Santa Chiara a Murano rinasce grazie alla famiglia Belluardo

Sono stata molte volte a Murano ma non avevo mai sentito parlare di Santa Chiara prima di un articolo su un giornale cinese che parlava di Giovanni Belluardo.

In questo giornale si faceva riferimento ad un signore che da quattro anni stava restaurando una antica chiesa del 1200 sconsacrata da Napoleone, che la aveva trasformata in alloggio per le sue truppe, e che stava diventando un centro per l’arte del vetro. Il testo e la fotografia mi hanno incuriosito al punto di chiedere una intervista e di recarmi personalmente a Venezia.

A Murano molte fornaci hanno chiuso preferendo passare dalla produzione al commercio e i veri maestri del vetro sono impegnati a creare nelle loro fornaci e meno nella divulgazione di questa arte.

Il confine fra arte e artigianato è impalpabile ma per un turista è difficile capire il sapere e il sudore degli anni di apprendimento che c’è dietro un’opera. Senza una storia e una guida, un turista si lascia guidare dal prezzo e dal gusto personale.

Ho imparato qualche anno, e molte interviste, per capire tutti i diversi modi di lavorare il vetro, questo materiale amorfo che può prendere forme e colori diversi e riflettere la luce in modo emozionante. Fragile ma tagliente. Docile ma resistente.

Giovanni lo ho incontrato direttamente a Santa Chiara dove sono arrivata grazie all’istinto. Nessuno dei locali la conosce, anche quelli che lavorano nei paraggi.

Dopo le truppe napoleoniche questo edificio è stato venduto a privati che lo hanno trasformato in una fornace del vetro. Vi hanno lavorato fino a 700 persone distribuite in tutto l’ex convento. Poi tutto è stato abbandonato, frazionato e venduto in lotti separati e si è persa la memoria della sua esistenza.

“Lo sai perché lo ho scelto? Per il numero 13, il mio portafortuna. Quando lo ho visto aveva il tetto caduto giù e alcune parti del muro erano crollate. Ma aveva 13 capriate ed era il giorno 13. Io sono nato il 13 gennaio e tutto quello che di importante è avvenuto nella mia vita mi è successo in connessione con questo numero”.

Giovanni è un atletico signore di una certa età con uno strano accento fra il siciliano e l’inglese. Mi racconta che ha lasciato la Sicilia all’età di 13 anni per venire a lavorare negli alberghi a Venezia. Qui ha conosciuto sua moglie e con lei è andato a Toronto, in Canada. La conversazione è metà in inglese e metà in italiano, con quello strano linguaggio che hanno le persone che convivono con una doppia identità.

“Sono stato bene in Canada, avevo avviato una impresa sulla lavorazione del ferro, ma mia moglie aveva sempre nostalgia di Venezia. Così ad un certo punto siamo tornati. Non so bene se abbiamo preso la decisione giusta ma la famiglia viene prima di ogni cosa”.

E infatti Giovanni non è solo e subito dopo le prime storie si mette da parte e mi lascia in compagnia di suo figlio Giuseppe e suo genero romeno Ion Cafadari, ‘Cafi’. Due persone solari felici di avere ruoli diversi e di compenetrarsi e di seguire il padre in questo avventura imprenditoriale.

Cafi è poliedrico, è un artigiano del vetro e la mente artistica mentre Giuseppe è nella parte della promozione, amministrazione e pubbliche relazioni. Il rispetto per il padre è palpabile, così come l’amore che si trasmettono in continuazione con frasi, sguardi e piccole accortezze.

“Sono riuscito a vedere la bellezza di Santa Chiara perché vengo da fuori e ho potuto vedere Murano con uno sguardo distaccato. Come quando ho lasciato la Sicilia, non capivo che cosa avesse di particolare il mio paese Pozzallo vicino Ragusa. Poi quando ci sono tornato dopo aver viaggiato e aver assunto un certo distacco, sono rimasto sorpreso dalla sua bellezza e dal suo patrimonio. I muranesi si erano assuefatti all’esistenza di questa chiesa”.

Mi ricorda la frase di Proust ‘L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi’. Una frase che si comprende solo dopo aver provato tante esperienze diverse.

La struttura della chiesa è imponente e i lavori di ingegneria sono ormai terminati. Ora manca la pulizia della zona esterna e si iniziano a vedere le diverse postazioni di lavoro all’interno.

Sei diversi artigiani si avvicenderanno su aree attrezzate con strumenti antichi e moderni per far vedere tutte le diverse lavorazioni del vetro. I visitatori potranno fare esperienza visiva dal vivo e capiranno gli anni di esperienza che servono per creare ‘arte dalla sabbia’ (il vetro viene prodotto dalla sabbia).

“Vogliamo far vivere questo posto creando eventi e presentando i diversi grandi artisti e artigiani maestri del vetro. Vogliamo che sia un centro di cultura dove ognuno si senta a casa e i visitatori di Murano possano capire lo spirito unico di questa isola di Venezia che da secoli è un centro mondiale del vetro”.

Per quello che sta facendo per Venezia e per l’amore che guida le sue scelte, Giovanni Belluardo è stato nominato Cavaliere dell’Ordine di San Marco.

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Vittorio Garrone, dai cavalli vapore ai cavalli da salto

La prima volta che ho incontrato Vittorio Garrone eravamo ad una cena all’ambasciata italiana a Varsavia, in Polonia. Una sorridente persona in abito elegante ma sportivo che non amava farsi notare troppo.

Ci avevano presentati perché avevamo in comune le energie rinnovabili ma non sapevano che in realtà condividevamo molto di più: la passione per i cavalli. Dovevamo parlare di chilowatt ma il discorso non si spostava mai dalle emozioni che si provano vicino a questi animali.

Non so perché nasce la passione per i cavalli, ma quando arriva prende totalmente e non ti lascia più per tutta la vita. A Vittorio è nata nel 1989 e la sua famiglia non aveva tradizioni in questo mondo e gli studi e le passioni le ha condivise con sua moglie Simona.

Insieme hanno comprato una tenuta ad Arquata Scrivia, nell’area dove il Piemonte e la Liguria si incontrano e si confondono.

Hanno ristrutturato un casale, dove hanno abitato per molti anni, e messo su l’allevamento Basini che oggi ha anche una sede in Normandia, un’area con pascoli più adatti ai giovani puledri.

“Basini era il nome dell’area, ma in dialetto vuol dire anche “bacini” e questo doppio significato mi ha attratto perché sottolineava la passione e l’amore che ognuno deve mettere in quello che fa. E’ l’amore che impedisce alla passione di diventare una mania e di superare i confini dell’etica.”

L’etica, la giusta relazione fra uomo e natura, fra uomo e cavalli è stata il filo conduttore della sua vita e, nell’allevamento Basini, l’attenzione alla serenità del cavallo è sempre andata di pari passo con la ricerca di metodi dolci per la crescita degli animali.

Vittorio si propone di allevare cavalli sportivi secondo i principi base dell'etologia così da garantire ad amatori e professionisti cavalli sani e preparati nel corpo e nella mente. Per far questo deve migliorare l'interazione uomo Cavallo, secondo il principio dell'ascolto. Sensibilizzare il mondo dell'equitazione ad un approccio basato sul dialogo.

"Il nostro risultato non è ottenere che il Cavallo faccia la determinata cosa, ma è che il Cavallo decida di volerla fare. Ad un certo punto ho capito che non bastavano le regole matematiche dei metri quadri per i box o per i paddock, ho capito che per agire sugli animali dovevo prima agire sugli uomini e ho iniziato a scegliere le persone con cui circondarmi.”

Ha fondato un team di cavalieri e iniziato a supportare giovani promesse dell’equitazione. Il team ha un nome fantastico, che non si può dimenticare e che fa ‘molta scena’ quando gli speaker lo annunciano nelle competizioni. Il team si chiama WOW. Una scelta così originale probabilmente nasce dall’esperienza maturata da Vittorio sia all’interno dell’impresa di famiglia (ERG) sia quando per anni si è dedicato del marketing della passione di suo padre, la squadra di calcio della Sampdoria.

“All’inizio, quando in famiglia è stato deciso che mi sarei occupato del marketing della squadra mi sono sentito un po’ costretto in un ambiente che non era il mio. Poi mio padre mi ha lasciato libero di applicare al calcio la stessa filosofia che applicavo nel mio allevamento e ho vissuto esperienze esaltanti e trascorso momenti indimenticabili.”

Anche nel calcio la prima cosa è stata la cura del vivaio, proprio come nel suo allevamento di cavalli, l’attenzione e la cura ai bambini che si avvicinano allo sport tirando calci al pallone e scoprendosi talentuosi. Ma il talento senza la disciplina, l’amore e il divertimento non può bastare per diventare un campione. E molti si ricordano ancora la disputa fra il papà Riccardo e il talentuoso ma indisciplinato giocatore Cassano.

Poi ha iniziato a fare gemellaggi sportivi fra vivai di ragazzi in varie parti del mondo. Questo lo ha portato a viaggiare e a conoscere realtà molto diverse da quella italiana ed Europea.

“Avevamo concluso un importante accordo con una squadra cinese per uno scambio di ragazzi del vivaio e per fargli vivere esperienze sportive in altri paesi. La prima volta che sono andato in televisione con la sciarpa della Sampdoria sul collo e ho chiesto i dati dell’ascolto sono rimasto sorpreso. Venti milioni di persone avevano seguito la mia intervista e chiedevano informazioni su quello che facevamo. Numeri da capogiro.”

Finita l’avventura con il calcio, Vittorio si torna a concentrare totalmente sui cavalli e sulla squadra WOW e affida il team a Luca Moneta, un cavaliere che ha fatto del metodo dolce di doma la sua filosofia di vita. Uomini e cavalli iniziano la loro relazione sin dalla nascita dei giovani puledri e il rapporto si fonda sul piacere di superare insieme sfide e di vincere. Per Luca la cosa più importante è il dialogo, anche quando per le necessità dello sport si è abituati a dover dire tanto e ad ascoltare un po' poco. Invece un buon etologo ascolta molto e dopo aver ascoltato, comincia a trovare un dialogo.

I cavalli possono percepire tutte le nostre sensazioni, hanno un legame particolare con l’uomo che li rende idonei ad aiutare molti che hanno handicap fisici o mentali. L’empatia fra cavallo e cavaliere è così forte che le persone possono cambiare dopo un contatto con questi animali e l’ippoterapia è riconosciuta a livello internazionale.

“La forza del Team WOW è determinata principalmente dalla volontà e dalla consapevolezza che ognuno di noi può fornire un importante contributo a quella che a tendere, potrà essere considerata una vera e propria rivoluzione nel mondo dell'equitazione. I nostri Cavalli ci stanno regalando enormi soddisfazioni, cerchiamo di ricambiarli quotidianamente con affetto, attenzioni e relax, e lavoriamo ogni giorno con entusiasmo, per ricambiare la loro grande generosità.”

Per questa sua professionalità, per l’etica dell’allevamento Basini e della squadra WOW, a Vittorio è stato assegnato il “Premio Flambo. Etica, Cultura, Scienza e Sport” con il Patrocinio del CONI, del Comitato Italiano Paralimpico, della FISE e degli Enti di Promozione Sportiva AICS e ASI e del Ministero della Salute italiano.

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Placido Domingo, il bello di non morire giovani

In Australia, non abbiamo spesso l’opportunità di ascoltare dal vivo i grandi eroi dei palcoscenici operistici. E’ vero siamo stati benedetti dal ritorno di Joan Sutherland alla fine della sua carriera. Ma una volta ho avuto l’opportunità di ascoltare Placido Domingo dal vivo.

Era il 1997 a Melbourne, al Melbourne Cricket Ground all’aria aperta, e i tre tenori ci hanno benedetto con le loro magnifiche voci e, nel caso di Domingo, anche con una recitazione raffinata. La loro competizione con Pavarotti nell’interpretazione del tema dell’aria ‘Nessun Dorma’ è ancora impressa nella mia memoria.

Domingo, appena compiuti 75 anni, è conosciuto come il più versatile di tutti i tenori/baritoni, avendo iniziato la sua carriera come un baritono leggero nelle operette. Il suo repertorio spazia e copre tutti i grandi ruoli da tenore, compreso Wagner, e infine aggiunge alcuni ruoli chiave di baritono.

Eppure i miei ricordi migliori di Placido sono da Tel Aviv, la città dove ha lanciato la sua carriera nei primi anni sessanta e dove ha veramente imparato la sua arte. Vi è tornato occasionalmente per alcune recite ed è stato durante una di queste negli anni ’80 che sono stato fortunato abbastanza da essere in Israele quando ha dato una performance all’aria aperta nel Hayarkon Park.

Sì, lo ho visto esibirsi in situazione più illustri ma questi ricordi sono deboli rispetto a quelli dei due spettacoli all'aperto.

Per molto tempo ancora sentiremo la sua voce nelle performance dal vivo e ancora più a lungo condivideremo con lui questo mondo.

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Herman Branover e la LMMHD

E' stato in Australia, in qualche momento del 1987, nel periodo in cui stavo fornendo consulenza tecnica nel campo energetico per gli interessi commerciali di Joseph Gutnick, che ho incontrato Peter Kalms e sono stato introdotto da lui al professor Herman Branover.

Per coloro che seguono il movimento chassidico Chabad, il nome Branover richiama immediatamente sentimenti di grande rispetto, forse quasi allo stesso livello del Rebbe (capo del movimento chassidico) di quel periodo, che risiedeva a New York. Ricordo che Peter Kalms mi raccontò qualcosa di Herman Branover originario di Riga, in Lettonia. Peter mi disse che fra le sue attività nel Regno Unito era stato responsabile per alcuni finanziamenti a sostegno del lavoro di ricerca di Branover in Israele per diversi anni e che il Rebbe aveva scelto Joseph Gutnick per sostituirlo in questa responsabilità. Molti di coloro che hanno avuto a che fare con 'Diamond Joe' Gutnick negli affari o che hanno investito nei suoi titoli sul ASX non conoscevano la profondità della sua ortodossia e del sostegno filantropico ad Israele.

La mia prima responsabilità era quella di essere il legame con la comunità scientifica, la difesa e le politica durante una seguente visita in Australia di Herman Branover per incontrare la squadra di Gutnick e per presentare la sua tecnologia LMMHD alle organizzazioni australiane. Quando Herman Branover è arrivato a Sydney ho conosciuto un uomo affascinante sulla cinquantina, con un portamento e un'eleganza naturale, che aveva la folta barba tradizionale dell'ortodossia.

E' stato anche accolto all'aeroporto da una folla di giovani ebrei ortodossi, riconoscibili dal loro abito e acconciature.

Sono stato educato rapidamente su quell'uomo che era più di uno scienziato lettone. Era stato un ‘refusenik’ (termine usato nella Unione Sovietica per gli ebrei che non potevano uscire dai confini) poi rilasciato con il pagamento di un 'riscatto' per la sua ‘aliyah’ (salita) in Israele. Era tenuto in soggezione da parte di tutti. Dovunque andavamo in Australia lo seguivano folle desiderose di apprendere qualsiasi messaggio Herman Branover avrebbe dato. Ci sono state alcune altre storie interessanti che mi hanno colpito, una delle quali era che il suo cibo doveva essere preparato secondo le regole kosher ortodosse. Quando è volato verso Tokyo dopo la visita, il suo cibo per il viaggio è stato preparato sotto la supervisione del rabbino capo dalla sinagoga St Kilda, poiché la Qantas non era in grado di garantire il rispetto dell'ortodossia nella preparazione e nel trasporto degli alimenti.

Il mio successivo coinvolgimento con il professor Branover è stato quello di visitare i suoi laboratori e l’impianto pilota LMMHD presso l'Università Ben Gurion, Beersheva. Questa non era la mia prima visita in Israele, ma è stata sicuramente memorabile. Mi ricordo il viaggio da Tel Aviv nel 'deserto' verso Beersheva, una città legata agli australiani da particolare emozione della prima guerra mondiale. Lungo i lati della strada c’erano aranceti ricchi di frutta e, ad un certo punto, un cartello ricordava le parole di un famoso viaggiatore inglese - '5000 anni un deserto è stato e 5.000 anni un deserto rimarrà'.

LMMHD è l'acronimo di Liquid Metal Magneto Hydro Dynamics. All'università alla fine degli anni '60 avevamo studiato MHD e la ricerca sulle ceramiche refrattarie per ospitare i reattori, in modo che le questioni pratiche di un fluido conduttore che scorre in un campo magnetico per produrre un campo elettrico mi erano note. La LMMHD risolve il problema dell’alta temperatura in quanto il metallo fuso, in questo caso piombo, era a meno di 400 gradi. Alcuni dei requisiti della LMMHD, come ad esempio l'uso di magneti in lega superconduttrice di niobio, erano di particolare interesse in quanto, durante quel periodo, erano stati scoperti i superconduttori 'caldi'.

Tuttavia, per la LMMHD, come per tutte le tecnologie energetiche rinnovabili, il bilancio energetico è una sfida, poiché si vuole ottenere più energia di quanta se ne deve mettere. Nel caso della LMMHD, ci sono state diverse sfide tecniche di ingegneria chimica, per l’attrito, gli strati barriera e l'isolamento termico. La caratteristica unica dell’impianto pilota e della tecnologia creati dal team del professor Branover era l'uso di gas azoto secco compresso per pompare il piombo fuso verso la parte superiore del sistema in cui il gas esce per essere riciclato e la ‘buona vecchia’ gravità potrebbe prendere il sopravvento in quanto il piombo cade attraverso il campo magnetico.

La sfida che sembrava essere il problema per scalare la tecnologia era che ogni aumento del diametro dei tubi comportava un aumento delle perdite, in quanto le bolle di gas tendevano a fondersi e a far scivolare il piombo invece di 'sollevarlo'. Naturalmente ci sono stati altri problemi. Mentre le 'leghe' di litio e sodio/potassio ridurrebbero il differenziale di densità, gli svantaggi del costo più elevato e della corrosione/rischio di esplosione remavano contro tali sistemi, tranne che nello spazio.

Non sono sicuro se i problemi di scale-up tecnici della LMMHD per applicazioni terrestri sono stati risolti, e così anche se la commercialità del sistema sia stata raggiunta. Eppure nessuno di questi problemi riduce la gioia della creazione e lo spirito di alcune delle soluzioni ingegneristiche. Ripensandoci ora, a quasi trenta anni di distanza, posso vedere notevoli somiglianze nelle sfide pratiche che affrontano innovazioni come la LMMHD e le DSC (Dye Solar Cells), per arrivare al mercato.

Mi chiedo se oggi Herman Branover e Michael Grätzel, due dei grandi imprenditori scientifici del nostro tempo, si sono mai incontrati.

La visita a Beersheva comprendeva una mediorientale festa meravigliosa in un ristorante turco dove circa quindici scienziati hanno consumato notevoli quantità di vodka russa, ‘mezzes’ (spuntini) e carni locali. Mentre sorseggiavo la mia vodka, mi sono seduto vicino a Herman Branover che chiacchieava e guardando quest’uomo, una fusione di Torah e scienza, lui mi ha sorriso. Era a casa, nella ‘sua Israele’.

Herman Branover è una persona molto speciale. Lo ricordo con gioia e rispetto. E’ ancora, e possa esserlo per ancora molti anni, un uomo di scienza e di Dio e un meraviglioso signore ebreo.

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Il Barone Hutchinson, Britannico fino al ‘midollo’

Il Barone Hutchinson di Lullington celebrerà il completamento di 101 anni su questo pianeta in 40 giorni, a Dio piacendo. Vista la sua vita e le cause seguite, probabilmente Dio non interferirà.

In ogni caso, se la vita di Jeremy Hutchinson dovesse essere celebrata nella sede della sua vita nobiliare, sarebbe piuttosto una relazione inadeguata come, a parte la sua Baronia, un'altra menzione di fama la dovrebbe avere senza dubbio la chiesa di Lullington, la più piccola in Inghilterra, una 'chiesetta' che può ospitare solo 20 persone, non abbastanza neanche per una squadra di rugby con le riserve.

Eppure non si riporta se il rugby sia uno dei grandi amori della lunga vita di Jeremy Hutchinson. Diverse altre caratteristiche della sua linea di sangue e delle sue attività sono invece di interesse comune.

Discende da una delle 59 anime buone che hanno firmato la condanna a morte per il re Carlo 1, da un certo colonnello Hutchinson.

Ma questo membro dell'albero genealogico sembra aver preso una visione meno stridente dei peccati. Di ritorno da Oxford, un avvocato per essere certi, viene chiamato alla professione in tribunale. I suoi casi memorabili per quelli che amano le storie di costume includono il successo nella difesa 1960 di Lady Chatterley.

Nella storia dell'umanità, i cambiamenti della morale non sono mai stati così rapidi come nel secolo scorso con enormi oscillazioni da libertario a ‘pruderie’. Inoltre ha condotto la difesa del regista Michael Bogdanov poco più di 20 anni dopo, contro l'accusa di indecenza nello spettacolo teatrale 'I Romani in Gran Bretagna'. Il caso è stato avviato dall’attivista di moralità criristiana Mary Whitehouse, Dio benedica la sua anima. Curiosamente il testimone principale contro Bogdanov, era l'avvocato di Whitehouse che ha rivelato sotto interrogatorio che era stato seduto al retro del teatro quando vide ciò che è stato affermato di essere un pene.

L'accusa è stata ritirata dopo che Hutchinson ha dimostrato che quello che avrebbe potuto essere visto era il pollice dell'attore che sporgeva dal suo pugno e il caso è stato abbandonato (Wikipedia). Sarà stata sicuramente una serata di divertimento al bar con avvocati nei loro mantelli neri di seta che mostravano il pollice nel pugno chiedendo una birra. E ci sono stati diversi casi di pari interesse per un lettore affamato di emozioni.

Perché stiamo parlando di Baron Hutchinson oggi? Beh, lui è appena stato consacrato come vincitore a pari merito del’ Oldie of the Year’ (Anziano dell’anno) dalla rivista inglese The Oldie. Il suo 'socio' nel reato di invecchiare con grazia è Olivia de Havilland, la più anziana attrice vivente con un Oscar, che ha seguito Peggy Ashcroft nelle versioni cinematografiche di opere teatrali.

La curiosa connessione a questo abbinamento è che la prima moglie di Jeremy Hutchinson era (Dame) Peggy Ashcoft il cui primo marito (2 prima di Jeremy) affermava che lei era la migliore attrice vivente del mondo (forse aveva una ammirazione per quelli che erano già deceduti).

Per i ricercatori delle storie di guerra, si noti che Jeremy era a bordo HMS Kelly al largo di Creta quando venne affondata dai bombardieri tedeschi nel 1941. Sopravvisse aggrappato al relitto nel mare insieme a Lord Mountbatten.

Dopo la guerra, in politica, Jeremy Hutchinson è stato sulle riviste nel 1945 per aver sfidato Churchill per un posto nell'Abbazia di Westminster, e quando si è arrivati al voti, ha trovato che il residente Sir Winston era via, così ha intrattenuto il personale con la sua persuasione politica. Come Pari a vita, il barone Hutchinson è stato nella camera dei Lord, ma ha preso una lunga vacanza prima di ritirarsi con grazia.

Spero che abbia una risatina silenziosa per se stesso, ricordando tutti i suoi trionfi e le gioie e ricordando di stare sul palco di una vita veramente britannica per oltre un secolo di una vita.

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Trattoria Bruno Coppetta
Bruno Coppetta e la sua raffinata trattoria

Città della Pieve è una città fra l'Umbria e la Toscana dal sapore unico, medievale e rinascimentale che riserva molte piacevoli sorprese per il viaggiatore che si aggira fra i suoi vicoli, le sue piazze, nelle chiese, attraverso il mercato del sabato e le sue trattorie.

Il tour a piedi in Via Vannucci, schivando le auto in transito, è una esperienza da ricordare (con il traffico chiuso dovrebbe essere addirittura fantastico). Camminando in discesa troverete sulla destra, al numero 90, una insegna in rame con la targa Trattoria 'Bruno Coppetta'.

Non andate oltre ed entrate.

Noi ci siamo arrivati con la guida di Lorenzo Berna, il nostro partner a Città della Pieve. Essendo uno del posto Lorenzo è stato accolto a braccia aperte, così come lo siamo stati noi, vagabondi venuti da lontano. Appena siamo entrati, ci siamo sentiti come a casa. Ci siamo seduti ad un tavolo in fondo alla sala, vicino ad una vetrina con deliziosi tagli di carne ed al camino acceso.

Una signora in abiti da lavoro, seduta dall'altra parte della sala, vicino alla porta della cucina, parlava con un uomo, anche lui anziano ma pieno di energia, che è subito venuto ad accoglierci. Era Bruno Coppetta, 80 anni che non dimostra, con gli occhi sempre attenti alla ricerca della perfezione del servizio e al benessere dei clienti.

Bruno Coppetta è noto in città e, a quanto abbiamo scoperto dopo, anche in tutta l’Umbria, perché la sua trattoria ormai è una istituzione. La qualità di quello che offre, la calorosa accoglienza sua e di tutto il personale, colpiscono immediatamente e rimangono impressi in modo indelebile.

A poco a poco abbiamo approfondito la conoscenza della trattoria e della sua storia. Poco più di 50 anni fa, Bruno e sua moglie Santina hanno rilevato una vecchia trattoria in città per trasformarla in un luogo di grande cucina locale, piena di atmosfera e di grandi ricordi. Città della Pieve è zona di Chianina, famosissima per la grande qualità delle sue carni, e la trattoria di Bruno è il luogo ideale dove poterle gustare.

Ce ne accorgiamo subito dalle selezioni suggerite nel menu. Ogni giorno vengono proposti una gamma completa di piatti italiani per il menu del giorno. Le verdure locali, i funghi (ovviamente) porcini, i legumi, le verdure di stagione (a proposito, provate i cardi fritti), la pasta fatta in casa, tutti accanto ad una straordinaria varietà di tagli di carni chianine.

Essendoci seduti vicino il camino abbiamo avuto l'opportunità di ammirare i meravigliosi tagli alla Fiorentina e i filetti carnosi e di guardare lo chef che li prendeva sapientemente per cuocerli sulla brace.

Ho dato uno sguardo alla cucina, grande come una casa con tantissime persone che si muovevano al suo interno: abbiamo poi scoperto che da Bruno ci sono dodici persone tutte all’opera per fare la gioia dei clienti. Ad un certo punto Bruno ci ha chiesto permesso e, davanti al forno per le pizze, si è messo ad affettare un prosciutto dall’aspetto delizioso, mentre Santina è ritornata in cucina a preparare i pici.

Noi siamo arrivati presto e, in poco meno di un’ora abbiamo visto il ristorante riempirsi totalmente sia al piano terra che al piano di sopra. Per me, australiano ignaro, ho avuto la fortuna di essere stato consigliato da un giovane ma esperto cameriere che mi ha suggerito dei tagliolini al ragù di Chianina e porcini e poi, a seguire, semplicemente ‘Gobbi’ (cardi) fritti.

Il rosso umbro locale etichettato dal padrone di casa ha superato ampiamente le aspettative e tutto lo staff ha seguito le nostre esigenze con il sorriso ed il garbo che non sempre si riceve ovunque, assicurando che la nostra 'joie de vivre' fosse amplificata.

In sala il classico brusio italiano delle conversazioni dei clienti non ci ha disturbati e oltre ad aver mangiato bene abbiamo anche potuto parlare serenamente tra di noi. Quando ci siamo alzati, una stretta di mano da Bruno, un invito per la prossima volta, e, prima di pagare il conto un uomo sorridente ed occhialuto ci ha offerto un sorso di grappa Barricata del Trentino. Era Maurizio, il figlio di Bruno e Santina che, insieme alla moglie Gianna, porta avanti la tradizione di famiglia nella ristorazione.

Non era la prima volta che mangiavamo a Città della Pieve, ma questa è stata la migliore e uscendo abbiamo avuto una certezza: ci ritorneremo. Bruno Coppetta e il suo team lo trovate sul web www.trattoriabrunocoppetta.com o semplicemente passeggiando lungo Via Vannucci al civico 90.

Seguite il nostro consiglio: andateci prima possibile e arrivate un po’ prima dell’ora canonica del pranzo: potrete rivivere in prima persona e rivedere, come in un film, quello che io vi ho raccontato.

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Buoni Freni, Buon Clacson e … Buona Fortuna!

L’ultima volta che io e Gavin siamo stati in India abbiamo visitato il Taj Mahal, un posto che tutti dovrebbero vedere una volta nella loro vita. Il nostro hotel era proprio di fronte a questo “monumento all’amore eterno” e la grande piscina quasi rifletteva il suo chiarore durante la notte di luna piena.

Sento ancora il piacere di nuotare nella piscina sulla mia pelle.

Ma se torno indietro con i ricordi a quei giorni, la mia attenzione va subito sul caos del traffico indiano. Il Taj Mahal è in Agra nella regione dell’Uttar Pradesh, nel nord dell’India, che non è esattamente la regione più sviluppata dell’India. La strada verso Agra è larga e originariamente era una autostrada a quattro corsie con un piccolo elemento di separazione in blocchi di cemento fra le due direzioni di marcia.

La verità è che la pressione umana sul bordo della strada ha trasformato questa autostrada in una strada locale e le due originali direzioni di marcia si sono perse fra le abitudini locali. Le persone semplicemente percorrono la strada in funzione delle loro necessità. In alcune parti la strada è sterrata e piccole tende sono state posizionate sul suo bordo.

Eravamo su un taxi ed era rasserenata dal fatto di non dover gestire la guida in quella situazione. Sono Italiana e fino ad allora ero stata molto orgogliosa di esser capace di guidare a Napoli e Palermo, che sono conosciute per avere più regole ‘locali’ che ‘internazionali’ e i cui guidatori sono molto veloci così che si ha poco tempo per prendere decisioni.

Ma quello che ho trovato ad Agra non aveva confronti con l’Italia – anche se la situazione a New Delhi e in altre grandi città è leggermente differente.

Eravamo in una macchina ma vivevamo una esperienza umana del passato quando le persone non erano a conoscenza della tecnologia e la utilizzavano semplicemente per soddisfare i loro bisogni presenti e secondo la loro intuizione.

Provavo un insolito sentimento di libertà connesso alla consapevolezza the l’altro faccia della libertà è la mancanza di una “zona confort” creata dalle regole

Alcuni giorni dopo eravamo a Hyderabad per alcuni incontri di lavoro e ci siamo trovati spesso incastrati nel traffico locale. Le altre macchine erano così vicine al nostro taxi che potevo sentire il calore dei loro motori, e non solo dell’ambiente. La competizione per guadagnare qualche centimetro era sempre molto forte e molte macchine avevano la carrozzeria ammaccata.

La macchina continuamente si fermava eppoi avanzava di pochi centimetri. Uno dei tassisti che poteva sentire la nostra preoccupazione si è girato gentilmente verso di noi e ci ha rassicurati con queste parole:

Il segreto di muoversi nel traffico Indiano è molto semplice, solo tre cose: Buoni Freni, Buon Clacson e … Buona Fortuna!

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Arriva l’inverno nel Lazio con la benedizione degli animali

Siamo già da un mese in inverno ma oggi è il primo vero giorno in cui sento la brezza artica. Anche se siamo ancora sopra lo zero quando esco di casa a Paliano per andare verso Colleferro e i monti di Segni, i colori delle sfumature del verde mi danno l’idea dell’inverno nel Lazio.

Proprio sulla terrazza davanti ai mie occhi, i vasi di fiori dai colori luminosi, giallo, arancione, magenta e bianco, sognano che la primavera sia arrivata. Ma mentre guidiamo verso Segni per un caffè e una chiacchierata, possiamo vedere le cime innevate degli Appennini verso est.

Il vento del nord ha portato questo cambiamento attraverso l’Adriatico. Forse non c’è ancora la stagione sciistica in Abruzzo, ma la purezza della neve vergine, che si vede sopra la normale foschia della pianura, è surreale e ci lasciamo andare al sogno che anche questo anno l’Italia avrà la sua tradizionale stagione invernale.

Questo è il giorno della benedizione degli animali e in ogni paese sembra che ci sia una parata di animali, principalmente cavalli, per essere benedetti dal prete locale. Per quelli che amano cani o gatti, gli animali domestici sono portati in visita nelle chiese per diventare parte del mondo di Dio, almeno nel pensiero del loro proprietario. Mi domando se gli appassionati di serpenti facciano parte di queste celebrazioni.

E a Segni che sembra che questa festa equina raggiunga il suo massimo splendore, dopo la cerimonia, i cavalieri orgogliosamente cavalcano i loro animali lungo il corso. Sono seduto al sole in un piccolo giardino lungo la strada e sento il calore di questo tagliente giorno luminoso, mentre passa una panoplia di poni, uno non molto più grande di uno Shetland, e cavalli di tutte le razze e colori, che trotterellano sulla strada con due carri alle due estremità della parata, trainati da tolleranti ‘trottatori’. Questa è una vera benedizione per gli animali. Ma nulla per i carri?

La temperatura è di circa 2 gradi e noi torniamo passeggiando verso un bar, il vento si concentra negli spazi fra le case e ti fa provare il gelo Siberiano. Un cornetto e un caffè (lungo) riscaldano le rughe del freddo, ed è tempo di scendere dalla montagna, quando al confine con Colleferro un'altra parata di cavalli trotterella sul corso dopo la benedizione degli animali.

Dal centro di Colleferro il cementificio si erge solido e sembra sorprendentemente pulito mentre passiamo sul ponte lungo la stazione ferroviaria. Sulla collina di fronte le due ciminiere dell’inceneritore, che spiccano fra l’imponente ingegneria di queste fornaci giganti, appaiono immacolate.

E’ incredibile l’effetto del gelido vento siberiano che spazza via gli anni dell’invecchiamento, della sporcizia e del fumo, eliminando i fallimenti della nostra società industriale e portando i fumi verso il mare dove l’acqua degli oceani può assorbirli ed eventualmente purificare l’aria per la nostra respirazione.

Come ripercorriamo la strada verso Paliano, i grandi pendii incolti dello scheletro della fattoria solare mostrano striature di verde primaverile, il prato già fiorisce e copre lo scenario con un fresco tappeto. Anche la grande collina di rifiuti, coperti con plastica nera, sembra pulita e limpida mentre al suo interno la fermentazione dei rifiuti di molte città sta producendo il gas che magari useremo il prossimo anno. Dove normalmente ci sono i gabbiani che beccano la plastica mentre aspettano l’arrivo del prossimo camion di rifiuti? E’ questa la benedizione per animali come loro?

Sembra che la terra di copertura della discarica cresca più rapidamente dell’erba sui suoi pendii. Un segnale di decadenza rimane, lo scheletro di una fattoria solare non completata alla base della discarica, frutto dalla avidità degli uomini che hanno rovinato il suo buon uso. La sostenibilità non dovrebbe essere rappresentata da questa vista. Forse l’avidità è la vera caratteristica dell’impatto dell’uomo su questa terra.

Guidiamo vicino a La Selva, il bosco locale voluto da un principe e ora diventato parco per tutti, animali e esseri umani. Di fonte a noi, in lontananza, ancora una volta le pure vette delle montagne indossano il loro ‘cappello’ di neve. E’ ora di sciare.

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