Come recuperare una piscina

Quando si è stanchi di forme e consumi, ci sono sistemi intelligenti, eleganti ed economici per recuperare una piscina a casa, in un club o in un condominio.

Magari perché è piastrellata e mostra tutti i segni della vecchiaia, o perché riscaldando l’acqua state disperdendo calore riscaldando inutilmente i vostri vicini o il terreno.

Il primo pensiero potrebbe essere di demolirla e di farne una nuova, oppure di abbandonarla al proprio destino non riempendola più, entrambe le soluzioni vi farebbero perdere i benefici e la gioia di una piscina e di una immersione rilassante in acqua calda.

Ma c’è un’altra opzione: lo sapevate che è possibile creare totalmente una nuova piscina all'interno di quella esistente senza grandi costi? Non si tratta solo di un lifting, ma sarà una rigenerazione totale del corpo. Si portano via le sue rughe e i segni del tempo e si crea una nuova giovane piscina con tutte le curve della bellezza giovanile. Preformati Italia farà risplendere la vostra piscina e voi potrete sorridere e passare del bel tempo con amici nella vostra nuova piscina rigenerata.

Questo è quello che era successo a Villa Italia di Arco, quando una piscina di 20 anni con bassa efficienza energetica è stata trasformata in un centro termale ad alta efficienza. La piscina aveva la classica forma rettangolare con le tipiche piastrelle blu degli anni '90, e il nuovo proprietario del resort voleva qualcosa di più attraente per i turisti di oggi.

Dopo soli 20 giorni, Preformati Italia ha trasformato questa piscina in un moderno centro benessere con diverse sezioni: un livello per idromassaggio e uno per lettini relax, migliorando contemporaneamente il comportamento e l’efficienza energetica.

Eppure, come hanno fatto? Come recuperare una piscina vecchia?

Preformati Italia è il creatore di un rivoluzionario design ed è maestro nell’uso di materiali con ottime prestazioni strutturali ed energetiche che possono realizzare con poco piscine da sogno. La loro soluzione utilizza EPS, polistirene espanso cellula chiusa con un peso leggero, resistente e lavorabile che funge da isolamento termico e permette il passaggio dell’impianto elettrico. La finitura finale, invece, è in una resina dura e liscia con la proprietà di essere piacevole al tatto, di avere lunga durata e di essere facile da pulire.

La squadra di Preformati Italia siederà al vostro fianco e vi mostrerà la varietà di funzionalità e forme che rivoluzionerà la vostra esperienza di piacere dell’acqua. Insieme a Preformati Italia, potrete progettare il vostro sogno, aggiungendo giochi d'acqua che non si sarebbe potuto pensare, caratteristiche che ha sviluppato e provato su terrazze in Milano, in ville, in alberghi e case. Si può scegliere di inserire gradini, panchine, scivoli, lettini, servizi termali, giochi d'acqua e luci speciali.

Preformati Italia progetta, la costruzione e l'installazione di piscine personalizzate da 15 anni. Nei loro centri di progettazione, ingegneria e produzione a Mussolente, vicino a Bassano del Grappa, il progetto sarà realizzato e costruito in stabilimento prima di essere trasportato e installato sopra la vostra vecchia piscina.
Basta aggiungere acqua e buon divertimento!

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Benvenuti nelle tecnologie del vetro (con il cuore)

Migliaia di anni fa, la scoperta del vetro ha aperto una rivoluzione nel settore dei prodotti e della bellezza che continua fino ad oggi nei centri dove si studia la tecnologia e l’arte del vetro.

Il vetro è un enigma - un liquido freddo che si ammorbidisce e scorre quando viene riscaldato direttamente. Ma se si raffredda troppo velocemente potrebbe frantumarsi e non si può piegare o si romperà. Poi di nuovo, se solo si raffredda rapidamente la superficie ad una temperatura speciale, questo diventa immensamente duro. Forse non è il migliore degli amici per un artigiano, è una sposa esigente e può 'tagliare sul vivo' ma, quando prende forma con gioia, è capace di cantare una melodia pura.

Ecco perché per diventare un maestro di questo materiale si ha bisogno di eccellere nella tecnologia, nelle competenze artigianali, avere un tocco artistico e un'anima - una sensibilità per il suo comportamento. Vittorio Benvenuto ha trascorso la sua vita nella comprensione del vetro trovando il modo di "farlo cantare" e oggi è un maestro. Lo abbiamo incontrato, abbiamo visitato il suo atelier e ci ha raccontato alcuni dei tanti strumenti che usa per creare le sue opere d'arte. Tutto mentre eravamo intenti a sognare nuove meraviglie.

Vetrate rilegate e la tecnologia 'Tubage'

La tecnologia più comune per la produzione di vetrate, in uso per oltre 1000 anni, utilizza piombo per connettere i pezzi di vetro. Meno di 100 anni fa è stata inventata un'altra tecnica: una pasta senza piombo da utilizzare con una siringa per disegnare i pezzi di vetro, poi un riempimento con smalti colorati e grisaglie e poi diverse cotture per fondere il tutto sui pezzi di vetro che vengono poi rilegati assieme. Questa tecnologia è stata chiamata 'tubage'.

La tecnologia Tubage era simile ad alcuni dei primi cermet (un materiale composito di ceramica a metallo) che consistevano di particelle di dimensioni micron di metallo prezioso mescolato con una piccola percentuale di polvere fine di vetro.

Questa tecnologia è diventata essenziale per la tenuta del vuoto delle valvole elettroniche e degli elettrodi per i condensatori ceramici. Eppure, nell'industria del vetro colorato è andata persa e la sfida per Vittorio Benvenuto e altri tecnologi del vetro nel 1990 è stata quella di riscoprire i materiali e i metodi del Tubage. La sfida è stata accolta e Vittorio ha aggiunto questa alla sua lunga lista di tecnologie del vetro e la condivide con altri artigiani.

Fin dai primi anni dell’introduzione delle vetrate nelle cattedrali, la pittura su vetro con smalti è stata una tecnica per realizzare i dettagli di una vetrata. Vittorio collabora con artisti che creano le loro opere utilizzando vetri e smalti sviluppati proprio da Benvenuto Mastri Vetrai invitando gli artisti a lavorare a fianco della sua squadra per raggiungere i loro sogni e le scene più impegnative.

Smaltatura e fusione del vetro

Per centinaia di anni la smaltatura di forme di metallo è stata la tecnologia scelta per rivestire il metallo con un vetro colorato che protegge dalle corrosioni. La tecnologia prevede normalmente tre strati, il primo per unire il vetro al metallo minimizzando il disadattamento alla dilatazione termica. Il secondo strato sigilla lo smalto e fornisce una barriera chimica. Il terzo strato è il cappotto colorato di vetro smalto che dà l'effetto decorativo. La sfida è quella di evitare fratture e scorticamenti dello smalto.

Nel vetro fuso, la sfida di fondere un vetro su di un altro aumenta se la forma del vetro ha un significativo spessore ed è non-continua. L'artista deve capire la resistenza agli shock termici, le diverse condizioni di flusso per ogni vetro, e la loro compatibilità chimica.

Grazie alla sua padronanza della materia, Benvenuto produce opere di grande pregio artistico e di grande qualità tecnica. Alcuni esempi di queste tecnologie possono essere viste e ‘vissute’ visitando TINAS (Questo non è un Showroom) con le sue opere a Treviso. Si tratta di una sorta di labirinto nel buio in cui vi guida della musica speciale e delle luci che si accendono in sequenza su ogni pezzo d'arte in vetro. Ci sono 6 diverse opere d'arte che corrispondono a 6 differenti tecnologie di vetro. Si aprono gli occhi e l'anima alle gioie delle creazioni di un maestro vetraio.

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Daniela Raccanello, grande stilista, donna speciale

Gli uomini pensano di capire le donne ma in realtà non hanno idea di quello che pensiamo o della enorme energia che abbiamo. Così capita che una donna può rifiorire e rinascere a nuove vite come un gatto, proprio come è successo a Daniela Raccanello.

La incontro per la prima volta oltre tre anni fa quando tutti insieme decidemmo di realizzare un gioiello solare e Daniela mi viene indicata come colei che lo avrebbe creato. Non la chiamano subito “stilista” e in azienda non trovo che la sua postazione sia lo stereotipo della “creativa”. E’ un posto ordinato, con qualche attrezzo del mestiere ma senza fotografie, schizzi o elementi “auto-incensanti”.

Daniela è china a lavorare con ago e filo e il volto nascosto dai numerosi ricci biondi. Fa precise domande tecniche sui moduli e sulle condizioni da rispettare. Ogni tanto qualcuno si avvicina al suo tavolo ergonomico per studiare qualche nuova soluzione, ma niente lascia trasparire novità emozionanti.

Passano i giorni e ci presenta una proposta per la collana fotovoltaica: bella da lasciare senza fiato. Giriamo un documentario dove tutti devono ripetere la scena, Daniela è l’unica che racconta con naturalezza quello che fa e tutto fila liscio al primo ciak:

“le creazioni mi vengono naturalmente dalla manipolazione, sono le mie mani che iniziano a muoversi e mi lascio andare a nuove forme con la mente”.

Nel corso di questi anni ho potuto passare molto tempo con lei e non finisce di sorprendermi. La collezione delle Chicche è qualcosa che lascia ogni donna con il desiderio di indossare questi gioielli e di provare i differenti accostamenti di colore.

Ma niente a confronto dei gioielli oro e seta e di questa avventura iniziata un piovoso agosto con il suo inseparabile marito Giampietro Zonta. Daniela aveva deciso di sperimentare nuove forme di gioielli. Aveva visto Sofia Loren e altre attrici di una certa età indossare sciarpe e foulard sul collo per nascondere le rughe e ha pensato di realizzare qualcosa di speciale con seta e oro.

Ma c’era un piccolo problema: non esisteva più la seta italiana. Daniela e Giampietro seguono una loro filosofia molto particolare: sono molto rispettosi della sostenibilità ambientale e sociale. La loro casa e la loro azienda sono energeticamente efficienti e tutta la loro produzione è certificata Made in Italy. Come fare?

Un’altra delle doti di Daniela (a parte quella di essere una cuoca incredibile) è la capacità di fare ricerche su internet e trascorre le sue serate navigando nella rete. Riesce a trovare gli ultimi esperti di sericoltura che ancora si ricordano delle filande, risale all’ultimo centro di ricerca sulla seta ancora aperto in Europa e con il marito comprano l’unica filandina ancora in funzione per scopi didattici.

Il resto è storia ben nota, una storia che continua di giorno in giorno e che vede televisioni di tutto il mondo venire in Dorica a riprendere i gioielli oro e seta e la filandina che dipana i bozzoli.

Daniela è una stilista e una creativa come poche persone che ho incontrato. Eppure la sua modestia non la rende visibile immediatamente. E’ una donna che va scoperta in punta di piedi, che non si lascia andare con chiunque e che sembra sempre un passo dietro il marito. Salvo poi essere un passo avanti quando si trasforma nella regina della casa.

Una volta il mio omeopata mi ha regalato un libro, Il Potere di Adesso, e mi ha invitata a riuscire a godere dell’attimo presente per poter essere felice. Daniela Raccanello è così e nei miei pensieri è seduta sulla sua sdraio in giardino con la coperta mentre si gode ogni sera la vista su Bassano del Grappa e il cielo stellato felice della bellezza del mondo.

E ogni giorno sono sempre curiosa di passare vicino al suo tavolo da lavoro per sorprendermi di quello che ha creato di nuovo!

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Street Culture of Sicily Eat and see it
Street Culture of Sicily  Eat and see it

Sicilia, terra di mare e di natura, ricca di luce e … creatività.

Una terra e un luogo antropologicamente complesso e nello stesso tempo affascinante: arte greca e romana, patrimonio bizantino e islamico, Barocco e tradizioni popolari non dicono tutto di lei.

Guardiamo al presente, almeno all’ultimo decennio, e scopriamo un mondo effervescente, moderno, che si esprime come “street culture”: in questa terra, la cultura di strada, accomuna arte e cibo.

Street food

Da qualche anno il cibo di strada (“street food”) è sulla cresta dell’onda, ponendosi come valida alternativa al fast food generico o ai prodotti industriali. E’ veloce, economico e godereccio, insomma al passo con le esigenze dei tempi moderni. Esistono siti specializzati e App per cellulare che aiutano a trovare il food track (di derivazione americana) più vicino! Per non parlare dei Festival che stanno prendendo sempre più piede nelle piazze italiane.

Pochi sanno che la Sicilia è, da sempre, terra per eccellenza di tale culto. Qui non è mai stata una moda, intesa come un evento che registri un apice e un declino. Infondo, arancini, cannoli, pane e panelle (frittella di farina di ceci) sono nati ben prima che lo street food facesse tendenza!

A seconda della zona i cibi di strada possono cambiare radicalmente. Camminare per i mercati di Palermo, o quelli di Pachino, con il naso all’insù immerge in mondi completamente differenti.

La Sicilia è stata abitata da oltre diecimila anni e svariate civiltà ne hanno calcato il terreno data la posizione strategica al centro del Mediterraneo. È così che i suoi piatti, e in particolare quelli semplici, da strada, risentono di influenze egiziane, fenice, greche, romane, bizantine, arabe, tedesche e spagnole.

Il sito americano VirtualTourist.com ha stilato la classifica mondiale delle dieci metropoli dove gustare il miglior street food. In questa classifica l’Asia fa la parte del leone e posiziona ben tre città sul podio (vince Bangkok seguita da Singapore e Penang). In quarta posizione Marrakech e subito dopo, udite udite, arriva Palermo! Il capoluogo siciliano è l’unica città europea nella top ten e l’unica città italiana a figurare nella classifica.

Insomma, street food sempre più di tendenza, e Sicilia, di conseguenza, sempre più centro di interesse.

Street art

Rimaniamo on the road, perché anche l’arte, in una Sicilia sempre più attenta alle nuove correnti artistiche, si muove su questo “suolo”!

La Street Art è una forma d’arte che si manifesta in luoghi pubblici, solitamente illegalmente (leggi il nostro articolo su Bansky), spesso come forma di critica (tentativo di abolire la proprietà privata). Il fenomeno del graffitismo urbano raggiunse il suo apice negli anni 90, influenzando anche altri settori della comunicazione, del marketing ed in generale il gusto di migliaia di persone.

Verso la fine degli anni duemila, il movimento ha preso strade diverse e si è ormai in parte istituzionalizzato nella relazione con le municipalità, musei e gallerie con le quali spesso coopera.

Questo è ciò che sta avvenendo anche in Sicilia: a Giardini Naxos, su cui si affaccia Taormina, ogni anno si svolge Emergence - International Urban Actions Festival - con artisti provenienti da tutta Europa. A Catania, nel cuore del quartiere Civita, si staglia un enorme dipinto tra i muri vecchi e malconci della zona. A realizzarlo, nel 2010, è stata Microbo, una street artist conosciuta in tutto il mondo ma che ha mosso i primi passi proprio qui.

A Ragusa, si è svolta nell’estate 2015 FestiWall, manifestazione voluta dall'Assessorato alla Cultura che ha visto impegnati cinque artisti, tra i più grandi nomi della Street Art internazionale, su cinque mura cittadine. Il progetto è nato dal desiderio di riqualificare la città attraverso l’arte pubblica.

La Street Art si pone quindi, in questo contesto e speriamo sempre di più, come strumento in grado di contrastare la quotidiana e impercettibile "assuefazione al brutto" che il cemento ha portato.

Street Culture: la cultura che nasce dalla strada, che si tratti di cibo o di arte, mantiene la spontaneità e la durezza delle sue origini. E’ bella perché è irriverente ma sa anche dialogare, è imprevedibile e stupefacente…

Nella foto: STREET ART SILOS ideato in esclusiva per I ART da Emergence. Un’azione pittorica Site Specific che trasformerà il gruppo dei Silos del Porto di Catania in un vero e proprio monumento del XXI secolo.

Ph Scattando Catania

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Sculptures by the Sea a Sydney

Come si scende la collina per guardare oltre Bondi Beach, potreste essere perdonati di dubitare della legittimità di tutta la fama del nome: 'Bondi'. Con un cielo triste e una continua minaccia di temporali, le sculture sulla spiaggia “Bondi Sculptures by the Sea” sembrano piuttosto “ Sculture nella pioggia”.

Seppure una grande idea ispira questo evento, forse si potrebbe prendere in considerazione di spostarlo in uno dei mesi meno piovosi. Questo è stato il terzo giorno che cercavo di camminare intorno alla scogliera di Bondi per ammirare le sculture, ma ancora una volta sono stato ancora ostacolato da madre natura. Per non essere respinto ancora, mi sono avventurato fuori verso la spiaggia di Tamarama con la mia giacca più calda.

Mentre cammino giù per i gradini della scogliera verso la spiaggia, mi accorgo che non sono l'unico a sfidare il vento e il freddo. Ci sono famiglie, coppie e gruppi di amici a piedi venuti per vedere e apprezzare le opere di Bondi Scultures by the sea . La sabbia e l'acqua hanno coperto molte opere d'arte con detriti, rendendo la 'X' di Sara Fitzgerald tanto più autentica, come se molti anni fa dei pirati avessero segnato non solo le loro mappe ma l’intera baia per il loro tesoro.

Altre opere non hanno incontrato le condizioni avverse con tanta grazia, le 'Pozze di marea' di Elaine Miles possono essere a malapena visibili attraverso il fitto velo di goccioline d'acqua, quando si rimuove la sabbia che incapsula l'installazione con un colpo di mano si può ancora vedere le piscine in piedi lì con il loro bel vetro che ricorda degli artigiani muranesi o il grande Chihuli.

Altre opere di Sculptures by the Sea di Bondi soffrono di un’attenzione più personificata, con i segnali esclamanti 'non salire sulle opere d'arte' diligentemente ignorati dai bambini con grande dispiacere dei loro genitori. Ma non necessariamente degli artisti, infatti il 'Pig of Fortune' di Tae Geun Yang è diventato un parco giochi di risate che accompagna i movimenti dell’acqua dal mare e del cielo. 'Le bottiglie' del collettivo RCM si aggiungono a questa cacofonia liquida, in quanto le bottiglie di 1 metro 'Spray and Wipe' diventano un parco acquatico più adatto alle profondità dell’estate australiana rispetto alla piovosa primavera.

Infine, fra le sculture sulla spiaggia più accattivanti, ’The Wave’ di Annette Thas, che da lontano ha una forma e texture confusa, come di una pelliccia di luce inzuppata dalla pioggia. In realtà, dopo una più accurata analisi è composta da migliaia di bambole Barbie legate insieme per formare una ondata che sta per schiantarsi, anche se molte delle bambole sono state prese da spettatori ribelli.

Mentre la pioggia comincia a diventare insopportabile, lo ammetto la sconfitta facendo voto di tentare di tornare a Bondi Sculptures by the Sea il giorno seguente. Come se le nuvole avessero ascoltato il mio appello, sono stato in grado di percorrere la scogliera il seguente (e ultimo) giorno di mostra con il sole e una leggera brezza.

Circondato dai compagni mecenati, fotografi dilettanti e atleti in abbigliamento sportivo, siamo rimasti a bocca aperta in soggezione davanti a ‘Il Lamento di Amleto’ di Stephen Harrison. Una curiosa fusione tra un uomo e un cavallo, non nella maniera di un centauro ma piuttosto come una millenaria ossessione, con maschere di plastica strette intorno ad un teschio seduto sul suo trono di mattoni e pietra.

Da non perdere è Mike Van Dighe e 'Intervention' composto da una mano incatenata che guida una megattera delicatamente dalla mano verso il mare. Avventurarsi attorno al promontorio affollato con sculture e con l’iconica caffè 'The Grounds "di Sydney nella mano di tutti, una scultura cattura per prima l'orecchio, un profondo fischio come quelli ascoltati sulle catene montuose del mondo e, quando gli occhi curiosamente cercano la fonte trovano una collaborazione tra il Arissara Reed e Davin Nurimba chiamata 'Camera acustica'.

Le Sculptures by the Sea di Bondi Beach in Sydney sono davvero un'esperienza entusiasmante nonostante la pioggia e i necessari più tentativi, certamente non da perdere tra i numerosi festival di alta cultura di Sydney che vengono proposti durante tutto l'anno.

Il famoso blu della baia di Sydney non è l'unica opera d'arte qui.

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A teatro fra le antiche rovine

“La bellezza del passato va vissuta e goduta nel presente”, questo è il messaggio di Marco Scuotto e della sua associazione Extramoenia che organizza teatro nei monumenti, fra i resti della storia.

L’idea nasce ad Agostino De Angelis, un allievo del miglior teatro italiano, quello di De Vita e di Eduardo De Filippo, che per primo avverte l’esigenza di riappropriarsi delle emozioni che emanano i posti storici e di organizzare speciali manifestazioni di teatro nei monumenti.

Per gli appassionati d’opera lirica è normale immaginare uno spettacolo alle terme di Caracalla, sul lago di Massaciuccoli o all’abbazia di Casamari (ho evitato l’arena di Verona  o il planisfero di Macerata ). Per gli appassionati di tragedie o commedie antiche i tanti teatri greci e romani son una tappa immancabile in estate. Ma cosa dire di tutti gli altri di posti speciali sparsi per l’Italia?

Il grande Giorgio Albertazzi recita parti di Memorie di Adriano - uno fra i dieci libri che porterei con me se fossi in una isola deserta – in Villa Adriana a Tivoli passeggiando fra le rovine della casa di Adriano. Mentre in tutti gli altri luoghi ci pensano Agostino de Angelis, Marco Scuotto e tutte le altre compagnie che sono nate seguendo il loro esempio.

Ascoltare Marco che racconta della sua storia regala belle emozioni positive. Marco è giovane ma sin da bambino aveva deciso di lavorare nel mondo dello spettacolo. La sua famiglia di Siracusa non sapeva bene se prendere sul serio questo ragazzo ma non ha mai cercato di tarpagli le ali.

Un giorno in città arriva il maestro de Angelis per una rappresentazione nella diocesi e il papà gli chiede se è disponibile a conoscere il figlio Marco. Scintilla a prima vista e Marco inizia il suo apprendimento dei rudimenti del teatro ed in particolare del teatro fra le rovine storiche.

Queste rappresentazioni sono diverse dalle altre e sono una sintesi di conoscenza tecnica e artistica. Per loro natura piazze, antichi templi, rovine storiche, cortili e scalinate non sono idonei a spettacoli tradizionali: mancano di fondale, effetti acustici e illuminazione di scena.

Quando si progetta un evento si deve progettare anche la sua illuminazione, che deve essere efficace ma non visivamente impattante, lungo tutto il percorso. E già, in uno spettacolo del genere spesso il pubblico è in piedi e si muove seguendo l’attore nel suo andare senza microfono ma usando il diaframma come gli antichi greci. Allo spettatore è offerta l’opportunità di godere della bellezza e delle emozioni del luogo appropriandosi dei diversi scorci e delle diverse situazioni collegandole a particolari parole.

Dovunque organizzano uno spettacolo teatrale, subito dopo in quel luogo nasce una associazione o una compagnia teatrale che continua ad organizzare eventi su quello stesso luogo o nei dintorni. In questo modo in questi anni di attività sono nate decine di compagnie di teatro o danza senza sovvenzioni o sussidi pubblici.

Il pubblico? Tutti gli spettacoli registrano il tutto esaurito. Il numero degli spettatori dipende dalle autorizzazioni della soprintendenza all’uso di quel particolare monumento, 200, 500, 1000 ... E la cosa interessante è la presenza di turisti stranieri che non parlano italiano.

“Vivono le emozioni del teatro attraverso l’energia del luogo e degli altri spettatori. Già il fatto di godere di un monumento di notte, con una particolare illuminazione, con una voce armoniosa che vibra nell’aria e passeggiando con altri regala emozioni indimenticabili”

Ricevono lettere di ringraziamento da tutto il mondo e questo li spinge sempre di più a continuare nel loro lavoro che ormai comprende tutta l’Italia. Marco mi sorprende quando gli chiedo quali sogni vorrebbe ancora realizzare, le sue parole hanno una saggezza che non mi aspetto da un giovane uomo che avrà sicuramente un lungo percorso davanti a lui.

“In fondo il vero sogno che ho è di poter sempre continuare a fare quello che sto facendo e di trasmettere ad altri quello che ho imparato. Ci sono mille opportunità che si aprono e che possono far nascere nuove imprese nel campo culturale, attrarre nuovi turisti e rendere la nostra società più sostenibile. Sono Felice”.

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Guerra e pace fra le rive del Brenta. Nove e Cartigliano

C'era un po' di destino nel fiume Brenta la cui larghezza, tra Cartigliano e Nove, era cresciuta fino ad essere quasi un chilometro nel 19° secolo, e ha mantenuto separate le ‘tribù’ concorrenti delle due cittadine.

L'essere agricoltori e amanti della seta per i Cartigliani, e l'essere industriali e artigiani dell’argilla del letto del fiume Brenta, emersa dopo che Romano d’Ezzelino deviò il corso del fiume nel 13° secolo, per i Novesi.

Queste cittadine sono ora collegate dal cemento, da un ponte sul fiume Brenta che, nel frattempo, è stato ristretto nel 19° secolo e ha solo un canale di deflusso che passa per la piazza, il campanile e la gloriosa villa Morosini Cappello della città Cartigliano.

La rivalità tra le città è stata riaccesa appena 60 anni fa quando Cartigliano ha iniziato la costruzione del proprio campanile per competere con la torre di Nove, allora una delle più alte in Veneto dopo San Marco.

I campanili sono la caratteristica della pianura del Veneto, punteggiano tutto il panorama come punti-guida per i villaggi e le città che altrimenti sarebbero persi nei campi di granturco dell'estate.

Se la torre Cartigliano sia ora la seconda più alta in Veneto o meno (considerando le affermazioni di Breganze), non cambia il fatto che ora fa apparire fuori scala la ‘prima costruita’ Torre di Nove raggiungendo il cielo a 82 metri.

Sembra che le due città abbiano scelto di evidenziare la loro animosità attraverso campanili, Nove mostra la parte posteriore della sua statua a Cartigliano e questa sceglie di mettere il suo orologio solo su tre facce del campanile, per non mostrare curiosamente l'ora del giorno ai Novesi.
Se uno ha la fortuna di visitare l'ufficio del sindaco a Villa Morosini Cappello, l'unica stanza che ha ancora i suoi affreschi, c'è una bacheca sulla sinistra con un modello in creta, un dono di Nove, sul ripiano di fondo.

Mostra i due campanili, quello di Nove in piedi dritto e alto, quello di Cartigliano un po' più alto ma che pende lontano dal potere dell'edificio Nove.

Villa Morosini Cappello è fortunatamente non collegata al Doge del tardo 17° secolo che è stato tristemente responsabile della distruzione del Partenone. Il patrimonio della villa è la famiglia Morosini di San Silvestro che aveva basato i suoi interessi a Cartigliano.

L'edificio ha richiesto circa un secolo per essere completato. Il suo impianto originale è palladiano ma risulta evidente anche ad un dilettante che è stato modificato e, infine, completato da Antonio Sardi.

Questa grande villa con palazzo fu sede di molte celebrazioni e feste come tutte le altre sparse lungo i fiumi che conducono a Venezia. La villa passò attraverso diverse famiglie nei successivi tre secoli e alla fine è stata concessa al comune nel 1966.

Villa Morosini Cappello è una splendida struttura e ha una sua storia preminente nel mondo della seta veneziana. La barchessa (fienile) sul lato est ospitava una grande filanda di seta ed era un importante centro per la produzione della famosa ‘organzina’ di seta. L’area intorno a Cartigliano era un mare di gelsi.

E poi tutto è passato. Meno di 70 anni fa, dopo la seconda guerra mondiale tutta la gloria e il mondo agricolo connesso alla seta fu abbandonato e gli alberi sono stati estirpati dai campi. Il sogno di un economista è diventato la distruzione di una regione.

Eppure, oggi, un imprenditore dall’altra parte del Brenta, un orafo di Nove, Giampietro Zonta, ha aperto la porta al rinascimento di Cartigliano, alla sua reinvenzione dell'industria della seta italiana in modo etico creando la prima filanda della seta di questo Rinascimento in Villa Morosini Cappello.

I padri della città, il sindaco, Guido Grego e il suo team guidato da Tiziano Borsato, Vice Sindaco, hanno afferrato l'opportunità e hanno proposto di aprire il 'granaio' ristrutturato ai cittadini come un 'bene comune', uno spazio per la loro bachicultura e per riporre gli attrezzi della seta, un posto per unire la gente di Cartigliano insieme per il loro comune bene.

Ancora una volta i campi intorno Cartigliano saranno riempiti con il fruscio dei gelsi alla brezza estiva e il rosicchiare morbido di milioni di bachi da seta potrà essere ascoltato nella quiete delle serate. E per Nove? Giampietro ha i diritti esclusivi per la seta italiana nella nuova gamma di gioielli seta e d'oro di Dorica, prodotti dalla filiera etica.

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Una collezione di Maglie Rugby per un museo speciale

Alcuni potrebbero dire che devi essere morto per essere mostrato in un museo, ma per tutti i giocatori di rugby che condividono i campi e tornei di rugby del mondo, c'è una nuova vita: il Museo del Rugby - Fango e Sudore.
La descrizione non può essere elegante ma è appropriata e i giocatori di rugby, ovunque si trovino, sono per sempre orgogliosi del moniker.
Martedì 10 novembre 2015 ha visto un raduno di appassionati di rugby e luminari sportivi per aprire formalmente il Museo del Rugby  a Colleferro, vicino Roma, ed ora trasferito ad Artena. Non è così sorprendente che questo museo sia nato qui in quanto questa zona ha visto la nascita del rugby in Italia nel 1920'2. Infatti Lazio ha vinto il primo campionato nel 1929 battendo l’Ambrosiana.
Il museo è ormai nella sua fase adolescenziale da quando Corrado Mattoccia ha iniziato la sua collezione di maglie da rugby e memorabilia. Tuttavia, questo giorno ha formalmente inaugurato una prestigiosa sede per questa raccolta in espansione, con il sostegno della città di Colleferro.
Ogni paese in cui si gioca Rugby è rappresentato nelle stanze e nelle sale di questo museo professionalmente organizzate. Ogni maglia e ogni articolo di memorabilia raccontano una storia che emozionano non solo gli aficionados del rugby.
In apertura di Giovanni Malagò, presidente della Federazione Olimpica Italiana e Pierluigi Sanna, il giovane ma vivace sindaco di Colleferro, ci hanno ricordato la tradizione olimpica di sportività e fatto riflettere sullo spirito del rugby. Energitismo collabora con il museo in un progetto di arte e sport .
Come Corrado ama ricordare ai visitatori, il rugby è uno sport di tre tempi, i primi due sono la competizione sul campo e il terzo è quello che gli australiani chiamano 'mateship' (cameratismo) negli spogliatoi e nelle feste dopo la partita. Il rugby è un gioco. I giocatori si rispettano reciprocamente. Non ci sono trucchi.

Tutti sono i benvenuti, i giocatori si scambiano le loro maglie e molti ora donano questi trofei al museo. Gli arbitri sono rispettati come una parte importante del gioco e raramente viene rivolta loro una brutta parola.
Quindi, senza dubbio, il Rugby è l'essenza dello spirito olimpico e, eventualmente, dovrebbe essere uno sport obbligatorio se la tradizione olimpica vuole sopravvivere all’avidità e alla corruzione. Il rispetto per tutti e il piacere nel promuovere la tradizione. Anche ora, mentre condividiamo i ricordi museali di uno dei più grandi “kiwi” (neozelandesi), Jonah Lomu.
La cerimonia di apertura ha visto la presenza e testimonianza di circa 40 studenti dai 3 ai 6 anni di una scuola locale. Il loro ingresso in 'linea‘, con le bambine in grembiule rosa e i bambini in camice blu, ci ha sollevato dal fatto che la politica di genere non sia ancora arrivata a questo livello di istruzione.
Il rugby è un gioco che va oltre la politica e il potere come evidenziato dal famoso gioco dei Neath, e possiamo solo sperare che a questi bambini sia stato trasmesso lo spirito rugby e possano crescere in naturale 'mateship' godendo delle tradizione.
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