da qualche mese tutti i maggiori marchi di automobili siamo usciti con sfavillanti auto elettriche. Da ricercatori siamo sicuri che le auto non le porta la cicogna!

Fabio Massimo e il suo amico Leone Martellucci fondano la sezione “Pomos competizione sportive” e partecipano con i loro prototipi alle gare fra studenti universitari di tutto il mondo. Leone all’inizio non crede proprio al “full electric” ma la perseveranza di Fabio lo convince e oggi il team Pomos ancora gareggia nel mondo.

Sarebbe una storia di successo, un pioniere che vede riconosciuta la sua visione e rende competitive tante piccole imprese. Ma qualcosa va storto. In Regione si succedono assessori spenti e incapaci di vedere non oltre il domani ma “oltre i dieci minuti”, alcuni sono fermati dalla giustizia altri lo saranno dalla storia. Fabio deve prestare attenzione più ai formulari burocratici che alla ricerca e alcune imprese smettono di sognare in Italia.

La vera chicca è la partecipazione ad un bando del 2007 chiamato “Industria 2015” del Ministero dello Sviluppo Economico. L’idea originale era quella di scommettere su alcune idee imprenditoriali che avrebbero potuto rilanciare interi settori industriali. Fabio Massimo mette in piedi un gruppo di imprese, facciamo riunioni per amalgamare il gruppo e immaginare una nuova vettura sportiva tutti insieme.

Una macchina da far invidia alla Tesla, un’auto che ricordasse i tempi in cui Enzo Ferrari fondava la scuderia.
Le due maggiori protagoniste sono la Picchio di Teramo e la Rainbow SGW, una specializzata in piccole serie di auto e l’altra che realizza i sofisticati cartoni 3 D delle Winx.

Ho visto il risultato in anteprima: un sogno!

Peccato che al ministero abbiano appena assegnato i fondi per l’anticipo del progetto, che molte imprese hanno chiuso e che altre hanno abbandonato. Ma l’idea e il risultato erano validi e sono ancora attuali e si raggiungono grazie alla perseveranza di chi “non molla”. L’Italia non è più un pioniere nel mondo industriale ma alcuni spiriti restano quelli che hanno reso il nostro paese famoso nel mondo.

Fabio si è fatto crescere la barba, ha perso qualche chilo e cammina più lentamente ma dietro le sue parole disincantate i suoi occhi emettono la luce di chi sa che farà qualcosa di unico. La vita è una e va giocata fino in fondo!

Se volete partecipare al sogno di nuove imprese italiane nelle auto elettriche sportive andate al POMOS di Cisterna di Latina o contattate Fabio Massimo Frattale Mascioli all’università: potrete tornare a sognare.

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Un sorriso che cammina

Collego sempre Alcatraz alla pioggia. Non importa quante volte ho trovato il sole. La prima volta che sono arrivata da Jacopo Fo c’era la pioggia e mi ero persa per le curve di Gubbio ed ora per me Alcatraz è pioggia e nuvole grigie.

L’ultima volta ci sono andata per partecipare ad Ecofuturo ma, soprattutto, per incontrare quelli che sono i miei amici più gioiosi e positivi, quelli che credono in un mondo migliore e si impegnano ogni giorno per realizzarlo. Una giornata di fine estate con una bella luce sulle colline umbre e una strada che sembra una collana di perle su un morbido corpo femminile.

Era fine agosto ma non ero preparata ad incontrare un sole che camminava rasoterra.

Arriviamo e iniziamo a salutare i molti amici, tutti italiani e la maggior parte di loro conosce l’italiano, in tutte le sue declinazioni territoriali, ma non l’inglese. Gavin mi aveva accompagnato immaginando di dover trascorrere 3 giorni a scrivere in solitudine fino a che qualcuno ci dice ”guarda che c’è Mario che parla bene inglese”.

Cerchiamo Mario.

Troviamo un sorriso che cammina, un saltimbanco/giullare capace di incantare in italiano e in inglese. Mario Pirovano è un uomo senza età e non credo agli anni che ha dichiarato. Per me è un bambino curioso che racconta storie per non farsi riprendere dalla mamma.

Lo troviamo con un gruppo di bambini: gioca a fare il drago mentre con le parole è in grado di ricreare mondi e scene di un altro tempo. Le sue parole disegnano nell’aria immagini e colori e ti catturano in una macchina del tempo. D’incanto ti trovi nel 1200 con San Francesco, poi sei con Picasso ed infine stai lavorando al Duomo di Modena.

La storia di Mario è incredibile. Di famiglia modesta, comincia a lavorare all’età di 12 anni , a 24 anni lascia l’Italia e si stabilisce a Londra, dove svolge i lavori più diversi. Come tanti italiani diventa cameriere e il suo modo affabile e “arlecchinesco” lo porta ad essere il miglior cameriere, quello che a fine serata ha le tasche gonfie di mance.

I clienti fanno a gara per essere serviti da lui e gli propongono in continuazione di aprire nuovi ristoranti e di entrare in società in varie parti del mondo. Potrebbe andare a Melbourne in un giorno ma, si domanda, a fare che? Se sei un cameriere sei sempre in un ristorante, che sia a Londra o Melbourne cosa cambia?

Ma la sua vita cambia d’improvviso una sera quando per la prima volta va a teatro; a Londra era appena arrivata una coppia di italiani, tali Dario Fo e Franca Rame, di cui aveva tanto sentito parlare, ma che non aveva mai visto. Entra in sala e quando inizia lo spettacolo viene rapito dal testo, dal modo di recitare. Decide che non può fermarsi solo in platea, deve approfondire, capire di più.

Va a salutarli in camerino ed esprime loro la sua gioia. Quello che accade poi è incredibile e la sua vita cambia. Inizia a seguire Dario e Franca in tournée facendo di tutto: dall’aiuto macchinista alla comparsa, dall’autista al responsabile vendite di libri e audio/video.

Entra a far parte della famiglia in punta di piedi, spinto dalla passione per gli spettacoli teatrali e per le storie che Dario sapeva costruire con parole semplici sintetizzando studi approfonditi. A Milano Mario doveva restare qualche giorno a casa dei Fo prima di trovare un suo alloggio… e vi trascorre 10 anni! Un fratello? Non lo so e nessuno potrà mai saperlo. Un’ombra, certo.

Un giorno la sua vita cambia ancora. Si trova d’estate a lavorare per la Libera Università di Alcatraz, fondata da Jacopo Fo, quando provocato da un gruppo di ragazzini, racconta loro un episodio del Mistero Buffo. Sale sul palcoscenico e si sente “a casa”. Recita, salta e balla come se lo avesse fatto tutta la vita. E non vuole più scendere!

Aveva sperimentato quello che i maestri zen cercano di spiegare ma che pochi riescono a provare. Aveva interiorizzato talmente la vita dell’attore che lo era diventato, ma lo aveva potuto scoprire solo salendo sulle scene.

Da allora Mario non è più sceso da palco ma ha trasformato la sua vita in un palco.

E questo è come lo abbiamo conosciuto. Ci ha fatti salire sul suo palco e ci ha regalato i suoi raggi di sole. Un sole che cammina.

Da oggi l’immagine di Alcatraz non sarà più legata alla pioggia.

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Un artista è sempre un artista!

Per trovare Massimo Lunardon bisogna iniziare a salire sulle prime colline che dividono la pianura padana dalle Alpi. San Giorgio di Perlena è preceduto da vigneti adagiati sui pendii ed è talmente piccolo che lo si attraversa senza accorgersene, pensando di dover ancora aspettare la piazza principale ed il centro.
Avevamo visto le sue creazioni ironiche in un ristorantino di Solagna e avevamo visto le sue fotografie scanzonate sul web, ma non eravamo preparate a quello che avremo incontrato.
Per trovare la sua ‘officina’ siamo andate in lungo e in largo attorno ad un fabbricato bianco che sembrava una latteria. E più ci indicavano il posto e meno capivamo dove andare. Massimo ha scelto di aprire il suo laboratorio proprio al centro del paese recuperando una vecchia latteria dismessa e non cambiandone i connotati esterni. Vive e lavora a contatto con persone vere e con storie reali.
Appena passata la soglia di ingresso tutto cambia: da una parte un laboratorio con una quindicina di posizioni di lavoro ben attrezzate e dall’altra una sala mostra con le meraviglie: le sue creazioni. Caraffe, bicchieri, piatti … tutto quello che è possibile realizzare con vetro borosilicato giocando con forme e colori.
Massimo è un artista vero, uno che sente l’urgenza di esprimersi in modo personale, ma a lui piace essere chiamato artigiano. “Per imparare il mio mestiere sono andato prima a bottega eppoi mi sono messo a studiare. Se vuoi lavorare il vetro soffiato prima devi passare anni per diventare suo amico e conoscere i suoi segreti, poi puoi liberare la fantasia e volare con la creatività!”
Dopo il periodo ad imparare le tecniche base, Massimo voleva aprire una sua impresa ma non vicino agli altri laboratori di Bassano. Voleva essere riconosciuto e trovare forme diverse per esprimere le sue emozioni.
Prende una valigia e va a Milano. Non sapeva bene quello che sarebbe successo ma in quegli anni Milano era una capitale del design e le migliori menti erano attratte dallo spirito di questa città. Qui avviene la trasformazione da artigiano di provincia ad artista internazionale. Le sue creazioni sono uniche arrivano sulle prime pagine di tutte le riviste di arredo internazionale e i “Vip” fanno la fila per avere creazioni personalizzate per la loro tavola e la loro casa.
“Il mio stile è nato dall’incoscienza giovanile. Io soffio il vetro borosilicato, molto resistente ma molto costoso ed i colori sono ancora più costosi. Forse per questo nessuno li usava. Ma allora ero molto giovane e non avevo assolutamente idea di cosa fosse una impresa, di come si fa un bilancio o di come si definisce il prezzo di una creazione. Ho iniziato a usare i colori come un pittore. Ho fatto migliaia di prove per capire in che modo accostare i colori e come raggiungere certe tonalità con il vetro soffiato senza preoccuparmi del costo di quello che facevo. E più provavo e più mi divertivo. E più mi divertivo e più osavo nell’ironia delle creazioni”.
Ed ha avuto ragione.
Nonostante la fama internazionale, Massimo ha delle radici solidissime: la sua filosofia è diversa. Apre il suo laboratorio nel centro del suo piccolo paesino e comincia subito ad assumere e formare giovani. Molti artisti sono gelosi di quello che sanno fare e non rivelano i loro segreti, e questo li porta forse ad essere ricchi personalmente ma non ad arricchire la loro comunità.
Una delle sue fortune, invece, è proprio la condivisione del sapere e dei sogni. La sua impresa è una bottega nel senso rinascimentale, dove giovani volenterosi possono andare ad apprendere un mestiere dal maestro per poi aprire proprie imprese. Questi giovani devono solo sapere che ci vogliono molti anni per apprendere i segreti del vetro.
“Ci vogliono circa dieci anni prima che una persona interiorizzi il saper fare necessario per poter avere libertà espressiva”.
Massimo incontra Giordano e insieme compiono il passaggio da piccolo laboratorio artigiano a bottega artistica imprenditoriale. Giordano è l’alter ego di Massimo, insieme si completano. Condividono la sostenibilità ambientale, e la loro sede è ad alta efficienza energetica, e quella sociale e si impegnano per la valorizzazione dei piccoli negozi, quelli che vivono nei centri urbani e hanno proprietari che amano il loro lavoro.
Se dovessi descrivere in due parole quello che ho visto userei “amore” e “ironia”, e il binomio è stratosferico (soprattutto per me che amo il surrealismo). Amore per la bellezza, le persone, la comunità, gli amici e la famiglia. Ironia nel sapere che abbiamo solo qualche anno di tempo in questa vita e che conviene passarlo cercando di ridere e di far sorridere: di avere del “bel tempo”.
E per capire quello che dico andate a ricercare foto di Massimo Lunardon nel web: un artista è sempre un artista (anche nella sua vita personale)!
E mi ha fatto veramente sorridere quando durante il nostro incontro mi raccontava come organizza delle “jam session” la notte o la domenica fra “addetti del mestiere”, ossia artigiani, artisti e designer. La sua notorietà lo porta in giro per il mondo ma il suo cuore trova godimento quando crea nel suo laboratorio con i suoi strumenti e con altri creativi.
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Giampietro Zonta, niente altro

Per dovere e per diletto ho letto molti libri sulla leadership ma nessuno mi ha insegnato di più che osservare Giampietro Zonta nella sua impresa D’orica.


E’ un uomo di successo? Dipende dai parametri con cui si giudica il successo. Non ha una Ferrari e non ha una casa a Londra, se questi dati possono dare indicazioni utili. In compenso lo cercano giornali e televisioni di tutto il mondo per raccontare la rivoluzione che sta compiendo nel mondo della seta.
Giampietro Zonta e sua moglie Daniela hanno avuto il sogno imprenditoriale di realizzare gioielli di oro e seta italiana. Contro ogni suggerimento di esperti industriali, stanno realizzando questo sogno in modo originale, seguendo quella che sembrerebbe la strada più contorta e meno redditizia.
La realizzazione della seta è per sua natura complessa e coinvolge agricoltura, allevamento e industria. Si devono coltivare gli alberi di gelso, allevare i bachi da seta che si nutrono delle foglie di gelso e realizzare fili di seta con i bozzoli dei bachi da seta. Poi questi fili si devono trasformare in tessuti o gioielli. Chi compra un capo di seta in genere non ha idea dei diversi processi di trasformazione che sono avvenuti.

Giampietro Zonta ha deciso di realizzare seta in modo biologico ed etico. Come?


Facendo quello che ha sempre fatto nella vita: tecnologia, sostenibilità e amore. Questa è la ricetta con cui ha portato la sua impresa al successo (anche se qualcuno dice che tutto questo è condito da un inarrestabile diluvio di parole e che la vera passione di Giampietro è ‘parlare’).
Precisione tecnologica maniacale, cura fino all’ultimo dettaglio e innovazione continua. La sua impresa orafa Dorica la chiama “officina metallurgica” per il modo in cui lavora questo prezioso metallo. Ho visto alcuni suoi clienti di Hong Kong controllare con il microscopio la qualità delle lavorazioni dei gioielli senza riuscire a trovare pecche e a spuntare prezzi più bassi. Per non parlare dei gioielli sostenibili: una collana con la fotosintesi che abbiamo realizzato insieme.
Sostenibilità: cosa dire di uno che vive in una casa in classe energetica ‘oro’ e una sede in ‘Classe A’ sin dal 2002? Riscaldamento a pavimento e ogni altro benessere per i lavoratori (a parte l’addetto al termostato che ancora non ha capito bene la regolazione della temperatura ed ogni tanto in estate il pavimento è troppo freddo e provoca occasionali sorgenti).
Eppoi c’è l’amore. Quello per Daniela innanzi tutto, poi per la vita in tutte le sue sfaccettature. Uno che riesce ad amare gli errori e a trovare qualcosa di positivo nelle avversità che la vita ti fa affrontare: “le innovazioni mi sono sempre venute fuori dalla necessità di affrontare qualche grande problema che sembrava insormontabile”. E questa visione positiva è contagiosa, una energia che arriva a chi gli sta accanto.
Cosa dire di un uomo che con gli amici di classe delle superiori ancora incontra regolarmente la sua professoressa di italiano? O che festeggia tutti i compleanni dei suoi collaboratori in azienda? Sembra uscito da una favola. I 25 anni di Dorica sono stati un tripudio per tutti: ogni collaboratore (non ama definirli dipendenti) ha partecipato ad un recital sulla sostenibilità di Michele Dotti, un delizioso pranzo biologico nella biblioteca del liceo del paese (per sottolineare il legame con la cultura e il territorio) e ha avuto un week end in un centro benessere.

Una persona di questo tipo poteva semplicemente comprare una macchina e riavviare il motore girando la chiave? Ovviamente no!


Prima produzione Dorica del 2014, non si produceva seta in Europa da oltre 40 anni e tutto il know-how restante era nelle mani e nelle menti di pochi ‘giovanotti’ più vicini ai 70 che ai 20 anni. La bachicoltura era praticamente morta a causa dell’inquinamento e della particolare circostanza che i bachi da seta non conoscono né i giorni festivi e né la notte. Infatti, questi voraci vermetti mangiano a tutte le ore e vanno continuamente alimentati. Per qualche mese gli allevatori devono dedicarsi totalmente a loro dimenticando discoteche, messe religiose e i lunghi pranzi domenicali con le fettuccine della nonna.
Giampietro Zonta e Daniela hanno deciso che se la seta “si doveva fare”, si doveva fare in modo diverso.
Di tutta l’incredibile industria serica che per secoli aveva creato ricchezza in Italia i coniugi Zonta trovano che ancora esisteva una piccola filandina in una cooperativa di disabili. Veniva usata solo in alcune feste con i bambini delle scuole e la manutenzionava un giovanotto in pensione. Contro ogni suggerimento comprano questo pachiderma Nissan del 1964, assumono un giovane ingegnere siciliano, che aveva speso alcuni mesi in Giappone in una filanda, e iniziano.
A questo punto inizia la favola e un impegno sociale nel difendere l’unica istituzione scientifica, il CREA di Padova, che custodisce il sapere sulla bachicultura e prepara le uova per la deposizione dei bachi nei “telaini”.
Si crea una rete di impresa per avere tutta la filiera necessaria a produrre seta etica: cooperative sociali, centro ricerca e giovanotti esperti vari sotto il coordinamento di Laura Stieven e Claudio Gheller. Qualsiasi cosa accada oggi, Giampietro Zonta ha trovato due cari amici con cui divide ore e ore di telefonate, riunioni, momenti familiari e conviviali. Cosa volere di più di un sogno condiviso con amici!
Ma non potrei raccontare questa storia senza parlare della nostra amicizia, nata per i gioielli sostenibili e per una condivisione etica della vita. Io e mio marito australiano avevamo deciso di creare Energitismo, una rete di piccole attività e di promuoverle raccontando le loro storie in inglese. Giampietro è stato il primo imprenditore che ha aderito ed ora la nostra associazione Energitismo ha sede in Dorica. Questo ci permette di avere pillole di energia positiva tutti i giorni.
Molte filosofie orientali dicono che il segreto della nostra vita è nel carattere e che per vivere bene ci vuole uno spirito positivo e capace di adattarsi ad ogni circostanza.
Ma forse nel caso di Giampietro Zonta si deve andare oltre, alle parole del poeta Tonino Guerra: “l’ottimismo è il profumo della vita!”
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